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	<title>Giuliana Dalla Fior &#8211; imagazine.it</title>
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	<title>Giuliana Dalla Fior &#8211; imagazine.it</title>
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		<title>L&#8217;armonia del movimento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuliana Dalla Fior]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Mar 2016 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Silvia Stibilj</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/13384-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/larmonia-del-movimento/">L&#8217;armonia del movimento</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Scivola leggera, volteggia, danza e le sue mani sembrano accarezzare l’aria con una armonia straordinaria tra figura e movimento. Il sorriso e gli occhi sapientemente truccati, la leggerezza del costume e l’agilità incantevole rendono le sue performance artistiche uno spettacolo che tutto il mondo ha apprezzato: sono le esibizioni su pattini a rotelle nella categoria “Solo Dance”, della campionessa mondiale <strong>Silvia Stibilj</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Silvia, proviamo a fare qualche passo a ritroso a quando eri una bimbetta di pochi anni. Come è stato il tuo approccio con i pattini a rotelle?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Ho iniziato a pattinare prestissimo; avevo appena due anni e mezzo e quindi il ricordo è piuttosto vago. Ho cominciato per gioco, perché mio fratello Stefano pattinava e quindi, essendo io sempre presente, mi divertivo a indossare i pattini. Non ho mai voluto provare altri sport: è stato un amore a prima vista; a quell’età infatti un bambino o si innamora di uno sport o vuole provarne tanti».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Quando hai deciso che il pattinaggio sarebbe stato il tuo sport e non solo un hobby?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Credo che il pattinaggio sia uno di quelli sport che si amano solo in età giovanile; se si continua in questa avventura si  sceglie automaticamente di farne una disciplina sportiva a tutti gli effetti, con pregi e difetti che tale scelta comporta».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Se poi alla passione si uniscono anche risultati importanti…</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Quando ho iniziato a fare le prime gare non badavo molto al risultato; poi è iniziata a crescere dentro di me la voglia di migliorare sempre più e di voler arrivare sempre più in alto nelle competizioni. Ho capito che potevo fare qualcosa di più in questo sport nel 2006 quando, per la prima volta, ho indossato la tuta della nazionale italiana».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>I successi, prima nazionali poi internazionali, ti hanno cambiata?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Credo di essere maturata in modo diverso dai miei coetanei: tutte le gare, soprattutto quelle internazionali, ti aiutano a condividere un sogno con tanti ragazzi e quindi cresci più in fretta, sia nel modo di pensare sia nel vivere la singola giornata, fatta di tanti sacrifici che poi vengono ripagati».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>In tutto questo che ruolo ha giocato la tua famiglia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Ai miei familiari devo tantissimo perché questo è considerato uno sport minore, quindi anche quando si diventa campioni non si ha mai l’autonomia per poter pagare le spese da soli. I genitori sono fondamentali e sono gli sponsor principali di ogni pattinatore».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>I tuoi compagni di scuola, quando già mietevi allori, come ti consideravano?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Mi chiamavano la “campionessa” ed erano in qualche modo sempre partecipi delle mie competizioni, perché le gare più importanti erano in concomitanza con l’inizio dell’anno scolastico e io dunque spesso mancavo anche per un’intera settimana. Quando tornavo mi accoglievano con feste a sorpresa, cartelloni e conservavano gli articoli di giornale appendendoli in classe».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>I tuoi insegnanti ti hanno mai ostacolata?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«I docenti delle superiori sono stati sempre comprensivi nei miei confronti e li debbo ringraziare perché il loro atteggiamento mi ha aiutata nei momenti più critici, soprattutto se le assenze erano prolungate e se mancavo alle verifiche».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Lo scorso mese di settembre sei diventata campionessa mondiale senior nella categoria “Solo Dance” e vicecampionessa mondiale nella categoria “Coppia Danza”. Prima di scendere in pista cosa ti aspettavi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Durante tutto l’anno mi ero preparata moltissimo: in quelle situazioni ogni atleta vuole vincere e dunque tira fuori il meglio di sé. Conoscevo le mie capacità e le ho sfruttate al massimo. Anche nella coppia danza sapevamo di fare molto bene e il secondo posto è stato un risultato grandioso. Sono state due settimane molto intense perché è capitato di avere anche due competizioni al giorno. Per questo desidero ringraziare molto il mio partner Andrea Bassi per essermi stato vicino non solo durante le nostre gare di coppia ma anche durante le mie gare in Solo Dance».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Dall’alimentazione agli allenamenti: come si prepara una campionessa del mondo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Verso gennaio/febbraio inizio la dieta vera e propria, studiata appositamente in base ai miei allenamenti dalla mia nutrizionista. Il giusto apporto calorico e gli allenamenti mi permettono di arrivare alle gare in condizione fi sica ottimale. Prima delle competizioni gli allenamenti si intensificano fi no a due o tre sessioni al giorno di due ore ciascuna».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>La società sportiva cui appartieni come ha contribuito alla conquista del tuo oro mondiale?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«L’<em>ASD Pattinaggio Artistico Triestino </em>è stata determinante, perché mi ha permesso di allenarmi con allenatori super preparati e competenti in un impianto sportivo adeguato. Poi va sottolineato che siamo come una grande famiglia: prima della mia partenza per Cali (Colombia) tutte le ragazzine mi aiutavano ad allentare la tensione facendomi ridere distogliendomi dal pensiero del Mondiale».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Al di fuori del pattinaggio, quali sono gli hobby di Silvia Stibilj?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Durante la stagione invernale adoro sciare. Ascolto molta musica, in particolare nel corso dei miei spostamenti settimanali in treno; mi piace andare al cinema, ma ho poco tempo e preferisco dedicarlo ad altro. A teatro vado spesso a vedere musical, perché sono piacevoli e rilassanti».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Hai citato prima Andrea Bassi, tuo partner nella danza di coppia e grande amico. Ci sono mai divergenze o contrasti  tra voi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Fortunatamente andiamo molto d’accordo; in pista talvolta ci arrabbiamo ma soltanto allo scopo di migliorare il nostro rendimento».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Chi sceglie la musica per le esibizioni in gara?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Abbiamo il nostro coreografo, Sandro Guerra, che sceglie la musica e crea la coreografi a. Ovviamente lui sa su quali generi ci possiamo cimentare e non sbaglia mai. Ringrazio veramente tanto di poter lavorare con lui».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>I colori degli abiti che indossi nelle competizioni sono sempre vivaci e luminosi. Corrispondono ai tuoi gusti anche nella vita quotidiana?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Assolutamente no. Normalmente amo i colori scuri o comunque non troppo accesi. Sarà che ho troppo colore in pista, ma al di fuori preferisco rimanere nell’anonimato».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Quanto possono incidere abito e musica nella valutazione di una performance?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Sia l’abito sia la scelta della musica posso incidere, anche se il giudice dovrebbe essere il più obiettivo possibile».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Molti campioni sono scaramantici: vale anche per te?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Sì, sono un po’ scaramantica. Ho le stesse calze dall’anno in cui sono entrata a far parte della nazionale italiana (2006); mi trucco sempre prima dalla parte destra del viso, analogamente nel mettere i pattini prima il destro poi il sinistro. Per ultima cosa ho un carillon con at taccati tanti oggettini: lo tiene nello zaino il mio allenatore».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Pattinatrice ma anche studentessa di Scienze Motorie all’Università di Trieste. Come vorresti impiegare la laurea che conseguirai?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Mi piacerebbe diventare a tutti gli effetti un’educatrice e quindi poter lavorare presso un asilo nido. Oppure aprire sempre in questo ambito una mia attività».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Per una campionessa vivere e allenarsi a Trieste è un vantaggio o un limite?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Trieste ha una storia per il pattinaggio e quindi sono felice di essere cresciuta in questa città perché mi ha dato tanto sotto molti punti di vista. Ci sono diverse società sportive e lo sport gode di considerazione… Non avrei trovato posto migliore».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Torniamo con lo sguardo al futuro: quali sono i tuoi prossimi desideri?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Sicuramente laurearmi, anche se conciliare tutti gli impegni diventa assai difficile. Poi continuare la mia carriera di allenatrice: è appena iniziata ma vorrei che proseguisse per molto tempo. E, finita la carriera da sportiva, crearmi una famiglia».</p>
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		<item>
		<title>Un italiano su Marte</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/un-italiano-su-marte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuliana Dalla Fior]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Jan 2016 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pietro Aliprandi</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/12436-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/un-italiano-su-marte/">Un italiano su Marte</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Un giovane medico, bello e determinato. Corrisponde al ritratto di molti laureati che, con convinzione e fatica a un tempo, vogliono ad ogni costo raggiungere la meta che si erano prefigurati fin da ragazzi. Tutto questo vale anche per lui, ma l’aspetto che lo distingue è che il giovane medico potrebbe essere un “marziano”. Non perché extraterrestre, ma perché aspirante astronauta per poter sbarcare su Marte.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Pietro Aliprandi, laureato in Medicina con tesi in neuropsicoanalisi all’Università di Trieste, ha dichiarato: “Sono pronto a partire per Marte e non tornare”. Quale nesso tra la sua passione per la fantascienza e la psichiatria?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Una parola: <em>Pandorum</em>. Si tratta di una pellicola di fantascienza diretta da Christian Alvart, uscita nelle sale nel 2009. È il mio fi lm preferito, perché combina l’inquietante fascino dell’ignoto – nella fattispecie un viaggio interstellare – con i disturbi psicotici che possono affliggere un equipaggio isolato, privo di punti di riferimento e di contatti con la Terra. Parliamo di passioni, l’astronomia e la medicina (assieme al cinema), che si sono sviluppate indipendentemente nel corso della mia vita».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Cosa rappresentano per lei l’ignoto e lo spirito d’avventura?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Ciò che mi affascina maggiormente dello Spazio è proprio la possibilità di esplorarlo e scoprirlo. Lo spirito d’avventura è di famiglia, a partire da mio nonno e mio padre che vissero per oltre dieci anni in Africa, principalmente Etiopia, conoscendone la parte più selvaggia. Io ho sempre preferito il campeggio all’albergo, l’alta montagna al mare, e non ho ancora provato una soddisfazione più grande del raggiungere una nuova vetta, a me sconosciuta, specialmente se questa si erge oltre i 3.000 metri. Con lo studio della psicoanalisi, poi, ho acquisito la consapevolezza che l’avventura e la scoperta sono nella natura dell’uomo, che ogni persona ne sente il richiamo; anche chi è troppo timido per affrontare l’avventura in prima persona ne resta comunque ammaliato, quando la vede come spettatore».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Lei è uno dei 100 aspiranti astronauti per “Mars One”, ovvero la missione umana per colonizzare Marte. In cosa consiste l’intero progetto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«L’agenzia privata <em>Mars One </em>ha l’obiettivo primario di fondare un insediamento permanente su Marte, a partire dal 2027. La missione prevede l’invio preliminare di un lander (veicolo d’atterraggio, <em>ndr</em>) sperimentale sulla superficie del pianeta, due satelliti di telecomunicazioni (uno in orbita marziana, l’altro “a metà strada” tra la Terra e Marte, o più precisamente nel punto di Lagrange di stabilità L5), due rover (astromobili, <em>ndr</em>) e i diversi componenti dell’avamposto. Seguiranno 6 missioni con equipaggio, ciascuna composta da due maschi e due femmine, a distanza di 2-4 anni l’una dall’altra. Ogni equipaggio di 4 coloni sarà il risultato di una selezione a sé stante aperta a volontari civili di tutto il mondo, la prima delle quali è prossima alla conclusione».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Come è nata l’idea di partecipare alla selezione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«La passione per lo spazio e il sogno di diventare astronauta li porto con me da quando ne ho memoria, e ho sempre ritenuto di essere nato nel periodo storico sbagliato, “troppo presto”, per così dire. Quando ho letto di <em>Mars One</em>, appurato che fosse un piano reale e credibile, candidarmi è stato un gesto di estrema naturalezza, quasi come se l’avessi sempre atteso».