Moto perpetuo, nonostante tutto

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Michele D'Urso

4 Dicembre 2023
Reading Time: 5 minutes

In ogni sport praticato eccelleva. Nel 2010 un incidente in gara rischiò di costargli la vita. Ma le ferite riportate non lo hanno fermato

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Gli sportivi sono gente attiva e io ne ho incontrati tanti. Ma Lucio Buiatti, monfalconese classe 1959, a dispetto di età e avversità, va oltre il limite, così tanto che definirlo perpetuamente in moto sembra addirittura riduttivo.

Lucio, si ferma qualche volta a prendere fiato?

«Se devo, ma non vorrei. Per me muoversi è un istinto naturale, innato. Ho cominciato come tanti in oratorio. Il parroco era don Rino Lorenzini, appassionato di calcio, e si può dire che sia stato lui il mio talent scout perché aveva notato che correvo più degli altri. Fece in modo che diventassi una buona ala destra, questo fino alla categoria Allievi».

E poi?

«Passai al baseball, senza cambiare stadio, perché entrambi gli sport si praticavano nell’impianto di via Boito. Solo con il passaggio all’atletica sono arrivato al leggendario ‘Cosulich’ dove ho conosciuto ben 7 custodi dell’impianto, dei quali ero croce e delizia, perché si sapeva quando cominciavo l’allenamento ma non quando finivo».

È stato il baseball a farla innamorare dei lanci?

«Diciamo che mi ha dato la preparazione, visto che con il Monfalcone ho giocato per anni in serie B. Comunque il mio primo lancio di giavellotto è avvenuto nel 1986, a 27 anni, in modo che definire rocambolesco è poco».

Ora deve raccontarlo…

«Avevamo organizzato una sfida calcistica fra undici campioni, o ex campioni, e noi undici schiappe. In precedenza all’evento avevo rotto le scatole a un amico, solido praticante e allenatore di giavellotto, di farmi provare a lanciare e lui, evidentemente per sbarazzarsi di me senza dovermi dire di no, mi disse che mi avrebbe fatto provare solo se avessimo battuto la squadra dei campioni. Vincemmo 5 a 1. E dopo la cena seguente all’evento, più o meno alle tre di notte, feci il mio primo lancio con il giavellotto, superando i 50 metri al tentativo iniziale. Lì è cominciato tutto».

Risultati sorprendenti, anche perché la sua taglia atletica parrebbe più adatta alla resistenza che all’esplosività.

«Effettivamente la maggior parte degli avversari con cui ho avuto a che fare erano molto più alti e massicci, ma la forza esplosiva ha componenti che secondo me sono caratteriali. È ovvio che atleti più alti, a parità di caratteristiche esplosive, sono avvantaggiati, come Dainis Kula, medaglia d’oro olimpica a Mosca nel 1980, contro il quale ho gareggiato tante volte da Master. Il carattere credo sia venuto fuori dalle vicissitudini adolescenziali: sono figlio unico, orfano di padre portato via dall’amianto quando avevo quindici anni, perciò so come va affrontata la vita, e di conseguenza lo sport».

Ha raggiunto risultati importanti allenandosi dopo aver concluso il turno di lavoro in fabbrica.  Nonostante anche il fato si fosse messo di mezzo…

«Dopo tre anni di allenamento superavo i 60 metri di lancio e nel 1992, a Caorle, ho vinto il mio primo titolo italiano. Ho un record personale di 63,36 mt, una misura simmetrica. Gareggiando con diverse società sportive – “Nova Atletica dal Friuli”, “Brugnera”, “Atletica Belluno” solo per citarne alcune – ho partecipato a 555 gare di atletica. Il destino è un po’ scritto: una volta si gareggiava Senior fino ai 40 anni e i più vecchi come me erano svantaggiati. Quando ho compiuto 40 anni sono passato Master, ma il limite agonistico Senior è sceso ai 35 e quindi io ero comunque più vecchio… Dal 2000, inoltre, sono diventato diabetico, una malattia limitante che a causa degli sbalzi glicemici mi porta ad avere qualche difficoltà in più».

Nel 2010, invece, ha rischiato grosso.

«Eravamo ai Campionati italiani di Mestre e mi stavo apprestando a effettuare l’ultimo lancio, per questo sono andato verso la rastrelliera mentre nella vicina pedana del lancio del peso la gara era in pieno svolgimento. Mi stavo chinando per afferrare il giavellotto quando alle mie spalle ho sentito un ‘noo’ di terrore; per istinto mi sono coperto la nuca con le mani, ed è stato il gesto che mi ha salvato la vita. Mi sono beccato in testa la palla di acciaio da 6 kg che un amico padovano, atleta lanciatore di peso, aveva lanciato in direzione errata. Ho quasi subito il distacco del pollice destro, lo schiacciamento di più dita della mano sinistra e, ovviamente, un forte trauma cranico».

Lei è sopravvissuto a una palla di cannone che le ha colpito la testa?

«Una fatalità benevola. Ho proseguito ugualmente la mia carriera. Non avevo il pollice destro perché la mano era tutta disastrata, ma lo stesso lanciavo il giavellotto a 40 metri».

Un coraggio eccezionale.

«Fermarsi non serve a nulla. La gioia di praticare sport ha nutrito e nutre ancora la mia vita. Sono sempre stato lontano dal doping e quando ho conquistato la mia prima medaglia europea Master nel 2008 ho vinto anche una scommessa: ottenere una medaglia internazionale rimanendo pulito. Quella medaglia ha per me un valore simbolico più dell’oro, anche perché quella mattina ebbi una crisi ipoglicemica che mi mise ko. Ho gareggiato stando a stento in piedi».

Cosa sono i Pentalanci?

«Da agonisti Senior è difficile praticare più specialità, ma da Master è un divertimento unico. Praticamente lancio del Peso, del Giavellotto, del Disco, del Martello e del Martello con Maniglia (specialità antica e non olimpica) riunite in un’unica competizione. Il bello è che ci si aiuta uno con l’altro: io suggerisco ai discoboli come maneggiare la lancia e loro fanno altrettanto per me con il disco. Un mondo solidale difficile da immaginare. Ogni anno abbiamo un certo numero di gare che vengono inserite nel circuito Gran Prix Italia e alla fine si stilano le classifiche generali. Ho conquistato diverse volte la medaglia d’argento».

Per raccontare il suo palmares non basterebbero decine di libri, anche perché bisognerebbe aggiungere i successi da tecnico.

«Sono allenatore di baseball, ho allenato gli Staranzano Ducks, sono massaggiatore per società e ovviamente seguo le giovani speranze regionali della mia specialità».

Le resta tempo per altro?

«Per fortuna da poco sono andato in pensione e posso contare per ogni cosa sul sostegno delle mie tre donne: mia mamma Francesca, fresca novantenne, la mia compagna Michela e mia figlia Agata. Detto in umiltà e non per vanto, mi avanza anche tempo per fare volontariato che è un atto che giova principalmente a me stesso».

Non voglio trattenerla oltre, perché mi pare che sia già in astinenza di allenamento.

«Tranquillo, mi sono già fatto la mia nuotata di qualche chilometro per migliorare un po’ la spalla che mi duole…»

Se ci riuscite, stategli dietro. Io torno al divano.

 

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