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	<title>Michele D&#8217;Urso &#8211; imagazine.it</title>
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	<title>Michele D&#8217;Urso &#8211; imagazine.it</title>
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		<title>Un salto dietro le quinte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele D'Urso]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jan 2024 11:04:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
		<category><![CDATA[figli di uno sport minore]]></category>
		<category><![CDATA[pallavolo]]></category>
		<category><![CDATA[peressin]]></category>
		<category><![CDATA[volley]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con monitor e statistiche scopre in anticipo punti forti e punti deboli degli avversari. «Allo scout non interessa la bellezza di un fondamentale, ma la sua efficacia»</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/apertura.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/un-salto-dietro-le-quinte/">Un salto dietro le quinte</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nello sport di livello ci sono operatori che lavorano fuori dalle luci della ribalta per far sì che il settore a loro assegnato tenga i tempi con le varie gare. Di questi tecnici si sa poco o nulla, e voglio rendere loro omaggio con l’aiuto di <strong>Roberta Peressin</strong>, friulana nata in quel di Gorizia, statistico del volley, la nostrana pallavolo.</p>
<p><strong>Roberta, la figura da lei rappresentata è quasi del tutto sconosciuta ai più. Ma prima di tutto, cosa si intende per statistico?</strong></p>
<p>«Lo statistico o, come viene chiamato nel mondo del volley, lo scout è quella figura che si occupa della raccolta ed elaborazione dei dati riguardanti sia la propria squadra che le squadre avversarie. Lo scopo è quello di conoscere i punti forti e i punti deboli, la tattica di squadra e la valutazione dei fondamentali. Nell’alto livello le gare possono diventare una partita a scacchi. È importante conoscere sia l’avversario, per prevedere le sue mosse, sia la propria squadra per poter così programmare la propria tattica di gioco».</p>
<p><strong>Come si effettua una rilevazione statistica?</strong></p>
<p>«Innanzitutto è necessario disporre di un <em>software </em>apposito. I dati da raccogliere sono veramente tanti e il programma è fondamentale per elaborarli tutti e fornire una vastissima tipologia di analisi. Durante la partita uno <em>scout </em>rileva tutto quello che succede sotto forma di codici. Una specie di telecronaca fatta di numeri e lettere. Ogni combinazione di numeri e lettere corrisponde a un fondamentale, valutato con determinati parametri. Praticamente riportiamo tutto quello che succede, così possiamo fornire agli allenatori in panchina anche dati in tempo reale che possono confermare o meno la bontà della tattica intrapresa».</p>
<p><strong>Decidono tutto i dati, quindi?</strong></p>
<p>«È ovvio che il talento dell’allenatore sta a valutare tutto in pochi secondi, e lì le qualità personali come l’intuito o l’esperienza pregressa fanno la differenza. Conclusa la gara, dati alla mano, si possono trarre le conclusioni e, in un certo senso, dare le pagelle. Fino alla settimana successiva, dove si ripete tutto: altro giro altra corsa».</p>
<p><strong>Chi può fare lo statistico?</strong></p>
<p>«Lo statistico a livello normativo può farlo chiunque. Non serve possedere un attestato, essere allenatore o aver frequentato un corso; però aver giocato, o comunque conoscere la pallavolo, è fondamentale in quanto la rilevazione deve avvenire su basi oggettive. Allo scout non interessa se l’esecuzione di un fondamentale è bello o brutto da vedere ma interessa l’efficacia del gesto. La ricezione per essere valutata positivamente, ad esempio, deve arrivare in un determinato punto del campo così come deve bloccare l’attacco avversario. E così via».</p>
<p><strong>Lei è una ex agonista?</strong></p>
<p>«Sì; ho cominciato a giocare in seconda elementare, trascinata dalla mia migliore amica. Poi lei ha optato per un altro sport, io invece ho proseguito. Ho giocato sempre nella società del mio paese. Finite le superiori, visto che come giocatrice non avevo raccolto grosse soddisfazioni (sono alta 165 cm) ho trovato stimolante passare dall’altra parte della barricata».</p>
<p><strong>E com’è andata?</strong></p>
<p>«Ho conseguito i vari “gradi” da allenatrice finché un giorno mi venne proposto questo nuovo ruolo, che accettai. Sono una “<em>scoutwoman</em>” dalla stagione 2013/2014. La prima esperienza in serie C a Gorizia. Due anni in B1 alla (fu) Atomat di Udine, 3 anni n B1 a Talmassons, 1 anno in B2 a Villa Vicentina e poi il salto in A2 per tre stagioni con il Martignacco. A seguito della sofferta decisione della società di rinunciare alla categoria, questa stagione lavoro per la Futura Volley Giovani Busto Arsizio, ovviamente da remoto».</p>
<p><strong>Come sono i rapporti tra lo statistico e l’allenatore?</strong></p>
<p>«Diciamo tra allenatore e tutto lo staff. La regola numero uno è lavorare tutti all’unisono. Coordinati e rivolti verso gli stessi obiettivi. E sono tante le persone coinvolte. Per esempio il secondo allenatore, il preparatore atletico, lo <em>sparring partner </em>o aiuto allenatore, il fisioterapista, lo <em>scout </em>appunto, e chi ha la fortuna di averle anche altre figure mediche tipo osteopata, dietologo, ma anche <em>mental coach</em>, senza scordare i dirigenti. Di lavoro ce n’è per tutti».</p>
<p><strong>Se lo statistico conosce tutti i punti forti e deboli di ogni giocatore può essere considerato anche un </strong><strong><em>talent scout</em></strong><strong>?</strong></p>
<p>«Non mi sento di definire lo <em>scout </em>come un <em>talent scout</em>, anche se le parole traggono in inganno. Lì si entra in un campo dove subentrano i procuratori ed è tutto un altro mondo. In fase di mercato noi forniamo sicuramente video e dati sulle giocatrici, ma sul piatto delle decisioni ci sono anche compensi, ingaggi, accordi… Noi ce ne teniamo fuori».</p>
<p><strong>Dicono che il primo a usare lo statistico sia stato il leggendario Julio Velasco.</strong></p>
<p>«Sicuramente è stato ed è tutt’ora un guru e un rivoluzionario della pallavolo. Personalmente non ho mai avuto il piacere e la fortuna di incontrarlo, ma ho conosciuto il fondatore della <em>software house </em>del programma di <em>scouting </em>più usato presente sul mercato, che a sua volta ha collaborato appunto con Velasco per lo sviluppo del programma. Un giorno ci ha raccontato come nacque l’idea del programma. Da ragazzino, quando era un giocatore, Velasco ebbe una visione della partita diversa rispetto a quella del suo allenatore e decise di mettere nero su bianco le sue sensazioni. Ha avuto ragione lui».</p>
<p><strong>Quante ore passa davanti allo schermo a visionare partite?</strong></p>
<p>«Le ore davanti al pc sono veramente tante. Ho smesso di tenere il conto. Lo faccio con passione, non mi annoio e per fortuna il tempo passa veloce, ma c’è davvero molto lavoro».</p>
<p><strong>Una persona attiva come lei in che modo recupera il movimento perso?</strong></p>
<p>«Per chi, come me, ha un impiego fisso, il danno è che dopo 8 ore di ufficio ci si ritrova a passarne altre 4 o 5 davanti al pc di casa. Ovviamente in orari notturni. Per staccare un po’ mi dedico un’oretta di yoga, o una corsetta, o un po’ di pilates. Così riposo i neuroni e metto in moto ossa e muscoli, per prepararmi a una serata di video e partite. Fortunatamente la stagione agonistica va da settembre a marzo circa. Ho tutta l’estate per recuperare».</p>
<p><strong>Non ha mai pensato di giocare ancora, magari in campionati amatoriali?</strong></p>
<p>«In passato partecipai per diverse stagioni al campionato amatoriale. Me l’hanno riproposto anche le scorse settimane. Sicuramente un sano momento di aggregazione e svago, ma c’è troppa ruggine da togliere. E poi probabilmente invece che prendere la palla, mi fermerei a guardare cosa fanno gli avversari…»</p>
<p>Saluto Roberta ringraziandola del suo tempo e della sua preparazione, augurandole il successo che merita e concludo con la considerazione che ad alti livelli le figure come la sua acquisteranno sempre maggiore valore. E ci saranno sempre meno ‘sconosciute’.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Moto perpetuo, nonostante tutto</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/moto-perpetuo-nonostante-tutto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michele D'Urso]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Dec 2023 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In ogni sport praticato eccelleva. Nel 2010 un incidente in gara rischiò di costargli la vita. Ma le ferite riportate non lo hanno fermato</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/55296-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/moto-perpetuo-nonostante-tutto/">Moto perpetuo, nonostante tutto</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p> 	Gli sportivi sono gente attiva e io ne ho incontrati tanti. Ma <strong>Lucio Buiatti</strong>, monfalconese classe 1959, a dispetto di età e avversità, va oltre il limite, così tanto che definirlo perpetuamente in moto sembra addirittura riduttivo.</p>
<p> 	<strong>Lucio, si ferma qualche volta a prendere fiato?</strong></p>