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Tra gli oltre 200.000 candidati era l’unico italiano?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Non possiedo i dati specifici, ma si stima che all’inizio del primo round di selezione fossimo almeno 100 italiani, assottigliatisi a 12 nel secondo round (dal 30 dicembre 2013) e infine a me soltanto nel terzo round (quello in corso, iniziato il 16 febbraio 2015)».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Lo scopo della missione è quello di gettare le basi per un avamposto permanente e attuare ricerca scientifica. Ma non è previsto un rientro sulla Terra?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«No, non è previsto nel protocollo della missione. Questo perché uno dei punti saldi di <em>Mars One </em>è l’impiego di tecnologie già esistenti e disponibili sul mercato, mentre un vettore capace di decollare da Marte non è ancora stato sviluppato. Ciò non esclude, tuttavia, che in futuro l’esistenza di un avamposto umano su Marte possa invogliare numerosi viaggi di andata e ritorno tra i due pianeti. Si pensi soltanto al fatto che la NASA ha accelerato la proprie ricerche sui sistemi di propulsione per raggiungere Marte, in questo caso anche con un viaggio di ritorno. La NASA stima di poter sbarcare nel 2030-2035. Al contempo, le aziende private <em>Space X </em>e <em>Blue Origin </em>già oggi stanno collaudando con successo razzi capaci di decollare e atterrare in verticale senza rampa di lancio, cosa che faciliterebbe enormemente un ritorno da Marte o da qualsiasi altro pianeta».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Alla fi ne del 2016 dovrebbe affrontare un altro round di selezioni, da cui scaturiranno solo 24 candidati. Se sarà tra questi “fortunati”, cosa l’aspetta?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«I 24 candidati che supereranno il terzo e quarto round di selezioni, che si svolgeranno contemporaneamente nel corso di due settimane di valutazione, diventeranno a tutti gli effetti dipendenti di <em>Mars One </em>a tempo pieno. Organizzati in sei gruppi da quattro (due maschi e due femmine per gruppo), i 24 astronauti alloggeranno stabilmente in una struttura messa a disposizione da <em>Mars </em><em>One</em>, nella quale ci sarà posto anche per eventuali famiglie. Per nove mesi all’anno, ciascun gruppo si addestrerà nelle più svariate discipline, dall’ingegneria alla medicina, dall’elettronica all’odontoiatria, dalla botanica alla sociologia. Per alcune settimane all’anno, inoltre, ciascun gruppo risiederà nella nazione di origine di uno dei suoi membri, per familiarizzare con la sua cultura d’origine e favorire la coesione. Trascorsi i nove mesi di addestramento, i sei gruppi si confronteranno in diverse sfide della durata complessiva di tre mesi, mettendo a frutto le nozioni apprese durante la precedente fase di addestramento. Commissioni di esperti in ciascun campo esaminato valuteranno non solo il superamento della prova, ma anche l’atteggiamento con cui il gruppo, nella sua interezza, si sarà confrontato con la prova. Ogni anno verrà eliminato un gruppo, fino ad arrivare ai quattro astronauti che metteranno effettivamente piede su Marte. Tutte le missioni successive avranno un processo di selezione indipendente, affinché ciascun gruppo sia la migliore scelta possibile. Queste nuove selezioni avranno inizio il prossimo anno, e i candidati esclusi da quelle precedenti potranno ritentare».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Sette mesi di volo, l’atterraggio su Marte e poi… Il viaggio di “sola andata” non le dà alcun problema?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Mentirei se rispondessi che la questione non mi tocca. Sia il viaggio che la permanenza su Marte sono imprese mai compiute, per le quali non abbiamo termini di paragone con cui dipingerci delle aspettative affidabili. Ciò che più si avvicina a questi scenari sono le lunghe permanenze sulle stazioni spaziali in orbita e negli avamposti in Antartide. Personalmente, mi ispiro a Cristoforo Colombo, non tanto per il cliché della scoperta dell’America, quanto per la sua insaziabile voglia di esplorare: Colombo, una volta giunto a San Salvador, avrebbe potuto piantare la bandiera spagnola e tornare nell’accogliente e ricca Europa. Invece decise non solo di stabilirsi nell’inospitale e pericolosa “India”, ma programmò di esplorare tutto il nuovo continente, se Vespucci non l’avesse battuto sul tempo e non fosse stato richiamato in Spagna. Marte sarà una tabula rasa per la nostra specie, un pianeta su cui fondare una nuova civiltà da zero, magari non utopica, ma almeno migliore di quella che ci lasceremo alle spalle. Volendo inseguire soltanto quest’obiettivo, non basterebbe un’intera vita per portarlo a termine».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Quando arriverete sul Pianeta Rosso, dove abiterete, cosa mangerete, come trascorrerete le vostre giornate?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Al loro arrivo, i coloni troveranno l’insediamento già assemblato e messo in funzione dai due rover inviati negli anni precedenti. L’<em>airlock</em>, cioè la camera di de-pressurizzazione per passare dall’ambiente esterno all’habitat interno, sarà ricavato dalle capsule di atterraggio, mentre l’habitat sarà costituito da moduli “gonfi abili”, rinforzati da uno scheletro rigido e ricoperti da uno strato di <em>regolith </em>(o “sabbia marziana”). L’habitat avrà un’abitabilità di 50 m2/ persona, proteggerà dalle radiazioni e conterrà al suo interno una serra idroponica che produrrà tutto il cibo necessario; diventeremo, quindi, vegani, fatta forse eccezione per la possibilità di allevare pesci e insetti. Temperatura, ossigeno e acqua saranno prodotti e controllati dall’ECLSS (Sistema di Supporto Vitale e Controllo Ambientale). Trascorreremo buona parte del nostro tempo all’interno dell’avamposto, nel quale avremo a disposizione tutti i confort di un appartamento terrestre di lusso, comprensivo di palestra e connessione a internet con TV on-demand. Ma a parte il relax, su Marte ci si dovrà occupare di mantenere in funzione i sistemi dell’habitat, predisporre l’arrivo del nuovo gruppo e studiare il pianeta. Per quest’ultimo punto, università e istituzioni scientifiche potranno comunicare liberamente con l’avamposto su Marte per richiedere particolari rilevamenti e dare consigli su cosa fare e come farlo. Dal momento che buona parte dei candidati attuali sono scienziati, me compreso, sono sicuro che moltissimo tempo verrà devoluto alla ricerca».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Come avverrà la scelta del partner per accoppiarsi e procreare?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Sostanzialmente allo stesso modo in cui accade sulla Terra, con la sola eccezione di una possibilità di scelta molto più limitata – oserei dire dicotomica. In verità, i gruppi verranno formati già alla fine del 2016, quando saranno selezionati i 24 astronauti che procederanno all’addestramento. La composizione dei gruppi sarà spontanea, decisa cioè dai candidati stessi dopo uno-due giorni di convivenza, e comunque supervisionata e guidata dal comitato di selezione di <em>Mars One</em>. L’obiettivo è quello di combinare persone che presentino la massima compatibilità reciproca, perciò è verosimile che la scelta del partner ricadrà su un membro dello stesso gruppo. Scelta che rimarrà comunque libera e non intenzionalmente pilotata da <em>Mars One</em>; è anche vero che, in base alle conoscenze finora maturate dalle simulazioni, l’isolamento favorisce l’insorgenza di legami affettivi in pochissimo tempo».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Come si potrebbero confi gurare gravidanza e parto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«L’obiettivo di <em>Mars One </em>è la creazione su Marte di una colonia permanente e autosufficiente. Per garantire questi due aspetti, è necessario che l’insediamento cresca, non solo tramite l’arrivo di nuovi coloni adulti dalla Terra, ma anche con la nascita di nuovi abitanti. Sarà perciò indispensabile, presto o tardi, prendere in considerazione tale aspetto. Premetto, tuttavia, che dal controllo missione sulla Terra non arriveranno gli “ordini” a cui Hollywood ci ha abituati, e che vengono effettivamente impartiti dalle agenzie spaziali governative; la colonia di <em>Mars One </em>sarà infatti autonoma, ricevendo solamente raccomandazioni, suggerimenti e istruzioni. Tra dette raccomandazioni ci sarà quella di astenersi dal procreare nelle prime fasi, cioè fi no al momento in cui vi sarà sufficiente disponibilità di risorse (tempo, spazio e cibo) da dedicare a eventuali bambini, e comunque non prima di aver svolto le opportune osservazioni su piante e piccoli animali, circa l’adattamento biologico al nuovo ambiente. Per il parto, comunque, non sono previste complicazioni diverse da quelle riscontrabili sulla Terra, e almeno metà dei coloni disporrà di una formazione medica e infermieristica completa».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Se qualcuno si ammalerà o avrà scompensi fisici di diversa natura, quale alterità è prevista rispetto al “terrestre ospedale”?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«All’inizio l’avamposto disporrà di presidi medici limitati, ma con l’espandersi dell’insediamento crescerà progressivamente anche l’infermeria. È an che vero che, su Marte, grazie alla dieta vegetariana e alla gravità ridotta, l’incidenza di malattie tipiche del mondo occidentale – ipertensione, insufficienza cardiaca, aterosclerosi, artrosi, cancro – subirà un drastico calo. In parole più semplici, alcuni medici, me compreso, si aspettano che su Marte si possa vivere più sani e più a lungo».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>L’idea di abbandonare “per sempre” persone care non le crea alcun turbamento o tentennamento?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Anche se la stabilità psico-emotiva è una caratteristica imprescindibile per la candidatura a <em>Mars One</em>, non posso fare a meno di pensarci. Turbamenti sì, tentennamenti no. Nella vita ognuno di noi deve compiere delle scelte, dove entrambe implicano la rinuncia ad alcuni benefici per averne altri. Sono molto legato ai miei cari, devo loro un quarto di secolo di cure, affetto, compagnia e insegnamenti; ma tutti i pulcini presto o tardi devono lasciare il nido, crescere e farsene uno proprio. Viaggiare nello Spazio per me è sempre stato più che un semplice sogno: lo sento come una vocazione, una chiamata, qualcosa a cui sono sempre stato destinato, se esiste il destino. Chi mi è vicino lo sa, e seppur con una lacrima, accetta questa scelta».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Mentre sogna Marte, ha provato ad immaginare la sua vita come un “comune uomo terrestre”?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Dando credito alla matematica elementare, avevo lo 0,05% di probabilità di arrivare a questo punto, a essere l’unico italiano e uno dei soli 100 candidati. Per arrivare fino in fondo, la probabilità di farcela sale al 4%. Ma fosse anche del 50%, pur essendo un grande sognatore, non sono il tipo che ipoteca la propria vita basandosi su un’incertezza. In questo momento sto conducendo due vite parallele: una come candidato astronauta, completa di interviste in televisione, uniforme e autografi; l’altra come giovane medico che va al lavoro con una Renault Mégane del 2007, paga le tasse, studia per diventare psicoanalista, il venerdì sera beve una birra con gli amici, il sabato va al cinema con la sua ragazza e la domenica pranza con i genitori. Ancora un anno, e poi vedrò quale delle due vite proseguirà, e quale invece entrerà nella mia scatola dei ricordi».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Se non sarà tra i prescelti per colonizzare Marte, cosa pensa le rimarrà di questa esperienza?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«A oggi non so dire se, qualora<br />
ovessi essere escluso dalla missione, mi ricandiderei. È molto probabile, ma se così non fosse farei ugualmente tesoro di ciò che questa candidatura mi ha già insegnato: la determinazione, la consapevolezza che  impossibile è in realtà sinonimo di molto difficile, se l’impossibile viene affrontato con il giusto impegno. Ho imparato che dai sogni si può passare ai progetti, e dai progetti ai fatti. Realizzare il proprio sogno è, per l’uomo, un motore più forte dell’opulenza, della fama e dell’amore, se si crede davvero al proprio sogno. Nella mia vita ho sempre ringraziato, più di coloro che facevano il tifo per me, quelli che cercavano di dissuadermi, di convincermi che non ce l’avrei fatta, perché smentire queste persone è la prova più dura e la più soddisfacente. Se dovessi dare un consiglio ad un giovane, adulto o vecchio, temerario o timido, appassionato di astronomia, arte o politica, le mie parole sarebbero sempre le stesse, quelle che traccio nella dedica di ogni autografo: “Punta sempre in alto!”».</p>
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		<title>Una cinica idealista</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/una-cinica-idealista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuliana Dalla Fior]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Nov 2015 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=17657</guid>

