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	<title>Andrea Doncovio &#8211; imagazine.it</title>
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	<title>Andrea Doncovio &#8211; imagazine.it</title>
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	<item>
		<title>Donata Vianelli: la persona al centro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Doncovio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2026 09:53:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<category><![CDATA[formazione]]></category>
		<category><![CDATA[trieste]]></category>
		<category><![CDATA[units]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La prima Rettrice donna dell’Università degli Studi di Trieste traccia le prospettive e gli obiettivi del suo mandato, oltre i conti finanziari e le statistiche</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/Vianelli-PT_def_001.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/donata-vianelli-la-persona-al-centro/">Donata Vianelli: la persona al centro</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h6>Donata Vianelli, Magnifica Rettrice dell&#8217;Università degli Studi di Trieste</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>TRIESTE – Dallo scorso mese di agosto guida ufficialmente l’<strong>Università degli Studi di Trieste</strong>. Un’istituzione con oltre 19mila studenti e 1.500 tra docenti, tecnici amministrativi. Ma soprattutto con oltre un secolo di storia e legami profondi con il tessuto sociale, culturale e imprenditoriale del territorio. Nel quale ricopre un ruolo di primo piano in ottica di sviluppo e formazione.</p>
<p><strong>Rettrice Vianelli, qual è il bilancio di questi primi mesi del suo mandato?</strong></p>
<p>«Un bilancio molto positivo perché siamo riusciti a partire con lo sviluppo del piano strategico che accompagnerà tutto il mio mandato, fino al 2031. Questi primi mesi sono volati ma abbiamo già fatto cose importanti».</p>
<p><strong>Cosa implica ricoprire questo ruolo?</strong></p>
<p>«Portare a compimento l’impegno di tanti anni: non solo come ricercatrice o docente, ma anche nel coinvolgimento nelle attività istituzionali, iniziato con la direzione del Dipartimento di Scienze Economiche, Aziendali, Matematiche e Statistiche e giunto ora al coordinamento delle attività dell’intero Ateneo. Per me vuol dire avere l’opportunità di far crescere ancora di più un’istituzione che ho sempre amato molto e a cui ho dedicato tutta la mia vita. Ricoprire questo ruolo significa condurre un’intera comunità verso determinati obiettivi. Che non sono solo di crescita del numero di studenti o economico-finanziaria, ma soprattutto crescita umana e personale».</p>
<p><strong>Cosa significa per lei essere la prima rettrice donna di questa istituzione? </strong></p>
<p>«Qualcosa di importante. Né uomini né donne devono dare per scontato che lo sviluppo della carriera debba essere correlato a questioni di genere. Essere la prima Rettrice donna vuol dire dare un esempio alle nostre studentesse e non solo: perché vedere un’istituzione così importante guidata da una donna può essere una motivazione ulteriore per impegnarsi nella crescita lavorativa e nella vita personale e famigliare, che va mantenuta centrale a prescindere dell’impegno lavorativo».</p>
<p><strong>Come giudica lo stato di salute dell’Università di Trieste?</strong></p>
<p>«Ottimo. Ma i tempi sono già cambiati: si sta chiudendo il periodo del PNRR e quindi dobbiamo essere molto prudenti. Avremo meno risorse da parte dello Stato rispetto agli ultimi tre anni. Si sta affacciando inoltre l’inverno demografico. Compito della <em>governance </em>sarà quello di mantenere sana questa istituzione, stando attenti a fare scelte che sappiano guardare agli sviluppi futuri, abbinando crescita e attenzione alle esigenze della società. Oltre a formare i giovani per il mondo del lavoro, siamo chiamati a competere con le altre università tradizionali e con quelle telematiche, nonché con gli atenei internazionali, poiché sempre più spesso i nostri giovani decidono di andare a studiare all’estero».</p>
<p><strong>Quali sono i punti di forza dell’Ateneo triestino?</strong></p>
<p>«Dal punto di vista della didattica un’offerta formativa molto ampia e in linea con le richieste del territorio. Così come la capacità di dialogo della nostra università con gli studenti delle scuole superiori di tutta Italia: un’azione di orientamento che aiuta in modo innovativo a fare la scelta giusta. Da tanti anni ospitiamo d’estate un migliaio di studenti per aiutarli a comprendere quali possono essere i corsi più adatti alle loro caratteristiche e alle loro passioni. Facciamo provare loro percorsi di formazione e laboratoriali che anticipano quelli che saranno poi i reali percorsi di studio. In questi contesti gli studenti vengono aiutati a comprendere cosa piace loro fare e, soprattutto, cosa non piace loro fare. Un altro punto forte è la ricerca: siamo un’università molto scientifica, con la fortuna di operare in un territorio in cui ci sono anche altre eccellenze nell’ambito della ricerca con le quali abbiamo instaurato forti sinergie. E poi l’internazionalizzazione: siamo tra gli atenei al top in Italia in questo settore, anche per numero di immatricolazioni dall’estero».</p>
<p><strong>A proposito di ricerca: le università italiane di cosa avrebbero bisogno per potenziarla?</strong></p>
<p>«C’è fortemente bisogno di stabilità nella disponibilità di fondi da destinare alla ricerca. Da quest’anno il Ministero ha elaborato un piano triennale grazie a cui nel prossimo triennio dovremmo avere ben chiaro a quanti fondi potremo attingere. Ciò dovrebbe fornirci la stabilità necessaria che prima non c’era. Ma persiste un problema a livello di sistema: la quantità complessiva di fondi che lo Stato mette a disposizione per la ricerca è molto bassa se rapportata con il resto d’Europa, dove siamo fanalino di coda. Diventiamo così meno competitivi, abbiamo meno ricercatori e infrastrutture che diventano obsolete. In tali condizioni i ricercatori italiani si rivelano molto più bravi rispetto alla media dei colleghi all’estero perché riescono a fare miracoli con fondi di ricerca limitati. In questo contesto, la grande fortuna dell’Università di Trieste è avere alle spalle una Regione Friuli Venezia Giulia che negli ultimi anni si è dimostrata realmente attenta alle esigenze del mondo universitario. Abbiamo avuto grandi investimenti regionali nel sistema universitario con progettualità nate <em>ex novo </em>dal confronto con la Regione. Una cosa non scontata».</p>
<p><strong>Dall’Università di Udine alla SISSA, com’è il rapporto con gli altri enti del sapere in Friuli Venezia Giulia?</strong></p>
<p>«A mio avviso dovremo gestire al meglio questa sinergia soprattutto nella progettualità della ricerca, nell’innovazione e nel coordinamento delle iniziative. Due esempi: il primo è la collaborazione delle tre università nell’ambito dell’Intelligenza artificiale, trovando una complementarietà pur nelle specificità di ciascuna realtà. Il secondo è l’Ecosistema dell’innovazione del Nordest che ci ha visto collaborare con tutte le università di quest’area. Le sinergie sono fondamentali, così come le specificità di ciascuna università per valorizzare i propri punti di forza. Nel nostro caso il mondo della <em>blue economy</em>, l’economia del mare».</p>
<p><strong>L’Università di Trieste quest’anno ha superato il proprio record di immatricolati. Che significato attribuisce a questo dato?</strong></p>
<p>«Punto di forza dell’Università di Trieste è l’offerta formativa molto attrattiva, anche per studenti stranieri grazie ai numerosi insegnamenti in inglese. Inoltre gli investimenti fatti in passato stanno ora dando il loro frutto. Lavoriamo tanto con la comunicazione per far conoscere i nostri risultati e la nostra offerta. La risposta del mondo del lavoro è molto positiva e superiore alla media italiana per quanto riguarda l’immediato inserimento dei laureati. Abbiamo settori con 100% di occupazione dei nostri studenti entro un anno dalla laurea. Ma c’è un altro aspetto fondamentale: oltre alla qualità delle sedi e dei corsi, la scelta dell’università è legata molto anche all’attrattività del territorio e della città in cui l’università si trova. E Trieste è una città altamente attrattiva, sempre più visitata e apprezzata, una città bella da vivere che ha impattato positivamente sul nostro Ateneo».</p>
<figure id="attachment_73307" aria-describedby="caption-attachment-73307" style="width: 640px" class="wp-caption aligncenter"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-large wp-image-73307" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/aa_nuova-foto-730x1024.jpg" alt="aa nuova foto" width="640" height="898" title="Donata Vianelli: la persona al centro 1" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/aa_nuova-foto-730x1024.jpg 730w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/aa_nuova-foto-214x300.jpg 214w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/aa_nuova-foto-768x1077.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/aa_nuova-foto.jpg 800w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption id="caption-attachment-73307" class="wp-caption-text">Donata Vianelli è madre di tre figli di età compresa tra 27 e 32 anni. Ama la montagna ed è appassionata sciatrice. Ha inoltre studiato al Conservatorio dove ha imparato a suonare il pianoforte</figcaption></figure>
<p><strong>L’evoluzione del mondo del lavoro è costante e spesso difficilmente prevedibile: a suo avviso quali sono i corsi di laurea destinati ad avere maggiori sbocchi occupazionali nei prossimi anni?</strong></p>
<p>«Impossibile definirlo ora. Tuttavia l’aiuto che diamo agli studenti nella fase di orientamento e la preparazione che forniamo loro durante il percorso universitario, anche in termini di competenze personali, li aiutano a trovare uno sbocco lavorativo o imprenditoriale. Se da un lato la domanda per laureati in ambito ingegneristico ed economico risulta sempre elevata, abbiamo altrettante richieste anche in ambito umanistico, nell’area dei servizi sociali… Tutti i ragazzi che portano a termine il loro percorso universitario in qualsiasi facoltà hanno ottime <em>chance </em>occupazionali. Consiglio sempre agli studenti di non scegliere il corso di laurea in base alle prospettive occupazionali di oggi, ma in base alle proprie passioni e capacità. Perché le aziende chiedono persone solide dal punto di vista tecnico, dell’analisi critica, del sacrificio. Quando poi entreranno nel mondo del lavoro devono essere pronti a una formazione continua per tutta la vita, perché l’innovazione li porterà alla necessità di aggiornamenti costanti, come avviene per ciascuno di noi. La stessa intelligenza artificiale abbraccerà tutti i settori: non serviranno solo informatici ma anche laureati in campo umanistico. Per questo è fondamentale fare la propria scelta dove c’è gusto per l’impegno. Essere aperti e curiosi a interessarsi anche in settori non direttamente propri ma in cui dare un contributo con il proprio <em>background </em>personale».</p>
<p><strong>Quando nel 2031 lascerà l’incarico di Rettrice per cosa le piacerebbe essere ricordata?</strong></p>
<p>«Come una Rettrice che ha innovato senza perdere di vista la centralità della persona. Nonché per aver cercato di semplificare il lavoro organizzativo di tutti all’interno dell’Università. Infine vorrei essere ricordata per essere riuscita a far crescere l’Università sia nella didattica che nella ricerca, seppur in anni di maggiori ristrettezze economiche. Perché la ricerca è la base della qualità che noi possiamo offrire agli studenti ed è la base dell’innovazione e dell’impegno pubblico e sociale che l’università deve avere nel contesto del proprio territorio. Ma l’aspetto più importante è un altro».</p>
<p><strong>Quale?</strong></p>
<p>«Vorrei che tutti si sentissero valorizzati in qualità di persone che ogni giorno operano per rendere migliore questa Università. Il nostro è un lavoro bellissimo, perché ci mette al servizio dei giovani e della ricerca: è un lavoro che guarda al futuro. E nel futuro connotato da tecnologia ed economia, bisogna dare centralità al benessere interno della comunità».</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Basket: Udine si inchina, il derby parla triestino</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/basket-udine-si-inchina-il-derby-parla-triestino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Doncovio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Apr 2026 16:15:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
