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Andrea Pessina

Cultura e Spettacolo
12 novembre 2018

Al centro della bellezza

di Margherita Reguitti
È il responsabile del patrimonio artistico di un territorio fra i più ricchi del mondo: quello della città di Firenze. Eppure continua a mancargli il suo Friuli. Con il quale ha un debito da saldare
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Andrea Pessina davanti all'ingresso di Palazzo Pitti a Firenze
Cultura e Spettacolo
12 novembre 2018 di Margherita Reguitti Image

L’archeologo friulano Andrea Pessina è alla guida della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Firenze e le Province di Pistoia e Prato. Dalla sede di Palazzo Pitti il dottor Pessina è responsabile dell’attività di tutela e valorizzazione del patrimonio artistico, archeologico, demo-etnoantropologico, architettonico e paesaggistico di un territorio fra più ricchi, importanti e famosi non solo del Paese, ma del mondo. Nato a Firenze nel 1963, il padre friulano vi si era trasferito per lavoro, si è formato all’Università di Pisa dove nel 1998 ha conseguito il dottorato di ricerca in “Archeologia: insediamenti, economia e cultura”. Nel 2006, sempre a Pisa, la specializzazione in Archeologia con indirizzo in Preistorica e Protostorica. Negli anni seguenti ha svolto vari periodi di studio in università europee, fra le quali in Francia e Ungheria. Dopo alcuni anni di esperienza universitaria come borsista, nel 1999 ha vinto un concorso per archeologo specialista, bandito dal Ministero per i Beni e le Attività culturali, iniziando una brillante carriera che lo ha portato prima al Museo Nazionale Preistorico Etnografico “L. Pigorini” di Roma, quindi alla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia. Vinto il concorso per dirigente archeologo nel 2009, è stato soprintendente al Museo Nazionale d’Arte Orientale di Roma e quindi Soprintendente ai Beni Archeologici in Abruzzo nell’emergenza del dopo terremoto, incarico svolto fino al 2012, anno in cui è passato a dirigere la Soprintendenza archeologica della Toscana per poi insediarsi dal 2016 a Palazzo Pitti.

Nel suo curriculum annovera il coordinamento scientifico di mostre, convegni, docenze universitarie e la partecipazione a molti progetti italiani ed europei. Oltre un centinaio i suoi contributi scientifici dedicati alla Preistoria italiana.

Dottor Pessina, una carriera che nell’arco di pochi d’anni l’ha portata alla guida di una macchina complessa e a tutt’oggi in grande fermento verso il cambiamento.

«È stato un percorso veloce e anche caratterizzato da una serie di coincidenze. Quando avevo deciso di lasciare l’archeologia, dopo anni di precariato universitario, caratterizzati dalla mancanza di concorsi che offrissero uno sbocco professionale stabile e avevo quindi iniziato a insegnare in Friuli, a Tarvisio, di colpo si è aperta l’opportunità di partecipare a un concorso per archeologo specialista. Così sono entrato al Ministero per i Beni culturali».

La prima nomina a soprintendente fu in una sede in un momento di grande criticità…

«L’esperienza in Abruzzo all’indomani del terremoto è stata difficile, faticosa ma anche molto formativa. Per fortuna la mia sede era a Chieti, dunque in un territorio risparmiato dal sisma. Per questo abbiamo retto bene il colpo. Certo, da friulano, perché tale mi considero a tutti gli effetti, il pensiero è spesso andato alla tragedia che nel 1976 mise in ginocchio la nostra terra, causando morti e danni gravissimi al patrimonio storico, culturale e architettonico».

Recentemente le è stato consegnato un importante premio ad Aquileia: dal suo osservatorio previlegiato di soprintendente e archeologo, ritiene che si stia facendo abbastanza nella ricerca e nella valorizzazione della città patrimonio dell’UNESCO?

