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L'isola di Unije

Turismo
02 aprile 2019

Una perla nell'Adriatico

di Michele Tomaselli
Il profumo dell’elicriso, il mare cristallino, le insenature, le scogliere a picco sul mare, lunghi muri a secco: ingredienti di una vacanza perfetta all’insegna di relax e avventura
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L’arrivo in nave all’isola di Unije, con la vista del suo grazioso villaggio (ph. Michele Tomaselli)
Turismo
02 aprile 2019 di Michele Tomaselli Image

Esistono delle isole da scoprire, luoghi dove la modernità e la tecnologia faticano ad arrivare, nonostante ci siano solo pochi chilometri a separarle dall’Italia. I nostri occhi sono puntati sull’arcipelago chersinolussignano, a sud della penisola istriana, dove si distingue un’isola su tutte che è Unije.

Qui l’esistenza scorre lenta, scandita dall’alba e dal tramonto, al ritmo di gesti e tradizioni dettati dalla vita del mare e dalla presenza di una macchia mediterranea incontaminata. Le strade sono quelle di un tempo e le autovetture sono bandite: camminare e andare in barca diventano i modi migliori per trascorrerci una vacanza. Il suo unico villaggio, adagiato sotto il monte Kalk, è costellato da strade che s’inerpicano tra il verde degli uliveti e dei querceti. Questo abitato prende il nome della stessa isola ed è costituito da un centinaio di case, forse duecento o poco più: decisamente troppe - si potrebbe dire - per ospitare un’ottantina di residenti fissi. Ma il nostro dubbio è presto fugato, perché agli inizi del Novecento questo paesello di pescatori era popolato da più di 800 persone, mentre in seguito, a causa di emigrazioni negli Stati Uniti, buona parte dei suoi abitanti si trasferì a New York alla ricerca di condizioni di vita migliori. Impossibile raccogliere testimonianze sulla vicenda, mentre scopriamo che qui ancora sopravvive il ricordo della dominazione italiana, quando l’Istria faceva parte del Regno d’Italia. Tutt’oggi ne è prova il dialetto parlato, anche se contiene influssi di altre lingue, derivate dagli Stati che hanno controllato l’isola: da Venezia all’Impero Ottomano, dall’Italia alla Jugoslavia, fino all’odierna Repubblica croata. Inoltre, in tempi più recenti, è stato reintrodotto l’insegnamento dell’alfabeto glagolitico nella piccola scuola elementare, oggi frequentata da appena 3 bambini. L’antico logogramma del popolo slavo nacque dalla stilizzazione dei caratteri corsivi greci verso la metà del IX secolo, grazie al suo creatore San Cirillo.

Così, appena sbarcati, non è fuori luogo vedere una scritta incomprensibile sul molo, che ci dicono significare proprio Unije in glagolitico. Di sicuro suscita la curiosità dei turisti che qui arrivano sempre più numerosi alla ricerca di strutture ricettive; ed è per questo motivo che molte delle antiche abitazioni sono state rimodernate, preservando le caratteristiche costruttive tipiche dell’isola. Come la dislocazione urbanistica, distribuita parallelamente al porto, con la forma di un anfiteatro a mezza luna, mantenendo peraltro la flora locale come il rosmarino, i fichi e le palme. Non c’è da stupirsi se nei mesi di luglio e agosto l’isola si riempie, dando ospitalità a più di cinquecento persone tra emigrati e diversi turisti alla ricerca di relax e natura in mezzo al profumo dell’elicriso, al mare cristallino e alle insenature.

Queste casupole di pietra e legno non hanno neanche l’acqua corrente e possono contare solo sulle cisterne di acqua piovana. Analogamente ci sono i serbatoi pubblici che vengono riforniti periodicamente con una grossa nave cisterna. Una sicurezza in più, ci dicono, per far fronte ai lunghi periodi di siccità. Per questo motivo bisogna preservare le risorse idriche, evitando il più possibile gli sprechi.

Difficile vivere qui, anche perché Unije è molto isolata: lo sanno bene i pochi giovani residenti che per proseguire gli studi devono recarsi fino a Lussino, una volta terminata la scuola elementare. Ogni mattina li attende una lunga traversata in nave di oltre un’ora. Al ritmo lento del camminare, nelle vie del borgo scopriamo la presenza della chiesa di Sant’Andrea col suo alto campanile, un market, una posta, un panificio e una pasticceria che funge da punto di ritrovo; mentre per dormire individuiamo numerose guest house. Viceversa per gustare i sapori del mare ci sono due ristorantini: la konoba in riva al mare, dove è possibile gustare il pescato del giorno e godere del tramonto, e il consigliatissimo locale (anche affittacamere) di Romanela Gicić, ubicato in mezzo a un intricato dedalo di viuzze e case di pietra, in un suggestivo insieme di nicchie e rientranze. Qui vengono preparati piatti di pesce, ma anche grigliate di carne e magari la nota cucina alla peka (sotto la campana), il piatto più famoso del litorale: un arrosto che si prepara con carne o pesce e verdure varie in una teglia con coperchio a campana, il tutto cotto sulle braci.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma a Unije ci sono anche una biblioteca con annesso centro di lettura, un piccolo aeroporto per voli privati e commerciali (che collega Unije all’aeroporto di Lussinpiccolo, anche se attualmente è chiuso fino a data da destinarsi) e una piccola infermeria per l’assistenza medica di base, anche se per curarsi è spesso necessario spostarsi sulla vicina isola di Lussino, utilizzando una barca a motore, sempre pronta in caso di emergenze.

