Insultario triestino-italiano
Tempo di lettura: 2 minuti
Pampel, cugno, petesson... Insulti, parolacce, imprecazioni, modi di dire poco gentili e vilipendi vari. Diego Manna presenta il suo libro
Il dialetto triestino ha sempre avuto un talento particolare per l’insulto creativo.
Secoli di porto, confini, osmize, mercati e contaminazioni linguistiche hanno lasciato in eredità un repertorio sterminato di parole, imprecazioni e modi di dire, spesso impossibili da tradurre senza perderne metà del gusto.
Nasce da questa constatazione l’“Insultario triestino-italiano” di Diego Manna, pubblicato da Editoriale Programma, che sarà presentato venerdì 23 ottobre alle ore 18 alla Libreria Lovat di Trieste.
A dialogare con l’autore sarà Paolo Stanese.
Sottotitolo programmatico: “Insulti, parolacce, imprecazioni, modi di dire poco gentili e vilipendi vari”.
Il volume raccoglie dalla A alla Z parole ed espressioni nate nelle strade, nei rioni, nelle osterie, raccontandone significato, uso, storia ed etimologie, con un occhio di riguardo per quelle sufficientemente improbabili da meritarsi almeno una discussione davanti a un ottavo di vino.
Il punto di partenza è proprio il carattere particolare del triestino: una lingua di confine che nel tempo ha raccolto e trasformato termini provenienti dal veneto, sloveno, tedesco, greco, francese, inglese e italiano, facendoli diventare parte di un vocabolario nel quale folklore, ironia e oscenità convivono con sorprendente naturalezza.
L’Insultario non vuole però sostituirsi ai dizionari seri del dialetto. L’intenzione dichiarata è diversa: osservare insulti, parolacce e prese in giro come materiale linguistico, folcloristico e culturale, cercando di capire da dove arrivano, cosa raccontano e soprattutto perché continuano a far ridere. In sintesi, come recitano le istruzioni del volume: meno cattedra, più morbin.
Dentro si incontrano grandi classici come mona, pampel, cugno, tananai, petesson, boba, nagana e marantiga, ma anche modi di dire, come omo longo dindio sicuro, filastrocche, parole ala versari, repete repete e termini che non sempre sono entrati nei vocabolari ufficiali.
C’è perfino un conteggio dedicato alle numerose parole triestine per indicare qualcuno che ha bevuto un po’ troppo: una sorta di “50 sfumature di petesson”, perché evidentemente anche l’ebbrezza, a Trieste, pretende precisione lessicale.
Il volume si inserisce nella collana di Editoriale Programma dedicata agli Insultari regionali, piccoli dizionari che esplorano il turpiloquio e i modi di dire locali come una porta laterale, e parecchio rumorosa, attraverso cui entrare nella lingua e nell’identità di un territorio.