<p> 	«Se devo, ma non vorrei. Per me muoversi è un istinto naturale, innato. Ho cominciato come tanti in oratorio. Il parroco era don Rino Lorenzini, appassionato di calcio, e si può dire che sia stato lui il mio <em>talent scout </em>perché aveva notato che correvo più degli altri. Fece in modo che diventassi una buona ala destra, questo fino alla categoria Allievi».</p>
<p> 	<strong>E poi?</strong></p>
<p> 	«Passai al baseball, senza cambiare stadio, perché entrambi gli sport si praticavano nell’impianto di via Boito. Solo con il passaggio all’atletica sono arrivato al leggendario ‘Cosulich’ dove ho conosciuto ben 7 custodi dell’impianto, dei quali ero croce e delizia, perché si sapeva quando cominciavo l’allenamento ma non quando finivo».</p>
<p> 	<strong>È stato il baseball a farla innamorare dei lanci?</strong></p>
<p> 	«Diciamo che mi ha dato la preparazione, visto che con il Monfalcone ho giocato per anni in serie B. Comunque il mio primo lancio di giavellotto è avvenuto nel 1986, a 27 anni, in modo che definire rocambolesco è poco».</p>
<p> 	<strong>Ora deve raccontarlo…</strong></p>
<p> 	«Avevamo organizzato una sfida calcistica fra undici campioni, o ex campioni, e noi undici schiappe. In precedenza all’evento avevo rotto le scatole a un amico, solido praticante e allenatore di giavellotto, di farmi provare a lanciare e lui, evidentemente per sbarazzarsi di me senza dovermi dire di no, mi disse che mi avrebbe fatto provare solo se avessimo battuto la squadra dei campioni. Vincemmo 5 a 1. E dopo la cena seguente all’evento, più o meno alle tre di notte, feci il mio primo lancio con il giavellotto, superando i 50 metri al tentativo iniziale. Lì è cominciato tutto».</p>
<p> 	<strong>Risultati sorprendenti, anche perché la sua taglia atletica parrebbe più adatta alla resistenza che all’esplosività.</strong></p>
<p> 	«Effettivamente la maggior parte degli avversari con cui ho avuto a che fare erano molto più alti e massicci, ma la forza esplosiva ha componenti che secondo me sono caratteriali. È ovvio che atleti più alti, a parità di caratteristiche esplosive, sono avvantaggiati, come Dainis Kula, medaglia d’oro olimpica a Mosca nel 1980, contro il quale ho gareggiato tante volte da Master. Il carattere credo sia venuto fuori dalle vicissitudini adolescenziali: sono figlio unico, orfano di padre portato via dall’amianto quando avevo quindici anni, perciò so come va affrontata la vita, e di conseguenza lo sport».</p>
<p> 	<strong>Ha raggiunto risultati importanti allenandosi dopo aver concluso il turno di lavoro in fabbrica.  Nonostante anche il fato si fosse messo di mezzo…</strong></p>
<p> 	«Dopo tre anni di allenamento superavo i 60 metri di lancio e nel 1992, a Caorle, ho vinto il mio primo titolo italiano. Ho un record personale di 63,36 mt, una misura simmetrica. Gareggiando con diverse società sportive – “Nova Atletica dal Friuli”, “Brugnera”, “Atletica Belluno” solo per citarne alcune – ho partecipato a 555 gare di atletica. Il destino è un po’ scritto: una volta si gareggiava Senior fino ai 40 anni e i più vecchi come me erano svantaggiati. Quando ho compiuto 40 anni sono passato Master, ma il limite agonistico Senior è sceso ai 35 e quindi io ero comunque più vecchio… Dal 2000, inoltre, sono diventato diabetico, una malattia limitante che a causa degli sbalzi glicemici mi porta ad avere qualche difficoltà in più».</p>
<p> 	<strong>Nel 2010, invece, ha rischiato grosso.</strong></p>
<p> 	«Eravamo ai Campionati italiani di Mestre e mi stavo apprestando a effettuare l’ultimo lancio, per questo sono andato verso la rastrelliera mentre nella vicina pedana del lancio del peso la gara era in pieno svolgimento. Mi stavo chinando per afferrare il giavellotto quando alle mie spalle ho sentito un ‘<em>noo</em>’ di terrore; per istinto mi sono coperto la nuca con le mani, ed è stato il gesto che mi ha salvato la vita. Mi sono beccato in testa la palla di acciaio da 6 kg che un amico padovano, atleta lanciatore di peso, aveva lanciato in direzione errata. Ho quasi subito il distacco del pollice destro, lo schiacciamento di più dita della mano sinistra e, ovviamente, un forte trauma cranico».</p>
<p> 	<strong>Lei è sopravvissuto a una palla di cannone che le ha colpito la testa?</strong></p>
<p> 	«Una fatalità benevola. Ho proseguito ugualmente la mia carriera. Non avevo il pollice destro perché la mano era tutta disastrata, ma lo stesso lanciavo il giavellotto a 40 metri».</p>
<p> 	<strong>Un coraggio eccezionale.</strong></p>
<p> 	«Fermarsi non serve a nulla. La gioia di praticare sport ha nutrito e nutre ancora la mia vita. Sono sempre stato lontano dal doping e quando ho conquistato la mia prima medaglia europea Master nel 2008 ho vinto anche una scommessa: ottenere una medaglia internazionale rimanendo pulito. Quella medaglia ha per me un valore simbolico più dell’oro, anche perché quella mattina ebbi una crisi ipoglicemica che mi mise ko. Ho gareggiato stando a stento in piedi».</p>
<p> 	<strong>Cosa sono i Pentalanci?</strong></p>
<p> 	«Da agonisti Senior è difficile praticare più specialità, ma da Master è un divertimento unico. Praticamente lancio del Peso, del Giavellotto, del Disco, del Martello e del Martello con Maniglia (specialità antica e non olimpica) riunite in un’unica competizione. Il bello è che ci si aiuta uno con l’altro: io suggerisco ai discoboli come maneggiare la lancia e loro fanno altrettanto per me con il disco. Un mondo solidale difficile da immaginare. Ogni anno abbiamo un certo numero di gare che vengono inserite nel circuito <em>Gran Prix Italia </em>e alla fine si stilano le classifiche generali. Ho conquistato diverse volte la medaglia d’argento».</p>
<p> 	<strong>Per raccontare il suo palmares non basterebbero decine di libri, anche perché bisognerebbe aggiungere i successi da tecnico.</strong></p>
<p> 	«Sono allenatore di baseball, ho allenato gli Staranzano Ducks, sono massaggiatore per società e ovviamente seguo le giovani speranze regionali della mia specialità».</p>
<p> 	<strong>Le resta tempo per altro?</strong></p>
<p> 	«Per fortuna da poco sono andato in pensione e posso contare per ogni cosa sul sostegno delle mie tre donne: mia mamma Francesca, fresca novantenne, la mia compagna Michela e mia figlia Agata. Detto in umiltà e non per vanto, mi avanza anche tempo per fare volontariato che è un atto che giova principalmente a me stesso».</p>
<p> 	<strong>Non voglio trattenerla oltre, perché mi pare che sia già in astinenza di allenamento.</strong></p>
<p> 	«Tranquillo, mi sono già fatto la mia nuotata di qualche chilometro per migliorare un po’ la spalla che mi duole…»</p>
<p> 	Se ci riuscite, stategli dietro. Io torno al divano.</p>
<p> 	 </p>
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			</item>
		<item>
		<title>Dolce mastina</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/dolce-mastina/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michele D'Urso]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Aug 2023 22:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/dolce-mastina/</guid>

					<description><![CDATA[<p>Fin da piccola amava il pallone, l’assenza di squadre femminili di calcio spinsero il padre a dirottarla sul ciclismo. L’attrazione del campo fu però irresistibile...</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/54330-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/dolce-mastina/">Dolce mastina</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> 	Il calcio è lo sport nazionale per antonomasia. Non si discute, però nell’ultimo periodo, vuoi perché altri sport sono cresciuti, vuoi per una eccessiva enfatizzazione del suo stesso ruolo, ha perso molto dell’antico lustro.</p>
<p> 	Tuttavia quando in TV c’è una partita di calcio femminile la guardo volentieri e mi chiedo come mai io la trovi più interessante di una maschile.</p>
<p> 	«Perché il calcio femminile ha quella genuinità che il settore maschile ha ormai perso».</p>
<p> 	A spiegare il motivo del mio interesse interviene <strong>Fiorenza Vescovi</strong>, oggi allenatrice con un passato da agonista. «Nel calcio femminile – aggiunge – si trova ancora la gioia che provavo io quando a Turriaco giocavo in cortile con i miei coetanei. Partite interminabili con alternanza di vinti e vincitori senza distinzione di sesso e tanto di ginocchia sbucciate».</p>
<p> 	<strong>Lei ha cominciato quindi in cortile?</strong></p>
<p> 	«Penso ancora prima, dalla nascita credo; perché la passione per il pallone scorre in me da sempre. Il cortile era il luogo dove realizzarla, ma a quei tempi squadre femminili non ce ne erano, e fu così che mio papà, conoscendomi, dopo aver cercato in giro, alla fine mi disse che l’unica speranza di fare un po’ di agonismo era&#8230; darsi alla bicicletta» (<em>Fiorenza ride, ed è una ironia gioviale, dolce, coinvolgente. Femminile, ndr</em>).</p>
<p> 	<strong>E così ha fatto la ciclista? </strong></p>
<p> 	«Ho esordito a 6 anni con le BMX, un paio di stagioni e poi sono passata alla strada, per 12 anni».</p>
<p> 	<strong>E poi calcio?</strong></p>
<p> 	«No, a quell’età ero troppo ribelle. Sono andata a lavorare in fabbrica, ma appena mi hanno chiesto di andare a giocare a pallone ci sono andata e lì è iniziata la mia carriera di giocatrice amatoriale. Erano i tempi in cui in Friuli c’era in serie A femminile il Chiasellis, squadra che ha giocato parecchi anni nella massima serie, e in regione vivevamo un po’ di luce riflessa».</p>
<p> 	<strong>In quali squadre ha giocato?</strong></p>
<p> 	«Ho militato nella Goriziana, poi nel Farra e infine nel Cervignano dove ho salutato l’agonismo e anche un legamento crociato del ginocchio. Nel frattempo avevo ottenuto il diploma con le scuole serali di Amministrazione Informatica e mi ero impiegata, perché all’epoca vivere di calcio femminile non si poteva. Fatta eccezione da pochissimo per la Serie A, non si può nemmeno oggi».</p>