					<description><![CDATA[<p>Desirée Pangerc</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/11769-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/una-cinica-idealista/">Una cinica idealista</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Si definisce “idealista cinica”: è una voce di ponderato, consapevole realismo; è pure voce di protesta e di critica con indiscussa autorevolezza: è una giovane valente e competente antropologa, docente di Antropologia dello Sviluppo e di Sociologia della Criminalità e delle Emergenze, autrice di diverse pubblicazioni, dedita alla ricerca con passione e rigore. Ecco perché in un momento in cui il flusso dei “migranti” è realtà quotidiana, fonte di problemi civili, politici e di coscienza, abbiamo intervistato <strong>Desirée Pangerc</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Dottoressa Pangerc, quali motivazioni l’hanno indotta, dopo la laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche, a scegliere di specializzarsi in antropologia applicata, dello sviluppo, della sicurezza e di </strong><strong>sociologia delle emergenze?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Ho sempre amato l’antropologia per cui, appena il mio professore universitario mi chiese di diventare sua cultrice della materia, accettai di buon grado. Da lì, ottenni un posto come Dottore di Ricerca in Antropologia ed Epistemologia della Complessità presso l’Università degli Studi di Bergamo: avevo già preparato un progetto di analisi delle rotte migratorie che confluivano in Friuli Venezia Giulia, grazie soprattutto ai preziosi suggerimenti e alla collaborazione con l’allora Procuratore Anti-Mafia Nicola Maria Pace e il mio Titolare di Cattedra, professor Antonio Luigi Palmisano. Da quel momento in poi, la ricerca è divenuta il fulcro della mia vita e non mi sono mai accontentata di scoprire nuovi percorsi antropologici: ecco perché ho cercato e trovato possibilità di  specializzazione in Germania, Danimarca, Portogallo, unite all’esperienza maturata sul campo in Bosnia Erzegovina per due anni come Programme Officer dell’Ufficio Tecnico Locale dell’Ambasciata italiana a Sarajevo».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Docente universitaria, esperta europea sulle questioni migratorie e sul crimine transnazionale. Quali gli aspetti più faticosi e quali quelli più gratificanti del suo lavoro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«La difficoltà maggiore è trovare il tempo e i fondi finanziari per la ricerca pura, ricerca che in Italia purtroppo non è riconosciuta come lavoro. Per questo ho passato anni in cui mi accaparravo due o tre contratti, sempre inerenti ad attività legate al fenomeno migratorio, per poter poi viaggiare perlopiù nei Balcani e passare così il periodo “vacanziero”. Ricercando».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>A proposito delle sue ricerche, emigrazione e criminalità transnazionale vanno di pari passo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Le migrazioni illegali spesso vanno di pari passo con quelle che sono state chiamate, all’inizio degli anni Novanta, le “Nuove Mafie”. Per migrazioni illegali intendo sia quelle in cui c’è un iniziale consenso tra migrante e organizzazione criminale, come nel caso dei clandestini, sia le cosiddette “migrazione forzate”, dove le vittime – specialmente donne e bambini ma anche giovani uomini sani destinati allo sfruttamento lavorativo o, peggio, al traffico di organi – sono reclutate dalle mafie nel Paese di origine. Attualmente è necessario aggiungere all’interno del termine generico “migrante” anche i profughi, siriani e non, facile preda di aguzzini senza scrupoli, aguzzini per i quali le persone non sono niente altro che merce».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Tra le sue pubblicazioni il testo </strong><strong><em>Il traffico degli invisibili. Migrazioni illegali lungo le rotte balcaniche </em></strong><strong>(Bonanno Editore, 2012). Perché “invisibili”?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«“Invisibili” innanzitutto perché di traffico di persone se ne inizia a discutere seriamente appena ora, nonostante i vari Protocolli delle Nazioni Unite, le direttive europee&#8230; Per me è molto difficile reperire testi, dal 2005 al 2010, sullo <em>human trafficking</em>. Invisibili perché le nuove mafie li nascondono nei container, in bunker sotterranei, nelle grotte carsiche&#8230; Invisibili perché le organizzazioni criminali trattengono i loro documenti d’identità, per cui, anche qualora riuscissero a scappare, non sarebbero “nessuno”. Invisibili perché fino a qualche mese fa c’era un morboso interesse mediatico per le rotte marittime (più impattanti sul pubblico) mentre del continuo flusso che è proseguito in questi anni si ignorava o se ne voleva ignorare l’esistenza. Ora, con l’emergenza umana siriana e non solo, non si può più parlare di invisibilità del fenomeno&#8230; nonostante molti preferiscano ancora voltare la testa dall’altra parte».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Più volte lei ha asserito che i sentieri del traffico degli “invisibili” passano attraverso “confini porosi”. </strong><strong>Tra muri, fi lo spinato, lunghe marce a piedi, mezzi di fortuna, treni presi d’assalto, oggi come definirebbe i confini?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Artificiali, dettati da decisioni politiche. D’altronde è ben noto che le attività degli operatori di sicurezza, anzi, addirittura lo stesso concetto di “sicurezza”, dipendono dall’agenda politica».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Per i migranti i “confini” sono una tragedia, eppure continuano a valicarli a qualsiasi costo, a qualsiasi </strong><strong>prezzo, sia di denaro sia soprattutto di vite umane. Quale la discrepanza tra la volontà politica e la sensibilità della società civile?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Ho potuto constatare che dipende dalla cosiddetta “cultura dell’accoglienza” o, se vogliamo, da quel principio di solidarietà che caratterizza le reti sociali. Per questo mi sento di dire che, soprattutto nei Balcani, vi è una forte discrepanza tra il respingimento dei profughi che proviene da decisioni politiche e l’aiuto che le famiglie di quei Paesi offrono. Paradossalmente, ho percepito più solidarietà civile in Paesi più poveri del nostro che in Italia, dove l’opinione pubblica è spaccata in due. Sarà che in quei Paesi il ricordo della guerra è molto recente, sarà che noi siamo di memoria corta. Nel mio testo e nelle mie conferenze o lezioni analizzo il fenomeno migratorio, eppure ciò che dico spesso viene utilizzato e manipolato in una presa di posizione politica. Così non è: mi ritengo una ricercatrice seria e rigorosa, quindi altrettanto rigorosamente ricerco e non mi passa proprio per la testa di fare propaganda».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Tra diffidenza, rassegnazione, partecipazione all’accoglienza qual è il sentimento più diffuso tra le genti d’Europa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Credo che tutta la società civile europea sia scissa tra sentimenti contrastanti. Di certo i media non aiutano in questo, veicolando spesso informazioni non vere, non verificate se non addirittura volutamente manipolate».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>La sua attività la pone a contatto con il reato di riduzione in schiavitù e contrabbando di persone: </strong><strong>“vittime” sono soprattutto le giovani donne.</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Ho lavorato in centri di recupero per le vittime sia in Italia che nei Balcani e lì ero a contatto, come donna, con donne&#8230; ma anche con minori. Ora tuttavia vengono trafficati più maschi giovani e sani per sfruttamento lavorativo o traffico d’organi: quindi non si possono svolgere serie attività di recupero se non si tiene conto che anche gli uomini fanno parte di quei “gruppi vulnerabili” che dovrebbero essere tutelati».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Quali sono i Paesi più implicati nel reato del traffico d’organi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«È un sub-fenomeno del traffico di persone: per cui tutti i Paesi implicati nella riduzione in schiavitù di esseri umani sono implicati anche nel traffico d’organi. La difficoltà per gli operatori giudiziari è quella di trovare prove concrete di questo traffico».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Molti capi di stato hanno affermato che il flusso migratorio durerà decenni. A suo parere la volontà </strong><strong>politica di arginare il fenomeno come e dove potrebbe intervenire?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Più che arginarlo, dovrebbe iniziare a gestirlo. Qualche settimana fa il Ministero dei Rifugiati e per il Rimpatrio del governo afgano ha iniziato una campagna di sensibilizzazione verso i propri cittadini, lanciando il messaggio di non partire, visti i costi in termini di vite umane che questo viaggio disperato comporta e i benefici che le organizzazioni criminali traggono da questo business illegale, ma di restare. D’altronde, se un Paese è in pieno conflitto e i civili non vengono tutelati, è assolutamente umano che cerchino di sopravvivere scappando in modo lecito o illecito. Da parte nostra, vedo un immobilismo nel riformare l’iter di identificazione di un migrante – iter che dura quasi 18 mesi – e anche scarsità di proposte riguardo allocazioni e percorsi integrativi».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Come giudica l’Italia “terra di frontiera”?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Geograficamente, l’Italia è terra di frontiera da sempre. Il problema è quando la si definisce così politicamente e socialmente, creando delle fratture tra noi e l’Altro (o l’alterità, se mi concedete un termine antropologico azzeccato). Purtroppo, invece di cogliere le possibilità che le nostre “porte” ci diano accesso al mondo, vediamo la frontiera o il confine esclusivamente nella sua dimensione negativa. Questo significa che il confine sta nelle nostre menti ed è molto grave».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Secondo lei il Friuli Venezia Giulia, terra di migranti e di immigrati, con quali sentimenti vive il problema dell’accoglienza?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Da noi vale lo stesso discorso di prima: siamo scissi in due fazioni. La paura dello straniero assieme alla crisi finanziaria e occupazionale che stiamo vivendo creano i presupposti per generalizzazioni, stereotipi, facilità a credere ad alcune informazioni errate sulle dinamiche del fenomeno migratorio, dalla partenza all’identificazione e all’accoglienza».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Nel suo girovagare tra l’Italia, i Balcani e l’Europa, quanto spazio nel suo cuore riserva a Trieste?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Ho un rapporto di amore e odio con la mia città natale e, in generale, con il Friuli Venezia Giulia. Se penso a quante iniziative potremmo promuovere data la nostra posizione privilegiata, sono assalita dalla rabbia e dalla frustrazione: i miei progetti devo sempre portarli altrove perché siano considerati (e anche finanziati). D’altro canto, mi è capitato spesso di commuovermi davanti a questo “piccolo compendio dell’universo”, come l’ha definito Ippolito Nievo, al rientro dalle trasferte più emotivamente difficili».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Nel vortice dei suoi impegni c’è spazio per qualche hobby?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Il mio hobby è viaggiare, per cui riesco a gratificarmi rivedendo amici che sono sparsi in giro per il mondo, scoprendo realtà nuove e sempre stimolanti. A essere totalmente sincera, ci sono pure dei brevi periodi in cui mi dedico alla lettura e all’introspezione, solo per prendere un attimo di respiro&#8230;»</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Cosa apprezza maggiormente in una donna?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Rispondo con una citazione della Presidentessa del <em>Global Fund for Women</em>, Kavita Ramdas: “Abbiamo bisogno di donne che sono così forti che possono essere gentili, così sagge che possono essere umili, così feroci che possono essere compassionevoli, così appassionate che possono essere razionali e così disciplinate che possono essere libere”. Sono queste le qualità che apprezzo nelle donne come negli uomini, senza distinzioni».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Nel caleidoscopio dei suoi incontri umani e istituzionali, quale persona l’ha maggiormente colpita e coinvolta?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Ce ne sono tante che ho preso a modello ed esempio nel corso della mia vita: il Procuratore Anti-Mafia Nicola Maria Pace, scomparso nel settembre 2012, colui il quale mi ha “iniziato” alla tematica del traffico di esseri umani e del ruolo del crimine organizzato transnazionale; poi Sua Eccellenza l’Ambasciatore Piero De Masi, uno dei due diplomatici italiani che – durante il golpe di Pinochet del 1973 in Cile – aprì le porte dell’Ambasciata italiana ai dissidenti, dando rifugio e quindi salvando la vita a numerosi <em>asilados</em>. Infine, non posso non menzionare il Generale Mauro Del Vecchio, il quale mi ha spronata a continuare le mie applicazioni dell’antropologia nell’ambito della sicurezza e in quello militare. Questi tre grandi uomini per l’Italia ma ci sono anche altrettanti che chiamo i miei Maestri in ambito internazionale, tutti accomunati da un fortissimo carisma, un’immensa esperienza  professionale unita a un’umanità e una visione propria e originale della complessità del mondo, dell’uomo e delle problematiche connesse a livello macro e micro».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Prescindendo dal suo lavoro, quale desiderio vorrebbe si potesse realizzare a breve?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«È difficile prescindere dal mio lavoro&#8230; ma, se dovessi pensare a un’utopia vorrei poter semplicemente prendere un leggero zainetto in spalla e mettermi a viaggiare senza condizionamenti. Libera».</p>
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		<title>Le note della libertà</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/le-note-della-liberta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuliana Dalla Fior]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Sep 2015 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=17361</guid>

