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La Grande Guerra sul Carso monfalconese

Cultura e Spettacolo
24 marzo 2014

Gli anni spezzati

a cura della redazione
In questi luoghi, più che altrove, la Prima Guerra Mondiale è stata sinonimo di ‘trincea’. E dal ventre della terra le voci di chi era sul fronte giungono fino a noi.
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Un’elaborazione grafica del Sacrario di Redipuglia (ph. www.itinerarigrandeguerra.it)
Cultura e Spettacolo
24 marzo 2014 della redazione

Voci dalla trincea

«A fine maggio 1916, la mia brigata – reggimenti 399° e 400° - stava ancora sul Carso. Sin dall’inizio della guerra, essa aveva combattuto solo su quel fronte. Per noi, era diventato insopportabile. Ogni palmo di terra ci ricordava un combattimento o la tomba di un compagno caduto. Non avevamo fatto altro che conquistare trincee, trincee e trincee. Dopo quella “dei gatti rossi”, era venuta quella “dei gatti neri”, poi quella “dei gatti verdi”. Ma la situazione era sempre la stessa. Presa una trincea, bisognava conquistarne un’altra.

Trieste era sempre là, di fronte al golfo, alla stessa distanza, stanca. La nostra artiglieria non vi aveva voluto tirare un sol colpo. Il Duca d’Aosta, nostro comandante d’armata, la citava ogni volta, negli ordini del giorno e nei discorsi, per animare i combattenti».

Inizia così il capolavoro di Emilio Lussu Un anno sull’Altipiano, memoriale duro e senza censure della sua esperienza sul fronte di Asiago nella Prima Guerra Mondiale, scritto fra il ‘36 e il ‘37 al sanatorio di Clavadel, in Svizzera, terra d’esilio per molti antifascisti negli anni del regime mussoliniano. Prima di Asiago, la scena si apre dunque sul Carso monfalconese, in mezzo alle trincee prese e ricostruite come in un beffardo ritornello: molte sono visibili ancora oggi all’interno del Parco Tematico della Grande Guerra, esteso alle spalle di Monfalcone su circa 4 km2 e strutturato in tre diversi itinerari. Il primo si inerpica sulla ridotta di Quota 121, il punto più alto del Carso da cui si ammira un panorama mozzafiato, che spazia dalla Slovenia alla pianura friulana e all’Adriatico, con Trieste ad occhieggiare sull’altro lato, all’epoca dei fatti una meta tanto vicina quanto irraggiungibile: un feticcio agitato dal comando italiano per rinfocolare le speranze di un esercito mandato al macello per conquistare pochi metri di terreno.

Una volta sottratto agli austriaci dopo un intero anno di attacchi (dall’estate del ‘15 all’agosto del ‘16), Quota 121 divenne la prima linea italiana di fronte alle postazioni nemiche spostatesi a Quota 77, presso il lago di Pietrarossa. Ma oltre alle strutture murarie, alle postazioni per le mitragliatrici e alle caverne usate come ricovero, il vero patrimonio di questo luogo, comune a tanti altri fronti della Grande Guerra, consiste nelle iscrizioni lasciate dai soldati: scritte drammatiche come «Addio mia patria», semplici date con la firma dell’autore o il nome del reggimento, targhe commemorative improvvisate scolpite su pietra e immerse nella vegetazione. Tracce di uomini che tornano a parlarci dopo un secolo e di cui ancora non esiste un catasto completo, nonostante l’immenso lavoro già compiuto dalle varie Pro Loco e dal Gruppo ricerche e studi Grande Guerra, attivo fin dagli anni ‘70 in seno alla Società Alpina delle Giulie di Trieste.

Fra cime e grotte

Il secondo itinerario del Parco tematico è dedicato alla trincea di Quota 85. Qui morì Enrico Toti, il ciclista che aveva percorso l’Europa da Roma a Parigi, dal Belgio alla Danimarca, dalla Lapponia alla Russia, con una gamba sola (gli era stata amputata la sinistra nel 1908, dopo un incidente). Allo scoppio della Grande Guerra, ancora una volta sulla sella della bici, aveva raggiunto il fronte italiano a Cervignano del Friuli: da lì, pochi mesi dopo, si era spostato sulle trincee monfalconesi.

Il 6 agosto del ‘16, avanzando contro una postazione austriaca, fu colpito dai proiettili nemici: fi n qui, la storia trova tutti consenzienti. Quello che segue è invece oggetto di aspra polemica: Enrico Toti scagliò per davvero la celebre stampella contro il nemico, in un ultimo gesto di eroismo? C’è chi parla, oggi, di clamoroso falso storico e chi, invece, ribadisce la verità del fatto: di certo, siamo di fronte a una fi gura straordinaria, entrata nella mitologia di un’Italia che negli anni del conflitto era alla ricerca di eroi per costruire la propria identità. Il monumento a lui dedicato, nella località di Sablici, ne rinnova la memoria suscitando nel visitatore un unico sentimento: il rispetto, al di là di qualsiasi dibattito storico. Ma a Quota 85, il 10 ottobre del ‘16, morì anche Antonio Sant’Elia, visionario architetto del Futurismo: con la sua scomparsa e quella di Umberto Boccioni, caduto due mesi prima presso Verona, il movimento fondato da Marinetti terminò la prima fase della sua storia, la più pura e incendiaria, prima dell’abbraccio mortale con il Fascismo.