<p> 	<strong>La carriera da allenatrice quando è iniziata?</strong></p>
<p> 	«Nel 2017, un anno di svolta sportivamente parlando. Il signor Federico Tomasella mi chiese di organizzare il calcio femminile a Turriaco. Per questo ho preso il patentino di allenatore ‘UEFA C’».</p>
<p> 	<strong>Il suo paese natìo alla fine torna sempre fuori…</strong></p>
<p> 	«Sono legatissima al mio paese, anche se per esigenze economiche abito a Fiumicello, ma appena posso, quotidianamente, torno in Bisiacarìa. A Turriaco avevamo organizzato bene il settore “Pulcine” e l’attività mi ha portato a ricevere, dalla mia ex compagna di squadra Cristina Fumis, all’epoca collaboratrice con la Triestina, la proposta di organizzare un settore di calcio femminile gestito da Triestina e Polisportiva San Marco, quella del Villaggio del Pescatore».</p>
<p> 	<strong>Come è andata?</strong></p>
<p> 	«Abbiamo lavorato con soddisfazione, sviluppando tutte le diverse categorie. Siamo riusciti ad avere anche 22 “pulcine”, un numero molto consistente per il calcio femminile. Io poi ho ricevuto l’incarico di allenatrice della Triestina Nazionale Under 15».</p>
<p> 	<strong>Con viaggio a Coverciano…</strong></p>
<p> 	«Sì, perché le nazionali sono legate alla Federazione. È stato bello».</p>
<p> 	<strong>Perché “è stato”?</strong></p>
<p> 	«Perché il campionato è finito e quindi sono libera di andare in <em>mountain bike</em>».</p>
<p> 	<strong>Allora la passione per la bici le è rimasta?</strong></p>
<p> 	«Assieme a quella per la libertà e a quella di viaggiare in moto».</p>
<p> 	<strong>Non penso le rimanga molto tempo libero per guardare le partite in TV.</strong></p>
<p> 	«Difatti ne guardo poche, e per la maggior parte quelle maschili, dove la tecnica è più esasperata e si può sempre apprendere qualcosa di interessante. D’altronde che il livello femminile sia un po’ indietro rispetto all’altro sesso è lapalissiano. Però se gioca la Fiorentina non me ne perdo una; sono tifosissima dei viola».</p>
<p> 	<strong>Perché era attratta da Antognoni?</strong></p>
<p> 	«No, da Batistuta» (<em>Che figura: mi dimentico sempre dell’età che ho e che Fiorenza non appartiene alla mia generazione. Spero non si sia offesa e provo a recuperare con una precisazione, ndr</em>).</p>
<p> 	<strong>Batistuta che fra l’altro è di origini friulane, in quanto i nonni paterni erano di Cormôns…</strong></p>
<p> 	«<em>Jera mej se el jera de Turiac</em>» (<em>Dolce sì, ma ironica e tenace…, ndr</em>).</p>
<p> 	<strong>Lei in che ruolo giocava?</strong></p>
<p> 	«Difensore centrale» (<em>Ecco che si spiega la “dolce mastina”: difficile saltarla in dribbling, ndr</em>).</p>
<p> 	<strong>Come vede il futuro di questo sport in Italia?</strong></p>
<p> 	«L’avversione o perlomeno la diffidenza verso il calcio femminile è quasi scomparsa e quindi l’interesse intorno al nostro movimento cresce di giorno in giorno».</p>
<p> 	<strong>Da difensore ha fatto qualche gol?</strong></p>
<p> 	«Sì, un paio. So cosa si prova».</p>
<p> 	<strong>Ha ricevuto già altre proposte per allenare?</strong></p>
<p> 	«Vagamente; diciamo che per il momento l’estate mi vedrà impegnata con i miei tre gatti, la colonia felina che si trova vicino casa mia e le corse in bici e in moto con mio marito Andrea».</p>
<p> 	<strong>Segue anche lui il calcio?</strong></p>
<p> 	«Per niente. Faceva Kick Boxing, però mi sostiene in tutto».</p>
<p> 	Sostenersi, sia in una coppia che in una squadra, è fondamentale. D’altronde, affrontare un difensore centrale, che per di più è cresciuta agonisticamente nei cortili di ‘Turiac’, non è uno scherzo.</p>
<p> 	 </p>
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		<item>
		<title>A tutto gas</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/a-tutto-gas/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michele D'Urso]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Jul 2023 22:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/a-tutto-gas/</guid>

					<description><![CDATA[<p>Nella gara d’esordio del campionato di Gran Turismo il pilota di Villa Vicentina ha trionfato a Monza. «È il mio circuito preferito». E presto sogna di tornarci a bordo di una Formula 1</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> 	FIUMICELLO VILLA VICENTINA &#8211; L’automobile è sia un sogno che un bisogno collettivo, elementi che, in termini economici, la rendono sia una necessità che un lusso, ovvero, un ossimoro indicatore dello stato sociale e del livello di felicità individuale. È del tutto naturale, quindi, che chi le costruisca o chi le domini alla guida diventi una leggenda moderna, da Ford a Ferrari, da Nuvolari a Fangio. Fra le due categorie, costruttori e piloti, nelle competizioni, come si sa, vigono due classifiche separate e quella di maggior pregio è senz’altro la classifica piloti.</p>
<p> 	Chi non ha sognato di saper domare un’auto alla stregua di un pilota di Formula 1 o di Rally? Però ci riescono in pochi, e <strong>Tommaso Lovati</strong>, giovane talentuoso pilota, da quel di <strong>Villa Vicentina</strong>, è in corsa per diventare una di quelle mosche bianche, ovvero uno dei pochi eletti in grado di dominare bolidi che, solo perché attaccati al terreno, sono detti ancora autoveicoli e non missili.</p>
<p> 	<strong>Tommaso, tu hai praticamente cominciato a correre già nella pancia della mamma…</strong></p>
<p> 	«Ho avuto la fortuna di nascere con papà Paolo che arrivava dal mondo dei Rally in veste di navigatore, ruolo sportivo importantissimo che non viene riconosciuto a causa dell’egocentrismo di noi piloti, ma tanto è bastato per ricevere in eredità la passione per i motori e le corse. Tra l’altro papà ha ottenuto anche ottimi risultati nel suo campo, ma la nascita prima di mio fratello Francesco e poi mia lo hanno costretto a dedicarsi al lavoro e alla famiglia. Anche su&#8230; suggerimento di mia mamma Alessia».</p>
<p> 	<strong>La passione per la velocità ti ha contagiato fin da piccolo: dalla bicicletta alla moto. Con impennate o senza?</strong></p>
<p> 	«Già da bambino sfidarsi con gli amici e i vicini era un evento che si ripeteva centinaia di volte al giorno fino ad avere le gambe distrutte. Passare poi al motocross è stato un evento naturale, che mi ha dato tante gioie con la vittoria del campionato regionale e la convocazione in Nazionale».</p>
<p> 	<strong>Anche le moto hanno il loro ‘</strong><strong><em>sex appeal</em></strong><strong>’. Passare alle auto è stata una necessità o un nuovo amore?</strong></p>
<p> 	«Le moto sono sinonimo di libertà estrema, data sia dalla mancanza di blocchi e cinture sia dall’ampia possibilità di movimenti che si devono effettuare in sella. Ma questo, per un centauro, non significa che le auto non siano una passione altrettanto potente. Come a volte capita, uno stop dovuto a necessità lavorative che mi impediva di correre in moto è stato il punto di svolta».</p>
<p> 	<strong>Cosa successe?</strong></p>
<p> 	«Tutto è cominciato grazie a un signore veneto grande appassionato di corse, Achille Guerrera. Organizza gare automobilistiche per favorire l’approccio di chi desidera diventare un pilota a questo sport. In sostanza si trattava di andare a provare in pista, più per gioco che per intenzione, delle <em>Twingo </em>munite di <em>roll bar</em>, ma i tempi da me fatti registrare, a soli 15 anni, hanno suggerito che la mia strada fosse proprio questa. Così, percorrendo tutte le tappe previste per l’apprendistato, siamo arrivati al 2020 dove ho preso parte al campionato <em>Predator’s PC010</em>, buttandomi nella mischia contro piloti più esperti ma con solo un obiettivo in testa: vincere».</p>
<p> 	<strong>E così è stato…</strong></p>
<p> 	«Sono arrivato primo nella mia categoria. Pensavo di bissare il successo nel 2021, ma alcuni problemi di evoluzione della mia più performante <em>Predator’s PC015 </em>mi hanno fatto chiudere l’anno con una sola vittoria, ottenuta fra l’altro partendo dall’ultima casella, e qualche piazzamento. Nel 2022 sono passato alla Formula 4, categoria propedeutica e necessaria per accedere alla leggendaria Formula 1, dove ho partecipato al Campionato Italiano ed Est Europeo, chiudendo in entrambi in seconda posizione e sfiorando la vittoria, sempre per problemi tecnici che però non mi hanno impedito di vincere in alcuni dei circuiti più famosi».</p>
<p> 	<strong>Qual è il tuo circuito preferito fra quelli che hai finora percorso?</strong></p>
<p> 	«Viste le mie doti tecniche in frenata Monza è senz’altro il preferito, dove ho vinto due volte su tre. Ma ho ottenuto vittorie anche all’Hungaroring, e al Redbullring…»</p>
<p> 	<strong>Come ti trovi con il tuo Racing Team? </strong></p>
<p> 	«Per il 2023 ho intrapreso la strada delle vetture Gran Turismo, correndo a bordo di una Mercedes AMG GT4 da 480 cavalli e corro per il Team Sloveno ‘Lema Racing’, scuderia nata pochi anni fa ma che ha la giusta carica per fare bene. La prima tappa del campionato si è svolta proprio a Monza lo scorso marzo e mi ha visto dominare sia le prove che la gara, vincendo con svariati secondi di distacco sugli inseguitori. Le vetture GT non riscuotono il massimo dell’interesse del pubblico, ma corrono di brutto».</p>
<p> 	<strong>Un pilota ambizioso anche nella vita. Infatti tu studi…</strong></p>