		<category><![CDATA[basket]]></category>
		<category><![CDATA[trieste]]></category>
		<category><![CDATA[udine]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Partenza a razzo dei friulani ma gli ospiti escono alla distanza e si impongono con un 89-70 senza appello</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/apuTrieste.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/basket-udine-si-inchina-il-derby-parla-triestino/">Basket: Udine si inchina, il derby parla triestino</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>UDINE &#8211; Una Trieste incerottata &#8211; senza <strong>Brooks</strong> e <strong>Sissoko</strong> &#8211; con uno sparuto seguito di tifosi (dopo le note limitazioni legate all’ordine pubblico) vince il derby contro una APU Udine che parte a mille all’ora ma che perde lucidità con lo scorrere del tempo.</p>
<p>Dopo il ricordo delle vittime del terremoto del 1976 e il lancio di <em>peluche</em> per i bimbi ricoverati negli ospedali pediatrici del Friuli Venezia Giulia, la temperatura sul parquet sale di colpo con le accelerate dei padroni di casa, trascinati da un <strong>Christon</strong> ispirato.</p>
<p>Trieste prova a reggere l’urto giocando maggiormente sull’orizzonte dei 24 secondi.</p>
<p>Sul finale del primo quarto Udine tenta lo strappo, con le triple di <strong>Alibegovic</strong> e <strong>Calzavara</strong> che incendiano il Carnera, strappando il massimo vantaggio (+14) in chiusura di tempo.</p>
<p>L’inizio del secondo quarto ha però in serbo una doppia doccia gelata: nel giro di un minuto <strong>Mekowulu</strong> prima e <strong>Ikangi</strong> poi commettono il terzo fallo, obbligando <strong>coach Vertemati</strong> ai cambi e dando campo aperto ai giochi a due sotto canestro dei lunghi di Trieste, con <strong>Banan</strong> che diventa dominante.</p>
<p><strong>Uthoff</strong> e <strong>Deangeli</strong> piazzano sei punti in un amen, e l’inerzia di colpo volta tutta su Trieste.</p>
<p>La bomba del rientrante <strong>Hickey</strong> dà ossigeno a Udine, ma gli americani degli ospiti iniziano a carburare e trascinata da <strong>Ross</strong>, <strong>Brown</strong> e <strong>Toscano-Anderson</strong> la compagine di <strong>Taccetti</strong> prima agguanta i friulani poi li ribalta andando all’intervallo sul +3.</p>
<p>Nel terzo quarto Trieste accelera subito scavando un solco che col passare dei minuti diventa incolmabile, anche perché i problemi di falli iniziano ad attanagliare anche <strong>Calzavara</strong> e <strong>Spencer</strong>, mentre si spegne definitivamente la luce di <strong>Alibegovic</strong> che non trova più la via del canestro.</p>
<p>Dopo l’ennesima tripla fallita da <strong>Bendzius</strong>, <strong>Uthoff</strong> piazza la bomba del +13 e spegne ogni velleità friulana, con l’APU ormai in bambola.</p>
<p>Il rientro nella mischia di <strong>Ikangi</strong> e <strong>Mekowulu</strong> ridà centimetri e dinamismo a Udine sotto il tabellone, ma i buoi sono scappati e le triple di <strong>Deangeli</strong> e <strong>Ramsey</strong> mettono la parola fine. Gli ultimi minuti sono pura accademia, per una partita che alla termine lascia l’amarezza in bocca a tutti.</p>
<p>All’APU per la sconfitta e alla Pallacanestro Trieste trafitta al cuore dal canto ironico dei supporters friulani sul nebuloso futuro societario con sempre più probabile trasferimento a Roma: “Al Colosseo, andate al Colosseo…”. Anche questo è il derby.</p>
<h3>Il tabellino</h3>
<p>27-19 / 41-44 / 56-64 / 70-89</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.legabasket.it/game/25221/apu-old-wild-west-udine-pallacanestro-trieste" target="_blank" rel="noopener">Clicca qui per il tabellino completo</a></span></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Davide Lepori: al centro dell&#8217;Europa</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/davide-lepori-al-centro-delleuropa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Doncovio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Feb 2026 16:32:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<category><![CDATA[contributi]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[gorizia]]></category>
		<category><![CDATA[informest]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nei prossimi mesi scadrà il suo mandato di presidente di Informest: «Una realtà a supporto delle amministrazioni locali nello sfruttare al meglio i fondi europei per migliorare la qualità della vita, i servizi, le infrastrutture e l’ambiente»</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/a_IMG_0109.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/davide-lepori-al-centro-delleuropa/">Davide Lepori: al centro dell&#8217;Europa</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h6>Davide Lepori</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>GORIZIA – Coinvolgere le comunità. È questo il mantra che <strong>Davide Lepori </strong>non si stufa mai di ripetere quando parla dell’attività di <strong>Informest</strong>.</p>
<p>Una realtà nata negli anni ’90 su impulso della Regione Friuli Venezia Giulia con una</p>
<p>missione chiara: promuovere lo sviluppo economico del territorio e aprire nuove strade all’internazionalizzazione.</p>
<p>«Nella sua storia – spiega il presidente Lepori – Informest si è sempre adoperata affinché la Regione FVG potesse essere una testa di ponte per l’internazionalizzazione di questo territorio, grazie alla sua posizione privilegiata rispetto ai mercati dell’Est Europa».</p>
<p><strong>La caduta della Cortina di Ferro ha portato a una nuova evoluzione degli obiettivi di Informest, divenuta un collante tra l’Europa e le comunità locali del Friuli Venezia Giulia.</strong></p>
<p>«Noi siamo di supporto alle amministrazioni regionali, ai <em>cluster</em>, alle associazioni in tutta la progettualità di sviluppo economico reale, dedicandoci alla ricerca dei fondi europei indispensabili per finanziare questi progetti che abbracciano campi e aree diverse. Con i Comuni di Premariacco e Cividale, per esempio, stiamo lavorando su una progettualità per la verifica delle microplastiche nei rifiuti liquidi nelle abitazioni. Solo per citare un esempio».</p>
<p><strong>Se dovessimo citarne altri?</strong></p>
<p>«Il Progetto Elena che mira alla sistemazione dal punto di vista del dispendio energetico di tutti gli immobili pubblici di proprietà di Comuni, Regione o delle ex Province. Ma abbiamo anche aiutato regioni del basso Adriatico a gestire assieme alla NET il riciclo dei rifiuti urbani, così come abbiamo sostenuto progetti per l’ottimizzazione della pesca nell’alto Adriatico».</p>
<p><strong>Un ente dalle grandi risorse e potenzialità, ma ancora sconosciuto ai più…</strong></p>
<p>«Il passaparola è il meccanismo migliore in assoluto di sviluppo del mercato. C’è però molta pigrizia tra i portatori di interesse. Nell’ultimo anno abbiamo organizzato dieci seminari, con la possibilità peraltro di fornire anche crediti formativi. A parte un paio di appuntamenti, che hanno registrato un centinaio di iscritti, negli altri casi i partecipanti sono stati davvero pochi. Un peccato, perché molto spesso gli assessorati piuttosto che i funzionari sono travolti dal contingente e non pensano che la pianificazione e la programmazione possano essere importanti».</p>
<p><strong>Come cambiare la situazione?</strong></p>
<p>«Abbiamo cercato di individuare più soluzioni. Dal rinnovamento completo del nostro sito web ad azioni strategiche mirate. Con l’Assessorato regionale alla Funzione pubblica, per esempio, stiamo impostando una progettualità di formazione dedicata al <em>foresight </em>strategico: ovvero la metodologia che utilizza tecniche di anticipazione per esplorare scenari futuri possibili. Oggi è quanto mai importante avere una visione di medio-lungo termine, ma tarata sul breve visto come le situazioni mondiali mutano ormai nel giro di sei mesi. I privati lo fanno già da tempo, la Regione ha compreso che anche il mondo del pubblico deve farlo. Informest lavorerà per fare in modo che sempre più amministrazioni pubbliche possano avere questa sensibilità».</p>
<p><strong>Il Friuli Venezia Giulia appare talvolta una regione periferica dell’Italia ma al tempo stesso una regione centrale per l’Europa. Lei che idea si è fatto a riguardo?</strong></p>
<p>«Una visione che condividiamo assieme al direttore generale di Informest, Graziano Lorenzon. Abbiamo contatti costanti con l’ufficio regionale a Bruxelles, fattore che ci consente di percepire quali sono le prospettive delle varie politiche europee a seconda degli argomenti che vogliamo affrontare nei prossimi anni. Possiamo essere centrali: un ruolo di centralità in Europa che ormai al Friuli Venezia Giulia viene riconosciuto da numerosi attori istituzionali. Pensiamo all’aeroporto di Ronchi o al porto di Trieste: possiamo diventare realmente un polo che fa da <em>pivot </em>per tutto il Continente».</p>
<p><strong>Talvolta l’Europa viene vista come un’entità astratta e burocratica: tuttavia sono numerose le risorse che ogni giorno mette a disposizione per le progettualità dei territori. Informest come si muove per ottenerle?</strong></p>
<p>«È sempre difficile recuperare risorse dall’Europa. Pur avendo al nostro interno professionalità elevate che vogliamo ulteriormente implementare, non possiamo sempre sapere tutto. Il motivo per cui abbiamo organizzato molti seminari è per creare una conoscenza media di base da un lato, e per sensibilizzare i Comuni in merito alle potenzialità in essere dall’altro. Soprattutto per stimolarli a rivolgersi a noi. Basterebbe dire: “<em>Abbiamo questo progetto che vorremmo realizzare, come si può fare?</em>”. Va invertito il flusso: non è Informest che deve andare alla ricerca spasmodica di tutti i progetti possibili per poi chiedere ai Comuni se sono interessati. È il Comune che deve proporre la sua progettualità: Informest lo aiuterà nel reperimento dei fondi e nella stesura della panificazione».</p>
<p><strong>Un cambio di mentalità realizzabile?</strong></p>
<p>«Non deve essere Informest a spingere sull’acceleratore: noi dovremmo essere tirati per la giacca da tutte le amministrazioni comunali ogni giorno: “<em>Vorremmo fare un </em><em>centro per anziani, un parco per studenti, piste ciclabili, comunità energetiche…</em>” Da presidente di Informest vorrei ricevere 50 telefonate al giorno, perché significherebbe che c’è un territorio che freme e non che aspetta l’arrivo di un contributo. Ci sono Stati che sono vicini al 100% di utilizzo dei fondi europei. Dobbiamo prendere spunto dal loro esempio».</p>
<p><strong>Quali sono le caratteristiche che ricercate nelle figure che collaborano con la vostra realtà?</strong></p>
<p>«Prediligiamo chi ha già esperienza nel reperimento dei fondi europei, ma ci piace anche formare le competenze in casa. Aspetto basilare è la conoscenza della lingua inglese: abbiamo frequentemente incontri, anche online, con realtà slovene e austriache e la comunicazione in inglese è indispensabile. Inoltre serve la capacità di mettersi in gioco per scrivere progetti e per valutare la loro sostenibilità economica. Competenze complesse non sempre facili da trovare sul mercato. Prossimamente usciranno un paio di bandi proprio per la selezione del personale».</p>
<figure id="attachment_71650" aria-describedby="caption-attachment-71650" style="width: 1000px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="size-full wp-image-71650" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low-seminario.jpg" alt="low seminario" width="1000" height="665" title="Davide Lepori: al centro dell&#039;Europa 2" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low-seminario.jpg 1000w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low-seminario-300x200.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low-seminario-768x511.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low-seminario-391x260.jpg 391w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low-seminario-272x182.jpg 272w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption id="caption-attachment-71650" class="wp-caption-text">Il presidente Lepori, primo da destra, durante un seminario promosso da Informest</figcaption></figure>
<p><strong>Il suo mandato di presidente è prossimo alla scadenza: che eredità lascerà al suo successore?</strong></p>