					<description><![CDATA[<p>Laura Furci</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/11070-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/le-note-della-liberta/">Le note della libertà</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Musicista di vasta ed eclettica cultura, sensibile e sincera, sempre coraggiosa e realista, ma soprattutto donna di notevole ricchezza interiore, cresciuta anche nel confronto con gli altri. È un’artista vera, che percorre il cammino del suo esistere senza illusorie aspettative, ma con grande consapevolezza e determinazione, severa con se stessa e con gli altri. <strong>Laura Furci </strong>vive per la musica e regala note straordinarie, che inducono a riflettere coloro che ascoltano&#8230; anche il “fluire dei suoi pensieri”.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Pianista di formazione classica, cantante di straordinaria vocalità e originalità, compositrice, autentica rivelazione tra i grandi del jazz: tutto ciò quanto gratifica e quanto complica la tua vita?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Tutto ciò fa parte di me. La musica è sempre stata una grande passione fi n da piccolissima: cantare mi faceva sentire meglio, mi faceva passare la paura. Da quando ho cominciato a emettere suoni, ho cominciato anche a cantare. Avevo 3 anni quando cantavo alla nonna le canzoni che mi insegnava la mamma. A 5 sapevo a memoria il vinile di De Andrè che ascoltavo  ininterrottamente. La mia favorita era “La ballata dell’amore cieco”. Le sere d’estate in giardino, negli anni seguenti, continuavo a cantare accompagnata dalla chitarra di mio padre. Poi ogni scusa era buona: il coro della chiesa, quello degli scout, il primo gruppo rock, il conservatorio, la passione per la musica classica, per piano solo e da camera, poi la passione per il jazz, la bossa nova, il flamenco, il cantautorato italiano e spagnolo, tutte vissute “dal vivo”, cioè viaggiando e andando a cercare la musica nei luoghi in cui vive. Non c’è stato un giorno della mia vita che io ricordi in cui non abbia cantato, suonato o scritto musica. E tutto ciò gratifica la mia vita».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Com’è nato il tuo rapporto con la musica jazz?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Un giorno è giunta fra le mie mani una raccolta di CD di Ella Fitzgerald, regalatami da mia madre, che ha destato immediatamente la mia curiosità: da lì ho cominciato ad ascoltare anche tantissime altre cantanti americane e a trascrivere ciò che cantavano. Il jazz mi sembrava un sinonimo di libertà nella musica, dopo gli insegnamenti della classica, e così mi ci sono appassionata, a modo mio».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Sei così eclettica perché, come hai asserito, “vivi il tempo come un costante presente”?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Sono eclettica perché sono curiosa. Perché penso che la vita sia un dono meraviglioso e che ciò che ci troviamo davanti all’inizio non debba per forza essere quello che ci troviamo davanti per sempre. C’è tanto da imparare e da scoprire e non mi accontento mai. Vivere il presente non significa fare tutto quello che casualmente ci accade o non pianificare mai nulla. Ma vuol dire essere coscienti di quello che accade, mentre accade. Usare completamente i nostri sensi, essere dove ci si trova, osservare senza interpretare ogni cosa che abbiamo intorno, lasciare che le cose accadano. Vivere il presente significa sentire il potere che ha ogni momento se vissuto con pienezza e senza cercare di controllare sempre tutto. La musica mi fa sentire così: mentre suono, vivo al 100% nel momento presente. Non c’è sensazione più bella al mondo».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Hai mai avuto un mito, un modello cui avevi pensato di ispirarti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«No. Penso che i miti siano tali perché sono riusciti a essere se stessi. Certo ci sono molte persone che insegnano, ispirano, e spesso non sono musicisti».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Originaria di Codroipo ma artista “giramondo”: ti esibisci e vivi tra Spagna, Berlino, New York, senza disdegnare Parigi o altri palcoscenici europei. Quali rapporti conservi con la tua famiglia e con la tua terra?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Amo la mia terra, la sento in ogni cellula, come è normale che sia. I colori, gli odori, i sapori di ogni stagione in Friuli non finiranno mai di sedurmi. Amo la mia famiglia, anche se non mi ha sostenuto nelle mie scelte. Questo alla lunga pare essere un punto cruciale nella mia esistenza. Fare tutto da sola mi ha generato sofferenza, ma allo stesso tempo mi ha dato molto, perché posso davvero dire che ogni cosa che ho fatto me la sono sudata. Per uscire dalla sofferenza bisogna andare a fondo, e io nei miei nove anni all’estero, l’ho fatto».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>In arte sei “Magnetica”, perché questo pseudonimo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Quando ho cominciato a proporre il mio repertorio di musica originale, l’eclettismo che lo caratterizzava rendeva (e pare tuttora renda) difficile una catalogazione, tanto agognata dai critici e da chiunque debba trasformare la musica in parole. Ciò che spesso mi capitava però, a fi ne concerto, era sentirmi dire che la mia musica aveva catturato gli spettatori, che per effetto di un misterioso “magnetismo” si sentivano poi chiamati a venire ad ascoltarmi nuovamente e a incuriosirsi per le mie canzoni. Addirittura mi sono state inviate delle lettere o dei bigliettini con su scritto proprio “la tua musica è Magnetica”, quando ancora nemmeno io sapevo esattamente di che “genere” fosse ciò che scrivevo. Questo definire “Magnetica” la mia musica, unito al fatto che credo fermamente nel “magnetismo” tra persone che emanano energie simili, ha fatto nascere lo pseudonimo».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Musicista ma anche dottoressa in Scienze Politiche Internazionali con 110 e lode all’Università di Trieste&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Dopo il diploma in pianoforte classico, ottenuto anch’esso a Trieste, avrei preferito proseguire con gli studi musicali, nell’ambito del jazz. Ma per varie ragioni, tra le quali la decisione dei miei genitori, non ho potuto farlo e ho quindi “ripiegato” (anche se poi tale scelta si è rivelata una grande scelta!) su Scienze Politiche Internazionali. Anche grazie alla borsa di studio che la facoltà mi ha concesso ho potuto studiare per un intero anno alla prestigiosa facoltà di Politica Internazionale dell’Università Complutense di Madrid. La Spagna si stava aprendo un cammino nella mia esistenza, ma era solo l’inizio di una meravigliosa avventura, che poi mi ha fatto approdare a Barcellona, Càdiz, da lì New York e poi Berlino, tutte città nelle quali ho vissuto per almeno un anno».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Oltre che molto brava sei anche molto bella. Nella tua carriere quanto ti è giovato l’aspetto estetico nel rapporto con i grandi musicisti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Il mio aspetto estetico credo faccia parte semplicemente del riflesso del modo in cui sono e in cui tratto il mio corpo. Un sorriso, una passeggiata o seguire i propri sogni ci rende più attraenti. Non penso di essere più bella di moltissime altre o altri artisti. Devo dire che a volte mi ha creato più problemi che benefici, non tanto all’estero, dove la questione “donna oggetto” è spesso superata, quanto in Italia, dove alcuni <em>cliché </em>vivono ancora indisturbati. E io mi rifiuto di comportarmi di conseguenza».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>E infatti anche il tuo prossimo lavoro verrà registrato all’estero&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Dopo “Think con la tua cabeza”- New York, proprio a fi ne settembre vedrà la luce “Think con la tua cabeza”- Madrid, che presenterò in Italia a ottobre con un concerto alla Tenuta Villanova di Farra d’Isonzo».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Hai duettato con Al Jarreau e sei stata al fianco di musicisti quali David Binney, John Escreet, Zack Lober, Greg Ritchie, Ugonna Okegwo, Colin Stranahan, Michael League… In Spagna sei ormai una star.</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«In Spagna i miei concerti e la mia musica sono stati recensiti sul primo giornale generalista del Paese, “El Paìs” e ho suonato con musicisti di grandissimo calibro, come Javier Colina e Guillermo McGuill. Anche in America la recensione che ha fatto “All about Jazz” sul mio ultimo disco ha generato una certa risonanza. Ma resto abbastanza indifferente: il mio desiderio di fare musica nasce da una necessità di espressione, da un bisogno esistenziale, che rende qualsiasi audience una audience perfetta e speciale. Anzi, penso che le situazioni intime siano quelle in cui si comunica di più».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Il segreto per la tua forma smagliante?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Non so se sono in forma smagliante, ma visto che il corpo è anche il mio strumento musicale, cerco di trattarlo il meglio possibile. Avere un concerto per me richiede una preparazione che incomincia con l’essere in salute e per essere in salute ascolto il mio corpo il più possibile. Mi piace stare a contatto con la natura e mi ritaglio ogni giorno un momento per farlo. Mi piace anche sapere cosa mangio e imparare a farlo nel modo più salutare possibile. Respiro profondamente, sorrido, perdono».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Per una giovane donna friulana è difficile imporsi musicalmente sullo scenario internazionale?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Non desidero “cercare di impormi”, semplicemente canto quello che sento e ricevo in cambio tanto amore ovunque vada. Mi sento fortunata. Il pubblico che mi ascolta mi dà gioia e ispirazione, specialmente. Noto anche che alcune culture sono particolarmente sensibili ai miei testi e alla mia musica, sia a New York che a Madrid che a Berlino. E ho ricevuto soddisfazioni ancora maggiori dal pubblico cinese e giapponese. Sto percorrendo il mio cammino».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Nella cultura italiana, invece, a tuo avviso cosa andrebbe cambiato?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«In Italia tutto funziona attraverso il corporativismo. Invece le vere soddisfazioni non nascono dall’appartenenza a un circolo chiuso di raccomandazioni in cui tutto è permesso per andare avanti».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Laura Furci si definisce ottimista o pessimista?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Il pessimismo, la negatività, non sono mai il miglior modo di affrontare una situazione. Hanno l’effetto di bloccarci all’interno di essa, impedendo un vero cambiamento. Sono ottimista e cerco di esserlo. Nella mia canzone “The positive side” parlo proprio di questo. Mi piace circondarmi di persone che vedono il lato positivo delle cose, perché ci saranno sempre due aspetti in ogni situazione: a seconda di quello con cui decidiamo di “risuonare”, saremo felici o infelici».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Nella canzone “Think for yourself” lanci un messaggio: “Senti con la tua sensibilità, appassionati con la tua libertà e con i tuoi sogni e non con quello che gli altri si aspettano”. A chi è rivolto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Nel momento in cui ho scritto la canzone stavo mandando un messaggio a me stessa. Mi trovavo a New York e sentivo quanto la città mi stesse scuotendo a pensare con la mia testa. Ho pensato di includere il messaggio “Pensa con la tua testa” non solo nella canzone, ma anche come titolo del disco, perché è un suggerimento per chiunque: la vita non dura per sempre e il miglior modo di viverla è cercando di essere coerenti con se stessi, con la propria coscienza e sensibilità, che non è per forza quella di chi ci circonda, né spesso quella di chi ci ha dato la vita, o quella di chi si suppone ci debba insegnare qualcosa».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Hai affermato: “Spesso la famiglia, la casa, le radici non sono quelle che hai, ma quelle che trovi”. Vorresti che i giovani si sentissero cittadini del mondo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Essere cittadino del mondo non rende automaticamente migliore una persona. Ognuno ha il suo percorso, ognuno cresce e lotta a modo suo. Io non ho mai accettato le cose che mi sono state imposte e che andavano contro la mia vocazione, la mia sensibilità e la mia intuizione, nella quale credo più di ogni altra cosa. All’estero ho scoperto che la famiglia è chi ti vuole bene incondizionatamente. Che c’è molto di più di quello che ci fanno credere. Che non c’è da avere paura. Mi sento cittadina del mondo, ma non significa che tutti debbano fare il mio percorso. Ho conosciuto molte persone meravigliose che non sono mai uscite dalla propria città. È l’interiorità che ci rende speciali e più è ricca più siamo in grado di apprezzare quello che siamo e quello che abbiamo».</p>
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		<title>Il campione silenzioso</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/il-campione-silenzioso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuliana Dalla Fior]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jul 2015 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=17102</guid>