<p> 	«In giro si dice così di noi piloti, che siamo ambiziosi, ed io non faccio eccezione. Subito dopo il liceo mi sono iscritto al corso di Laurea in Economia e Gestione Aziendale, a Trieste, perché voglio ottenere le competenze per gestire un’azienda, come magari quella di allestimenti navali messa su da mio padre, senza mai smettere però di inseguire il sogno sportivo».</p>
<p> 	<strong>Quando ti vedremo in Formula 1?</strong></p>
<p> 	«Spero presto, rimanendo sempre con le gomme, pardon, i piedi ben aderenti al terreno. Serviranno tempo, sacrifici, mezzi e denaro, ma è lì che punto ad arrivare».</p>
<p> 	Grazie Tommaso, e per concludere l’intervista mi permetto di dire che, per quanto riguarda il tempo, sei ancora giovane. Conoscendoti, i sacrifici non ti spaventano, i mezzi sai dove cercarli e per i soldi… Ma vuoi che un futuro laureato in Economia e Gestione Aziendale non sia un tutt’uno con loro? Ascoltate me, cari organizzatori di corse, preparate tante bandiere a scacchi per le future vittorie di questo nostro talentuoso campione targato FVG.</p>
<p> 	 </p>
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			</item>
		<item>
		<title>Alla ricerca della perfezione</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/alla-ricerca-della-perfezione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michele D'Urso]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Nov 2022 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=45294</guid>

					<description><![CDATA[<p>Valentino Solinas</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/50923-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/alla-ricerca-della-perfezione/">Alla ricerca della perfezione</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> 	Molto richiesto in Italia ed all’estero da oltre dieci anni per le sue conoscenze in ambito di tecniche di gamba base ed acrobatiche ed in ambito di stretching e preparazione fisica. Lo scorso 13 novembre ha tenuto un workshop alla Taekwondo Wolf Team di Bologna, ospite del maestro Luciano Piana.</p>
<p> 	Maestro di Taekwon-do Classico, istruttore di “Martial Arts Tricking”, cintura nera III dan di Taekwondo WT, cintura nera di Karate Shyto-ryu. Ma dopo una vita in Friuli, il <strong>Maestro Valentino Solinas </strong>di <strong>Udine </strong>ha deciso di trasferirsi a Londra per raggiungere sua moglie Valentina che già vive e lavora in Inghilterra. L’occasione per ripercorrere una storia sportiva esaltante.</p>
<p> 	<strong>Maestro, domanda semplice: com’è iniziata questa storia? </strong></p>
<p> 	«Ho cominciato la pratica delle arti marziali alle scuole elementari, folgorato dal film “<em>Dalla Cina con furore</em>” con Bruce Lee. Mi sono sempre allenato con grande passione e dedizione dentro e fuori dalla palestra, perché ho capito fin da subito che con due o tre ore alla settimana non sarei mai riuscito a ottenere i risultati che desideravo. Già ai tempi delle scuole medie mi mettevo tra il letto e l’armadio della mia cameretta e, con le cavigliere zavorrate ai piedi e ai polsi, tiravo centinaia di calci e pugni ogni pomeriggio. Mi allenavo così tanto che non di rado capitava che il giorno successivo non riuscissi a muovermi dai dolori muscolari e dovessi stare a casa dovendo persino saltare la scuola».</p>
<p> 	<strong>Una modalità rischiosa per la salute…</strong></p>
<p> 	«Ora so che quel tipo di allenamento è eccessivo, ma l’energia e il desiderio di imparare e migliorare erano tali che consideravo lo stare fermo una perdita di tempo. Ancora oggi è così. L’allenamento non è mai abbastanza e le tecniche non sono mai sufficientemente perfette».</p>
<p> 	<strong>E la ricerca della perfezione, per sua natura, non ha mai fine.</strong></p>
<p> 	«Fondamentalmente non sono mai soddisfatto e sono costantemente alla ricerca di una perfezione nei movimenti che non arriverà probabilmente mai, ma provarci è comunque bellissimo e appassionante».</p>
<p> 	<strong>Una dedizione totale.</strong></p>
<p> 	«Pur essendo Maestro di Taekwon-Do classico da molti anni, sotto la guida del Grande Maestro Son Jong Ho, e avendo conseguito più di qualche cintura nera nel mio curriculum tra Karate e altri stili, mi alleno sempre con la stessa passione e determinazione di una cintura bianca che vuole imparare sempre di più. Provo ancora la stessa meraviglia quando, dopo mesi di allenamenti e tentativi falliti, riesco a padroneggiare una nuova tecnica: mi accorgo che ho acquistato più elevazione, mi rendo conto che il mio controllo di corpo è aumentato oppure che riesco ad aumentare l’altezza dei miei calci».</p>
<p> 	<strong>Lei è anche un esperto di “</strong><strong><em>Martial Arts Tricking</em></strong><strong>”. Di cosa si tratta?</strong></p>
<p> 	«È stata la seconda “folgorazione” della mia vita e avvenne durante la prima adolescenza. Con un mio compagno di classe vidi uno spettacolo registrato da Eurosport. Ammirammo dei ragazzi che eseguivano evoluzioni marziali e acrobatiche che avevo visto solo in televisione. Il mio primo pensiero fu che dovevo assolutamente imparare, ma l’entusiasmo si spense rapidamente quando mi resi conto che nella mia città nessuno aveva le competenze per insegnarmi tali acrobazie, quindi proseguii con i miei allenamenti, continuando ad affinare i miei calci e a studiare come potenziare il mio corpo e aumentare la mia elasticità».</p>
<p> 	<strong>Poi, l’avvento delle nuove tecnologie…</strong></p>
<p> 	«Grazie allo storico sito web <em>Bilang</em>, realizzai che c’erano migliaia di ragazzi con la mia stessa passione e che questa disciplina si chiamava “<em>Martial Arts Tricking</em>”. In rete cominciarono a diffondersi i primi tutorial su come eseguire le tecniche e con un gruppetto di amici cominciai a provare i primi salti mortali e i primi calci acrobatici. Tuttavia non esistevano corsi di questa specialità. I miei strumenti erano lo studio del corpo umano e il confronto con insegnanti di acrobatica e altri appassionati come me in giro per il mondo. Passavo giornate intere a studiare, fotogramma su foto gramma, come i praticanti di altri stati eseguivano i <em>tricks </em>(evoluzioni) e poi andavo a provare con gli altri finché avevamo energia in corpo».</p>
<p> 	<strong>Dove vi allenavate?</strong></p>
<p> 	«Quando eravamo fortunati si saltava su cuscini di vecchi divani appoggiati sull’erba o sul parquet. Quando andava male, se volevamo un terreno più morbido, si prendeva l’auto e si andava a Grado a provare sulla sabbia anche d’inverno, con l’umidità del mare che ti rimaneva nelle ossa per giorni e il freddo che non ti dava pace. Ma eravamo così contenti che non ci importava, anche perché tutto era meglio dell’asfalto o del legno».</p>
<p> 	<strong>La forza della passione.</strong></p>
<p> 	«Ero così innamorato di quello che facevo che mi allenavo anche nei sogni e mentre studiavo mi immaginavo come poter concatenare le evoluzioni che stavo imparando giorno dopo giorno. Tutto ciò non mi ha mai impedito di conseguire una laurea in lingue e letterature straniere col massimo dei voti e nei tempi prestabiliti, a conferma del fatto che sport e realizzazione nello studio possono convivere pacificamente. Nonostante il grande impegno e il tempo necessario per affinare questo tipo di competenze, non ho mai abbandonato la pratica delle tecniche base e ancora oggi mi dedico prevalentemente a quelle e alla preparazione fisica. Sono sempre stato consapevole che solo se i miei calci tradizionali sono validi, quelli acrobatici possono essere sufficienti».</p>
<p> 	<strong>Oltre che in palestra lei è molto seguito anche sui social networks.</strong></p>
<p> 	«In poco tempo, anche i miei video passarono la severa selezione del gestore di Bilang e vennero pubblicati. Creai quindi un canale YouTube e cominciai a pubblicare i primi video tutorial in italiano, perché volevo che anche altri ragazzi si avvicinassero a questa disciplina e che lo facessero con un certo criterio, senza farsi male. Nel 2008 assieme al Maestro Francesco Venturelli di Brescia creammo il primo evento nazionale (eravamo nove) gettando le basi per la creazione di una vera e propria community italiana. Fu un punto di partenza che permise il moltiplicarsi di raduni che ancora oggi si svolgono 2 o 3 volte l’anno in tutta Italia e contano un numero sempre maggiore di appassionati».</p>
<p> 	<strong>Se dovesse dare un consiglio a un suo “</strong><strong><em>follower</em></strong><strong>”, quale sarebbe?</strong></p>
<p> 	«Studiare, ascoltare più versioni, approfondire, mettere in pratica, sperimentare, fallire e ricominciare. Questo è quello che faccio da tutta la vita sia per il Taekwon-Do Classico che per il tricking».</p>
<p> 	 </p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il melodico volo delle farfalle</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/il-melodico-volo-delle-farfalle/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michele D'Urso]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Sep 2022 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=44713</guid>

					<description><![CDATA[<p>Federica Fina</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/49834-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/il-melodico-volo-delle-farfalle/">Il melodico volo delle farfalle</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> 	Dove le parole non arrivano, la musica parla, diceva Ludwig Van Beethoven. Affermare che la musica è un linguaggio è una deduzione a cascata, ma il corpo si esprime anche attraverso il movimento. L’espressività individuale è una rappresentazione ritmica sia di suoni che di movimenti, e quando vedo in azione le atlete di Ginnastica Ritmica trovo la conferma di questa mia definizione su cosa sia l’esprimersi.</p>