<p>«Chi verrà dopo di me troverà gli ultimi due migliori bilanci prodotti da Informest e una situazione gestita in modo molto oculata, grazie alle opportunità che io ho avuto. Come avere un direttore generale con cui ho condiviso gli obiettivi da raggiungere, tra cui la maggior presenza sul territorio. Abbiamo inoltre rinnovato contratti di lavoro, dando la possibilità di puntare anche sullo <em>smart working</em>. Infine abbiamo puntato sul riassetto organizzativo per dare un senso al ruolo che deve avere  Informest».</p>
<p><strong>Quali sono invece a suo avviso le priorità su cui Informest dovrebbe puntare nel futuro?</strong></p>
<p>«Potenziare i contatti con Bruxelles e continuare a farsi conoscere sempre di più. Insistendo sui seminari formativi per creare informazione e cultura. Puntare su una corretta informazione che dia competenze è il modo migliore per fornire un sostegno a tutti gli attori del territorio».</p>
<p><strong>Terminata questa esperienza quali sono le sfide che Davide Lepori vorrebbe intraprendere?</strong></p>
<p>«Mi piacerebbe continuare a lasciare qualcosa di meglio, in particolare per i giovani. Se mi verrà data la possibilità lo farò ancora lavorando in enti e istituzioni. Diversamente, lo farò da nonno con la mia nipotina».</p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Andrea Peressin: la gioia dell&#8217;Africa</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/andrea-peressin-la-gioia-dellafrica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Doncovio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Feb 2026 09:16:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<category><![CDATA[africa]]></category>
		<category><![CDATA[cervignano]]></category>
		<category><![CDATA[solidarietà]]></category>
		<category><![CDATA[volontariato]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/home_desk/?p=71373</guid>

					<description><![CDATA[<p>Le ombre della depressione e la necessità di scappare da se stesso. La scelta di raggiungere in Rwanda un amico sacerdote per aiutare la gente del luogo. L’attivazione di una raccolta fondi e la partenza in solitaria. «Ho imparato a mettere in pratica la parola priorità». Il rientro in Italia con una consapevolezza: è solo un arrivederci</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/a_1000323027.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/andrea-peressin-la-gioia-dellafrica/">Andrea Peressin: la gioia dell&#8217;Africa</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h6>Andrea Peressin tra i bambini in Rwanda</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il ritmo frenetico dei preparativi delle Olimpiadi invernali appare quanto di più distante dalla calma africana.</p>
<p><strong>Andrea Peressin</strong>, cinquantenne di Cervignano del Friuli, risponde al telefono da Cortina dove in questi mesi lavora nella logistica del grande evento sportivo.</p>
<p>Ma la testa corre alla scorsa estate, quando per tre mesi decise di abbandonare il Friuli per vivere un’esperienza indimenticabile tra <strong>Rwanda </strong>e <strong>Kenya</strong>.</p>
<p>«Sono partito – spiega riavvolgendo il nastro dei ricordi – per scappare da un sistema che mi aveva reso fragile, nel quale più volte avevo vissuto le ombre della depressione. Era come se agli occhi della gente avessi una vita leggera. Ma anche chi illumina gli altri spesso può sentirsi al buio e dietro ogni mio sorriso si nascondeva un cuore stanco. Viaggiare è anche un modo per scappare da noi stessi, da quella <em>routine </em>quotidiana che ci inganna. Ed è per tutto ciò che ho intrapreso questo viaggio con il desiderio di fuggire nella speranza di ritrovare me stesso. Nella speranza di arrivare in un luogo sconosciuto e di rinascere, di sentirmi libero da giudizi e pregiudizi».</p>
<p><strong>Prima di partire avevi attivato una raccolta fondi: com’è andata e cosa è stato possibile finanziare grazie alle donazioni ricevute?</strong></p>
<p>«La raccolta fondi è stata una idea copiata da alcuni volontari che seguivo sui social. Osservavo come con l’affetto della gente riuscivano a realizzare tante cose che io da solo non sarei riuscito a fare. Sono state numerose le persone che hanno donato e che hanno riposto in me una fiducia enorme. In Rwanda abbiamo consegnato farina e fagioli per 100 persone in stato di povertà, fornito materiale sportivo in molte scuole, acquistato materiale scolastico per supportare le famiglie più povere che non riescono nemmeno a pagare la retta scolastica per i figli, abbiamo pagato la visita oculistica a un centinaio di anziani e comprato 100 paia di occhiali per i più bisognosi».</p>
<p><strong>Non da meno in Kenya…</strong></p>
<p>«In Kenya abbiamo sistemato una piccola scuola nella più grande baraccopoli dell’Africa, Kibera, acquistando lavagne nuove e comprando da mangiare per un intero quadrimestre per 60 allievi. Sempre nella baraccopoli c’è una associazione che aiuta le ragazze madri che subiscono violenze fisiche, facendo loro frequentare dei corsi di cucina, cucito, acconciatura o cura del corpo. Per queste ultime abbiamo comprato un cofanetto con tutto l’occorrente per iniziare a lavorare a casa. Per il reparto cucina sto cercando di costruire a distanza un orto verticale e un pollaio, mentre dal reparto di cucito mi sono fatto confezionare tante belle cose che cercherò di vendere durante la serata dedicata al mio viaggio. Essendo poi stato ospite del Cottolengo, ho portato fuori dalle mura per la prima volta 20 ragazzi e siamo andati a mangiare in una paninoteca. Nel limite delle mie possibilità ho poi cercato di aiutare diverse persone povere».</p>
<p><strong>Hai scelto di viaggiare da solo: come mai?</strong></p>
<p>«Dieci anni fa ero stato in Zambia con una quindicina di persone. Questa volta volevo mettermi in discussione e vivere un viaggio in solitaria: desideravo qualcosa che mi potesse arricchire. Avevo bisogno di essere egoista per una volta nella vita e vivere a pieno tutto quello che poi ho vissuto».</p>
<p><strong>Cosa significa l’Africa per te?</strong></p>
<p>«L’Africa è un carico di emozioni indescrivibili, che vanno vissute: i colori, i profumi, i canti, la gente, il panorama. L’Africa è gioia».</p>
<figure id="attachment_71378" aria-describedby="caption-attachment-71378" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="size-full wp-image-71378" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000323173.jpg" alt="1000323173" width="800" height="600" title="Andrea Peressin: la gioia dell&#039;Africa 3" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000323173.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000323173-300x225.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000323173-768x576.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-71378" class="wp-caption-text">Studenti tra i banchi di scuola</figcaption></figure>
<p><strong>Il tuo viaggio è durato tre mesi: quali esperienze resteranno indelebili?</strong></p>
<p>«Ho vissuto centinaia di esperienze diverse. In Rwanda ero sempre a contatto con le persone del posto: andavo nelle scuole, negli ospedali, nelle famiglie che mi ospitavano a cena&#8230; Ho lavorato per alcuni giorni in un ristorante cucinando ricette friulane come il frico e ho partecipato a messe lunghe anche cinque ore dove la gente cantava dall’inizio alla fine e spesso parlavo davanti a 2.500 fedeli che mi ringraziavano per tutte le cose che riuscivo a donare alla comunità. Ma non posso scordare i viaggi in montagna con la motoretta e attraverso le enormi distese di bananeti».</p>
<p><strong>Scenari diversi dalla baraccopoli di Nairobi, in Kenya.</strong></p>
<p>«Entrare a Kibera, la più grande baraccopoli dell’Africa, ti mette di fronte a una realtà cruda: alto tasso di violenza, tante persone affette dal virus HIV e condizioni igieniche al limite. Essendo ospite del Cottolengo vivevo quotidianamente accanto a orfani con HIV che avevano una età dai 15 giorni di vita ai 18 anni. Per una decina di giorni mi sono anche spostato più a nord, in una sede distaccata nella quale risiedono ospiti con grosse malattie psichiche e problemi fisici, accuditi dalle suore. Io lavoravo in una piccola officina all’interno della struttura, dove si costruiscono da zero scarpe ortopediche, stampelle e tutori per le gambe dei più piccoli affetti da poliomielite».</p>
<figure id="attachment_71376" aria-describedby="caption-attachment-71376" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-71376" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000356082.jpg" alt="1000356082" width="800" height="533" title="Andrea Peressin: la gioia dell&#039;Africa 4" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000356082.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000356082-300x200.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000356082-768x512.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000356082-391x260.jpg 391w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000356082-272x182.jpg 272w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-71376" class="wp-caption-text">Una delle baracche di Kibera, a Nairobi</figcaption></figure>
<p><strong>Come sei stato accolto dalle persone locali?</strong></p>
<p>«In Rwanda sono stato ospite di don Modeste, sacerdote che aveva prestato servizio nella parrocchia di Cervignano alcuni anni fa. Per la cordialità della gente era come essere a casa in una grande famiglia. Trascorrevo le giornate tra i banchi delle scuole, nelle piccole case delle persone che per strada incontravo, nelle chiese a seguire le messe, in giro tra le montagne mentre andavamo a trovare i fedeli più lontani. Cucinavo tutti i giorni e spesso andavo a zonzo sempre alla ricerca di persone nuove con le quali parlare e ascoltare le loro necessità, per capire se potevo essere d’aiuto».</p>
<p><strong>Diversa invece la vita in una città da 5 milioni di abitanti.</strong></p>
<p>«In Kenia, soprattutto a Nairobi, ero invece più distaccato, perché essere bianco dava loro modi di chiedere sempre e solo soldi. Restavo all’interno del Cottolengo Piccola Casa della Divina Provvidenza, dove ho alloggiato, e se uscivo andavo nei soliti posti per evitare qualsiasi tipo di violenza, essendo una città molto “calda”. All’interno della struttura aiutavo le infermiere nell’accudire i più piccoli, dando loro da mangiare, lavandoli, portandoli fuori nel grande giardino a fare due passi o giocando allo sfinimento con piccoli e grandi per poi mettere tutti a dormire».</p>
<figure id="attachment_71381" aria-describedby="caption-attachment-71381" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-71381" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000336035.jpg" alt="1000336035" width="800" height="687" title="Andrea Peressin: la gioia dell&#039;Africa 5" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000336035.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000336035-300x258.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000336035-768x660.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-71381" class="wp-caption-text">Andrea Peressin tra il direttore e la professoressa di una delle scuole di Kibirizi a cui ha donato materiale scolastico</figcaption></figure>
<p><strong>Hai incontrato centinaia di bambini e molte persone con problemi psichici: come ti sei rapportato con loro?</strong></p>
<p>«Quando vivi da solo per 3 mesi a contatto con tanti bimbi orfani, malati e spesso con persone con gravi disabilità mentali e fisiche non hai tempo di pensare. Sei lì per loro e quindi devi staccare e non provare sentimenti, perché altrimenti ti riempi di emozioni negative che non fanno bene a nessuno. Devi semplicemente donare quell’amore e quel calore che è stato loro negato».</p>
<figure id="attachment_71377" aria-describedby="caption-attachment-71377" style="width: 640px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-71377" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000297259-768x1024.jpg" alt="1000297259" width="640" height="853" title="Andrea Peressin: la gioia dell&#039;Africa 6" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000297259-768x1024.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000297259-225x300.jpg 225w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000297259-300x400.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000297259.jpg 800w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption id="caption-attachment-71377" class="wp-caption-text">L’abbraccio con i bimbi ruandesi</figcaption></figure>
<p><strong>Come hai superato il problema della lingua per farti capire?</strong></p>
<p>«Comunicavo in inglese con chi lo sapeva. Con chi parlava solo l’idioma locale si andava a gesti».</p>
<p><strong>Dalle persone ai luoghi: quali ti sono rimasti impressi tra Rwanda e Kenya?</strong></p>