					<description><![CDATA[<p>Giorgio Di Centa</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/10481-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/il-campione-silenzioso/">Il campione silenzioso</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Chi non lo conosce bene pensa a lui come un importante “personaggio” sportivo, ma lui sottolinea che ama definirsi “persona”. È un uomo che predilige considerare la sua vita un susseguirsi di “normalità”, da cui emerge una invidiabile, profonda umanità, un amore nutrito di autentico rispetto per gli altri, per la natura e per lo sport. Forse per queste sue intime doti e per i suoi radicati principi è stato e rimarrà un “campione”, un esempio per molti: Giorgio Di Centa.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>La biografia narra di un avviamento allo sport a causa di un’asma allergica. Quanto può influire lo status fisico nella decisione di dedicarsi a una pratica sportiva?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Lo sport avrebbe comunque fatto parte della mia vita, perché la mia famiglia d’origine, in particolare mio padre, ha sempre avuto una grande passione sportiva. La salute è un bene tra i più importanti e non sempre è facile da raggiungere o da preservare. Nel mio caso, mi sono trovato in tenera età a dover affrontare un’asma allergica molto seria, in un tempo in cui le cure erano ancora ai primi studi. Non esistevano medicine specifiche, per questo mio padre ha fatto ciò che l’istinto gli ha suggerito, portandomi a camminare nei boschi e sulle montagne attorno a Paluzza, per cercare di aiutarmi ad aprire i bronchi e a respirare meglio».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Funzionò?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«All’inizio facevo tantissima fatica, ero bloccato, ma tenendo duro e sforzandomi sentivo pian piano i polmoni aprirsi e il respiro migliorare un po’. La pratica sportiva fatta in maniera dolce, non agonistica, aiuta tantissimo in molte patologie, coadiuvando le cure mediche per un beneficio non solo fisico ma anche psichico. Sono sicuro che se tutti facessero uno sport su misura, anche solo delle lunghe camminate, ne trarrebbe giovamento non solo la salute ma anche la vita di tutti i giorni».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Lei ha spesso manifestato la passione per le sue montagne…</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«L’ambiente e le circostanze dove si nasce e si trascorrono i primi anni sono determinanti nello sviluppo di ognuno di noi. Mio padre mi ha trasmesso questo amore per la montagna già nei primi anni di vita: mi insegnava i sentieri, la natura, gli animali, il rispetto e la cura per l’ambiente. Questo mi è rimasto dentro. Troppo spesso si dà per scontato ciò che ci circonda, senza riuscire a cogliere la bellezza e il valore di ciò che ci è consueto; io ho visitato tanti posti e posso dire che le mie montagne sono molto belle ed è un vero peccato non valorizzarle o, peggio, trascurarle».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Mamma Marialuisa e papà Gaetano quanto hanno influito nella sua carriera sportiva?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Quando ero bambino non c’era molta scelta come oggi, d’estate si correva a piedi e d’inverno si sciava. Era un modo per giocare, per trovarsi con gli amici, per sfogarsi, imparare e crescere assieme. Venuto poi il momento di fare il passo successivo, grazie ai risultati molto buoni, lo sport da gioco e passatempo si è evoluto in professione. I miei genitori avevano capito che poteva essere la mia strada, mi hanno sempre sostenuto, affrontando giorno per giorno le difficoltà e le soddisfazioni che questa vita comportava, con estrema serenità».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>La Carnia, le radici, l’appartenenza all’Arma dei Carabinieri: sono racchiusi qui i segreti dei suoi successi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«I successi sono la punta dell’iceberg. Tutti noi siamo il risultato di esperienze, studio, sbagli, sofferenze, successi, malattie, tutte cose che lasciano un segno nel nostro vissuto e che ci portano a maturare giorno per giorno. Tutto serve e tutto insegna».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>A proposito della Carnia e delle sue montagne, quale futuro vede per loro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Il futuro al momento è molto incerto in tutta la nostra Nazione. Dovremmo forse copiare da chi vive in un contesto simile al nostro come in Austria o nel Trentino Alto Adige ed è riuscito a trasformare ciò che è uno svantaggio in valore aggiunto, in unicità. Per fare questo però bisogna incentivare le persone a vivere in montagna, a metter su famiglia in luoghi lontani e svantaggiati rispetto ai centri più grandi, a conservare il territorio, aiutarle nei loro bisogni primari quali la scuola o il lavoro. Questo potrebbe portare alla creazione di ricchezza, ad esempio con un turismo su misura, allo sfruttamento intelligente delle foreste con un occhio vigile sul territorio, mantenendo vive le tradizioni e i dialetti pur innovandosi in un mondo globalizzato, conservando le tradizioni per rileggerle in chiave moderna e utile».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Il suo palmares di campione dello sci di fondo è ricchissimo e distribuito su quasi trent’anni di carriera. Come si fa a mantenere un equilibrio così vincente per tanto tempo in una disciplina sportiva molto impegnativa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Ci sono molteplici fattori che influiscono nella prestazione sportiva; molto dipende dalla genetica, un dono di natura con il quale si nasce che ti regala un “motore” forte, resistente. Una grossa parte dipende dalla preparazione adeguata, costante, seria. Un’altra parte importante viene determinata dalla salute fisica, ci vuole fortuna e giudizio nel conservarla al meglio. Poi c’è la testa, la volontà, la determinazione, l’entusiasmo nel fare il proprio mestiere; porsi sempre nuovi obbiettivi, nuove sfide, non accontentarsi mai, non pensare di essere arrivati. Penso che tutti questi motivi mi hanno permesso di essere così longevo nel mio sport».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Un campione come lei che eredità lascia ai suoi successori?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Avrei tanto piacere che in un prossimo futuro lo sci di fondo italiano possa ritornare in auge come negli anni migliori. Ho sempre avuto un bel rapporto con i giovani della squadra, andavamo d’accordo, stavo benissimo in loro compagnia e anche loro spesso mi cercavano per un consiglio o un parere. Auguro a tutti loro il meglio».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>È stato un handicap essere preceduto nel suo sport da una sorella tanto brava e famosa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Assolutamente no. Mia sorella, come anche mio fratello Andrea, sono stati sempre un punto di riferimento per me. Buoni consiglieri nei momenti difficili, mi hanno sempre spronato a non mollare nei momenti di sofferenza per l’asma o per infortuni vari. Il fatto che Manuela fosse una grande campionessa mi stimolava a fare del mio meglio per realizzare i miei sogni».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Pur con un ruolo pubblico importante (coronato da onorificenze del Presidente della Repubblica) lei ha sempre mantenuto uno stile di vita esemplare…</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Ho semplicemente continuato a vivere secondo i miei principi. Ho dovuto abituarmi, specialmente negli anni immediatamente successivi alle vittorie olimpiche, a vivere in modo più “pubblico”, ma senza abituarmici mai troppo. Quando il successo e la notorietà sono andati scemando col tempo, ho ritrovato la semplicità della mia vita di prima. Non ho mai voluto diventare un personaggio televisivo, non mi appartiene e non l’ho mai cercato. Ero consapevole del ruolo che ricoprivo come sportivo, come padre di famiglia, come rappresentante dell’Arma dei Carabinieri, e ho cercato sempre di rimanere fedele a questi punti saldi della mia vita».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Cosa sono per lei la normalità e il lavoro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Forse normalità e lavoro coincidono… La normalità è quella che vivo tutti i giorni, fatta di famiglia, di lavoro, di quotidianità. Il lavoro per me comprende sia la preparazione sportiva, che richiede un grande impegno e un consumo di energie molto alto, sia il lavoro manuale che svolgo per hobby o per esigenze familiari, sempre comunque in movimento, in progresso, pronto a ottimizzare i tempi e le energie. Per me tutto questo è normale. L’importante è, nell’uno e nell’altro, trovare un momento per fermarsi a guardare ciò che si è ottenuto, fi n dove si è arrivati, e poter dire che va bene, che si è soddisfatti».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>La <em>standing ovation </em>a Falun, in Svezia, al termine della sua ultima gara di Coppa del Mondo, ricevuta davanti a un pubblico esigente e competente, cosa ha significato per lei?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Quel saluto mi ha fatto molto piacere, ma l’ho preso con serenità. Credo di aver vissuto il momento più emozionante della mia carriera a Pragelato, con le vittorie olimpiche del 2006».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>La località più bella in cui ha gareggiato?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Purtroppo ho visitato poco i posti dove sono andato: spesso dall’aeroporto ai campi di gara e ritorno. Per la bellezza e gli spazi enormi e incontaminati mi ha colpito molto il Canada, “la Carnia in grande”».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>All’atleta Di Centa subentrerà il tecnico Di Centa , il dirigente, il consigliere o… Di Centa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Sicuramente Di Centa continuerà nella normalità di sempre. Se la salute mi supporterà farò ancora un anno o due da atleta nell’ambito del Centro Sportivo Carabinieri di cui faccio parte, con gare nazionali e internazionali, soprattutto di lunghe distanze. Strada facendo valuterò come concludere la mia vita lavorativa, se continuare all’interno del Centro Sportivo o fare servizio in una normale caserma di paese».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Restiamo nello sport: come considera la sproporzione economica tra federazioni cosiddette “ricche” e quelle olimpiche?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Come ogni cosa al giorno d’oggi anche lo sport è guidato dai numeri, e per questo gli sport più comuni e seguiti sono quelli che godono di maggiore ricchezza. È un peccato perché ogni sport richiede impegno, risorse e sostegno, e quelli cosiddetti minori, ma solo nei numeri, si vedono sempre più schiacciati e defraudati delle risorse necessarie, pur facendo tanta fatica e sacrificio come ad esempio nello sci di fondo. È purtroppo la regola del mercato, ingiusta come tante altre in questo mondo moderno».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Tra i suoi quattro fi gli c’è già chi mostra segni inequivocabili di un talento &#8211; eredità, con la benedizione di mamma Rita?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Tutti i miei fi gli praticano sport, ma per ora è solamente un’attività ludica e diversiva, come è giusto che sia. La seconda, Martina, è quella che al momento ha più passione agonistica, ma la prende con molta tranquillità, è ancora giovane».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Quattro regole per diventare un buon competitore sportivo (alla Di Centa)?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Essere tenaci, non scoraggiarsi alle prime difficoltà, rimanere concentrati sui propri obbiettivi. Avere voglia di allenarsi tanto e a lungo, di fare fatica. Avere forza e resistenza mentale. Avere fame di risultati, non accontentarsi, migliorarsi sempre».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Quali sono le aspirazioni che vorrebbe ancora vedere realizzate?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Mi piacerebbe chiudere serenamente la mia vita lavorativa, mi sento abbastanza usurato e desidererei un po’ di tranquillità dopo tanto peregrinare. Mi piacerebbe vedere i miei fi gli realizzare i loro sogni, le loro aspettative lavorative e personali, farsi una famiglia, e per me e per mia moglie Rita avere la salute per poterli accompagnare e aiutare come ogni genitore desidera fare».</p>
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		<title>Il potere della parola</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/il-potere-della-parola/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuliana Dalla Fior]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2015 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Rachele Di Luca</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/10263-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/il-potere-della-parola/">Il potere della parola</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Nella mente e nello spirito tanta cultura classica, con un’intensa propensione per l’arte, non solo studiata (Laurea a Udine in Conservazione dei Beni Culturali), ma interiorizzata, quasi filo conduttore della sua vita: da più di vent’anni sprigiona un flusso costante di proposte culturali. L’intento è scoprire e riportare alla luce con consapevolezza e spirito critico “i reperti del vivere”, ovvero i valori etici e della cultura universale, che il mondo odierno sembra talora, un po’ ovunque, aver dimenticato o reso dormienti, quasi avvolti dal sonno della ragione.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	È una donna consapevole, entusiasta, assolutamente realista, con il sogno di condividere con i suoi amici tutto il fascino della scoperta del sé, del noi e della solidarietà. È <strong>Rachele Di Luca</strong>, sangiorgina, dal 1993 regista e attrice della Compagnia “Teatro Zero Meno”.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Partiamo proprio da qui: perché tale nome?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«All’inizio tutti gli attori si sono interrogati sul valore della Compagnia e ci siamo dati un voto: “zero meno”».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Nell’ambito di Teatro Zero Meno, da lei definito “libero laboratorio delle idee”, promuove e fa vivere molteplici iniziative: corsi di storia dell’arte, attività teatrali, conferenze, un caffè letterario, mostre e laboratori, spettacoli e performance…Tali scelte hanno come portabandiera l’Accademia dell’Incanto. Perché questa denominazione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Accademia con riferimento al mondo greco: si impara misurandosi con gli altri; “incanto” come capacità di incantarsi e oggi di disincantarsi, guardando due mondi attraverso figure di “soglia”, capaci di vedere al di là e quindi traghettatori. Considero l’Accademia dell’Incanto come un mestiere».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Vivere in provincia la sminuisce o la arricchisce?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Mi sembra doveroso “restituire” al territorio di provenienza, perché credo nella cultura diffusa nei luoghi. È sicuramente un viaggio molto faticoso, talora incompreso, perché la gente ha sempre meno voglia di stare insieme o di vivere emotivamente».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Lei ondeggia tra l’arte pittorica, l’arte teatrale e la scrittura. Quale predilige?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Il vero fi lo rosso è la parola, lo sguardo è psicologico e quindi mi interessano la decodificazione linguistica, il “valore” della parola che sa dare emozioni diverse. Adoro l’arte perché la vita ha bisogno di condividere l’arte. In particolare con il teatro, io libero i contenuti della mia stessa esistenza con maschere diverse».