<p> 	Ma di questa disciplina ne so davvero poco, per cui mi farò guidare nella sua scoperta dalla goriziana <strong>Federica Fina</strong>, allenatrice di questo sport.</p>
<p> 	<strong>Federica, prima di parlare dei dettagli tecnici, le chiedo di darmi una definizione di cos’è per lei la Ginnastica Ritmica.</strong></p>
<p> 	«Per me la ritmica è un qualcosa di cui non posso fare a meno. L’ho praticata per oltre 15 anni e ora la insegno, e anche quando non sono in palestra in un modo o nell’altro è sempre in testa. È qualcosa che mi ha permesso di esprimere quello che sono e quello che ho dentro, prima da atleta e poi da insegnante. È il tempo in cui esisti solo tu, le tue compagne e le tue atlete, una piccola famiglia in cui fare ciò che ti piace, imparando sempre cose nuove e cercando di raggiungere sempre nuovi obiettivi. Negli anni questa felicità si è trasformata in passione, fino a diventare il mio lavoro».</p>
<p> 	<strong>Una disciplina che, in Italia, è ancora semi sconosciuta.</strong></p>
<p> 	«Purtroppo si, è considerata come tanti altri uno “sport minore” e personalmente la cosa mi fa sorridere. Basti pensare alla nostra direttrice tecnica nazionale, Emanuela Maccarani: è l’allenatrice italiana più medagliata di sempre. Sotto la sua “guida” le squadre nazionali &#8211; negli ultimi anni anche le individualiste &#8211; stanno trionfando a livello internazionale in tutte le competizioni a cui partecipano. Le nostre atlete hanno avuto una crescita e raggiunto obiettivi di anno in anno sempre più alti fino agli ultimi risultati della nostra Sofia Raffaeli, che ha scritto la storia della ritmica individuale vincendo per la prima volta 2 medaglie d’oro (a cerchio e clavette) e d’argento (alla palla) agli Europei di Tel Aviv lo scorso giugno».</p>
<p> 	<strong>Ci sono anche altri tipi di ginnastica, perché si sceglie questa disciplina?</strong></p>
<p> 	«Chi si avvicina a questo sport cerca non solo allenamento, disciplina, fatica. Nella ritmica una grande parte del lavoro è svolto da una componente artistica, musicale, dall’interpretazione, dalla danza, da una serie infinita di combinazioni, di gesti e di movimenti. Penso che la ritmica dia una maggiore possibilità di espressione, al di là dell’effetto scenico dei piccoli attrezzi, come ad esempio il nastro, capace di coinvolgere e affascinare grandi e piccine».</p>
<p> 	<strong>Parliamo dell’aspetto agonistico, come si gareggia?</strong></p>
<p> 	«A livelli più bassi, essendoci vari tipi di competizioni, c’è la possibilità di gareggiare sia a livello individuale che a squadre. Se parliamo invece di livello nazionale, atlete quindi che andranno a rappresentare l’Italia in competizioni internazionali, c’è una selezione delle ragazze che andranno a specializzarsi o a livello individuale o come gruppo nella squadra, essendo il loro un tipo di allenamento e di una preparazione molto specifici».</p>
<p> 	<strong>Ci vogliono talenti innati per essere bravi o si può diventare campioni con il tempo e la pratica?</strong></p>
<p> 	«Questo sport permette di far esprimere ogni ginnasta, qualunque sia la sua fisicità o livello. La sfida è mettere in luce le qualità di ogni singola atleta, tirare fuori il meglio di ognuna di loro. Sicuramente essere predisposti aiuta, ma anche sacrificio e determinazione, tanta voglia di fare, di imparare, e soprattutto tanto allenamento sono fondamentali. Poi ci sono i fenomeni come la nostra Sofia Raffaeli, ginnasta davvero eccezionale, una stella impossibile da eguagliare per le sue doti innate di bellezza, bravura e, soprattutto, per la capacità di adattamento e di disinvoltura nel recuperare gli errori che solo un occhio esperto riesce a vedere».</p>
<p> 	<strong>Per un vecchietto come me quante possibilità ci sono di praticare questo sport?</strong></p>
<p> 	«La possibilità c’è per tutti. Esistono corsi di base per chi si avvicina a questa disciplina per la prima volta, corsi per chi vuole cimentarsi in questo sport qualche ora a livello dilettantistico, corsi per chi vuole solo allenarsi ma non gareggiare, corsi per agonisti di vario livello e, negli ultimi anni, anche corsi per i maschi (essendo sempre stata la ritmica uno sport femminile). Insomma per tutti, dai neofiti agli agonisti di alto livello».</p>
<p> 	<strong>Quando si compiono quelle evoluzioni quali emozioni si provano?</strong></p>
<p> 	«Da atleta le emozioni sono sempre concentrate prima della gara e subito dopo la sua esecuzione. Prima di scendere in pedana avevo ansia da prestazione, tanta voglia di fare bene, speranza di non deludere innanzi tutto me stessa, la mia insegnante e le mie compagne quando gareggiavamo insieme. Poi quando il giudice chiamava il mio nome: <em>blackout</em>! Un minuto e mezzo in cui non sentivo niente, ho sempre avuto la fortuna di percepire pace totale, di non avvertire la paura e cercavo solo di fare il massimo possibile. Finita l’esecuzione risaliva l’emozione e a seconda di com’era andata, la felicità per la buona esecuzione dell’esercizio o la delusione di non aver fatto come volevo ma pur sempre felice di essere lì a gareggiare. Come tecnica cerco sempre di trasmettere alle atlete la mia passione e far sì che anche loro amino quello che fanno e che siano felici e orgogliose dopo ogni singola gara. La difficoltà più grande è trasmettere loro la serenità mentre fanno l‘esercizio, non il farsi prendere dall‘ansia: far sì che diano sempre il massimo e, soprattutto, che si divertano. Penso che la sensazione più bella in assoluto sia quando, finito l’esercizio, le ragazze corrono ad abbracciarti, con gli occhi che luccicano e ti dicono: sono proprio contenta».</p>
<p> 	Non vi pare che essere contenti di praticare questo sport sia uno spicchio di felicità? Felicità, quella cosa che ci sorprende ogni volta che vediamo volare una farfalla.</p>
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		<title>Strada facendo</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/strada-facendo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michele D'Urso]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Feb 2020 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=32574</guid>

					<description><![CDATA[<p>Intervista a Tiziano Godeas</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Strada facendo, cantava Baglioni, vedrai il mondo, dico io. Tuttavia, se vuoi vedere posti unici devi uscire dalle strade segnate e avventurarti in territori sconosciuti e impervi. Forse questo, in maniera riduttiva, può rappresentare uno dei fondamenti dell’<em>Off Road Automobilistico</em>, un’attività oserei dire indefinibile, che è sicuramente sport partendo dall’esplorazione per finire al lavoro in situazioni estreme, nutrendosi dell’adrenalina pura prodotta mentre si derapa su terreni impossibili. Ma badate bene, tutta questa fatica è alternata a rilassanti momenti di ecoturismo fatto di viste panoramiche mozzafiato che solo posti unici, come quelli raggiungibili in fuoristrada, sanno dare. Ma di sicuro <strong>Tiziano Godeas</strong>, presidente del Gruppo Fuoristradistico Isontino, sodalizio che da anni organizza un raduno conosciuto a livello mondiale quale il <em>Città di Gradisca</em>, mi spiegherà tutto su questo sport.</p>
<p>«È vero – precisa – è uno sport singolare, riconosciuto come tale dal Coni tramite enti di promozione sportiva, ma siamo davvero indefinibili, perché si va dall’hobby alle competizioni passando per un mare di punti intermedi. Per fare fuoristrada bisogna intendersi un po’ di tutto, dalle competenze automobilistiche a quelle ambientali, a quelle legislative».</p>
<p><strong>Esistono corsi di istruzioni appositi oppure si fa da sé?</strong></p>
<p>«Assolutamente niente fai da te, quello era per i pionieri, come il nostro vicepresidente Marino Toss, che guida in fuoristrada da oltre mezzo secolo; ma oggi si diventa istruttori di <em>Off Road </em>attraverso corsi qualificati nei quali si ottengono, in maniera ‘didattica’, ovvero in teoria e in pratica, tutte le competenze necessarie per poter gestire la guida in fuoristrada. Noi organizziamo corsi dove vengono insegnate le tecniche adatte per le varie situazioni, dal guado al campo innevato al terreno in pendenza&#8230;»</p>
<p><strong>A proposito di pionieri e di inizi, ritiene che la nascita e lo sviluppo di questo sport coincida con leggendarie manifestazioni come la </strong><strong><em>Parigi-Dakar </em></strong><strong>o il </strong><strong><em>Camel Trophy</em></strong><strong>?</strong></p>
<p>«La guida in fuoristrada è una necessità in diversi campi, da quello agricolo a quello militare a quello turistico, per cui il ‘fuoristradismo’ c’era anche prima di queste manifestazioni. A parer mio esse hanno solo rappresentato l’estremizzazione, nonché una grande pubblicità, per questa disciplina. Ma come tutte le estremizzazioni sono state di moda per un certo periodo, mentre la necessità di andare in fuoristrada è quotidiana: basti pensare all’opera prestata dalla Protezione Civile, che deve operare in ambienti diversissimi, dalla sabbia al ghiaccio. Ogni anno noi organizziamo un corso di fuoristrada per la Protezione Civile, un po’ una formula di ringraziamento per il loro operato durante lo svolgimento del tour del <em>Città di Gradisca</em>. Il 90% degli operatori in regione sono passati da noi per acquisire le competenze di fuoristrada».</p>
<p><strong>Come si svolge una vostra manifestazione?</strong></p>