<p>«Il panorama che regala il Rwanda non ha paragoni. Distese di thè e di riso rendono verde qualsiasi cosa tu riesca a osservare. Gente gioiosa, conferma di un popolo che ha saputo rinascere dopo un genocidio devastante. Un Paese in continua evoluzione e pieno di risorse e quel senso di famiglia che ti fa sentire a casa sempre. In Kenia vivi il paradosso della ricchezza e della povertà, con l’assenza di una classe media. Un Paese dove la corruzione e i compromessi sono all’ordine del giorno, con una baraccopoli gigantesca affollata di gente che non ha di che vivere, tra sporcizia e violenza. Eppure persone umili e non invadenti».</p>
<p><strong>Quali sono gli insegnamenti rimasti dentro di te?</strong></p>
<p>«Ho imparato a mettere in pratica la parola priorità. Noi spesso pensiamo che le priorità delle altre persone siano quelle che noi vogliamo. Se vediamo per esempio un ragazzo sporco e con vestiti rovinati pensiamo che gli serva sapone e abiti nuovi. Invece se gli chiedi quale sia la sua priorità, lui ti risponde “una mucca” “da mangiare”. Quando ho imparato a chiedere questo mi riempivo il cuore di gioia e soddisfazione nel donare ciò che alle persone serviva veramente. Nella nostra quotidianità questa cosa non la mettiamo quasi mai in pratica. In Africa ho incontrato gente povera ma con una ricchezza interiore enorme: nella loro vita al primo posto c’è Dio e tutto è fatto e vissuto con l’amore verso qualcosa che rappresenta la salvezza».</p>
<figure id="attachment_71375" aria-describedby="caption-attachment-71375" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-71375 size-full" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000378619.jpg" alt="Le cure a una bimba in Kenya" width="800" height="969" title="Andrea Peressin: la gioia dell&#039;Africa 7" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000378619.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000378619-248x300.jpg 248w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000378619-768x930.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-71375" class="wp-caption-text">Le cure a una bimba in Kenya</figcaption></figure>
<p><strong>Il ricordo più bello di questa esperienza?</strong></p>
<p>«Le lacrime di chi ha vissuto ogni giorno a contatto con me. E a Nairobi la mia piccola Lona, orfana di 6 mesi, che ha detto “papà” per la prima volta. Ma ogni emozione vissuta è un ricordo indelebile dentro il mio cuore».</p>
<p><strong>Qual è stato il tuo primo pensiero al rientro in Italia?</strong></p>
<p>«Sono rientrato molto stanco e non ho avuto modo di pensare a nulla perché solo il tempo mi darà le risposte che cercavo quando sono partito».</p>
<figure id="attachment_71379" aria-describedby="caption-attachment-71379" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-71379" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000383124.jpg" alt="1000383124" width="800" height="600" title="Andrea Peressin: la gioia dell&#039;Africa 8" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000383124.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000383124-300x225.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000383124-768x576.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-71379" class="wp-caption-text">Peressin con i giovani del cottolengo di Nairobi</figcaption></figure>
<p><strong>I legami con la popolazione africana proseguono anche a distanza?</strong></p>
<p>«Ogni giorno mi sento o mi scrivo con moltissime persone che ho conosciuto. Mantenere vivo l’affetto verso certi amici alimenta il desiderio di ritornare a fare del bene».</p>
<p><strong>Tornerai?</strong></p>
<p>«Il mio pensiero è quello di ritornare via nuovamente per andare avanti con i piccoli progetti nati in quei 3 mesi».</p>
<figure id="attachment_71380" aria-describedby="caption-attachment-71380" style="width: 640px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-71380" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000298636-749x1024.jpg" alt="1000298636" width="640" height="875" title="Andrea Peressin: la gioia dell&#039;Africa 9" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000298636-749x1024.jpg 749w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000298636-220x300.jpg 220w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000298636-768x1049.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000298636.jpg 800w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption id="caption-attachment-71380" class="wp-caption-text">Lo sguardo intenso di un bambino in Rwanda</figcaption></figure>
<p><em>Per contribuire alla raccolta fondi a sostegno dei progetti di Andrea Peressin in Rwanda e Kenya:</em></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><a href="https://gofund.me/f16f0f82" target="_blank" rel="noopener">https://gofund.me/f16f0f82</a></span></p>
<p>IBAN: IT14V0708563730000000563309 intestato a Peressin Andrea</p>
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		<title>Tiziano Bernard: in volo sulla vita</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/tiziano-bernard-in-volo-sulla-vita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Doncovio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Feb 2026 08:58:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<category><![CDATA[aerei]]></category>
		<category><![CDATA[stati uniti]]></category>
		<category><![CDATA[trieste]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/home_desk/?p=71310</guid>

					<description><![CDATA[<p>L’ingegnere triestino è stato eletto miglior pilota istruttore dell’aviazione civile degli Stati Uniti. «Qui ci sono aeroporti ovunque e quando visito una città ci vado in aereo. Un luogo speciale che attendo ancora di sorvolare? Le nostre Dolomiti»</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low_aa_IMG_7384.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/tiziano-bernard-in-volo-sulla-vita/">Tiziano Bernard: in volo sulla vita</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h6>Tiziano Bernard</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dal 2011 <strong>Tiziano Bernard </strong>vive negli Stati Uniti.</p>
<p>Prima la <strong>Florida</strong>, dove si è laureato in Ingegneria aerospaziale con successivo master in “<em>Flight Test Engineering</em>” e dottorato in ingegneria cognitiva. Dopo gli studi, il trasferimento a <strong>Kansas City </strong>(Missouri) dove ha lavorato per <em>Garmin International</em>, progettando cabine di pilotaggio per gli aerei.</p>
<p>Ora è nel consiglio direttivo della <em>Society of Flight Test Engeneers </em>(Sfte), con funzioni da direttore di vari programmi, come gli standard organizzativi necessari per effettuare prove di volo a bordo di aeromobili.</p>
<p>Lavora alla <em>Gulfstream Aerospace </em>come ingegnere collaudatore sperimentale e pilota aziendale, oltre a essere professore alla <em>Embry Riddle Aeronautical University Worldwide </em>e <em>Master Flight Instructor </em>a <em>Savannah Aviation</em>. E proprio a <strong>Savannah, in Georgia</strong>, attualmente risiede.</p>
<p><strong>Tiziano Bernard, com’è scoccata la sua passione per il volo?</strong></p>
<p>«Grazie ai miei genitori, che mi hanno portato in viaggio per il mondo fin da piccolo. Erano sempre destinazioni esotiche o distanti, quindi l’aereo non mancava mai. Era una costante presente a ogni viaggio. Mi ricordo benissimo il mio primo volo: Italia-Zimbabwe».</p>
<p><strong>Dalla passione ai fatti: quando ha deciso che sarebbe diventato un pilota?</strong></p>
<p>«È sempre stato un mio pallino. Già ai tempi del liceo all’International School of Trieste cercavo università che avessero non solo l’eccellenza in campo aerospaziale, ma anche scuole di volo annesse. Poi il primo giorno di università, l’astronauta Winston Scott mi indicò come iscrivermi e iniziare il percorso».</p>
<p><strong>Pensare a un pilota che vola sembra una normalità. Eppure i rischi sono sempre dietro l’angolo: quali sono le accortezze indispensabili che un pilota deve avere per un volo sicuro?</strong></p>
<p>«Un pilota deve vivere una cultura di sicurezza, studio, prontezza. Non esiste solo una lista di cose da fare; bisogna presentarsi a un volo con una filosofia di preparazione globale e una professionalità solida. Un grande pilota si vede subito: sarà il primo a introdurre pensieri, discussioni per il miglioramento e magari ad ammettere di non essere abbastanza preparato. Insomma, è quello che non si arrende agli ostacoli e studia modi per sorvolarli, spesso pensando al di fuori della norma. Per noi che lavoriamo in prove di volo, è un obbligo».</p>
<p><strong>Ha mai avuto paura durante un volo?</strong></p>
<p>«No. Ho vissuto varie situazioni serie, sia come pilota, come istruttore e come ingegnere collaudatore, ma non c’è il tempo di aver paura. Si tratta di preparazione. Sono stato addestrato – ed educato – ad avere un’alta etica professionale. Quindi se monto su un aereo, vuol dire che mi sento preparato e pronto ad affrontare la missione. Poi c’è anche fiducia nell’equipaggio. Soprattutto nelle prove di volo deve esserci una grande sintonia con l’equipaggio. Si tratta di voli critici, a rischio elevato e quindi bisogna avere un “feeling” professionale, amichevole nonché tanta fiducia nel ruolo di ciascuno».</p>
<p><strong>Quando vola Tiziano Bernard quali emozioni prova? </strong></p>
<p>«Non credo esista un’emozione per descrivere cosa si prova quando si vola. Col tempo diventa una sensazione naturale. Dopo tante ore di volo penso di provare più emozioni in anticipazione a quelle che proveranno gli altri: l’emozione di un abbraccio dopo che un alunno ha completato un esame; oppure la felicità da una stretta di mano con l’autorità federale americana dopo un volo di certificazione».</p>
<figure id="attachment_71311" aria-describedby="caption-attachment-71311" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-71311" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low_IMG_2365.jpg" alt="low IMG 2365" width="800" height="640" title="Tiziano Bernard: in volo sulla vita 10" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low_IMG_2365.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low_IMG_2365-300x240.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low_IMG_2365-768x614.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-71311" class="wp-caption-text">Bernard su un biplano Stearman PT-13 prima di un airshow per i Veterani d’America in Kansas</figcaption></figure>
<p><strong>Quali tipi di velivoli ha pilotato finora?</strong></p>
<p>«Ho pilotato un po’ di tutto: da un biplano <em>Boeing Stearman </em>degli anni ’40 fino a un avanzato <em>Gulfstream G600</em>. Appartengo al mondo delle prove di volo, quindi per me un aereo è un aereo. Ovviamente cambia la complessità e il funzionamento, ma il principio è lo stesso. E ne sono felice uguale. Sorrido se piloto un <em>Piper </em>come un <em>Pilatus</em>».</p>
<p><strong>Quando ha deciso di diventare istruttore di volo? </strong></p>
<p>«Tutto è partito da un suggerimento del proprietario di <em>Savannah Aviation</em>, una scuola di volo della città dove vivo. Mi vedeva volare ogni tanto e mi chiese se volessi insegnare e fare da ponte tra il mondo tecnico e il mondo pratico, unificando le mie conoscenze accademiche e professionali nelle prove di volo al mio essere pilota. Avevo già assunto ruoli di insegnamento in vari atenei americani, quindi l’insegnamento faceva parte della mia vita già dal 2015».</p>
<p><strong>Oltre alle conoscenze tecniche e alle abilità pratiche, quali sono le caratteristiche umane imprescindibili che un pilota dovrebbe avere?</strong></p>
<p>«Penso che ogni pilota dovrebbe avere un alto tasso di professionalità, umiltà e rispetto verso l’aereo stesso. Viviamo in un mondo dove l’acquisizione di un titolo o una certificazione è sinonimo di credibilità e capacità. Purtroppo non è così. A ogni ruolo bisogna sempre ricominciare a imparare, studiare e mettersi in discussione. Dopotutto, un musicista smette di studiare una volta preso il diploma al conservatorio?»</p>
<figure id="attachment_71312" aria-describedby="caption-attachment-71312" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-71312" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low_IMG_0873.jpg" alt="low IMG 0873" width="800" height="650" title="Tiziano Bernard: in volo sulla vita 11" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low_IMG_0873.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low_IMG_0873-300x244.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low_IMG_0873-768x624.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-71312" class="wp-caption-text">Nel 2019 Bernard è stato inserito tra gli Under 30 selezionati da Forbes Italia nella categoria “Science”</figcaption></figure>
