Un salto dietro le quinte

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Con monitor e statistiche scopre in anticipo punti forti e punti deboli degli avversari. «Allo scout non interessa la bellezza di un fondamentale, ma la sua efficacia»

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Figli di uno sport minore

Nello sport di livello ci sono operatori che lavorano fuori dalle luci della ribalta per far sì che il settore a loro assegnato tenga i tempi con le varie gare. Di questi tecnici si sa poco o nulla, e voglio rendere loro omaggio con l’aiuto di Roberta Peressin, friulana nata in quel di Gorizia, statistico del volley, la nostrana pallavolo.

Roberta, la figura da lei rappresentata è quasi del tutto sconosciuta ai più. Ma prima di tutto, cosa si intende per statistico?

«Lo statistico o, come viene chiamato nel mondo del volley, lo scout è quella figura che si occupa della raccolta ed elaborazione dei dati riguardanti sia la propria squadra che le squadre avversarie. Lo scopo è quello di conoscere i punti forti e i punti deboli, la tattica di squadra e la valutazione dei fondamentali. Nell’alto livello le gare possono diventare una partita a scacchi. È importante conoscere sia l’avversario, per prevedere le sue mosse, sia la propria squadra per poter così programmare la propria tattica di gioco».

Come si effettua una rilevazione statistica?

«Innanzitutto è necessario disporre di un software apposito. I dati da raccogliere sono veramente tanti e il programma è fondamentale per elaborarli tutti e fornire una vastissima tipologia di analisi. Durante la partita uno scout rileva tutto quello che succede sotto forma di codici. Una specie di telecronaca fatta di numeri e lettere. Ogni combinazione di numeri e lettere corrisponde a un fondamentale, valutato con determinati parametri. Praticamente riportiamo tutto quello che succede, così possiamo fornire agli allenatori in panchina anche dati in tempo reale che possono confermare o meno la bontà della tattica intrapresa».

Decidono tutto i dati, quindi?

«È ovvio che il talento dell’allenatore sta a valutare tutto in pochi secondi, e lì le qualità personali come l’intuito o l’esperienza pregressa fanno la differenza. Conclusa la gara, dati alla mano, si possono trarre le conclusioni e, in un certo senso, dare le pagelle. Fino alla settimana successiva, dove si ripete tutto: altro giro altra corsa».

Chi può fare lo statistico?

«Lo statistico a livello normativo può farlo chiunque. Non serve possedere un attestato, essere allenatore o aver frequentato un corso; però aver giocato, o comunque conoscere la pallavolo, è fondamentale in quanto la rilevazione deve avvenire su basi oggettive. Allo scout non interessa se l’esecuzione di un fondamentale è bello o brutto da vedere ma interessa l’efficacia del gesto. La ricezione per essere valutata positivamente, ad esempio, deve arrivare in un determinato punto del campo così come deve bloccare l’attacco avversario. E così via».

Lei è una ex agonista?

«Sì; ho cominciato a giocare in seconda elementare, trascinata dalla mia migliore amica. Poi lei ha optato per un altro sport, io invece ho proseguito. Ho giocato sempre nella società del mio paese. Finite le superiori, visto che come giocatrice non avevo raccolto grosse soddisfazioni (sono alta 165 cm) ho trovato stimolante passare dall’altra parte della barricata».

E com’è andata?

«Ho conseguito i vari “gradi” da allenatrice finché un giorno mi venne proposto questo nuovo ruolo, che accettai. Sono una “scoutwoman” dalla stagione 2013/2014. La prima esperienza in serie C a Gorizia. Due anni in B1 alla (fu) Atomat di Udine, 3 anni n B1 a Talmassons, 1 anno in B2 a Villa Vicentina e poi il salto in A2 per tre stagioni con il Martignacco. A seguito della sofferta decisione della società di rinunciare alla categoria, questa stagione lavoro per la Futura Volley Giovani Busto Arsizio, ovviamente da remoto».

Come sono i rapporti tra lo statistico e l’allenatore?

«Diciamo tra allenatore e tutto lo staff. La regola numero uno è lavorare tutti all’unisono. Coordinati e rivolti verso gli stessi obiettivi. E sono tante le persone coinvolte. Per esempio il secondo allenatore, il preparatore atletico, lo sparring partner o aiuto allenatore, il fisioterapista, lo scout appunto, e chi ha la fortuna di averle anche altre figure mediche tipo osteopata, dietologo, ma anche mental coach, senza scordare i dirigenti. Di lavoro ce n’è per tutti».

Se lo statistico conosce tutti i punti forti e deboli di ogni giocatore può essere considerato anche un talent scout?

«Non mi sento di definire lo scout come un talent scout, anche se le parole traggono in inganno. Lì si entra in un campo dove subentrano i procuratori ed è tutto un altro mondo. In fase di mercato noi forniamo sicuramente video e dati sulle giocatrici, ma sul piatto delle decisioni ci sono anche compensi, ingaggi, accordi… Noi ce ne teniamo fuori».

Dicono che il primo a usare lo statistico sia stato il leggendario Julio Velasco.

«Sicuramente è stato ed è tutt’ora un guru e un rivoluzionario della pallavolo. Personalmente non ho mai avuto il piacere e la fortuna di incontrarlo, ma ho conosciuto il fondatore della software house del programma di scouting più usato presente sul mercato, che a sua volta ha collaborato appunto con Velasco per lo sviluppo del programma. Un giorno ci ha raccontato come nacque l’idea del programma. Da ragazzino, quando era un giocatore, Velasco ebbe una visione della partita diversa rispetto a quella del suo allenatore e decise di mettere nero su bianco le sue sensazioni. Ha avuto ragione lui».

Quante ore passa davanti allo schermo a visionare partite?

«Le ore davanti al pc sono veramente tante. Ho smesso di tenere il conto. Lo faccio con passione, non mi annoio e per fortuna il tempo passa veloce, ma c’è davvero molto lavoro».

Una persona attiva come lei in che modo recupera il movimento perso?

«Per chi, come me, ha un impiego fisso, il danno è che dopo 8 ore di ufficio ci si ritrova a passarne altre 4 o 5 davanti al pc di casa. Ovviamente in orari notturni. Per staccare un po’ mi dedico un’oretta di yoga, o una corsetta, o un po’ di pilates. Così riposo i neuroni e metto in moto ossa e muscoli, per prepararmi a una serata di video e partite. Fortunatamente la stagione agonistica va da settembre a marzo circa. Ho tutta l’estate per recuperare».

Non ha mai pensato di giocare ancora, magari in campionati amatoriali?

«In passato partecipai per diverse stagioni al campionato amatoriale. Me l’hanno riproposto anche le scorse settimane. Sicuramente un sano momento di aggregazione e svago, ma c’è troppa ruggine da togliere. E poi probabilmente invece che prendere la palla, mi fermerei a guardare cosa fanno gli avversari…»

Saluto Roberta ringraziandola del suo tempo e della sua preparazione, augurandole il successo che merita e concludo con la considerazione che ad alti livelli le figure come la sua acquisteranno sempre maggiore valore. E ci saranno sempre meno ‘sconosciute’.

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