«Aquileia negli ultimi anni ha fatto grandi passi avanti; la creazione della Fondazione, con l’impegno diretto della Regione, ha significato disponibilità di adeguate risorse finanziarie, a cui ha fatto seguito il recente accordo siglato con il nostro Ministero per la gestione diretta delle aree archeologiche da parte della Fondazione. Di fatto, questo è il sito più importante della regione, per il quale senza dubbio si può fare di più e raccogliere di più. L’esperienza attuale di Pompei è in questo senso significativa. C’è da dire che la nostra archeologia, nonostante la presenza di realtà come il Museo di Cividale del Friuli, è ancora poco nota in Italia e nel mondo. Vi sono infatti periodi della storia dell’uomo che hanno proprio qui in Friuli testimonianze significative, ma che sono ancora poco conosciuti e studiati».

A cosa si riferisce?

«Ritengo che un aspetto nel quale credo di aver dato un contributo importante siano le ricerche fatte in Friuli sull’origine dell’agricoltura e la comparsa delle prime comunità neolitiche. Pochi sanno che in questo settore, anche durante la preistoria,  la nostra regione fu un laboratorio pressoché unico di incontri culturali, grazie al suo ruolo di cerniera fra Occidente e Oriente, vera porta verso i Balcani. Attraverso il Friuli sono entrati popoli che arrivavano probabilmente da lontano e con loro piante e animali».

Di che periodo stiamo parlando?

«Le ricerche fatte con il supporto del Museo Friulano di Storia naturale di Udine e di alcune università italiane hanno interessato la vita e le popolazioni che vissero dal 5500 al 4500 a. C. Nella bassa e alta pianura friulana esistevano villaggi piccoli e grandi, abitati da genti che avevano relazioni con i territori anche lontani, dalla attuale Croazia fino alla pianura padana e le Alpi nordoccidentali. In pochi sanno che in quel periodo si assistette a un’esplosione demografica nella zona di Pozzuolo del Friuli, dove sono stati rintracciati i resti riferibili a decine di villaggi fondati da questi primi agricoltori. Popolazioni provenienti da Oriente che portarono nelle loro migrazioni animali domestici e introdussero per la prima volta in Italia nordorientale specie vegetali coltivabili. Durante gli scavi di Sammardenchia sono state trovate diverse varietà di grano e orzo. In particolare, è stata individuata la presenza del “grano di Timophev” (Triticum timophevii), le cui origini sono oggi riconosciute nei territori dell’ex Unione Sovietica. Il ritrovamento di asce, accette e altri utensili di pietra verde del Piemonte e della Savoia, ma anche di ossidiane da Lipari, sta a dimostrare una rete vivace di circolazione e scambi di persone e idee attiva quasi 8000 anni fa».

Come è cambiato il ruolo di tutela e valorizzazione delle soprintendenze dopo l’ultima riforma del 2017?

«Il primo elemento che distingue la riforma voluta dal ministro Franceschini è la separazione netta fra tutela e valorizzazione, con una operazione che ha creato una dolorosa dicotomia: le soprintendenze fanno tutela e i poli museali e i musei autonomi si occupano di valorizzazione. Da questa separazione nasce però un problema non di poco conto: tutela e valorizzazione non sono scindibili in maniera netta, soprattutto per quanto riguarda l’archeologia. I musei si nutrono del-le scoperte archeologiche che avvengono nel territorio. Dividere in modo netto le due anime del ministero ha portato a forti contrapposizioni».

Dei musei contenitori senza linfa vitale?

«Direi che oggi il pericolo maggiore è quello di aver creato dei luoghi di antiquaria, dove verranno esposte collezioni morte, non più destinate ad accrescersi grazie all’azione di tutela delle soprintendenze, non più luoghi deputati a ospitare le scoperte della ricerca. Mi riferisco in particolare all’archeologia, mentre la questione è meno drammatica per i musei storico-artistici».

E per quanto riguarda il ruolo di tutela delle soprintendenze?