<p><strong>L’Aopa (<em>Aircraft Owners and Pilots Association</em>) l’ha eletta miglior pilota istruttore dell’aviazione civile degli Stati Uniti. Cos’ha significato per lei questo riconoscimento? </strong></p>
<p>«Considero questo riconoscimento un riflesso dei miei studenti e di tutti coloro che mi hanno educato e addestrato. Dai miei genitori ai miei professori. Ho avuto il privilegio di crescere professionalmente tra giganti: ho imparato a collaudare aerei da Ralph Kimberlin, uno dei padri delle prove di volo in America che ha sempre privilegiato la persona all’ingegnere; ho completato il mio dottorato con scienziati come Guy Boy e Lucas Stephane a cui interessavano principalmente il mio successo; sono stato addestrato nel volo strumentale da Bill Tuccio presso Garmin, un’esperienza unica nella vita. Tutte persone straordinarie che mi hanno sempre donato il loro sapere e la loro saggezza. Questo premio è principalmente per loro».</p>
<p><strong>Come vive un triestino in America?</strong></p>
<p>«Penso che ogni triestino abbia sempre nostalgia verso la patria: l’Italia e Trieste stessa. Non troverà mai il profumo dell’Adriatico oppure i venti della Bora. Penso anche che abbiamo una filosofia di vita molto dinamica, quindi facile ad adattarsi e a vivere con più leggerezza. Se qualcosa va bene ottimo, e se non va bene… si continua e <em>po bon!</em>»</p>
<figure id="attachment_71313" aria-describedby="caption-attachment-71313" style="width: 640px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-71313" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low_IMG_4509-768x1024.jpg" alt="low IMG 4509" width="640" height="853" title="Tiziano Bernard: in volo sulla vita 12" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low_IMG_4509-768x1024.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low_IMG_4509-225x300.jpg 225w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low_IMG_4509-300x400.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low_IMG_4509.jpg 800w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption id="caption-attachment-71313" class="wp-caption-text">Tiziano Bernard con l’alabarda triestina in sorvolo sul Polo Nord</figcaption></figure>
<p><strong>Lei si è formato in Florida e vive in Georgia: a cosa non rinuncerebbe della vita negli Stati Uniti?</strong></p>
<p>«Sicuramente l’infrastruttura aeronautica. Esistono aeroporti ovunque e l’aereo è un comune mezzo di trasporto per chiunque. Quando voglio visitare una città, prima guardo se ci posso arrivare da solo in aereo e spesso accade. Finisco per fare molte gite in aereo con amici. Un aneddoto simpatico è un volo periodico con il mio amico Filippo (anche lui italiano), con il quale pilotiamo un aereo per volare in Florida a comprare vini italiani».</p>
<p><strong>Cosa le manca invece della sua Trieste?</strong></p>
<p>«Un po’ tutto. Dalla famiglia alla città stessa. Noi italiani siamo di natura molto attaccati alle nostre origini. Come dico spesso, ovunque io sia nel mondo sono sempre per prima cosa un triestino».</p>
<p><strong>Dopo l’onorificenza dell’Aopa, il Comune di Trieste ha voluto premiarla ufficialmente lo scorso dicembre</strong><strong>in municipio, alla presenza anche dei suoi genitori. Cosa ha provato?</strong></p>
<p>«Ritornare in Piazza Unità ed essere ricevuto dal sindaco Dipiazza nel Salotto Azzurro mi ricorda che ho sempre una casa a Trieste. È forse un’affermazione dei miei sentimenti, la mia stima verso la città».</p>
<figure id="attachment_71314" aria-describedby="caption-attachment-71314" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-71314" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low_2025__33742.jpg" alt="low 2025 33742" width="800" height="658" title="Tiziano Bernard: in volo sulla vita 13" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low_2025__33742.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low_2025__33742-300x247.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low_2025__33742-768x632.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-71314" class="wp-caption-text">Bernard premiato dal sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza</figcaption></figure>
<p><strong>Attualmente lavora per la Gulfstream, azienda che realizza i jet privati più evoluti al mondo. Il futuro quali novità riserverà in campo aeronautico?</strong></p>
<p>«Penso che Gulfstream sarà sempre presente ove si parli di eccellenza aeronautica. E lo posso affermare da pilota e ingegnere che vede nell’operato dei suoi collaboratori una professionalità senza confini. L’attenzione al più piccolo dettaglio, anche per cose che non verranno mai viste dal cliente, dimostra come l’eccellenza è impersonificata da chi lavora. Dove ci porterà il mercato? Staremo a vedere».</p>
<p><strong>Il futuro di Tiziano Bernard, invece, sarà sempre negli USA o in Italia?</strong></p>
<p>«Da pilota non si può sempre scegliere la destinazione. Diciamo che “se son rose, fioriranno”».</p>
<p><strong>Come ama trascorrere il poco tempo libero che i suoi numerosi impegni professionali le lasciano a disposizione?</strong></p>
<p>«Per deformazione professionale di ingegnere, mi piace avere molti progetti e quindi occupo molto tempo libero su di essi. Tipicamente sono di natura accademica o comunque imprenditoriale. Ho una mia azienda, <em>Galileo Aerospace</em>, con cui opero parecchio. Al di fuori dell’aviazione amo il golf e lo snowboard».</p>
<figure id="attachment_71315" aria-describedby="caption-attachment-71315" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-71315" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low_a_1BAF8E26-DC15-4DB3-.jpg" alt="low a 1BAF8E26 DC15 4DB3" width="800" height="975" title="Tiziano Bernard: in volo sulla vita 14" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low_a_1BAF8E26-DC15-4DB3-.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low_a_1BAF8E26-DC15-4DB3--246x300.jpg 246w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low_a_1BAF8E26-DC15-4DB3--768x936.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-71315" class="wp-caption-text">Nelle scorse settimane Bernard è stato nuovamente eletto Migliore Istruttore del Sud degli Stati Uniti, venendo convocato a Lakeland, in Florida, per ricevere il premio che lo conferma “di nuovo” in corsa per titolo nazionale anche quest’anno</figcaption></figure>
<p><strong>C’è un luogo che non ha ancora sorvolato e che vorrebbe assolutamente vedere dall’alto?</strong></p>
<p>«Più di uno: il mondo è tutto da scoprire. Desidererei sorvolare le Dolomiti, la costa occidentale degli Stati Uniti (California, Oregon) e poi l’Alaska. Forse la cosa da fare almeno una volta nella vita è volare con un aliante proprio tra le Dolomiti italiane. Dicono che sia la cosa più vicina al vero volo degli uccelli».</p>
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		<title>L’Udinese non graffia, l’Inter ringrazia</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/ludinese-non-graffia-linter-ringrazia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Doncovio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Jan 2026 16:58:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
		<category><![CDATA[calcio]]></category>
		<category><![CDATA[inter]]></category>
		<category><![CDATA[serie a]]></category>
		<category><![CDATA[udine]]></category>
		<category><![CDATA[udinese]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/home_desk/?p=70937</guid>

					<description><![CDATA[<p>La capolista si impone con un gol di Lautaro Martinez. Bianconeri sottotono, partita mai in discussione</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/open.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/ludinese-non-graffia-linter-ringrazia/">L’Udinese non graffia, l’Inter ringrazia</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h6>L&#8217;esultanza di Lautaro Martinez dopo il gol della vittoria</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>UDINE &#8211; Nonostante la partita di tre giorni fa con il Lecce e la testa alla ripresa della Champions League la prossima settimana contro la sempre vincente Arsenal, l’Inter si impone a Udine senza troppa fatica.</p>
<p>Dall’Udinese, priva del suo faro <strong>Zaniolo</strong>, ci si aspettava qualcosa in più: un solo tiro in porta &#8211; quello scagliato da <strong>Piotrowski</strong> al 33’ ben respinto da <strong>Sommer</strong> &#8211; è decisamente troppo poco per pensare di creare grattacapi alla capolista della Serie A e infiammare uno Stadio Friuli che celebrava i dieci anni della sua ristrutturazione, con 24.929 spettatori sugli spalti.</p>
<p>Si pensava a un’Inter stanca e distratta, invece sono i nerazzurri in casacca bianca da trasferta a partire con il piede sull’acceleratore dopo il minuto di raccoglimento in memoria del presidente della Fiorentina Rocco Commisso.</p>
<p>Al 4’ è bravo <strong>Okoye</strong> a respingere il tiro di <strong>Lautaro Martinez</strong>, innestato da un errore della difesa bianconera.</p>
<p>Un minuto dopo è la specialità della casa nerazzurra a mettere i brividi ai friulani: traversone al bacio di <strong>Barella</strong> e <em>volèe</em> di sinistro di <strong>Dimarco</strong> che sfiora il palo.</p>
<p>L’Udinese appare timorosa e non riesce a prendere le misure agli avversari. Al 20’ il momento decisivo. <strong>Lautaro</strong> riceve palla in area e si gira con abilità, trovando lo spazio per trafiggere <strong>Okoye</strong> all’angolino alla sua sinistra.</p>
<p>Otto minuti più tardi il portiere bianconero risponde prontamente sulla botta da fuori di <strong>Mkhitaryan</strong>.</p>
<p>Dopo la mezz’ora l’unico sussulto dell’Udinese con la già menzionata conclusione di Piotrowski ribattuta da Sommer.</p>
<p>Il polacco è poi vittima sfortunata di un contrasto con <strong>Luis Henrique</strong> che lo costringe alla sostituzione prima dell’intervallo. Al suo posto <strong>Miller</strong>.</p>
<figure id="attachment_70939" aria-describedby="caption-attachment-70939" style="width: 1000px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-70939" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/WhatsApp-Image-2026-01-17.12.jpg" alt="WhatsApp Image 2026 01 17.12" width="1000" height="675" title="L’Udinese non graffia, l’Inter ringrazia 15" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/WhatsApp-Image-2026-01-17.12.jpg 1000w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/WhatsApp-Image-2026-01-17.12-300x203.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/WhatsApp-Image-2026-01-17.12-768x518.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption id="caption-attachment-70939" class="wp-caption-text">Il minuto di raccoglimento in memoria di Rocco Commisso</figcaption></figure>
<p>Nella ripresa cambia poco, con un gol di <strong>Dimarco</strong> annullato per fuorigioco e alcune ripartenze dell’Inter fermate non senza patemi dalla difesa bianconera.</p>
<p>Solo nel finale, con l’Inter un po’ sulle gambe, l’Udinese tenta il colpaccio con alcune mischie su calci piazzati, senza mai riuscire a impensierire <strong>Sommer</strong>.</p>
<p>Per fortuna dei bianconeri non ci sarà sempre una squadra solida che gioca a memoria come l’Inter sul proprio cammino, ma in attesa del recupero di Zaniolo è lecito attendersi qualcosa di più.</p>
<figure id="attachment_70938" aria-describedby="caption-attachment-70938" style="width: 1000px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-70938" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/WhatsApp-Image-2026-01-17-at-17.20.51.jpg" alt="WhatsApp Image 2026 01 17 at 17.20.51" width="1000" height="750" title="L’Udinese non graffia, l’Inter ringrazia 16" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/WhatsApp-Image-2026-01-17-at-17.20.51.jpg 1000w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/WhatsApp-Image-2026-01-17-at-17.20.51-300x225.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/WhatsApp-Image-2026-01-17-at-17.20.51-768x576.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption id="caption-attachment-70938" class="wp-caption-text">I tifosi bianconeri</figcaption></figure>
<h3>Il tabellino</h3>
<p><strong>Udinese (4-4-2):</strong> Okoye; Kristensen, Kabasele (dal 29’ st Bertola), Solet, Kamara; Zanoli (dal 29’ st Ehizibue), Piotroswki (dal 44’ pt Miller), Karlstrom (cap.), Ekkelenkamp (dal 39’ st Bayo); Atta (dal 29’ st Gueye), Davis.</p>
