Il campione silenzioso

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Giuliana Dalla Fior

7 Luglio 2015
Reading Time: 7 minutes

Giorgio Di Centa

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Chi non lo conosce bene pensa a lui come un importante “personaggio” sportivo, ma lui sottolinea che ama definirsi “persona”. È un uomo che predilige considerare la sua vita un susseguirsi di “normalità”, da cui emerge una invidiabile, profonda umanità, un amore nutrito di autentico rispetto per gli altri, per la natura e per lo sport. Forse per queste sue intime doti e per i suoi radicati principi è stato e rimarrà un “campione”, un esempio per molti: Giorgio Di Centa.

La biografia narra di un avviamento allo sport a causa di un’asma allergica. Quanto può influire lo status fisico nella decisione di dedicarsi a una pratica sportiva?

«Lo sport avrebbe comunque fatto parte della mia vita, perché la mia famiglia d’origine, in particolare mio padre, ha sempre avuto una grande passione sportiva. La salute è un bene tra i più importanti e non sempre è facile da raggiungere o da preservare. Nel mio caso, mi sono trovato in tenera età a dover affrontare un’asma allergica molto seria, in un tempo in cui le cure erano ancora ai primi studi. Non esistevano medicine specifiche, per questo mio padre ha fatto ciò che l’istinto gli ha suggerito, portandomi a camminare nei boschi e sulle montagne attorno a Paluzza, per cercare di aiutarmi ad aprire i bronchi e a respirare meglio».

Funzionò?

«All’inizio facevo tantissima fatica, ero bloccato, ma tenendo duro e sforzandomi sentivo pian piano i polmoni aprirsi e il respiro migliorare un po’. La pratica sportiva fatta in maniera dolce, non agonistica, aiuta tantissimo in molte patologie, coadiuvando le cure mediche per un beneficio non solo fisico ma anche psichico. Sono sicuro che se tutti facessero uno sport su misura, anche solo delle lunghe camminate, ne trarrebbe giovamento non solo la salute ma anche la vita di tutti i giorni».

Lei ha spesso manifestato la passione per le sue montagne…

«L’ambiente e le circostanze dove si nasce e si trascorrono i primi anni sono determinanti nello sviluppo di ognuno di noi. Mio padre mi ha trasmesso questo amore per la montagna già nei primi anni di vita: mi insegnava i sentieri, la natura, gli animali, il rispetto e la cura per l’ambiente. Questo mi è rimasto dentro. Troppo spesso si dà per scontato ciò che ci circonda, senza riuscire a cogliere la bellezza e il valore di ciò che ci è consueto; io ho visitato tanti posti e posso dire che le mie montagne sono molto belle ed è un vero peccato non valorizzarle o, peggio, trascurarle».

Mamma Marialuisa e papà Gaetano quanto hanno influito nella sua carriera sportiva?

«Quando ero bambino non c’era molta scelta come oggi, d’estate si correva a piedi e d’inverno si sciava. Era un modo per giocare, per trovarsi con gli amici, per sfogarsi, imparare e crescere assieme. Venuto poi il momento di fare il passo successivo, grazie ai risultati molto buoni, lo sport da gioco e passatempo si è evoluto in professione. I miei genitori avevano capito che poteva essere la mia strada, mi hanno sempre sostenuto, affrontando giorno per giorno le difficoltà e le soddisfazioni che questa vita comportava, con estrema serenità».

La Carnia, le radici, l’appartenenza all’Arma dei Carabinieri: sono racchiusi qui i segreti dei suoi successi?

«I successi sono la punta dell’iceberg. Tutti noi siamo il risultato di esperienze, studio, sbagli, sofferenze, successi, malattie, tutte cose che lasciano un segno nel nostro vissuto e che ci portano a maturare giorno per giorno. Tutto serve e tutto insegna».

A proposito della Carnia e delle sue montagne, quale futuro vede per loro?

«Il futuro al momento è molto incerto in tutta la nostra Nazione. Dovremmo forse copiare da chi vive in un contesto simile al nostro come in Austria o nel Trentino Alto Adige ed è riuscito a trasformare ciò che è uno svantaggio in valore aggiunto, in unicità. Per fare questo però bisogna incentivare le persone a vivere in montagna, a metter su famiglia in luoghi lontani e svantaggiati rispetto ai centri più grandi, a conservare il territorio, aiutarle nei loro bisogni primari quali la scuola o il lavoro. Questo potrebbe portare alla creazione di ricchezza, ad esempio con un turismo su misura, allo sfruttamento intelligente delle foreste con un occhio vigile sul territorio, mantenendo vive le tradizioni e i dialetti pur innovandosi in un mondo globalizzato, conservando le tradizioni per rileggerle in chiave moderna e utile».

Il suo palmares di campione dello sci di fondo è ricchissimo e distribuito su quasi trent’anni di carriera. Come si fa a mantenere un equilibrio così vincente per tanto tempo in una disciplina sportiva molto impegnativa?

«Ci sono molteplici fattori che influiscono nella prestazione sportiva; molto dipende dalla genetica, un dono di natura con il quale si nasce che ti regala un “motore” forte, resistente. Una grossa parte dipende dalla preparazione adeguata, costante, seria. Un’altra parte importante viene determinata dalla salute fisica, ci vuole fortuna e giudizio nel conservarla al meglio. Poi c’è la testa, la volontà, la determinazione, l’entusiasmo nel fare il proprio mestiere; porsi sempre nuovi obbiettivi, nuove sfide, non accontentarsi mai, non pensare di essere arrivati. Penso che tutti questi motivi mi hanno permesso di essere così longevo nel mio sport».