«Siamo passati da un’impronta specialistica, con dirigenti e strutture ad alta specializzazione, a quella che viene ora definita “olistica”, dove cioè a un’unica soprintendenza si richiede di esercitare una tutela a 360 gradi».

Qual è la situazione a Firenze?

«Oggi mi occupo dei palazzi fiorentini, ma anche di chiese, conventi, quadri, archeologia, paesaggio e del patrimonio demo-etnoantropologico immateriale, con lo scopo di preservare le tradizioni popolari. Si tratta di un impegno improbo, che  inevitabilmente porta il soprintendente a privilegiare alcuni campi della tutela rispetto ad altri, anche solo perché più lontani dalla sua formazione. Inoltre, la recente rivoluzione del MIBAC è avvenuta su un corpo vecchio e debole, che presentava carenze e vuoti in organico significativi. Un aspetto da non sottovalutare per le sue ripercussioni negative. Nel 2016, quando sono stato nominato a Firenze, in organico erano presenti 150 persone, oggi sono 95. Il ministro Bonisoli in un recente incontro con i soprintendenti ha dimostrato molta attenzione su questo aspetto, promettendo concorsi e assunzioni, continuando una politica avviata dal suo predecessore, che è riuscita però a colmare solo parzialmente le lacune».

Quali sono le priorità nel suo territorio e in Italia?

«La prima è certamente la gestione del tema del paesaggio in rapporto alle esigenze di sviluppo del territorio in termini di infrastrutture e di crescita economica. Tema delicato, che deve essere affrontato dalle Regioni d’intesa con gli uffici del nostro Ministero. A oggi però sono poche le regioni che hanno adottato i piani paesaggistici, strumenti principali per la gestione dei valori paesaggistici. La bellezza del paesaggio italiano è un valore estremamente fragile che richiede scelte ponderate e consapevoli, perché la tutela non può pensare di cristallizzare un paesaggio, finendo per originare un territorio abbandonato  dall’uomo, visione romantica ma di fatto negativa. Vi è poi in Toscana il problema della custodia e salvaguardia di un patrimonio architettonico e storico-artistico di enorme importanza, che deve essere mantenuto, restaurato, tutelato. Vi sono costi altissimi, spesso a carico dei proprietari privati, che a volte vedono la stessa amministrazione statale e quella della Chiesa in grande difficoltà nel sostenerli».

Quale è il tipo di turismo che fa bene al patrimonio storico culturale?

«Certamente non il turismo di massa, ma quel flusso costante e non esagerato di persone che cercano, approfondiscono e apprezzano ciò che visitano. In questa direzione in FVG vi è spazio per crescere offrendo più servizi, itinerari a ragnatela che comprendano visite ai grandi e piccoli musei, alle pievi e ai borghi, per non fare morire quelli che possono anche essere definiti su scala nazionale “siti minori”, ma lo sono per dimensioni e non certo per bellezza. Va bene una pluralità di offerte che comprenda anche il cicloturismo, i cammini e i percorsi di pellegrinaggio, i castelli e i luoghi fortificati, i siti archeologici in grotta, senza mai abbandonare i progetti di grandi mostre che siano occasioni uniche per realizzare autentici progetti culturali e di ricerca, eventi che possono essere un volano di forte richiamo. Pensiamo quale esempio all’attività svolta qui a Firenze dalla Fondazione Palazzo Strozzi, che riesce a produrre annualmente almeno 3 grandi mostre che attirano in città centinaia di migliaia di turisti».

Lei vive nella bellezza, ma c’è qualcosa che le manca del suo Friuli?

«Mi mancano le montagne, dove io mi sento a casa; i rilievi dei monti sono i miei punti cardinali senza i quali mi sento disorientato. Mi manca la gente della nostra regione, a volte troppo semplice, ma certo sincera».

Qual è il suo prossimo obiettivo professionale?

«Vorrei finire di pubblicare i risultati degli scavi da me condotti in Friuli. Si tratta di un debito con la mia regione che vorrei quanto prima saldare».

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