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>E “LiberAtutti”- caffè letterario?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«A parte il gioco di parole “Liber- libera- tutti”, è stato un motivo d’incontro per la domenica mattina: nell’intimità del salotto dell’Accademia ci si scambiano chiacchiere letterarie e il libro diventa un pretesto, cioè un testo al centro della chiacchierata, mentre il lettore racconta se stesso, perché il rapporto con il libro è spesso individuale e soggettivo».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Com’è nata l’idea di laboratori artistici per bambini e adolescenti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Spesso, nella mentalità corrente, il patrimonio artistico viene considerato un surplus, invece ciò che ci fa evolvere è ciò che abbiamo dentro. L’educazione ci fa crescere, nel senso latino del verbo <em>educere</em>, ovvero portare fuori dalle secche dell’ignoranza. È opportuno avere fame di “cose” non di “tanto”. Spero che i giovani, attraverso i laboratori artistici, avvertano questa fame».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Un piccolo sogno nel cassetto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Autogestisco uno spazio messomi a disposizione dal Comune di San Giorgio di Nogaro e nell’arco temporale ottobre-giugno propongo attività continuative, poi mostre, cicli di conferenze, piccoli concerti. La speranza è che “il mio mestiere” mi dia il reddito sufficiente per pagarmi la suola delle scarpe… oggi non è ancora così».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Abbandoniamo l’arte. Un altro rapporto speciale è quello tra lei, la natura e gli animali…</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Amo i giardini segreti, gli orti sui balconi, le terrazze fiorite, gli orizzonti senza interruzioni, le coste sull’oceano, le scogliere a picco, il mare in burrasca, la laguna quando riposa e profuma, la pioggia di notte, le composizioni di piante aromatiche, i fiori di campo, i ciliegi di Neruda, le nuvole. Temo i rettili, adoro i gatti, convivo con un cane simpaticissimo e con un pesce rosso».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Il tempo libero a disposizione, invece, come ama trascorrerlo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Leggo continuamente e più libri nello stesso tempo; ricamo e faccio pizzi all’uncinetto, dipingo e creo oggetti (lampade, specchi, collane), faccio giardinaggio, adoro cucinare… a intermittenza, seguendo le pulsioni dell’anima».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Il suo rapporto con la musica, invece, com’è?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Amo la musica come espressione dell’anima. Mi commuove la musica classica, mi piacciono i cantautori come De Andrè, le voci jazz come Rossana Casale, il folk delle tradizioni Kletz, le sonorità etniche come il flauto giapponese, le cornamuse scozzesi…»</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Un’artista come lei da bambina a cosa giocava? </strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Ricordo la mia infanzia come un’età dell’oro. Ho giocato e letto moltissimo… mi restano nell’anima le estati in giardino con mio fratello Simone, il dilatarsi di quel tempo di grazia in cui non ci sono confini né limiti all’immaginazione e alla gioia, di caccie al tesoro, arrampicate sui ciliegi carichi di frutti, bagni estivi nel laghetto, corse in bici, baruffe fraterne e riappacificazioni, case sull’albero, bambole, pentoline con budini di terra e pennarelli…»</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Artista e madre. Come concilia i due ruoli?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Mi chiedo ogni giorno come spendere al meglio il tempo che mi è dato e mi pongo sempre la domanda se togliere spazio a una presenza continuativa coi miei fi gli sia per loro un bene o un male. Si fa fatica a mettere insieme i pezzi di un’esistenza. Credo che tutte le donne si misurino con l’importanza di stabilire priorità, spazi propri, ruoli, realizzazione e affetti. Inciampando e risalendo, mai comunque camminando in linea retta, seguo l’idea che il rapporto madre-figli debba seguire il filo della sincerità: mi presento sempre ai miei fi gli per ciò che sono e il mio benessere come persona, obiettivo piuttosto che raggiungimento, è il fondamento del benessere cui aspiro per loro. Noi non siamo solo ragione… Cerco di insegnare ai miei due ragazzi, attraverso le mie scelte di vita, che il primo nutrimento che ci forma e ci fa crescere come persone, è quello che va dritto all’anima. E lo strumento educativo che ho per farlo, in primis con loro, è l’arte. Uno strumento appunto. Perché l’amore è una via, e noi possiamo scegliere con quale mezzo percorrerla».</p>
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		<title>La regina dell&#8217;acqua</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/la-regina-dellacqua/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuliana Dalla Fior]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Nov 2014 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alice Mizzau</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/7605-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/la-regina-dellacqua/">La regina dell&#8217;acqua</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Grinta e determinazione, obiettivi precisi, forte personalità celata da riservatezza, amore per i metalli preziosi. Con giusta ambizione non teme il confronto, ma alimenta il rispetto per l’avversario e si cimenta nella caccia di primati.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Ad appena ventun anni, nello scrigno custodisce già tre medaglie d’oro, otto d’argento e quattro di bronzo. Ama lo stile (libero) e le staffette, e in regione tutti sono orgogliosi di lei. Questa, e non solo questa, è Alice Mizzau.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Alice, partiamo dall’inizio: quando hai avuto il tuo primo approccio con l’acqua?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«A due anni nella piscina di Codroipo. Ho iniziato i corsi seguendo le orme di mia sorella Angela che già nuotava da tempo. Mi sono sempre divertita a nuotare: ricordo che non volevo mai uscire dall’acqua».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Il semplice divertimento quando è diventato il tuo sport?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«In realtà lo è sempre stato. In alcuni periodi ho affiancato altri sport, come ad esempio la danza, ma senza mai mollare la mia passione. Ho iniziato a fare le prime gare a nove anni, e con quelle il nuoto è diventato a tutti gli effetti il mio sport».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Domanda aperta: alcuni aggettivi per definirti.</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Riservata, onesta e puntigliosa».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Nell’incontro con gli altri giovani, invece, quali sono le qualità che vorresti apprezzare?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Ciò che più mi colpisce quando incontro un mio coetaneo è percepire in lui la voglia di fare, di crescere, di sognare, la voglia di vivere, qualsiasi cosa uno faccia».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Torniamo allo sport: qual è il suo ruolo nella società contemporanea?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«In realtà la società contemporanea dà molto spazio solo al calcio, trascurando tutti gli altri sport…»</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Approfittiamo di queste pagine per invertire la rotta: c’è qualche aspetto del mondo del nuoto che il grande pubblico ignora?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Chi non pratica questo sport pensa che il nuoto sia noioso, invece durante l’allenamento ci sono moltissime tipologie di lavoro che danno colore alla fatica. Richiede comunque moltissimo impegno e soprattutto tanta costanza: senza di essa non si fa nulla».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Mentre nuoti a cosa pensi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Nuoto cinque ore al giorno, quindi ho parecchio tempo per pensare&#8230; a tutto! Negli allenamenti più difficili e impegnativi mi concentro solo sul movimento tecnico, ma poi la mia mente vaga, tra ricordi passati, aspettative per il futuro o anche una semplice lista della spesa».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>I tuoi allenamenti come si svolgono?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Le mie sedute di allenamento comprendono ogni giorno almeno cinque ore di nuoto, un’ora di stretching e due di palestra, sia durante il periodo invernale di solo allenamento, sia prima delle gare».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Tra le tue avversarie c’è una certa Federica Pellegrini… Com’è il vostro rapporto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Da quando ci siamo conosciute Federica ed io abbiamo sempre avuto un bel rapporto, ovviamente facendo le stesse gare ed essendo avversarie, un po’ di rivalità c’è».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Nella staffetta invece siete compagne di squadra: è una sensazione particolare?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«In una staffetta tutte e quattro le componenti sono fondamentali. Avere Federica, però, è una marcia in più oltre che una sicurezza grazie alle sue capacità e alla sua esperienza».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Friulana di Beano ma vivi e ti alleni a San Marino: come mai questa scelta?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Sono a San Marino da quattro anni; nel 2010 scelsi questa città per l’allenatore che tuttora mi segue, Max Di Mito».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Torniamo in piscina: si dice che quando ti alleni i tuoi costumi non passano inosservati…</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Amo i colori accesi e in vasca uso di tutto. Più i costumi sono colorati e più mi piacciono: è anche un modo per dare vivacità alla fatica dell’allenamento».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>I tuoi passatempo preferiti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Ultimamente prediligo la cucina, in particolare i dolci. Poi c’è la lettura, che mi permette di staccarmi dalla realtà. Infine direi il cinema, un passatempo con gli amici, un momento di compagnia».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Animali preferiti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Amo i cavalli, i delfini e i cani».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Un desiderio extra sportivo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Creare una bella famiglia!»</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>A proposito di famiglia, la tua ti ha sempre sostenuta. In che modo ha vissuto la tua progressiva ascesa verso i successi italiani ed europei?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«La mia famiglia mi ha sempre seguita e sostenuta non solo nello sport ma in tutte le mie scelte, lasciandomi sempre i miei spazi e la mia autonomia. Mi hanno accompagnata alle gare quando avevo bisogno della loro vicinanza e lasciata sola quando invece ero io a chiederlo. Hanno sudato tanto quanto me per tutti i “nostri” successi».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Un pensiero particolare per qualcuno?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Devo tanto a tutta la mia famiglia, ma un grazie particolare alla mamma che mi ha sempre spronata non a vincere, ma a dare il massimo di me stessa. Mi ha sempre seguita nelle scelte più difficili e nei momenti più faticosi come gli allenamenti mattutini delle sei, prima di scuola e del lavoro».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>E i risultati vi hanno dato ragione.</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«I risultati richiedono tanto impegno, tanta costanza e tanto tempo, bisogna perseverare e non arrendersi di fronte ai primi ostacoli in tutte le cose, compreso il nuoto».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Una riflessione per chi vorrebbe diventare una promessa del nuoto nazionale?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«A tutti i giovani che stanno intraprendendo la carriera natatoria con il sogno e l’obbiettivo di diventare delle promesse posso dire di non arrendersi, di lavorare duro ma sempre con il sorriso e con la voglia di fare. E soprattutto con tanta umiltà».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Nuoto e futuro: cosa attende Alice Mizzau?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«In questa stagione avrò due importanti gare internazionali: i Mondiali in vasca corta a Doha, in Quatar a dicembre, e i Mondiali di vasca lunga ad agosto 2015 a Kazan, in Russia: sono sicuramente i più importanti. La finalizzazione della mia stagione sarà rivolta proprio per i Campionati del Mondo in Russia, dove voglio centrare la mia prima finale mondiale».</p>
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		<title>Il predestinato</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/il-predestinato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuliana Dalla Fior]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Sep 2014 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=14741</guid>

					<description><![CDATA[<p>Simone Scuffet</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/7044-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/il-predestinato/">Il predestinato</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	È un pomeriggio estivo e lo incontro casualmente in una via di Udine. Tifosa e giornalista qual sono, non posso lasciarmi sfuggire l’occasione per ottenere un autografo e porgli qualche domanda. Un attimo di perplessità e poi la sua innata educazione lo inducono a decidere di rispondere ai miei quesiti. Da poco è diventato maggiorenne, ma è già famoso, non solo a Udine, per le straordinarie prestazioni regalate nella stagione d’esordio in Serie A. Così, seduti al bar, sorseggiando una bibita rigorosamente non alcolica, posso intervistare <strong>Simone Scuffet</strong>.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Simone, quando è nata la tua passione per il pallone?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«La passione per il calcio me l’ha trasmessa mio padre. Poi iniziando a giocare mi sono accorto che non potevo farne più a meno&#8230;»</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Portiere fin da subito?</strong></p>