Un campione come lei che eredità lascia ai suoi successori?

«Avrei tanto piacere che in un prossimo futuro lo sci di fondo italiano possa ritornare in auge come negli anni migliori. Ho sempre avuto un bel rapporto con i giovani della squadra, andavamo d’accordo, stavo benissimo in loro compagnia e anche loro spesso mi cercavano per un consiglio o un parere. Auguro a tutti loro il meglio».

È stato un handicap essere preceduto nel suo sport da una sorella tanto brava e famosa?

«Assolutamente no. Mia sorella, come anche mio fratello Andrea, sono stati sempre un punto di riferimento per me. Buoni consiglieri nei momenti difficili, mi hanno sempre spronato a non mollare nei momenti di sofferenza per l’asma o per infortuni vari. Il fatto che Manuela fosse una grande campionessa mi stimolava a fare del mio meglio per realizzare i miei sogni».

Pur con un ruolo pubblico importante (coronato da onorificenze del Presidente della Repubblica) lei ha sempre mantenuto uno stile di vita esemplare…

«Ho semplicemente continuato a vivere secondo i miei principi. Ho dovuto abituarmi, specialmente negli anni immediatamente successivi alle vittorie olimpiche, a vivere in modo più “pubblico”, ma senza abituarmici mai troppo. Quando il successo e la notorietà sono andati scemando col tempo, ho ritrovato la semplicità della mia vita di prima. Non ho mai voluto diventare un personaggio televisivo, non mi appartiene e non l’ho mai cercato. Ero consapevole del ruolo che ricoprivo come sportivo, come padre di famiglia, come rappresentante dell’Arma dei Carabinieri, e ho cercato sempre di rimanere fedele a questi punti saldi della mia vita».

Cosa sono per lei la normalità e il lavoro?

«Forse normalità e lavoro coincidono… La normalità è quella che vivo tutti i giorni, fatta di famiglia, di lavoro, di quotidianità. Il lavoro per me comprende sia la preparazione sportiva, che richiede un grande impegno e un consumo di energie molto alto, sia il lavoro manuale che svolgo per hobby o per esigenze familiari, sempre comunque in movimento, in progresso, pronto a ottimizzare i tempi e le energie. Per me tutto questo è normale. L’importante è, nell’uno e nell’altro, trovare un momento per fermarsi a guardare ciò che si è ottenuto, fi n dove si è arrivati, e poter dire che va bene, che si è soddisfatti».

La standing ovation a Falun, in Svezia, al termine della sua ultima gara di Coppa del Mondo, ricevuta davanti a un pubblico esigente e competente, cosa ha significato per lei?

«Quel saluto mi ha fatto molto piacere, ma l’ho preso con serenità. Credo di aver vissuto il momento più emozionante della mia carriera a Pragelato, con le vittorie olimpiche del 2006».

La località più bella in cui ha gareggiato?

«Purtroppo ho visitato poco i posti dove sono andato: spesso dall’aeroporto ai campi di gara e ritorno. Per la bellezza e gli spazi enormi e incontaminati mi ha colpito molto il Canada, “la Carnia in grande”».

All’atleta Di Centa subentrerà il tecnico Di Centa , il dirigente, il consigliere o… Di Centa?

«Sicuramente Di Centa continuerà nella normalità di sempre. Se la salute mi supporterà farò ancora un anno o due da atleta nell’ambito del Centro Sportivo Carabinieri di cui faccio parte, con gare nazionali e internazionali, soprattutto di lunghe distanze. Strada facendo valuterò come concludere la mia vita lavorativa, se continuare all’interno del Centro Sportivo o fare servizio in una normale caserma di paese».

Restiamo nello sport: come considera la sproporzione economica tra federazioni cosiddette “ricche” e quelle olimpiche?

«Come ogni cosa al giorno d’oggi anche lo sport è guidato dai numeri, e per questo gli sport più comuni e seguiti sono quelli che godono di maggiore ricchezza. È un peccato perché ogni sport richiede impegno, risorse e sostegno, e quelli cosiddetti minori, ma solo nei numeri, si vedono sempre più schiacciati e defraudati delle risorse necessarie, pur facendo tanta fatica e sacrificio come ad esempio nello sci di fondo. È purtroppo la regola del mercato, ingiusta come tante altre in questo mondo moderno».

Tra i suoi quattro fi gli c’è già chi mostra segni inequivocabili di un talento – eredità, con la benedizione di mamma Rita?

«Tutti i miei fi gli praticano sport, ma per ora è solamente un’attività ludica e diversiva, come è giusto che sia. La seconda, Martina, è quella che al momento ha più passione agonistica, ma la prende con molta tranquillità, è ancora giovane».

Quattro regole per diventare un buon competitore sportivo (alla Di Centa)?

«Essere tenaci, non scoraggiarsi alle prime difficoltà, rimanere concentrati sui propri obbiettivi. Avere voglia di allenarsi tanto e a lungo, di fare fatica. Avere forza e resistenza mentale. Avere fame di risultati, non accontentarsi, migliorarsi sempre».

Quali sono le aspirazioni che vorrebbe ancora vedere realizzate?

«Mi piacerebbe chiudere serenamente la mia vita lavorativa, mi sento abbastanza usurato e desidererei un po’ di tranquillità dopo tanto peregrinare. Mi piacerebbe vedere i miei fi gli realizzare i loro sogni, le loro aspettative lavorative e personali, farsi una famiglia, e per me e per mia moglie Rita avere la salute per poterli accompagnare e aiutare come ogni genitore desidera fare».

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