<p>«Il nostro è un raduno, una sorta di ‘show’, dove ci si ritrova per il gusto ludico della guida fuoristrada, senza l’agone della competizione. Per me lo spettacolo è già magnifico quando la piazza di Gradisca si riempie delle auto dei partecipanti: quest’anno ne abbiamo avute 648, roba da record…»</p>
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<p><strong>Quindi non avete corse, tempi, classifiche?</strong></p>
<p>«Nulla di tutto questo; le performance appartengono alle gare di <em>Cross Country</em>, dove si usano mezzi non immatricolabili in strada ma appositamente elaborati. Qui in regione esiste una gara di questo sport molto famosa che si svolge nel pordenonese e che è inserita nel circuito del Campionato del Mondo. La nostra manifestazione invece è una specie di parata che si svolge su vari itinerari predefiniti, di quattro diversi livelli e che coinvolgono un po’ tutta la regione».</p>
<p><strong>Cosa rappresentano i quattro livelli nella manifestazione?</strong></p>
<p>«Ognuno dei partecipanti, in base alle proprie abilità di guida e del mezzo posseduto, si indirizza verso l’itinerario che fa per lui. A tale scopo viene redatto ogni anno un ‘<em>Road Book</em>’ riportante gli itinerari per i quattro livelli, che viene distribuito ai partecipanti e dove si trovano tutte le indicazioni sui vari percorsi».</p>
<p><strong>Cosa succede se un partecipante si sopravvaluta nel livello?</strong></p>
<p>«Blocca tutti gli altri, perché se si impantana o se si ribalta, nel 90% dei casi bisogna tirarlo fuori prima di far passare gli altri partecipanti. Ma non succede mai, almeno nel nostro raduno, perché nei punti critici, dove si passa a un livello più difficile, abbiamo degli addetti al controllo che fermano il ‘presuntuoso’ prima che possa fare danni».</p>
<p><strong>Nulla viene lasciato al caso…</strong></p>
<p>«Per ogni raduno lavoriamo tredici mesi consecutivi, ai quali aggiungerei almeno tre mesi di ‘<em>debriefing</em>’ per rimettere tutto a posto».</p>
<p><strong>In che senso rimettere tutto a posto?</strong></p>
<p>«Riportiamo i territori da noi utilizzati per gli itinerari allo stato originale. Un esempio: ha piovuto e le auto sprofondano nel fango lasciando solchi sulle strade sterrate o sulle piste battute? Rimettiamo tutto come era prima. Bisogna battere di ‘sottovaglio’? E noi riempiamo le buche e spianiamo la ghiaia avvalendoci di imprese del settore».</p>
<p><strong>Voi organizzate anche altre manifestazioni, come le </strong><strong><em>Vallimpiadi</em></strong><strong>, l’</strong><strong><em>Alta Val Torre </em></strong><strong>e il </strong><strong><em>Raduno Rosa</em></strong><strong>.</strong></p>
<p>«Sono ovviamente eventi di portata più limitata, ma davvero interessanti, come il <em>Raduno Rosa </em>che quest’anno si svolgerà proprio l’8 marzo e che da sempre prevede equipaggi rigorosamente ed esclusivamente al femminile. Gli unici maschietti ammessi a bordo sono i bambini, per il resto, fanno tutto le signore».</p>
<p><strong>Torniamo alla competenza di guida: un corso di guida in fuoristrada in cosa consiste?</strong></p>
<p>«Inizialmente in tanta teoria, perché ci si trova ad affrontare situazioni che comportano un rischio reale che va quindi ben preparato e che può capitare anche su strade normali, come ad esempio il motore che si spegne durante una salita estrema affrontata oltre il limite della sua prestazione. E poi si provano i vari ambienti, dal guado alla sabbia, dalla ghiaia alla pendenza laterale alla guida notturna».</p>
<p><strong>Con questi mezzi si va davvero dappertutto?</strong></p>
<p>«Anche loro hanno qualche punto debole, come il peso elevato che specialmente sul terreno ghiacciato può essere un’arma a doppio taglio. Ma sono davvero dei mezzi straordinari».</p>
<p><strong>In un settore comunque ‘di nicchia’, come fate ad avere così tanto seguito?</strong></p>
<p>«Non bisogna trascurare nulla e bisogna mantenere una capillarità di relazioni totale, dalle riviste del settore alle attività federali alla promozione sui social».</p>
<p><strong>Il vostro è un sodalizio ormai storico, vicino ai 40 anni di attività: quando vi fermerete?</strong></p>
<p>«Mai, noi siamo 4&#215;4».</p>
<p>E con questa dichiarazione di intenti, che promette ancora tanto spettacolo, vi invito a seguire le attività sportive del Gruppo Fuoristradistico Isontino, a cominciare dall’ormai prossimo <em>Raduno Rosa </em>dell’8 marzo 2020.</p>
<p>Già, questo 2020 promette bene. </p>
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		<title>Lassù sulle montagne, la felicità</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/lassu-sulle-montagne-la-felicita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michele D'Urso]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Dec 2019 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=30579</guid>

					<description><![CDATA[<p>Ennio Rizzotti</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/32191-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/lassu-sulle-montagne-la-felicita/">Lassù sulle montagne, la felicità</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando mi presento ai giovani esordisco con quat­tro parole: “ho una certa età”. La frase è omnicom­prensiva, e va dagli acciacchi percepiti ai ricordi di mezzo secolo di sport, che partono dalla notte in cui Nino Benvenuti perse il titolo contro Carlos Monzon. Piansi tutta la nottata con mio padre che non riusciva proprio a consolarmi da quella sconfitta. Ho conosciu­to campioni di rango, ma se mi chiedete chi è l’atleta, o chi sono, gli atleti che più mi hanno impressionato in tutti questi anni, vi rispondo: gli alpinisti. Perché hanno la vita stretta di chi mangia solo per fame e non per sfi­zio; le braccia e le mani poderose di chi resta aggrap­pato alla vita per un mignolo su un centimetro di roc­cia al di sopra del cielo, e hanno le gambe di chi fa a gara di salto con gli stambecchi. <strong>Ennio Rizzotti</strong>, ‘roc­ciosa’ guida alpina, impersona anch’egli questa pode­rosa energia della montagna…</p>
<p><strong>Ennio, lei è nato alpinista o lo è diventato? </strong></p>
<p>«Sono nato a Fusine in Val Romana, nel Tarvisiano, e precisamente in località San Antonio, dove, da qual­siasi parte ti giri, le Alpi Giulie ti avvolgono nella loro bellezza. Ho vissuto la mia infanzia ai piedi del monte Mangart, ed è qui che ho incominciato a frequentare la montagna, verso i 13 anni, con il gruppo degli alpi­nisti di Fusine; una “enclave” autoctona di ragazzi che andavano contro corrente rispetto ai comuni interessi che avevano i giovani tarvisiani di allora. I nostri geni­tori, ovviamente, non erano affatto contenti delle no­stre scorribande e, molto spesso, abbiamo dovuto far credere che andavamo a fare i giochi nel bosco men­tre andavamo ad arrampicare. Fortunatamente allora non esistevano i cellulari e potevamo essere irreperi­bili per molte ore senza che le mamme si preoccupas­sero molto».</p>
<p><strong>Come si diventa guida alpina? </strong></p>
<p>«Prima di tutto bisogna accumulare un’esperienza di montagna che comprenda arrampicata, sci alpini­smo, sci in pista, ghiaccio e grandi montagne; dopo­diché si può pensare a una vita professionale che co­munque non è mai distaccata dalla passione e dalle at­tività private. Chiunque abbia questi requisiti può far ri­chiesta e accedere a una selezione dove vengono va­lutate capacità tecniche, curriculum e volontà. Passa­ta la selezione iniziale si intraprende un iter formativo-valutativo che dura circa 2 anni dove ci sono diversi moduli-esami che costantemente accertano le qualità tecniche e didattiche del discente. Ma non è finita per­ché come in un percorso di laurea ci sono le specializ­zazioni e la possibilità di diventare formatore in qualsi­asi disciplina che viene trattata nel mondo montagna, compresa anche sicurezza e soccorso. Infine possia­mo dire che anche i montanari si sono evoluti e le guide alpine sono imprenditori non solo di scalate ma anche di attività a supporto di aziende ed enti pubblici, sia per il turismo che per l’ambiente».</p>
<p><strong>L’alpinismo è una disciplina che comprende vari sport; lei è specializzato in uno di questi? </strong></p>
<p>«Gli sport di montagna finalmente, dopo anni di ri­chieste, sono stati riconosciuti, dovunque, come tali. L’arrampicata, in particolare, dovrebbe diventare an­che una disciplina olimpica, mentre per lo ski-alp si do­vrà attendere ancora qualche anno. Ai miei tempi, la cultura sportiva dei miei luoghi di origine, basata sui concetti di fatica e impegno, era legata allo sci nordi­co; la nostra regione ha sfornato campioni che hanno partecipato a diverse olimpiadi, vincendo anche ori. Io sono stato dapprima saltatore poi, causa un infortunio, mi sono dovuto fermare e ‘dirottarmi’ sullo sci da fon­do, disciplina che mi ha dato tanto, anche per il fatto di esservi ben portato, sia per la costituzione fisica che per la caparbietà di non mollare mai. Durante il milita­re sono passato allo sci-alpinismo e, tengo a specifi­care, mantenendo gli “sci da fondo”, che è come avere un handicap. E lì mi sono preso qualche soddisfazio­ne: ho disputato gare su tutto l’arco alpino partecipan­do anche, nel 2003, al ‘Trofeo Mezzalama’, detto anche ‘La Maratona Bianca’, una gara davvero massacran­te. Smesso con l’agonismo ho continuato a seguire le competizioni in veste di giudice e direttore di gara».</p>
<p><strong>La vostra forma è invidiabile, come fate a esse­re così ‘FIT’? </strong></p>