</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«Anche in questo caso il ruolo di papà è stato fondamentale. Lui giocava in porta e per me è stato naturale provare a imitarlo. Non ho mai pensato di giocare in un altro ruolo».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Altri sport invece li hai praticati?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«Ho praticato un po’ di pallavolo ma il calcio ha sempre assorbito tutti i miei interessi sportivi. Ho cominciato a giocare a livello agonistico molto presto e quando sono arrivato nel settore giovanile dell’Udinese l’impegno è diventato maggiore. Impossibile anche solo pensare ad altri sport».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Dal ruolo calcistico a quello familiare: quali sono i suggerimenti e i consigli che ti forniscono i tuoi genitori?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«Come tutti i genitori, anche i miei hanno a cuore principalmente la mia crescita in buona salute e gli studi. In questo senso mi hanno sempre seguito e ancora oggi lo fanno con grande attenzione. I consigli sono quelli che ogni genitore darebbe ai propri figli: non ci sono indicazioni particolari, a me basta seguire l’esempio che ogni giorno mi danno nella loro vita quotidiana».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Quando nella scorsa primavera sei diventato un uomo da prima pagina – il “fenomeno Scuffet” – conquistando lusinghieri commenti ovunque, hai provato </strong><strong>più emozione o ansia?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«Per me è stato scoprire all’improvviso un mondo nuovo e all’inizio ho provato un po’ di disorientamento. Per fortuna però i complimenti, gli articoli di giornale e l’interesse in genere che si era creato su di me non mi hanno distratto dal lavoro sul campo. Ed è per questo che, immagino, il mister ha deciso di darmi fiducia nelle partite successive all’esordio».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Ti hanno paragonato al giovane Buffon per l’analogia precoce dell’esordio e per la sicurezza negli interventi. Tu cosa ne pensi?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«Credo che i paragoni siano sempre inopportuni. Buffon è il più grande portiere in circolazione, io ho appena iniziato e devo lavorare tantissimo».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Il tuo modello di riferimento, tuttavia, è l’ex portiere dell’Udinese Samir Handanovich: come mai?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«Ho avuto la fortuna di vederlo in allenamento e ho cercato di carpire più segreti possibile. Di Handanovic mi colpisce la grande capacità di aggredire il pallone e anticipare gli interventi. È una qualità che spero di affinare anche io col tempo».</p>
</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Nonostante l’improvvisa, quasi travolgente, notorietà, a detta di tutti sei rimasto quello di sempre; in ambito scolastico sei molto benvoluto e citato come esempio. </strong><strong>In che modo concili studio, sport e vita personale?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«Non è facile conciliare gli allenamenti con lo studio. Cerco di fare del mio meglio soprattutto saltando poco la scuola e facendo molta attenzione in classe. I ritmi sono molto veloci, però non è un sacrificio perché giocare a calcio è la mia più grande passione. Ma so che devo anche impegnarmi per raggiungere il diploma perché è giusto che un ragazzo della mia età completi il percorso di formazione scolastica anche se precocemente impegnato nello sport professionistico».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Dalle fatiche all’amore: Letizia, la tua ragazza, come vive accanto a un giovane “famoso”?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«Come me è contenta delle attenzioni dei tifosi e del fatto che la gente mi riconosca per strada e chieda autografi o foto. Anche lei è una sportiva (gioca a pallavolo, ndr) e questo ci permette di essere in sintonia su tante cose. Per esempio non è un problema il fatto di non poter uscire spesso la sera come fanno molti nostri amici. Lei lo capisce perché ama lo sport ed è molto impegnata negli allenamenti esattamente come me».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Quali sono i ritmi di una tua giornata tipo?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«Sono scanditi dagli impegni con la scuola e dagli allenamenti. Gran parte della giornata la trascorro al centro sportivo e allo stadio. Nei ritagli cerco di passare un po’ di tempo con Letizia. La sera mi dedico allo studio per non farmi trovare impreparato dai professori che con me, devo ammetterlo, sono molo comprensivi».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Con i compagni di scuola e con gli amici che rapporti hai?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«Con i compagni di scuola vado d’accordo. Non c’è nulla di diverso solo perché sono un calciatore. Ovviamente sono curiosi, mi fanno domande, ma questo rientra nella normalità. In genere ho un buon rapporto con la mia classe».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Dalle virtù ai difetti: ce n’è uno?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«Dovrebbero rispondere altri&#8230; Scherzi a parte, forse sono un po’ troppo silenzioso e timido».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>In un’intervista hai detto “la fortuna non basta; conta come ti alleni”. Simone Scuffet come si allena?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«Mi alleno mettendoci il massimo dell’impegno. È importante seguire i consigli e le indicazioni degli allenatori, sia sotto il profilo tecnico che umano. Cerco sempre di dare tutto me stesso perché so che soltanto così potrò continuare la mia crescita».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Quanto è stato importante crescere nelle giovanili dell’Udinese?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«L’Udinese è la squadra per cui tifo da sempre. Entrare a far parte delle giovanili è stato realizzare un sogno. Vestire la maglia bianconera è un stimolo molto forte: fin dal primo momento che l’ho indossata ho fantasticato di poterlo fare un giorno anche in Serie A. E quando quel giorno è arrivato, ho ripercorso con la memoria tutti i bei momenti vissuti sui campi del centro sportivo Bruseschi».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Dal passato al futuro: quale auspicio per l’Udinese nel campionato 2014-2015?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«Migliorare il rendimento della passata stagione ottenendo la salvezza quanto prima per poi togliersi qualche soddisfazione. Gli stimoli non mancano».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Quando finirà il campionato, tu dovrai affrontare la “Matura”: più importante il diploma o il campionato?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«È una sfida stimolante&#8230; Mi impegnerò al massimo per raggiungere i traguardi sportivi con la mia squadra e appendere alla parete il diploma di ragioneria a cui tengo tanto».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Un giovane ha sempre sogni per il suo futuro; tu quali hai?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«Principalmente salute per me e per i mie cari. Professionalmente sto già vivendo un sogno, spero di non svegliarmi&#8230;» </p>
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		<title>Il campione dei due mondi</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/il-campione-dei-due-mondi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuliana Dalla Fior]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Jul 2014 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=14543</guid>

					<description><![CDATA[<p>Nino Benvenuti</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/6469-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/il-campione-dei-due-mondi/">Il campione dei due mondi</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Un uomo cui il mondo ha tributato allori nello sport, ma che ha conservato nei modi e nel contatto con la gente i tratti di una fi gura affabile, sincera, cortese e disponibile, nonostante sia celebrata e famosa, come merita un autentico campione. La sua profonda umanità si è manifestata negli anni come un tratto fondamentale della sua esistenza; avvicinarsi a lui significa trovare un uomo che ha dato molto e che ancora ha molto da elargire a chi lo incontra, perché i pugni sul ring sono stati un modo per affermarsi come persona e come sportivo.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Un esempio e un maestro che sempre ha meritato rispetto, affetto, ammirazione, ancor oggi che gli echi del pregresso successo talora sfumano nel tempo: <strong>Nino Benvenuti </strong>è sempre il “campione”.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Campione olimpico, campione mondiale, amatissimo dal pubblico&#8230; Se dicono “sei un mito”, cosa risponde?</strong></p>
</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«I complimenti fanno sempre piacere e ringrazio tutti coloro che nel tempo desiderano esprimerli, consapevole che sono stato un esempio e ho rappresentato sia una categoria umana che sportiva».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Lei è senza dubbio il pugile italiano più celebrato. Com’è stato il suo rapporto con la fama?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«Essere al centro dell’attenzione ti obbliga a mantenere costantemente un comportamento rigoroso e responsabile, perché se diventi esempio da imitare è fondamentale che prevalgano qualità umane e sportive degne di una persona in grado di rappresentare valori significativi nel tempo».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Quando il giovane “Nino” decise di divenire un pugile, la sua famiglia come reagì?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«La mia serietà fi n da giovanissimo ha fatto sì che i miei genitori mi dessero la loro fiducia; in questo modo ho potuto inseguire con tenacia il mio sogno».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Restiamo in tema di tenacia: per diventare un pugile di successo, quanto si deve “sudare”?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«Credo sia impossibile spiegare a parole questo concetto: il sacrificio per raggiungere il traguardo è grande. C’è un’espressione che tuttavia può provare a sintetizzare il mio pensiero: “stringere sempre i denti”. Sempre consapevoli delle proprie potenzialità».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Lei ha disputato oltre 200 incontri (120 da dilettante e 90 da professionista): a chi giudica il pugilato uno sport violento, lei cosa risponde?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«Posso affermare serenamente che il pugilato racchiude in sé valori e qualità che altri sport non possono vantare: c’è un confronto fisico-atletico, ma sempre un assoluto rispetto».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Talvolta tuttavia la violenza fi sica diventa protagonista della scena e della vita sportiva. Un campione con la sua esperienza quale suggerimento darebbe contro questo “male”?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«La violenza si manifesta solitamente negli stadi: penso che i suggerimenti più opportuni siano quelli di una maggiore severità e di un costante esempio di correttezza, focalizzando l’attenzione sulla necessaria consapevolezza che l’avversario è una persona di proprio pari grado».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Molti avversari sul ring sono poi divenuti suoi amici nella vita: penso a Griffith e a Monzon. Come è accaduto?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«È stata una cosa naturale. Di fatto, la dimostrazione di quanto ho affermato sui valori e sul rispetto propri del pugilato».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Lo sport l’ha condotta in giro per il mondo: qual è il suo rapporto con Trieste?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«La considero la “mia” città, anche se non ci sono nato e trascorro diversi periodi lontano da qui».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Oltre alla boxe ci sono altri sport che ama seguire?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«Seguo tutti gli sport, in particolare il rugby che per correttezza assomiglia al pugilato. Nel tempo libero inoltre amo camminare nei parchi e i miei soggiorni a Roma spesso me lo consentono».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Ama molto la natura?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«Ne ho un grandissimo rispetto, così come per gli animali».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Nella sua carriera è stato un maestro di sport. Nella vita privata che papà ritiene di essere stato?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«Purtroppo, come sovente accade a chi è impegnato nel mondo sportivo e non solo, sono stato un padre poco presente, perché le mie attività mi hanno tenuto spesso lontano. Ma credo di aver adempiuto ugualmente ai miei obblighi, nei modi in cui la vita me lo ha consentito».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Nino Benvenuti ha anche un difetto?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«Sono certamente poco diplomatico, ma ho anche altri difetti…»</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Ottimista o pessimista?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«Sono un ottimista a oltranza!»</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Lei è impegnato anche nella lotta contro le discriminazioni (culturali, etniche, religiose&#8230;): quale antidoto contro questi atteggiamenti?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«Noi dobbiamo dare l’esempio nei nostri comportamenti, ma di fondamentale importanza sono l’educazione familiare e quella scolastica».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Da pugile ad attore in due film: cosa le ha dato l’esperienza sul set?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«Diciamo che, a sorpresa, leggendo un copione ho imparato a esprimermi come fosse “farina del mio sacco”».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Proprio la cinematografia ha narrato storie di giovani che con rabbia, per sfuggire a una vita avara e difficile, hanno intrapreso la carriera pugilistica…</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«In realtà per molti giovani pugili accade ancora oggi».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Se dovesse fare un augurio al mondo del pugilato?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«Spero che venga promosso per i suoi “veri valori” e che possano così nascere “campioni di grande valore”».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Le statistiche sembrano incoraggianti…</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«Sì, sono in aumento i giovani che praticano il pugilato e si contano anche parecchie donne».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Chiudiamo proprio con un pensiero rivolto alle giovani generazioni. La realtà odierna quali speranze offre loro?</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	«L’augurio che mi sento di fare a tutti i giovani d’oggi è quello di non essere né spettatori né partecipi di una guerra. L’auspicio, di cuore, è che possano conseguire e vivere un reale miglioramento sociale».</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	 </p>