Questi edifici isolani sorprendono perché sono più larghi che lunghi, orientati verso ovest, non hanno spioventi e presentano dalle tre alle sei finestre sul lato verso il mare. Ma anche il porto ha una sua particolarità e così in caso di brutto tempo costringe le navi a ripiegare nella baia di Maračuol, nella parte orientale dell’isola, poiché non sarebbe sicuro attraccare dinnanzi al paese, in mare aperto. Nel bel mezzo di questa insenatura di ripiego si trova l’ex fabbrica per la lavorazione delle sardine e dei calamari, che all’epoca del Regno d’Italia prendeva il nome di “Arrigoni”.

Un’industria che ha funzionato fino al 1963 e che dava lavoro a oltre 60 persone fintantoché fu trasformata in una caserma di frontiera dell’ex esercito jugoslavo. Poco fuori dall’abitato, invece, si trova una spiaggetta dedicata agli amanti dell’abbronzatura integrale, celata tra gli scogli e a cui si accede attraverso un sentiero non proprio agevole. Una folta vegetazione la ricopre di alberi e spianate di lavanda e rosmarino. Al profumo delle erbe aromatiche si aggiunge un mare trasparente e cristallino, ideale per tuffarsi e fare snorkelling. La conformazione rocciosa dell’isola rende l’acqua subito molto alta e, grazie all’assenza di sabbia, consente una limpidezza del mare fuori dal comune. Il fondo è ben visibile anche a profondità di trenta o quaranta metri e i suoi colori variano dall’azzurro cristallino al verde al bianco.

Ma le meraviglie non sono finite qui. A sudovest del villaggio si trova la piccola penisola di Polje, una striscia di terreno molto fertile (grazie a una sorgente di acqua) che lambisce la punta Vnetak, luogo dove si trova il caratteristico faro. Una radura che peraltro offre il pascolo a numerosi animali tra pecore, capre, cavalli e vacche, ma ci stazionano pure fagiani, pernici e lepri. È qui che conosciamo Robert Nikolić, rappresentante dell’amministrazione locale, nonché referente del presidio Slow Food. Faccia larga, sguardo affabile, ci racconta che dopo anni trascorsi in mare come capitano di lungo corso e dopo aver fatto perfino parte della Nazionale croata di pesca subacquea, ha deciso di ritornare sulla sua isola, ristrutturando l’antica casa paterna.

Qui vive con la moglie e con i due figli. Ci propone di accompagnarlo nell’harem di vacche e vitelli della piana di Polje. Saliti su un carrello e trainati da un trattorino borbottante, da lui stesso guidato, ci avviciniamo alla mandria mansueta di “boscarin”, ovvero i bovini istriani della razza podolica, un tempo diffusi fino al Friuli, e che Robert ci spiega oramai ridotta a una reliquia genetica. Mentre gli dà da mangiare ci svela che nell’attuale territorio istriano ce ne sarebbero poco più di duecento, a differenza degli inizi del XX secolo, quando invece raggiungevano le sessantamila unità. Un tempo il “boscarin” era indispensabile non solo per il latte e la carne, ma anche perché veniva utilizzato come mezzo di trazione animale per la lavorazione dei campi. La reintroduzione del “boscarin” sull’isola è opera sua e, sempre grazie a lui, si è riprodotto in quasi quaranta unità. Un successo inaspettato, anche perché la carne dei capi allevati è richiesta da diversi ristoratori croati. Ma non è tutto: ci spiega che l’altro risultato ottenuto riguarda il recupero degli ulivi abbandonati dell’area meridionale di Unije, ai piedi dei pendii pietrosi del monte Kalk, grazie agli investimenti della curia e di diversi privati.

Anche le feste hanno rivitalizzato l’isola. Ogni 30 novembre – ma è bene accertarsene perché lo svolgimento dipende dal tempo – in occasione della festa del patrono di San Andrea, il team locale di Slow Food organizza la “Lignjada”, gara di pesca ai calamari a cui partecipano non solo barche locali, ma anche svariati turisti provenienti dalla Slovenia e dall’Italia. Il tutto si conclude con la mangiata dei calamari raccolti (di solito 60 chili) senza dover pagare una kuna.

Che cosa volere di più? Magari fare una passeggiata in stile wilderness. Così, decidiamo di addentrarci nell’isola. Dal paese ci sono più sentieri. Uno sale sulla collina e poi scende nella baia di Maračuol, l’altro – quello di sinistra e che prendiamo – compie il periplo meridionale dell’isola arrivando alla punta Arbit p rima e alla baia di Maračuol poi. L’inizio del trekking avviene nei pressi di un cimitero. Spinti dalla curiosità, lo visitiamo; all’interno ci sono delle tombe che riportano cognomi italiani, uno dei quali è Nadalin, diffuso anche nella bassa friulana. Successivamente, superiamo l’aeroporto, una fattoria e, dopo 40 minuti di cammino tra gli uliveti, arriviamo alla punta meridionale.

Davanti a noi un grande spettacolo. Si vedono le isole Canidole (Grande e Piccola, Vele e Male Srakane), Sansego (Susak) e l’isola di Lussino (Lošinj). Continuiamo lungo i muretti a secco e poi in riva al mare con i piedi nell’acqua. Il sentiero è incerto, ma dopo diversi chilometri arriva alla baia di Maračuol, unendoci al percorso che proviene dal villaggio. Sopra di noi si trova una piccola cappella, da dove si osserva una vista magnifica sull’arcipelago. Un paesaggio incantevole che si adombra lungo la vecchia strada romana che raggiunge la spiaggia di ciottoli della baia di Goligna, punto estremo a nord dell’isola. Un luogo ideale per nuotare e concludere la vacanza. Ora il viaggio è davvero finito, ma la mente è già alla prossima avventura…

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