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	<title>Andrea Doncovio &#8211; imagazine.it</title>
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	<title>Andrea Doncovio &#8211; imagazine.it</title>
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		<title>Antonio De Nicolo: musica rigenerante</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/antonio-de-nicolo-musica-rigenerante/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Doncovio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 10:39:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<category><![CDATA[conservatorio]]></category>
		<category><![CDATA[formazione]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[trieste]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Goriziano di nascita ma triestino d’adozione, dopo la pensione l’ex magistrato è stato nominato dalla ministra Bernini nuovo presidente del Conservatorio Tartini. «Un patrimonio straordinario per la città di Trieste e per tutta la regione»</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/low_Quirinale_-gruppo2024.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/antonio-de-nicolo-musica-rigenerante/">Antonio De Nicolo: musica rigenerante</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h6>Esibizione degli studenti del Tartini al Quirinale nel 2024</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>Con decreto n. 911 dello scorso 23 giugno, la ministra Anna Maria Bernini ha nominato <strong>Antonio De Nicolo </strong>presidente del <strong>Conservatorio di Musica “Giuseppe Tartini” di Trieste</strong>.</p>
<p>Sebbene ancora in una fase conoscitiva e di ambientamento nella nuova realtà, abbiamo voluto sentire dalla viva voce del dottor De Nicolo quali sono progettualità e obiettivi del suo mandato.</p>
<p><strong>Presidente De Nicolo: cosa ci fa un magistrato in conservatorio?</strong></p>
<p>«È la prima domanda che mi sono posto anch’io. Devo dire che tra i colleghi presidenti di altri conservatori ci sono alcuni avvocati. E allora mi sono consolato, ho detto: “Evidentemente il mondo del diritto non è tanto lontano da quello della musica”. Non dimentichiamo che ci sono stati illustri compositori, uno fra tutti Schumann, che avevano studiato legge. Ciò mi fa pensare che l’argomento del diritto non sia poi così estraneo a quello degli studi musicali».</p>
<p><strong>Quando è nata la sua passione per la musica?</strong></p>
<p>«All’età di 9 anni, perché la mia nonna paterna, che aveva sperato di fare di suo figlio un decoroso pianista, non riuscendoci perché mio papà era abbastanza incostante nello studio, mi disse: “Antonio, oramai ci devi provare tu. C’è una buona scuola qui a Gorizia e io ti pagherei la retta finché sono viva”. C’era un pianoforte in famiglia e io decisi di provare. Poi a 23 anni mi sono diplomato al Tartini, poco prima di laurearmi in Giurisprudenza, che divenne invece la mia strada nella vita dopo il concorso in magistratura. Ma non ho mai abbandonato la musica: a livello dilettantistico suono ancora e, inoltre, sono socio della Società dei Concerti di Trieste, frequento il Teatro Verdi, partecipo regolarmente a tante manifestazioni musicali».</p>
<p><strong>Dopo il diploma ottenuto al Tartini come si è evoluto il suo legame con il Conservatorio?</strong></p>
<p>«Il prossimo anno festeggerò i 50 anni dal mio diploma in pianoforte. In questo lasso di tempo ho frequentato i concerti del Tartini, ho frequentato alcuni dei musicisti e dei docenti del Tartini, quelli più vicini alla mia fascia d’età: ce ne sono alcuni che conosco fin da quando eravamo ragazzini. Quindi è rimasto un rapporto di buona conoscenza».</p>
<figure id="attachment_76650" aria-describedby="caption-attachment-76650" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-full wp-image-76650" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/low_a_PHOTO-2026-07-30-21-13-51.jpg" alt="low a PHOTO 2026 07 30 21 13 51" width="800" height="930" title="Antonio De Nicolo: musica rigenerante 1" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/low_a_PHOTO-2026-07-30-21-13-51.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/low_a_PHOTO-2026-07-30-21-13-51-258x300.jpg 258w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/low_a_PHOTO-2026-07-30-21-13-51-768x893.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-76650" class="wp-caption-text">Antonio De Nicolo</figcaption></figure>
<p><strong>Cosa ha significato per lei la nomina a presiedere uno dei 13 Conservatori storici in Italia, fondato nel 1903?</strong></p>
<p>«Un onore grandissimo e io lo ritengo anche un importante onere, perchè sento dentro di me il dovere di custodire e far crescere il patrimonio prezioso che questa amministrazione possiede. Per questo vorrei che il Tartini fosse avvertito come un patrimonio della città, per non dire della regione e dell’Italia. La gente sente il bisogno di avere in centro città un parco pubblico dove respirare aria pulita e ritemprarsi. La stessa cosa dovrebbe essere il rapporto con il conservatorio. Quando qualcuno vuole ritemprarsi e ascoltare qualcosa che elevi la propria mente e il proprio spirito dalla piatta quotidianità, dovrebbe trovare nel conservatorio lo strumento giusto per consentirgli questo. È un patrimonio di tutta la città, è un bene comune. Così lo concepisco e così vorrei fosse sviluppato».</p>