<p>«Non ho mai fatto una vera e propria dieta, anche perché da noi in montagna si dice “se non mangi non sali”. Però, come in tutti gli sport, quando vuoi la pre­stazione estrema la dieta è fondamentale. In ogni caso lo stile di vita da atleta è sempre da tenere ben pre­sente, soprattutto la dedizione agli allenamenti. Dicia­mo che, dal punto di vista alimentare, noi guide alpine siamo spesso a faticare all’aperto in climi rigidi dove avere un grande consumo calorico è necessario an­che per stabilizzare la temperatura».</p>
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<p><strong>Il Friuli Venezia Giulia è terra di leggendari alpinisti, da Enzo Cozzolino a Emilio Comici, a Ignazio Piussi, per citarne alcuni. Qual è il suo preferito? </strong></p>
<p>«Sono tre personaggi che hanno fatto la storia dell’alpinismo seppure con modi diversi di andare in montagna. Per quanto riguarda Ignazio Piussi, con lui ho sempre avuto un forte legame affettivo in quanto era coetaneo e amico di mio padre, e il solo ricordarlo mi emoziona. Ignazio era un ‘valligiano’ dei nostri, fa­ceva parte della squadra di Soccorso Alpino di Cave del Predil alla quale appartengo e ho potuto constata­re con mano le sue grandi doti atletiche e alpinistiche che lo hanno reso famoso e che sono ben descritte nei libri a lui dedicati».</p>
<p><strong>Il Soccorso Alpino si avvale della vostra opera; che preparazione dovete avere e cosa si prova ad agire in quei territori così isolati e in condizioni di grave perico­lo per la vita umana? </strong></p>
<p>«La prima dote da avere è la volontà di metter­si a disposizione del prossimo; tutto il resto poi vie­ne da sé. Nel Soccorso Alpino, come in tutte le attivi­tà di montagna, vengono reclutati giovani che hanno una buona preparazione a 360 gradi. Poi si affrontano e si migliorano i vari singoli interventi, approfondendo la conoscenza delle tecniche di movimentazione, di manovra e di gestione degli stessi. Il Soccorso Alpino e Speleologico interviene non solo in montagna, ma anche nelle forre acquatiche, in grotta e, soprattutto, nella ricerca di persone scomparse sul terreno imper­vio. Ogni settore ha a disposizione tecnici specializza­ti che sanno valutare il ‘come’ affrontare l’ambiente sul quale si interviene. Ogni tanto capitano interventi ‘de­licati’, ma questo fa parte della nostra opera; sappia­mo cosa rischiamo e per questo cerchiamo di minimiz­zare il rischio con la formazione continua, la simulazio­ne di eventi quasi reali e le verifiche di preparazione».</p>
<p><strong>A spasso fra le vette va sempre da solo o si porta appresso anche la famiglia? </strong></p>
<p>«Al contrario di quello che si crede, operare come guida alpina implica avere poco tempo da dedicare alla montagna con la famiglia; io cerco di ritagliarmi il tempo per far conoscere l’ambiente naturale e le bel­lezze dell’alpe alle mie bambine, con la speranza di tra­smettere la mia passione nella loro coscienza, senza forzare i loro naturali interessi».</p>
<p><strong>In un mondo sempre più globalizzato e frenetico, come vede la situazione della vita di montagna? </strong></p>
<p>«Sulle Alpi si stanno ottimizzando le tutele di tutte le attività turistiche di fondovalle e in quota. Non credo ci sia più spazio per gli speculatori avventati. Il siste­ma è competitivo ma la qualità fa la differenza e premia sempre. Non è facile vivere in montagna, ma i mez­zi di comunicazione sono sempre più capillari e qual­che carenza nei servizi è compensata dalla qualità del­la vita che l’ambiente offre. Mi auguro che gli enti pre­posti continuino a supportare le zone alpine, soprattut­to cercando di studiare quali esigenze reali hanno le popolazioni dislocate nelle aree rurali più remote; que­sto allo scopo di non abbandonare il territorio. Bisogna investire sul futuro dei giovani affinché anche loro pos­sano svolgere una vita dignitosa rimanendo nelle val­li dove sono nati».</p>
<p><strong>Un’ultima domanda, impertinente: lei è felice? </strong></p>
<p>«Ho due bellissime bimbe che mi rendono felice a prescindere; inoltre ho avuto la possibilità di fare nel­la vita quello che mi ero preposto. Ho viaggiato abba­stanza, ho vissuto con le varie popolazioni con le quali sono venuto a contatto apprendendo e rispettando le loro culture, e questo mi ha permesso di comprende­re molte dinamiche umane, comuni non solo alle gen­ti che popolano le montagne. La montagna resta la scuola di vita che mi ha dato la possibilità di fare tutto questo, a dare valore all’essenziale; e io vivo di monta­gna. Come posso dire di non essere felice?»</p>
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		<title>Hardcore Bodybuilding</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/hardcore-bodybuilding/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michele D'Urso]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Sep 2019 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=30047</guid>

					<description><![CDATA[<p>Franco Zeriul</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/30970-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/hardcore-bodybuilding/">Hardcore Bodybuilding</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il termine <em>Hardcore</em>, generalmente usato come sinonimo di pornografia, in realtà indica un utilizzo massimale, estremo, di qualcosa, si tratti di musica, sport, letteratura o altro. E a proposito di bodybuilding, chi, se non <strong>Franco Zeriul</strong>, triestino di San Giovanni, agonista, oserei definire di ‘lungo corso’, vista la oltre trentennale attività, può incarnare l’intensità di questo sport?</p>
<p><strong>Franco, ormai il bodybuilding è uno degli sport più diffusi al mondo, che effetto fa poterne parlare avendo alle spalle tanta esperienza? </strong></p>
<p>«Praticarlo da oltre 35 anni ti rende un’unica cosa con esso, la sua storia si sovrappone alla tua, e alla fine più che praticare diventi il bodybuilding».</p>
<p><strong>Anche lei ha avuto un punto di inizio…</strong></p>
<p>«Che risale a quando ero sedicenne, oltre 35 anni fa, nella palestra improvvisata creata dall’amico Nicola, nel Centro di Igiene Mentale di San Giovanni, il mio quartiere a Trieste».</p>
<p><strong>Proprio nel Centro di Igiene Mentale?</strong></p>
<p>«Quelli erano i tempi… Nicola non era nemmeno un vero e proprio istruttore, ma solo uno che si allenava da più tempo, anche per via dell’età. Nel quartiere la passione per questo sport era vivissima, tangibile, e tutti ci  allenavamo in quel modo precario perché sapevamo che Berto Luin, il macellaio del rione, avrebbe presto aperto una vera palestra. Un sogno di noi tutti, che si realizzò con l’apertura di quella che fu l’<em>Atlantic Gym</em>, un nome che sapeva di America e di campioni famosi dell’epoca: Schwarzenegger, Ferrigno, Columbu, Nubret&#8230;»</p>
<p><strong>La maggior parte dei ragazzi dell’epoca però sognavano ancora uno sport con la palla.</strong></p>
<p>«Sì, anche io avevo provato calcio e pallacanestro, ma non ci ero proprio portato, mentre l’accesso in palestra l’ho sentito come l’ingresso in un ambiente a me congeniale».</p>
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<p><strong>Ha avuto una guida?</strong></p>
<p>«Diciamo che io appartengo alle seconda generazione di bodybuilder, ovvero a quella di coloro che hanno potuto mettere a frutto l’esperienza di chi li aveva preceduti evitandone gli sbagli, ma non era come adesso dove un istruttore certificato si trova a ogni angolo di strada. Anche io ho cominciato in modo ‘empirico’, apprendendo il più possibile da giornali e da atleti più anziani. Il nostro obiettivo era diventare ‘grossi’ e ci allenavamo e alimentavamo al massimo delle nostre possibilità per quello scopo».</p>
<p><strong>Quindi il titolo dell’intervista, </strong><strong><em>Hardcore Bodybuilding</em></strong><strong>, le si adatta?</strong></p>
<p>«Solo parzialmente, perché è vero che non ho mai perso un allenamento anche se avevo la febbre, è vero che ho sempre presente i miei obiettivi, ma il mio vero motto è: <em>No Brain, No Gain</em>».</p>
<p><strong>Niente cervello, niente crescita.</strong></p>
<p>«Esatto, perché per quanto si possa essere intensi non si deve mai abbandonare la capacità di percepire quello che è giusto fare in ogni momento. Proprio per questo sono privo di infortuni, di periodi di superallenamento che distruggono anziché creare, e per questo sono durato tanto a livello agonistico».</p>
<p><strong>E le auguro che ciò duri ancora… Parliamo del suo curriculum agonistico.</strong></p>
<p>«Dopo oltre dieci anni di allenamento mollai il mio lavoro e aprimmo una palestra. Per offrire un servizio all’altezza ottenni la certificazione FIF di istruttore, e al corso ebbi come docente il professor Antonio Paoli, metà triestino anche lui, il quale, durante una pausa, mi spiegò a grandi linee come si preparava una gara. E lì nacque la mia passione per l’agonismo».</p>
<p><img decoding="async" alt="content low palmares" src="/ckeditor_assets/pictures/531/content_low_palmares.jpg" style="width: 600px; height: 1260px;" title="Hardcore Bodybuilding 4"></p>
<p><strong>Passione che l’ha portata a ottenere anche il titolo mondiale UIBBN nel 2009…</strong></p>
<p>«Per me è un tutt’uno, le mie gare sono legate l’una all’altra quasi in una sequenza logica, dove il tempo è relativo. Dalla prima, in cui dovetti perdere 20 chili di peso per entrare in forma e durante la quale tremavo di freddo sul palco proprio per via della dieta ipocalorica, passando per i tre titoli italiani, il Mondiale e fino all’ultima che mi ha dato il titolo europeo, trofeo che mi mancava, sono tutte in relazione fra loro».</p>