</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<em>Giovanni Benvenuti, detto Nino, è nato a Isola d’Istria il 26 aprile 1938. Campione olimpico nel 1960, campione mondiale dei pesi medi tra il 1967 e il 1970, è stato uno dei migliori pugili italiani di tutti i tempi e uno tra gli atleti più amati dal pubblico </em><em>italiano. Ha vinto il prestigioso premio di Fighter Of the Year nel 1968, il suo primo match della trilogia contro Emile Griffith ha vinto il premio di Match Of The Year nel 1967, successo bissato tre anni dopo nel suo match contro l’argentino Carlos Monzon. I suoi traguardi lo hanno portato a essere iscritto nella International Boxing Hall Of Fame nel 1996.</em></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<em><strong>Fuori dal ring</strong></em></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<em>Dopo la carriera atletica il celebre campione interpretò il ruolo di attore in alcune pellicole cinematografiche e televisive, quindi iniziò l’attività di commentatore degli eventi pugilistici per la Radiotelevisione Italiana, attività che lo impegna tuttora. Nel 2006 è stato portatore della bandiera olimpica nel corso della Cerimonia di chiusura dei XX Giochi olimpici invernali di Torino 2006. Dopo la vittoria olimpica del 1960, si è sposato con Giuliana Fonzari, da cui si è separato dopo aver avuto cinque figli. Per maggiori dettagli: <a href="http://www.ninobenvenuti.it" target="_blank" rel="noopener">www.ninobenvenuti.it</a></em></p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Parola di Chef</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/parola-di-chef/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuliana Dalla Fior]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Mar 2014 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=13535</guid>

					<description><![CDATA[<p>Paolo Zoppolatti</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/4389-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/parola-di-chef/">Parola di Chef</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Lavora in un edificio del tardo Settecento, non è un <em>businessman </em>tradizionale, ma lo è di fatto; non veste abito grigio, camicia e cravatta, ma la sua divisa è un abito bianco; ha una competenza ormai conclamata ad altissimo livello; è super impegnato in tv e nel suo <em>habitat </em>lavorativo; ha un fascino personale e un modo tutto suo di conquistare gli ospiti; dialoga volentieri, ha molta fantasia e grande creatività. Se vi scrive, al posto delle formali, consuete parole di saluto, vi invia un “cucinariamente”… È lo chef Paolo Zoppolatti.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Partiamo dall’inizio e dalla decisione di seguire le orme familiari, con mamma Maria e papà Ezio che gestivano lo storico locale “Al Giardinetto” a Cormòns…</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«È stata una scelta non condizionata, anzi. Sarà stato il cuore e la visione di poter esprimere le proprie capacità, potendo aggiungere quel granello di sale nella ricetta familiare».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Eppure i suoi studi in design e arredamento sembravano orientarla verso un mondo diverso.</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Quella formazione la reputo importantissima. Un bagaglio dove attingere in continuazione, sia come organizzazione mentale sia, soprattutto, sotto l’aspetto di costruzione di un progetto culinario: sapori, forme, colori, storicità, ricordi».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Torniamo al ristorante “Al Giardinetto”. Lei e i suoi fratelli come avete deciso di rimanere impegnati nel settore?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«I miei genitori non ci hanno condizionato nella scelta, anzi avevamo intrapreso tutti e tre strade diverse; poi la possibilità di continuare l’attività, visto che nel frattempo davamo “una mano lo stesso” ci ha fatto decidere che la strada da percorrere era quella della ristorazione. Grazie a questa scelta la nostra famiglia gestisce il locale ormai da oltre un secolo».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Domanda da un milione di dollari: come si raggiunge un invidiabile livello di professionalità in cucina?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Con molto “olio di gomito” e tanto tempo dedicato. Non si impara all’improvviso: è una crescita continua dove si cerca di immagazzinare il più possibile. In questo percorso è fondamentale la “fame culinaria”».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Dalla fame alla fama: cosa significa per lei apparire in tv?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«È una grande opportunità, ma l’importante è restare con i piedi a terra ed essere consapevoli che è il proprio ristorante a darti da vivere. L’orgoglio di essere un friulano che può diffondere le specialità del nostro territorio al pubblico televisivo rappresenta comunque motivo di grande soddisfazione».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Secondo dati recenti, tra i tanti giovani della nostra regione che seguono gli studi per ottenere il titolo di “cuoco”, in molti abbandonano oppure alla fine non trovano un’opportuna collocazione. Cosa si deve fare per garantirsi sbocchi sicuri in questa professione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«I giovani devono aver fame nel crescere verso la scelta fatta, con una curiosità continua. Certo, la gavetta è dura – anche dal punto di vista economico – ma ne vale la pena. Quello dal mondo della scuola al mondo del lavoro è il passaggio più difficile, anche se gli <em>stage </em>formativi aiutano molto. Una cosa deve però essere chiara: trovare subito un lavoro ben remunerato è un’illusione».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Detta così viene da chiedere se ci sono anche dei vantaggi a fare il cuoco…</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Il bello di questa professione è la possibilità di reinventarsi continuamente, anche solo cambiando ambiente lavorativo e tipologia di cucina. Inoltre l’opportunità di apprendere continuamente per potersi poi esprimere nel “piatto” è fondamentale: l’esperienza ha infatti i suoi vantaggi anche in termini economici, perché un cuoco bravo, solitamente, è un cuoco ben pagato. Ovviamente, ci sono anche aspetti meno positivi».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Del tipo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«La costanza di un orario fisso è un’utopia… Inoltre in questi tempi di crisi i locali tendono a tagliare personale e i cuochi si trovano a riorganizzarsi in un modo diverso e con sforzi maggiori. E non sempre è facile».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>A proposito di ritmi di lavoro, i suoi quali sono?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Ho la fortuna di poter chiudere il locale due giorni alla settimana. Ma durante gli altri cinque inizio la mattina intorno alle 9 e spesso continuano ininterrottamente fi no a mezzanotte. Inoltre anche nei giorni di riposo tra corsi di cucina, viaggi per lavoro e televisione il <em>non stop </em>diventa una norma. Ma è una scelta personale, di cui non mi lamento».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Molti la descrivono come una persona amabile, estroversa, simpatica. La buona cucina aiuta a rendere migliore il carattere?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Un cuoco arrabbiato in cucina è meglio non incontrarlo! Anche se ci sono attimi di “delirio lavorativo”, poi passano. Di sicuro il rigore, l’organizzazione, il piacere di fare bene il proprio lavoro rendono migliore il carattere; la tv mi ha aiutato molto nei rapporti con le altre persone».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Qual è stato il piatto che per primo le ha dato successo e soddisfazione personale?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«La rivisitazione della minestra d’orzo e fagioli, più di vent’anni fa: renderla asciutta per poi diventare il primo orzotto con crema di fagioli della Carnia e prosciutto di San Daniele croccante. Ma la soddisfazione maggiore è quando, al primo assaggio, vedi spuntare un sorriso di approvazione».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Chi ha gustato i suoi piatti non lesina commenti positivi, dicendo che sa magistralmente mescolare tradizione e novità, tendenze mitteleuropee e friulane. Vuole offrirci un segreto culinario che la tv non le abbia già strappato?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Una goccia di passione per il proprio lavoro: gusto e sapore inconfondibili».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Consiglio per i meno esperti: ha senso tentare varianti di una ricetta base secondo i propri gusti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Lo dico spesso: provate sempre a cucinare, a fare delle ricette senza copiarle esattamente come vengono viste o lette. Ma attenzione: le basi ci vogliono e sono fondamentali per essere consapevoli del proprio bagaglio, ovvero quel libro della nostra mente dove attingere le esperienze e cominciare a variare».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>In cucina sono più abili e creativi gli uomini o le donne?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Gli uomini sono più curiosi e disposti a provare, ma la sensibilità della donna è impagabile, inconfondibile».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Un bravo cuoco quali errori non dovrebbe mai commettere?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Smettere di voler apprendere, provare, imparare. Non avere la presunzione di sapere o potere tutto».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Il poco tempo libero come ama impiegarlo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Con una bella passeggiata nel Collio. Una scoperta di profumi e di immagini: sensazioni impagabili».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Meglio i libri o la tecnologia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Ascolto poca radio e vedo la tv quasi sempre la sera tardi o la notte in cerca di qualche buon film; quando posso corro al cinema, specie se ci sono film ambientati nel mondo della cucina. Leggo tutto ciò che è cucina, ospitalità, viaggi».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Se non vivesse in Friuli, in quale parte del mondo vorrebbe abitare?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«In… Friuli. Ultimamente mi piace andare alla scoperta di zone della regione che conosco poco, ed è sempre una piacevole sorpresa. Se devo proprio scegliere una parte del mondo, opto per i Paesi Baschi in Spagna: adoro quell’atmosfera e quell’ambiente».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Vita privata: sposato o fi danzato?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<em>Sorride</em>. «“Morosato”. E non dico altro».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>Le piacerebbe che un giorno i suoi figli seguissero il cammino del padre?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Sicuramente non li condizionerei. Se poi dovesse essere così, cercherei di fargli fare le esperienze che mi sono mancate, per crescere e apprezzare il bello di questo lavoro».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<strong>A proposito di futuro, quali sono gli obiettivi nel proseguo della sua attività?</strong></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	«Crescita, costanza, entusiasmo».</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	 </p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<em>La trattoria, aperta dal 1907 e sempre gestita dai Zoppolatti, con uno chef in cucina sempre di famiglia, è sita in un edificio del Settecento, di impronta austriaca, come alcuni dei piatti che trasmettono gusti delicati in cui si riconoscono le testimonianze di materie prime di grande qualità e freschezza. Cucina sia di mare sia di terra, attenta alla cultura del territorio, si esprime in ricette che propongono la tradizione e l’innovazione.</em></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<em>Lo chef Paolo è coadiuvato dal fratello Giorgio che riceve in sala e che si occupa della ricca cantina di vini prettamente locali del Collio e dell’Isonzo. Per i dessert invece si avvale della collaborazione del fratello gemello Giovanni.</em></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<em>Paolo Zoppolatti inizia a lavorare in cucina nel 1989 insieme alla madre che gli insegna i piatti legati alla cucina locale di ispirazione mitteleuropea. La sua cucina è una rivisitazione di tali influenze nel Friuli Venezia Giulia, spaziando dalle verdure alle erbe, alle spezie, ai pesci, alle carni locali. Numerosi i libri che contengono sue ricette e moltissimi gli articoli sulla stampa italiana, europea, americana e giapponese.</em></p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	<em>È presente in tutte le guide gastronomiche d’Italia. Da 14 anni partecipa al programma di Rai Uno “La Prova del Cuoco” e ha collezionato fino a oggi circa 500 presenze.</em></p>
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