<p>A disposizione: Nunziante, Sava, Padelli, Goglichidze, Lovric, Zarraga, Camara, Zemura, Modesto. All. Runjaic</p>
<p><strong>Inter (3-5-2):</strong> Sommer; Bisseck, Akanji, Carlos Augusto (dal 32’ st Acerbi); Luis Henrique, Barella (dal 43’ st Sucic), Zielinski, Mkhitaryan (dal 32’ st Frattesi), Dimarco; Esposito (dal 22’ st Bonny), Martinez (cap.) (dal 43’ st De Vrij).</p>
<p>A disposizione: Calligaris, Taho, Thuram, Diouf, Darmian, Cocchi, Bovo, Bastoni. All. Chivu.</p>
<p><strong>Arbitro:</strong> Di Bello</p>
<p><strong>Assistenti:</strong> Bercigli &#8211; Zingarelli</p>
<p><strong>IV ufficiale:</strong> Feliciani</p>
<p><strong>VAR:</strong> Mazzoleni</p>
<p><strong>AVAR:</strong> La Penna</p>
<p><strong>Marcatori: </strong>Martinez (I) al 20’ pt<br />
<strong>Ammoniti:</strong> Carlos Augusto (I) al 25’ st<br />
<strong>Espulsi:</strong> nessuno<br />
<strong>Note:</strong> 2’ di recupero nel primo tempo. 4’ di recupero nel secondo tempo.</p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il mondo di Peter Gabriel</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/il-mondo-di-peter-gabriel/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Doncovio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Dec 2025 14:23:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<category><![CDATA[concerti]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[spettacoli]]></category>
		<category><![CDATA[udine]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/home_desk/?p=70574</guid>

					<description><![CDATA[<p>Quattro musicisti di Udine si sono uniti in un gruppo musicale in tributo al genio del cantante e compositore britannico. Tra innovazione dei linguaggi musicali e trattamenti elettronici all’avanguardia</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/12/low_aperturaUp-Live.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/il-mondo-di-peter-gabriel/">Il mondo di Peter Gabriel</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h6>Gli Up!</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il concerto d’esordio, lo scorso ottobre al Teatro Modena di Palmanova, è stato un successo.</p>
<p>Un punto di partenza che ha lanciato ufficialmente il progetto “<em>The Real World of Peter Gabriel</em>”, tributo al genio del cantante e compositore britannico, ideato e prodotto dal gruppo musicale <strong><em>Up!</em> </strong>composto da quattro musicisti di Udine.</p>
<p>Si tratta di <strong>Flavio Barut </strong>(voce e tastiere), <strong>Alex Michelin </strong>(basso e cori), <strong>Marco Michelin </strong>(chitarre e cori) e <strong>Roberto Berti </strong>(batteria e percussioni), portavoce della band in questa intervista.</p>
<p><strong>Roberto, come è nato il vostro gruppo musicale?</strong></p>
<p>«L’idea iniziale è venuta ad Alex, il bassista, a Natale dell’anno scorso, e ha subito incontrato un grande entusiasmo da parte di tutti noi, da sempre appassionati di Peter Gabriel. Quella del cantante, Flavio, è stata praticamente una scelta naturale, poiché, oltre ad essere un grandissimo amico, ha una voce straordinariamente simile a quella di Peter ed è un tastierista di grande esperienza. Le prime settimane di gennaio sono servite per adeguare e integrare la strumentazione, arredare la sala prove, concordare il sistema di lavoro e selezionare i brani da eseguire. Quindi, a febbraio, sono iniziate le prove vere e proprie».</p>
<p><strong>Come mai la scelta del nome “Up!”?</strong></p>
<p>«Peter Gabriel, nel periodo di maggior successo commerciale (1986-2002), ha realizzato tre album il cui titolo è composto da due sole lettere: “<em>So</em>”, “<em>Us</em>” e “<em>Up</em>”. Dal punto di vista semantico, il nome è un omaggio all’album “<em>Up</em>” del 2002, con l’aggiunta del punto esclamativo, per dare vivacità alla comunicazione ed esprimere il nostro grande coinvolgimento nel progetto. Dal punto di vista grafico, parole così corte offrono la possibilità di ingrandire molto i caratteri che le compongono, risultando così più visibili e leggibili anche da lontano».</p>
<p><strong>Tra prove e concerti quanto tempo dedicate a questo progetto musicale?</strong></p>
<p>«Mediamente le prove si tengono una volta alla settimana, anche se il grosso della preparazione avviene a casa, ciascuno sul proprio strumento. I concerti sono iniziati con il debutto dell’11 ottobre, al Teatro Modena di Palmanova, e proseguiranno, con cadenza piuttosto ampia, per darci il tempo di accrescere costantemente il livello qualitativo dello spettacolo e adattarlo alle diverse <em>location</em>».</p>
<p><strong>Il vostro non è semplicemente un percorso musicale, ma anche di approfondimento contenutistico: come avviene questa fase di studio?</strong></p>
<p>«Peter Gabriel ha introdotto nella musica <em>pop-rock </em>importantissime innovazioni sonore, con l’impiego di <em>drum machine</em>, sintetizzatori ed effetti sonori che influenzarono tantissimo la produzione musicale mondiale. La band mira particolarmente alla fedele riproduzione di tali sonorità, mediante l’uso di strumenti elettronici e digitali tecnologicamente avanzati. Ulteriore elemento di novità dello spettacolo è l’integrazione di momenti di comunicazione, durante i quali, per ciascuno degli strumenti sulla scena, una voce fuori campo &#8211; quella del giornalista e critico musicale Andrea Ioime &#8211; fa scoprire al pubblico presente in sala un aspetto innovativo della musica di Peter Gabriel, dialogando con i musicisti. Infine, in omaggio al rivoluzionario connubio tra musica e arti visive, costantemente sviluppato da Gabriel in tutta la sua carriera, l’esecuzione dei brani si accompagna alla proiezione, su appositi schermi, di immagini pensate e realizzate per il massimo coinvolgimento emotivo degli spettatori. Tutte queste componenti contribuiscono a far vivere al pubblico un’esperienza musicale unica nel suo genere».</p>
<p><strong>Come giudicate la risposta del pubblico?</strong></p>
<p>«La data di Palmanova è andata molto bene come affluenza, anche oltre le nostre aspettative, considerato che era la prima assoluta. Il pubblico in sala è stato molto caloroso e, nei giorni successivi, abbiamo avuto numerose dimostrazioni di stima e affetto, da ogni parte. Questo ci conforta nell’idea di aver fatto le scelte giuste e di poter raggiungere gli obiettivi che ci siamo proposti».</p>
<p><strong>Doveste mai riuscire a incontrare Peter Gabriel, cosa gli vorreste dire?</strong></p>
<p>«A me è capitato di incontrarlo da giovane, quando durante una vacanza in Sardegna ebbi l’occasione di vederlo suonare, in modo estemporaneo, nella piazzetta di Arzachena, piccolo comune sardo dove lui ha una residenza. Dovesse capitare di incontrarlo… penso che saremmo sopraffatti dall’emozione e non riusciremmo a fare altro che dimostrargli tutta la nostra ammirazione e il nostro affetto incondizionato».</p>
<p><strong>Ci sono altri musicisti e compositori che apprezzate particolarmente?</strong></p>
<p>«I nostri gusti musicali si sono formati in un periodo storico, gli anni ’70 e ’80, caratterizzato da grande innovazione, nascita di nuovi generi e importanti trasformazioni nella produzione musicale internazionale. In particolare, sul nostro modo di ascoltare, concepire e suonare la musica, hanno avuto grande influenza generi come il rock progressivo, con band iconiche come Pink Floyd e i Genesis, e la <em>new wave</em>, con U2, Tears for Fears e altri. Tutti gruppi il cui suono era fortemente caratterizzato dall’uso massiccio di strumentazione elettronica, come sintetizzatori, campionatori, <em>drum machine </em>e computer. La passione per queste sonorità è una delle tante cose che ci accomunano, e questo progetto su Peter Gabriel costituisce, in tale senso, la sfida più grande e impegnativa che abbiamo mai lanciato a noi stessi, spingendoci oltre le nostre conoscenze e portando a nuove scoperte e opportunità».</p>
<figure id="attachment_70578" aria-describedby="caption-attachment-70578" style="width: 1000px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-70578" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/12/low_Up-Live-1.jpg" alt="low Up Live 1" width="1000" height="660" title="Il mondo di Peter Gabriel 17" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/12/low_Up-Live-1.jpg 1000w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/12/low_Up-Live-1-300x198.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/12/low_Up-Live-1-768x507.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption id="caption-attachment-70578" class="wp-caption-text">Il 23 gennaio 2026 gli Up! saranno in concerto al Teatro Pasolini di Cervignano</figcaption></figure>
<p><strong>Tra i diversi messaggi trasmessi dalle canzoni di Peter Gabriel, qual è quello che sentite più attuale e decisivo nel mondo di oggi?</strong></p>
<p>«Il mondo d’oggi, come quello di ieri del resto, è afflitto da guerre, discriminazioni e divisioni culturali. Quando nel 1977 l’attivista anti<em>apartheid </em>sudafricano Stephen Biko fu assassinato dalla polizia, Peter Gabriel decise di scrivere una canzone, intitolata “<em>Biko</em>”, per sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sulla vicenda. La canzone fu bandita dal governo sudafricano, ma ebbe un enorme impatto politico, contribuendo a infondere nella cultura popolare occidentale il tema della lotta contro l’<em>apartheid</em>. La canzone, i cui proventi furono donati al movimento sudafricano anti-<em>apartheid</em>, ha ispirato tantissimi artisti e progetti umanitari ed è, ancora oggi, un inno duraturo contro il razzismo e l’ingiustizia, che rimangono tristemente rilevanti in molte parti del mondo».</p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Annamaria Petean: quadri da fiaba</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/annamaria-petean-quadri-da-fiaba/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Doncovio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 17:04:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[cervignano]]></category>
		<category><![CDATA[solidarietà]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/home_desk/?p=70441</guid>

					<description><![CDATA[<p>Villa Mauroner a Tissano ospiterà una mostra d’arte e solidarietà organizzata dall’Atelier d’Arte di Cervignano del Friuli. Per raccogliere fondi a favore della Fondazione Burlo Garofolo</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/12/aperturaIMG_6863.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/annamaria-petean-quadri-da-fiaba/">Annamaria Petean: quadri da fiaba</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h6>Annamaria Petean</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>CERVIGNANO DEL FRIULI – Si intitola “<em>Quadri da Fiaba</em>” la mostra che si aprirà con l’inaugurazione di <strong>sabato 24 gennaio </strong>alle ore 18 all’interno di <strong>Villa Mauroner a Tissano</strong>, dove saranno esposte opere ispirate al mondo delle fiabe scritte da famosi autori e realizzate dagli allievi adulti dell’Atelier d’Arte di Cervignano.</p>
<p>L’ingresso alla mostra e la partecipazione ai laboratori sono a offerta libera, con il ricavato interamente destinato alla <strong>Fondazione Burlo Garofolo</strong>.</p>
<p>«L’idea della mostra – confida <strong>Annamaria Petean</strong>, titolare dell’Atelier d’arte – è nata dopo la nascita del mio piccolo Giovanni. Per il suo battesimo, insieme alla mia comunità e alla mia famiglia, abbiamo raccolto fondi da donare a bambini meno fortunati di lui. Diventare mamma ha aumentato la mia sensibilità verso i più piccoli e mi ha fatto capire quanto anche un gesto semplice possa essere importante. Da lì ho pensato di unire il mio lavoro al desiderio di continuare a fare del bene, coinvolgendo i nostri allievi in una mostra benefica. Il tema delle fiabe è arrivato in modo naturale: sono storie che parlano ai bambini, ma che per noi adulti rappresentano un ritorno ai ricordi d’infanzia e alle persone che ce le hanno raccontate. Hanno morali ancora attuali, capaci di parlare al nostro vissuto. Per questo le abbiamo scelte come filo conduttore della mostra».</p>
<p><strong>Gli allievi coinvolti nella progettualità come hanno accolto l’iniziativa?</strong></p>