Il terzo itinerario del Parco tematico conduce invece dalla trincea Cuzzi (dal nome del tenente alpino che la scoprì e la ripulì dalla vegetazione) alla trincea Joffrè, intitolata al generale che rimase a capo dell’esercito francese fino alla tragica battaglia di Verdun, l’assurdo massacro che lasciò sul campo 420.000 francesi, altri 420.000 tedeschi e 800.000 avvelenati dai gas tossici, in un computo che affida ai “circa” oscillazioni nell’ordine delle decine di migliaia. La “Joffrè” fu già dal ‘15 nelle mani dell’esercito italiano, che durante lo scavo scoprì, nei pressi della stazione ferroviaria, una grande grotta priva di sbocco: fu ribattezzata “Grotta Vergine” perché intatta e ancora ignota e divenne un eccellente riparo contro le cannonate nemiche.

L’ingresso fu ornato con una figura femminile reggente un ramo di palma, accanto a una targa con l’epigrafe «Questa caverna vergine la luce vide per la prima volta addì 21 marzo 1916 - La compagnia zappatori di fanteria della 23ma divisione che la scoperse l’adattò poscia a ricovero»: di questa decorazione oggi resta solo un piccolo frammento. Poco distante, la Grotta dei Pipistrelli, che la dice lunga sui suoi ‘abitatori’, per molto tempo diede invece ospitalità ai soldati austriaci.

Echi dal passato

Pochi chilometri più a nord si estende il Museo all’aperto del Comprensorio difensivo della Dolina del XV Bersaglieri. Le doline, com’è noto, sono depressioni del terreno tipiche del Carso: questa, in particolare, è una valle che si sviluppa fra Quota 89 (quella del Sacrario di Redipuglia) e Quota 118 (il Monte Sei Busi). Prende il nome da un fregio con il simbolo del battaglione scolpito sul muro di una struttura difensiva, ma è nota anche come “Dolina dei Cinquecento”, perché proprio qui furono scoperti i corpi di cinquecento caduti sepolti in una fossa comune e in seguito traslati nel vicino Sacrario. L’esercito italiano la sottrasse a quello austriaco nell’autunno del ‘15, con la Terza Battaglia dell’Isonzo, cruentissimo scontro che vide schierato su questo fronte anche Corrado Alvaro, uno dei più importanti scrittori del nostro Novecento.

Originario di San Luca, in Calabria, arrivò sul Carso poco dopo lo scoppio della guerra: aveva vent’anni, l’età dei sogni e del vitalismo, ma la terribile esperienza del conflitto lo fece sprofondare nell’orrore. Ferito gravemente presso il Monte Sei Busi, fu costretto a una lunga degenza ospedaliera; un trauma psicologico, prima che fisico, sublimato nelle poesie della raccolta Poesie grigioverdi (1917). Dove, nei versi 41- 44 di Rivelazione, Alvaro arriva al cuore della verità di ogni guerra: «Io mi sentivo il colpevole / di tutto, come un nemico, / io l’uomo, io il carnefice, / io il traditore e il tradito». Mentre nella lirica A un compagno si cala nei panni di un moribondo che, nelle sue ultime parole prima di morire, domanda a un commilitone di riferire ai suoi familiari una consolante falsità: «Di’ loro che c’era gran sole / pel campo, e tanto grano / che mi pareva il mio piano; / che c’erano tante cicale / che cantavano; / Di’ loro.... / che mi seppellirono con tanta / tanta carne di madri in compagnia / sotto un bosco d’ulivi / che non intriscono mai; / che c’è vicina una via / ove passano i vivi / cantando con allegria».

Uno spaccato di umanità ripreso e ampliato in un romanzo che Alvaro pubblicherà nel 1930 dandogli un titolo emblematico: Vent’anni. Protagonista e alter ego dello scrittore è il ventenne Luca Fabio, meridionale catapultato sul fronte carsico durante la Grande Guerra, un giovane soldato che, come tutti i suoi compagni, vede crollare i propri ideali interventistici e patriottici di fronte alle mitragliatrici e ai gas tossici. Fino alla presa di coscienza definitiva: «Vogliono sopprimere col fuoco ogni elemento di pensiero, e ci riescono. È come se il mondo dovesse seguitare a vivere per anni tra torrenti di pioggia, di grandine e di fulmini. Se l’Italia avesse dovuto riassumere in una sola esperienza la sua fatica a vivere, non avrebbe potuto inventare di meglio. È lo stato naturale del popolo italiano: allo stesso modo e con la stessa fatica si procurano in qualche regione il pane e l’acqua, con la stessa pazienza rimangono dove la natura ha distrutto ogni cosa. Ricominciano; enormi e pietosi bambini. Ma il cannone abbruttisce, non rimane che il corpo, e il corpo è abituato a resistere».

Oggi, il campo di battaglia che si può osservare presso il Monte Sei Busi è solo una ricostruzione a scopo didattico, ma i ruderi dell’ospedale militare sono ancora quelli originali, come originali sono la spaventosa traccia di quella che fu la fossa comune e le lunghe, interminabili trincee e linee fortificate. E pare ancora di sentire l’eco di quei giovani che morirono senza un perché fra queste pietre, immortalati dalla penna magistrale di Corrado Alvaro: «Era venuto un giorno in cui, col timore di non crescere mai, avevano frodato d’un anno la loro età, lenta e tarda quando si è giovani. Finalmente, avevano detto: “Ho vent’anni; e cosa farò?”. Ma ora dovevano fare uno sforzo della memoria per dirsi: “Ho vent’anni”».

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