<p><strong>Una domanda impertinente: lei è un campione di </strong><strong><em>Natural Bodybuilding</em></strong><strong>, perché non ha preso steroidi come fanno tanti altri?</strong></p>
<p>«Primo perché se hai stima di te stesso devi dare valore a te e non alla chimica; secondo perché la sincerità è tutto; terzo perché ho la fortuna di essere diventato testimonial di una linea di integratori che mi consente di accedere ai migliori prodotti di integrazione; quarto perché questa disciplina si chiama <em>Body Building</em>, costruire un corpo, mentre se bastasse lasciare cuore e cervello a casa, venire in palestra, <em>‘rucar e pomparse’, sarìa ciamada Body Miracle</em>».</p>
<p><strong>Riporto la frase in triestino perché fra le tante doti di Franco Zeriul annovero una semplicità di  comunicazione schietta e allegra, proprio tipica del dialetto della sua meravigliosa città, che ben si accoppia al suo stile di vita sportivo. Mi dica, quali sono i suoi punti di forza?</strong></p>
<p>«I miei figli Thomas e Asia, e la mia compagna Fanny, con la quale divido anche la passione per la palestra,  perché lo sport è parte della vita ma non tutto. Se ci riferiamo alle doti tecniche, diciamo che posso vantare delle proporzioni corporee ottimali, abbinate a una eccellente simmetria e una preparazione sempre adeguata. Il fatto poi, almeno all’inizio, di gareggiare nelle ‘taglie alte’, oltre i 178 cm di altezza, dava al mio metro e ottanta la  possibilità di mostrare una armonia corporea migliore rispetto a chi doveva fare i conti con arti molto più lunghi. In più molti mi riconoscono un’ottima e carismatica tecnica di ‘posing’».</p>
<p><strong>Posing?</strong></p>
<p>«L’arte di posare, ovvero mettere in mostra il corpo in maniera armoniosa e spettacolare».</p>
<p><strong>Quindi per lei il bodybuilding è un’arte?</strong></p>
<p>«Preferisco dire che è una disciplina, termine che rende meglio l’idea della fatica fisica, mentale ed emotiva che un atleta deve mettere in campo per ottenere risultati».</p>
<p><strong>Una rivista del settore le ha dedicato articoli dove vengono giustamente messe in luce le sue qualità di atleta. Ma lei è anche un istruttore, un preparatore a tutto tondo&#8230;</strong></p>
<p>«Ovviamente ho anche tantissime certificazioni collegate con le attività che si praticano nella nostra palestra, la <em>World </em>di via Cumano, dove sono già sei anni che organizziamo un trofeo di bodybuilding per avvicinare i giovani a questa disciplina e dove preparo atleti che hanno voglia di gareggiare anche a più alti livelli. Ho preparato oltre 50 atleti alle gare, ottenendo anche risultati nazionali con Marino, Viviana, Daniele, Andrea e Paola».</p>
<p>E allora, con l’augurio di sempre maggiori successi, la lascio tornar a ‘<em>rucar</em>’. Grazie a Franco Zeriul per avermi dedicato il suo tempo e donato un po’ di quella affascinante triestinità che solo un ‘mulo’ come lui, <em>mulo de San Giovanni, pol aver!</em></p>
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		<title>Un Van Damme friulano</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/un-van-damme-friulano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michele D'Urso]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Sep 2019 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=30013</guid>

					<description><![CDATA[<p>Alan Vidoni</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Negli anni novanta andavano di moda i film di Jean Claude Van Damme ambientati nel mondo della muay thai; o era sulla kick boxing? Ma non sono la stessa cosa? Sono il solito profano della materia e chiedo aiuto ad <strong>Alan Vidoni</strong>, un Van Damme nostrano, friulano doc, che mi illuminerà sull’argomento.</p>
<p>«La muay thai – spiega – è l’arte marziale che Van Damme, in modo cinematografico, metteva in scena nei suoi film; la kick boxing, diversamente, è una forma di combattimento derivata dalla muay thai, nella quale sono stati eliminati i colpi più pericolosi, quali ginocchiate, gomitate e tecniche anch’esse devastanti, come il <em>clinch </em>e le proiezioni atterranti. La kick boxing è una disciplina sportiva, come il pugilato, non un’arte marziale».</p>
<p><strong>Lei quando ha cominciato a praticare arti marziali?</strong></p>
<p>«Ho cominciato a 25 anni in maniera del tutto casuale, incontrando un ragazzo mio coetaneo il quale poi sarebbe diventato il mio Maestro. Fino a quel momento avevo praticato sport di squadra, come il calcio, dove pur cavandomela abbastanza bene, sentivo che quello non era il mio mondo. Invece i guantoni mi hanno attirato subito, nonostante gli allenamenti durissimi ai quali il Maestro ci sottoponeva sin dal principio. Sentivo che era giusto essere lì e non mi sono mai lamentato della fatica fatta e dei colpi presi; d’altronde non ero l’unico a intuire che in quella palestra ci si allenava con metodi tanto efficaci e pratici quanto ancora attuali, poiché venivano ad allenarsi anche atleti da Gorizia e altre parti della provincia».</p>
<p><strong>Affrontare uno sport così estremo è una questione di coraggio consapevole o un ardimentoso cimentarsi a sfidare il pericolo? </strong></p>
<p>«Si affronta tutto per gradi; nessuno va allo sbaraglio. Gli allenamenti duri insegnano a crearti il carattere da combattente, sia nel fisico che nella mente che nello spirito. Porti a segno i tuoi colpi ma li incassi anche, impari a non esaltarti, mantenendo la guardia sempre alta anche quando le braccia ti esplodono per la fatica, anche se intuisci di essere in vantaggio. Impari a non svilirti se ti trovi di fronte a un avversario particolarmente in forma, che combatte il suo match cercando di surclassarti».</p>
<p><strong>Quando ci si trova a gestire una situazione di ‘emergenza’ come un combattimento, non si vede l’ora che finisca oppure si entra nel vortice dell’‘ancora un colpo’?</strong></p>
<p>«La preparazione che sta alla base della muay thai o della kick boxing non viene acquisita dall’atleta così per caso, guardando i video su <em>YouTube</em>, ma dopo anni di lavoro duro in palestra, e l’apprendimento dello stesso non finisce praticamente mai. Perciò senti che non ti devi fermare mai, non ti fermeresti mai».</p>
<p><strong>Un famoso insegnante di una ‘ginnastica dolce’, che poi era anche un grande maestro di arti marziali, all’inizio dei suoi corsi richiamava l’attenzione sul significato dell’essere definito ‘un uomo buono’, sostenendo che non competere in nessun campo è una coercizione educativa limitante per qualsiasi individuo. Lei concorda? Ovvero, praticare uno sport da combattimento può davvero aiutare l’evoluzione di un individuo?</strong></p>
<p>«Sono d’accordo con il pensiero espresso da quel Maestro: praticare sport da combattimento non ti rende “cattivo” mentre restare sul divano fa di te un uomo “buono”. Sostituirei la parola competizione con  “confronto” e questo rende facilmente intuibile che ogni confronto ti arricchisce di un esperienza e quindi fa di te un uomo migliore. Si usa anche dire “confrontarsi sul ring”, ma certamente si può applicare il concetto in ogni campo della vita. Più sei ricco di conoscenze dovute alle esperienze acquisite meglio ti confronti con chiunque, anche e soprattutto con te stesso».</p>
<p><strong>Parliamo del suo palmares.</strong></p>
<p>«Sono stato un atleta comune spronato dalla propria voglia di arrivare un po’ più in là, di mettersi alla prova costantemente come tantissimi altri. Non sono stato un campione e le classifiche non mi interessano più di tanto. Per me ha valenza quello che si fa senza rimpianti e senza scuse. È stato tutto molto naturale: prepararsi, andare a combattere, passare a fare il trainer per trasmettere quello che avevo appreso. La vittoria è una cosa effimera, non la si possiede per sempre. Questo dovrebbe essere lo spirito che ti fa continuare a fare quello che stai facendo».</p>
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<p><strong>Qual è l’atleta o il maestro che più l’hanno impressionata o ai quali si è ispirato?</strong></p>
<p>«Ci sono alcune persone che durante il mio percorso sportivo mi hanno impressionato per il loro modo di essere, ognuna di loro con il proprio stile. Cito i Maestri Alfio Romanut del Team Satori di Gorizia, colui il quale, fra l’altro, ha portato ai vertici mondiali i fratelli Petrosyan; il mio primo Maestro Luca Battista, che mi ha accompagnato per tantissimo tempo. Come non citare Stefano Busolini il mio attuale “mentore” di <em>krav maga </em>e <em>functional training</em>, discipline da me attualmente praticate. Ho smesso di praticare la muai thai, ma non voglio diventare un ex atleta e appendere tutto al famoso chiodo. Ci tengo a precisare di non essere il solo ad ammirare le persone che ho citato: il loro lavoro e il loro valore sono unanimemente riconosciuti».</p>
<p><strong>A proposito, lei qualche film di Van Damme lo ha mai visto?</strong></p>
<p>«Certamente, almeno quelli più famosi. E ammetto che in qualche modo possono aver stimolato la mia voglia di indossare i guantoni, ma sicuramente non ne ho mai fatto un ideale. Bisogna sempre tenere presente il quotidiano, il lavoro, gli affetti».</p>
<p>Eh già, la vita non è un film, ma è affascinante lo stesso, anche nella sua quotidianità: è lì la nostra lotta, dove un figlio di uno sport minore come Alan, che ringrazio per avermi raccontato &#8211; con il suo stile sobrio &#8211; le proprie esperienze sportive, ben impersona il concetto del ‘Mito della porta accanto’ che può celarsi in ognuno di noi. <em>Hokka Hey</em>!</p>
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