<p>«Con grande entusiasmo. Per alcuni dei 38 allievi coinvolti la difficoltà iniziale è stata scegliere la fiaba da rappresentare: molti non le ricordavano più. Per altri, invece, è stata una vera riscoperta, tanto che hanno tirato fuori vecchi libri di favole della loro infanzia o dei loro figli. Questa ricerca ha riacceso emozioni e ricordi che poi hanno portato nelle loro opere. Ho suggerito a tutti di non allontanarsi dal proprio modo di esprimersi: di restare fedeli al proprio stile pittorico e di scegliere una storia che risuonasse con la loro esperienza e sensibilità. Il risultato è un insieme di lavori molto personali e autentici, nati da un percorso creativo vissuto con grande partecipazione».</p>
<p><strong>Oltre alla mostra sono previsti dei laboratori per bambini: come si spiega l’arte ai più piccoli?</strong></p>
<p>«Insegno loro l’arte attraverso il gioco, le storie e la pratica. Mi piace raccontare la vita dei grandi artisti trasformandola in piccoli racconti di fantasia, e far sperimentare ai bambini tantissime tecniche: dal carboncino all’acquerello, dall’acrilico al collage, fino al mosaico, alla modellazione dell’argilla e persino alla <em>stop-motion</em>. A volte dedico delle lezioni anche ai futuri lavori creativi – come <em>designer </em>d’interni, stilisti, grafici, fumettisti o illustratori – per far capire loro quante possibilità può offrire l’arte. Lavorando con piccoli gruppi riesco a cogliere la loro personalità e sensibilità, a capire cosa piace davvero a ognuno di loro. Questo li fa sentire più coinvolti, curiosi e liberi di esprimersi».</p>
<p><strong>Cosa significa al giorno d’oggi gestire un atelier d’arte?</strong></p>
<p>«L’Atelier d’Arte è nato nel 1984 grazie all’artista Lucio Comar, mio suocero. All’inizio rispondeva alle esigenze di una formazione avanzata per docenti delle scuole elementari e medie, con corsi dedicati al disegno e alla pittura. Con il tempo si sono aggiunte tecniche artigianali e specialistiche, ampliando sempre più l’offerta formativa. Quando nel 2014 il maestro Comar è venuto a mancare, ho deciso di portare avanti la sua attività, sostenuta da mio marito. All’inizio ero un po’ timorosa: continuavo a lavorare come grafica pubblicitaria e non sapevo se sarei riuscita a gestire tutto. Ma con mia grande sorpresa gli iscritti ai corsi hanno iniziato a crescere, e questo mi ha dato il coraggio di dedicarmi completamente all’atelier. Ho coinvolto anche artisti esterni per organizzare workshop intensivi nei weekend, così da arricchire ancora di più il percorso dei nostri allievi. Oggi gestire un atelier d’arte significa occuparsi non solo della parte creativa, ma anche dell’organizzazione, della comunicazione e della relazione con le persone. Ma le soddisfazioni sono enormi. In un mondo in cui la tecnologia domina, vedere che le persone hanno ancora il desiderio di dipingere e dedicarsi al lavoro manuale è una bellissima scoperta. Io amo profondamente l’arte e cerco di trasmettere questo amore a ogni allievo. Vederli crescere, scoprire nuove capacità e acquistare fiducia in sé attraverso il fare artistico è qualcosa che ripaga di ogni fatica. È questo che dà senso al mio lavoro ogni giorno e fa crescere anche me».</p>
<p><strong>Chi frequenta l’atelier?</strong></p>
<p>«All’atelier si rivolgono persone che amano disegnare e dipingere per passione, spesso hanno provato da soli a casa come autodidatti, ma per mancanza di spazio, tempo o strumenti non ci sono riusciti. Molti partono da zero e, pian piano, scoprono di essere in grado di creare qualcosa che non avrebbero mai immaginato. Lavorare in piccoli gruppi è un po’ come riscoprirsi e condividere insieme: è un momento lontano dallo stress quotidiano, dalle mille cose da fare. L’atelier diventa un luogo dove ritrovare pace, colore e passione, e dove l’arte può davvero regalare piacere e leggerezza».</p>
<p><strong>Annamaria Petean come si è avvicinata al mondo dell’arte?</strong></p>
<p>«Fin dalle scuole elementari ho sempre amato disegnare e dipingere: per me era un vero mezzo di comunicazione, soprattutto perché sono sempre stata molto timida. Ricordo ancora il mio pediatra, appassionato d’arte, il cui ambulatorio era decorato con opere di Zigaina e altri artisti friulani. In sala d’aspetto restavo ore a osservare quei quadri, studiando le figure e i colori. Crescendo ho avuto la fortuna di incontrare insegnanti che mi hanno fatto amare la storia dell’arte e conoscere diverse tecniche pittoriche. Così ho scelto di studiare all’istituto d’arte e poi di proseguire come grafico pubblicitario. Ma la pittura è sempre rimasta nel mio cuore: anche mentre lavoravo continuavo a seguire corsi e a insegnare pittura a olio a Udine. Per me dipingere non è solo un hobby: è una necessità per esprimermi al meglio e comunicare ciò che spesso le parole non riescono a dire».</p>
<figure id="attachment_70443" aria-describedby="caption-attachment-70443" style="width: 1000px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-70443" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_0914.jpg" alt="IMG 0914" width="1000" height="905" title="Annamaria Petean: quadri da fiaba 18" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_0914.jpg 1000w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_0914-300x272.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_0914-768x695.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption id="caption-attachment-70443" class="wp-caption-text">Annamaria Petean all&#8217;opera</figcaption></figure>
<p><strong>Come valuta la qualità attuale degli artisti locali in Friuli Venezia Giulia? </strong></p>
<p>«La regione ha una tradizione artistica forte, ma non è “congelata nel passato”: molti artisti guardano avanti, sperimentano e cercano di dialogare con il mondo contemporaneo. Non mancano le difficoltà: visibilità limitata, sostenibilità economica, rinnovamento costante, infrastrutture. Anche se ci sono musei e spazi culturali, non sempre la rete espositiva è sufficientemente capillare o ben finanziata per sostenere tutti i talenti emergenti».</p>
<p><strong>Le istituzioni quali azioni dovrebbero intraprendere per valorizzare il mondo dell’arte?</strong></p>
<p>«Dovrebbero sostenere l’arte con fondi mirati, creare spazi espositivi accessibili e promuovere la formazione artistica nelle scuole e nelle comunità. È importante anche valorizzare la scena locale e aiutare gli artisti a farsi conoscere, sia attraverso reti di collaborazione sia con comunicazione e iniziative pubbliche. In questo modo l’arte diventa una risorsa viva, accessibile e capace di far crescere il territorio».</p>
<h3><strong>La mostra</strong></h3>
<p>“Quadri da fiaba” sarà visitabile nei tre weekend dal 24 gennaio al 7 febbraio, al primo piano di Villa Mauroner a Tissano, mentre al piano terra si terranno laboratori creativi. Un momento speciale sarà dedicato ai più piccoli domenica 1 febbraio, con laboratori artistici per bambini: al mattino, dalle 10.30 alle 12, adatto dai 4 ai 6 anni, su prenotazione e accompagnati dai genitori; nel pomeriggio, dalle 14 alle 16, dai 7 ai 13 anni. Le opere realizzate dai bambini saranno esposte il 6 e 7 febbraio, arricchendo ulteriormente la mostra. L’evento si concluderà domenica 8 febbraio alle ore 17 con una festa finale, accompagnata da musica dal vivo con gli allievi dell’“ARSound Laboratorio Musicale” e una bicchierata conviviale. L’ingresso alla mostra e la partecipazione ai laboratori sono a offerta libera, con il ricavato interamente destinato alla Fondazione Burlo Garofolo.</p>
<p>Info e prenotazioni: Atelier d’Arte, via Del Zotto 4, Cervignano del Friuli (Cell. 328 2520653 <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.atelierdarte.eu" target="_blank" rel="noopener">www.atelierdarte.eu</a></span>)</p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fannamaria-petean-quadri-da-fiaba%2F&amp;linkname=Annamaria%20Petean%3A%20quadri%20da%20fiaba" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_x" href="https://www.addtoany.com/add_to/x?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fannamaria-petean-quadri-da-fiaba%2F&amp;linkname=Annamaria%20Petean%3A%20quadri%20da%20fiaba" title="X" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="https://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fannamaria-petean-quadri-da-fiaba%2F&amp;linkname=Annamaria%20Petean%3A%20quadri%20da%20fiaba" title="WhatsApp" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_linkedin" href="https://www.addtoany.com/add_to/linkedin?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fannamaria-petean-quadri-da-fiaba%2F&amp;linkname=Annamaria%20Petean%3A%20quadri%20da%20fiaba" title="LinkedIn" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_email" href="https://www.addtoany.com/add_to/email?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fannamaria-petean-quadri-da-fiaba%2F&amp;linkname=Annamaria%20Petean%3A%20quadri%20da%20fiaba" title="Email" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fannamaria-petean-quadri-da-fiaba%2F&#038;title=Annamaria%20Petean%3A%20quadri%20da%20fiaba" data-a2a-url="https://imagazine.it/home_desk/annamaria-petean-quadri-da-fiaba/" data-a2a-title="Annamaria Petean: quadri da fiaba"></a></p><p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/12/aperturaIMG_6863.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/annamaria-petean-quadri-da-fiaba/">Annamaria Petean: quadri da fiaba</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
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		<title>Pierpaolo Foti: il mondo tra le nuvole</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/pierpaolo-foti-il-mondo-tra-le-nuvole/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Doncovio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Dec 2025 16:56:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<category><![CDATA[foti]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[trieste]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/home_desk/?p=70293</guid>

					<description><![CDATA[<p>Con il suo stile inconfondibile, il violinista e compositore triestino sta conquistando il grande pubblico. Non si ispira a nessun artista: «Solo ai vecchi classici, che erano più avanguardisti di quanto si pensi». E ora è pronto per riempire gli stadi</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/12/apertura_presskit-Foti-01-scaled.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/pierpaolo-foti-il-mondo-tra-le-nuvole/">Pierpaolo Foti: il mondo tra le nuvole</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 10pt;"><em>Pierpaolo Foti durante un&#8217;esibizione</em></span></p>
<p>TRIESTE – Umiltà, passione, determinazione. La voce di <strong>Pierpaolo Foti </strong>trasmette tutto questo e molto altro. Classe 1997, il violinista e compositore triestino che suona in perenne movimento è uno degli astri nascenti del panorama musicale italiano.</p>
<p>La nostra intervista parte dalla sua esibizione all’ultima edizione della <em>Barcolana</em>. Che, come tutte le esibizioni nella “sua” Trieste, non lo lasciano mai indifferente.</p>
<p>«Quando suono in città – confida mentre si sta preparando per una trasferta di impegni concertistici – avverto una responsabilità grande. Non so quale sia il motivo, probabilmente perché ci tengo tanto. Suonare poi di fronte al tramonto, con il mare e il cielo che offrivano colori surreali, sembrava di trovarsi al cospetto di un dipinto».</p>
<p><strong>Pierpaolo, riavvolgiamo il nastro dei ricordi. La passione per la musica quando è nata?</strong></p>
<p>«L’ho avuta fin da piccolo. Come una persona ha bisogno di mangiare, così la musica è il mio cibo. La musica è una necessità a cui da sempre ho affidato tanta dedizione. Col tempo mi sono perfezionato sempre di più, riuscendo a divenire anche bravo nell’interpretarla».</p>
<p><strong>Quando hai capito che la musica non sarebbe stata solo una semplice passione?</strong></p>
<p>«Non lo sai mai. I primi concerti risalgono ai tempi delle scuole superiori: inizialmente suonavo gratis poi, nel giro di pochi anni, ho cominciato a guadagnare i primi soldi, anche se si trattava di cifre simboliche. Mi piace sperimentare cose nuove, per cui nel tempo ho dato vita a formazioni diverse, con band talvolta “anomale”. Musica <em>indie </em>sperimentale, metal, la classica. Non c’è stato un fattore scatenante che mi ha fatto dire “adesso posso dedicarmi a ciò che ho sempre sognato”. È stato qualcosa di naturale, conseguente a molta gavetta».</p>
<p><strong>Che cos’è per te la musica?</strong></p>
<p>«Tutto. È ogni cosa».</p>
<p><strong>La scoperta di Pierpaolo Foti da parte del grande pubblico risale ai tempi del COVID: cosa provasti a suonare nella piazza Unità deserta per il <em>lockdown</em>?</strong></p>
<p>«Fu una delle cose più difficili della mia vita. Organizzai tutto io, a partire dal reperimento degli sponsor per sostenere le spese, comprese quelle per la <em>troupe </em>che ha realizzato il video. Emozioni molto forti, perché era una sorta di magia, nonostante il freddo. Ero molto sotto pressione anche perché la prima volta che tentai di organizzare l’esibizione la corrente fornita per la <em>troupe </em>cinematografica non era sufficiente, facendo saltare l’evento e suscitando disappunto tra le persone in attesa a casa. Ci restai molto male. La seconda volta invece andò decisamente bene. Anche se ho dovuto rivedere il video online per comprenderlo: quando suono, infatti, entro spesso in una sorta di <em>trance</em>, come se andassi su un altro pianeta. Anche per questo ci metto un po’ a recuperare».</p>
<p><strong>L’arrivo della fama come ha cambiato la tua vita?</strong></p>
<p>«In realtà non cambia niente. La fama è una conseguenza dell’aver fatto bene il proprio percorso. Quello che conta è essere felice di realizzare i propri sogni».</p>
<p><strong>La cosa certa fu che Jovanotti ti scelse per i <em>Jova Beach Party</em>: che esperienza è stata?</strong></p>
<p>«Io dovevo fare nella stessa data la <em>tournée </em>di Salmo a San Siro: la chiamata di Jovanotti arrivò in contemporanea e alla fine scelsi di accettarla. È stata un’esperienza molto bella, unica nel suo genere. Portare musica classica in una spiaggia, dove col caldo sono tutti in costume mentre io ero in abiti d’epoca resta qualcosa di indimenticabile. Fu un’esperienza unica che credo il pubblico non si scorderà».</p>
<p><strong>Il legame con Jova?</strong></p>
<p>«Anche a livello personale ci siamo subito trovati. In certe cose ci assomigliano: lui per esempio fa meditazione prima di salire sul palco. Ancora oggi ogni tanto ci scriviamo e manteniamo vivo il rapporto».</p>
<figure id="attachment_70294" aria-describedby="caption-attachment-70294" style="width: 640px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-70294" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/12/low_cover_Pierpaolo-Foti-774x1024.jpg" alt="low cover Pierpaolo Foti" width="640" height="847" title="Pierpaolo Foti: il mondo tra le nuvole 19" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/12/low_cover_Pierpaolo-Foti-774x1024.jpg 774w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/12/low_cover_Pierpaolo-Foti-227x300.jpg 227w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/12/low_cover_Pierpaolo-Foti-768x1016.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/12/low_cover_Pierpaolo-Foti.jpg 800w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption id="caption-attachment-70294" class="wp-caption-text">(ph. Michele Lugaresi)</figcaption></figure>
<p><strong>Con il violino riesci a spaziare dalla musica classica a quella elettronica: questione di studio, pratica o semplicemente dono naturale?</strong></p>
<p>«Credo che qualsiasi dono naturale, se non coltivato, non possa esplodere in un vero e proprio talento. Per questo apprezzo una persona meno dotata ma che si mette in gioco con impegno e sacrificio, piuttosto che una persona dotata di talento ma che si lascia andare. Paganini diceva che lui non toccava mai il violino: in realtà studiava fino a 16 ore al giorno, qualcosa all’estremo umano. Lui sì che era un personaggio, molto più delle <em>rockstar </em>di oggi. Studio e talento sono entrambi fondamentali e necessari».</p>
<p><strong>Rispetto a Paganini, Pierpaolo Foti quanto tempo dedica alla musica nelle sue giornate?</strong></p>
<p>«In continuazione: scrivo, suono, studio. Non calcolo nemmeno il tempo. Può succedere che mi venga l’ispirazione di notte e che, quindi, la trascorra sveglio a scrivere musica e a studiare. Non ho una <em>routine</em>: le mie giornate cambiano in base ai concerti e ad altre situazioni, è tutto molto dinamico. Ma posso dire che la musica mi assorbe <em>h24</em>. Non c’è una definizione di tempo».</p>
<p><strong>Quale genere di musica prediligi suonare?</strong></p>
<p>«Classica. Ma credo sia giunto il momento di iniziare a uscire dal concetto di genere musicale. Conta solo la qualità della musica: perché non esiste musica di serie A o serie B».</p>
<p><strong>Quando suoni sei costantemente in movimento: com’è nato questo tuo stile?</strong></p>
<p>«È venuto naturale, niente di costruito. Non è nulla di controllato. In base alle energie che avverto di volta in volta così mi muovo. Non c’è mai qualcosa che si ripete, ma è tutto molto istintivo».</p>
<p><strong>Qual è il tuo rapporto con Trieste? </strong></p>
<p>«A Trieste sono nato e vissuto. Adoro i luoghi della città sul mare, perché mi fanno immaginare anche quello che potrebbe esserci oltre la visuale».</p>
<p><strong>E il rapporto con i triestini?</strong></p>
<p>«Bisognerebbe chiederlo a loro… Penso buono, perché percepisco tanto affetto nei miei confronti».</p>
<p><strong>Tu sei anche compositore: da cosa trai ispirazione per scrivere la tua musica?</strong></p>
<p>«In realtà l’ispirazione mi giunge in modo molto primordiale. Anche nel sonno mi vengono in mente le melodie. Oppure mentre sono al pianoforte: d’improvviso escono. Anche in questo caso alla fine è l’istinto».</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-70295" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/12/low_Foti-abito-damascato-rosso-Cleofe-785x1024.jpg" alt="low Foti abito damascato rosso Cleofe" width="640" height="835" title="Pierpaolo Foti: il mondo tra le nuvole 20" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/12/low_Foti-abito-damascato-rosso-Cleofe-785x1024.jpg 785w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/12/low_Foti-abito-damascato-rosso-Cleofe-230x300.jpg 230w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/12/low_Foti-abito-damascato-rosso-Cleofe-768x1002.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/12/low_Foti-abito-damascato-rosso-Cleofe.jpg 800w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p><strong>Quali sono i tuoi prossimi progetti? </strong></p>
<p>«Il grande sogno a cui sto lavorando è quello di riuscire a riempire gli stadi. Contesti in cui aumentano i carichi di tenuta, di tensione e di responsabilità. In concerti lunghi il cambio della temperatura, il violino che si scorda o altri fattori possono incidere sulla qualità della musica: per questo bisogna prepararsi e allenarsi molto. Ci sono tante dinamiche in un <em>live</em>. Bisogna andare a cercare senza paura le imperfezioni, perché a modo loro rappresentano una magia in un mondo fatto sempre più di macchine».</p>
<p><strong>C’è un artista a cui ti ispiri?</strong></p>
<p>«In realtà no. Mi ispiro ai vecchi classici, che in realtà erano più avanguardisti di quello che si pensa. Non ho un punto di riferimento».</p>
<p><strong>Se dovessi descrivere Pierpaolo Foti attraverso una canzone, quale sarebbe?</strong></p>
<p>«“<em>La Ciaccona</em>” di Bach».</p>
<p><strong>Perché?</strong></p>
<p>«Solo ascoltandola si può capire perché».</p>
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			</item>
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		<title>L&#8217;Udinese si fa male da sola</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/ludinese-si-fa-male-da-sola/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Doncovio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Nov 2025 16:45:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
		<category><![CDATA[bologna]]></category>
		<category><![CDATA[calcio]]></category>
		<category><![CDATA[serie a]]></category>
		<category><![CDATA[udinese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo un primo tempo equilibrato, i bianconeri vengono schiantati dal Bologna. Clamorosi errori difensivi</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/11/finale.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/ludinese-si-fa-male-da-sola/">L&#8217;Udinese si fa male da sola</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 10pt;"><em>L&#8217;esultanza del Bologna al gol di Bernardeschi</em></span></p>
<p>UDINE &#8211; Errori difensivi imperdonabili in Serie A condannano l’Udinese contro un Bologna cinico e concreto.</p>
<p>Il pallone rosso per celebrare la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne nel primo quarto d’ora gira con rapidità su tutti i fronti offensivi, illudendo il folto pubblico su una possibile partita spumeggiante.</p>
<p>Al 3’ <strong>Okoye</strong> pasticcia su un rinvio e per poco <strong>Dominguez</strong> non lo beffa. Sarà l’allarmante prologo di quanto avverrà nella ripresa.</p>
<p>Sul rovesciamento di fronte <strong>Kamara</strong> trova <strong>Davis</strong> in area ma la sua mezza rovesciata esce di poco.</p>
<p>Al 13’ è <strong>Ravaglia</strong> a togliere le castagne dal fuoco al Bologna dopo una splendida azione personale di <strong>Atta</strong>.</p>
<p><strong>Davis</strong> e <strong>Zaniolo</strong> pressano bene i difensori rossoblu, creando molte difficoltà in impostazione alla squadra di <strong>Italiano</strong>.</p>
<p>Il Bologna però sembra giocare come il gatto con il topo, in attesa che l’inerzia prenda un’altra piega. E dopo una decina di minuti di stanca arriva il primo campanello d’allarme: <strong>Ehizibue</strong> respinge con il gomito mentre è girato di schiena un tiro di <strong>Pobega</strong>. Richiamato al VAR l’arbitro <strong>Sacchi</strong> decide per il rigore.</p>
<p><strong>Okoye</strong> però ipnotizza <strong>Orsolini</strong> e salva il risultato.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-69741" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/11/WhatsApp-Image-2025-11-22-at-15.10.43.jpg" alt="WhatsApp Image 2025 11 22 at 15.10.43" width="1000" height="563" title="L&#039;Udinese si fa male da sola 21" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/11/WhatsApp-Image-2025-11-22-at-15.10.43.jpg 1000w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/11/WhatsApp-Image-2025-11-22-at-15.10.43-300x169.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/11/WhatsApp-Image-2025-11-22-at-15.10.43-768x432.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p>Lo stadio ruggisce e l’Udinese anche, ma la punizione di <strong>Ekkelenkamp</strong> viene smanacciata da <strong>Ravaglia</strong>.</p>
<p>Da lì i bianconeri si spengono e la partita diventa a senso unico.</p>
<p>Prima dell’intervallo <strong>Orsolini</strong> cerca di farsi perdonare il rigore fallito, ma il suo gol viene giustamente annullato per fallo di mano.</p>
<p>Tutto rinviato al secondo tempo, quando l’Udinese si scorda di scendere in campo.</p>
<p>Al 54’ <strong>Orsolini</strong> imperversa sulla destra e mette in centro un pallone che la difesa bianconera si limita a osservare mentre <strong>Pobega</strong> segna il più facile dei rigori in movimento.</p>
<p>Trascorrono 6 minuti e cala il sipario. <strong>Okoye</strong> ripete l’errore di inizio partita, questa volta servendo a <strong>Pobega</strong> il più comodo degli assist per il 2-0 che chiude di fatto l’incontro.</p>
<p>Le girandole di cambi, con l’ormai consueta e fischiatissima sostituzione di <strong>Zaniolo</strong>, non cambiano il senso del match.</p>
<p>E se al 70’ <strong>Fabbian</strong> si divora il 3-0 dopo un assist al bacio di <strong>Zortea</strong>, in pieno recupero <strong>Bernardeschi</strong> segna in contropiede il terzo gol che condanna senza appello i bianconeri.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-69734" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/11/WhatsApp-Image-2025-11-22-at-15.10.44b.jpg" alt="WhatsApp Image 2025 11 22 at 15.10.44b" width="1000" height="618" title="L&#039;Udinese si fa male da sola 22" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/11/WhatsApp-Image-2025-11-22-at-15.10.44b.jpg 1000w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/11/WhatsApp-Image-2025-11-22-at-15.10.44b-300x185.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/11/WhatsApp-Image-2025-11-22-at-15.10.44b-768x475.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<h3>Il tabellino</h3>
<p>UDINESE &#8211; BOLOGNA 0-3 (0-0)<br />
UDINESE (3-5-1-1): Okoye; Bertola, Kabasele, Solet; Ehizibue (63’ Zanoli), Ekkelenkamp (72’ Piotrowski), Karlstrom, Atta, Kamara (72’ Zemura); Zaniolo (63’ Bayo); Davis (63’ Buksa). All. Runjaic<br />
BOLOGNA (4-2-3-1): Ravaglia; De Silvestri (63’ Zortea), Casale, Heggem, Miranda; Moro, Pobega; Orsolini (77’ Bernardeschi), Fabbian (77’ Sulemana), Dominguez (83’ Odgaard); Castro (83’ Dallinga). All. Italiano<br />
Arbitro: Sacchi<br />
Ammoniti: De Silvestri (B)<br />
Reti: 54’ Pobega, 60’ Pobega, 95’ Bernaerdeschi</p>
<p>Spettatori totali: 23.756</p>
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