<p><strong>Dalla formazione ai concerti: in cosa consiste l’attività del Conservatorio Tartini?</strong></p>
<p>«È un’attività che stimola tutte le curiosità che un giovane potrebbe avere oggi. Ci sono corsi dedicati alla musica rinascimentale e barocca, alla musica jazz, con insegnanti specializzati in pianoforte jazz, contrabbasso jazz, musica d’insieme jazz&#8230; C’è un’apertura enorme verso questo settore. Così come corsi dedicati alla musica elettroacustica, perché il computer si è ormai intrufolato in pieno nel panorama musicale. Da Mozart e Chopin fino ai nuovi linguaggi, il Tartini è attrezzato a fornire ai suoi studenti un <em>parterre </em>di docenti qualificati in ogni ambito. La parola conservatorio, che indica qualcosa di chiuso, polveroso, un po’ antico, non si adatta alla realtà del Tartini, che invece è un’istituzione effervescente, piena di sorprese per chi volesse approfondire tanti discorsi musicali e tanti linguaggi musicali diversi».</p>
<p><strong>Alcuni numeri sugli studenti?</strong></p>
<p>«Attualmente gli studenti sono circa 640, di cui almeno un paio di centinaia, quindi un po’ meno di un terzo, stranieri. E questo è un motivo di orgoglio enorme. Io sono un goriziano che ormai vive da più di 40 anni a Trieste, e quindi mi rendo conto che la posizione della città, e forse della nostra regione, è una posizione di ponte fra mondi diversi. Una funzione che deve essere avvertita anche nel campo musicale. D’altronde, cosa c’è di più unificante della musica? La funzione di un conservatorio in una città come Trieste deve quindi essere quella di stimolare i ragazzi a frequentarsi, pur provenendo da <em>background </em>completamente diversi, e lavorare insieme nel nome della musica, così da lanciare un messaggio a tutti. Credo che il linguaggio della musica sia l’unico veramente in grado di unificare e far riflettere su quanto siano assurde le divisioni e le guerre».</p>
<figure id="attachment_76651" aria-describedby="caption-attachment-76651" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="size-full wp-image-76651" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/low_MTF4765.jpg" alt="low MTF4765" width="800" height="534" title="Antonio De Nicolo: musica rigenerante 2" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/low_MTF4765.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/low_MTF4765-300x200.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/low_MTF4765-768x513.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/low_MTF4765-391x260.jpg 391w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/low_MTF4765-272x182.jpg 272w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-76651" class="wp-caption-text">La sede del Conservatorio Tartini</figcaption></figure>
<p><strong>Qual è il rapporto del Conservatorio Tartini con Trieste in particolare e con il Friuli Venezia Giulia in generale?</strong></p>
<p>«L’area del conservatorio appartiene al Comune, con cui c’è una fortissima collaborazione e condivisione di vedute, come ritenere la cultura musicale un presidio di sicurezza che consente all’essere umano di non perdersi. E la stessa cosa vorrei che si facesse nel territorio regionale, dove oltre al Tartini opera anche il Conservatorio “Jacopo Tomadini” di Udine, con la cui presidenza mi sono già messo in contatto perché credo che i due conservatori debbano avere un rapporto stretto. E quindi anche con il Tomadini mi piacerebbe potenziare attività fatte congiuntamente. Tornando al paragone precedente, è come se avessimo la fortuna di avere due giganteschi parchi urbani e volessimo che tutta la gente venisse a ritemprarsi al loro interno».</p>
<p><strong>In un’epoca in cui spesso la cultura viene vista come un costo, cosa significa gestire una struttura come il Tartini?</strong></p>
<p>«Fortunatamente il Tartini è una struttura gestita bene e in attivo. Produciamo tantissime attività e riusciamo a concludere l’anno solare sempre con bilanci in attivo. Abbiamo la fortuna di vivere in un Paese – l’Italia – con un patrimonio artistico e culturale senza pari nel mondo. Io sono convinto non soltanto che con la cultura si mangi, ma che la cultura faccia mangiare anche altri settori che possono essere un po’ in declino. Allo stesso modo dovremmo sentire come una parte importante del nostro essere umano l’avvicinarsi al mondo della musica. Tantissimi, secondo me, lo fanno. E se questo avviene, anche chi gestisce il pubblico interesse si rende conto che investire in musica di qualità vuol dire far crescere la collettività nel suo complesso. La musica non è un freno a mano tirato, è un volano per l’economia».</p>
<p><strong>Dagli studenti ai docenti e a tutto il personale, il Conservatorio Tartini è una macchina complessa: qual è il segreto per farla funzionare al meglio facendo sentire tutti partecipi?</strong></p>
<p>«La mia esperienza – sia per questo primo periodo al Tartini ma anche nella mia attività precedente – è che la burocrazia è uno strumento per far funzionare bene le cose. Se le regole vengono viste non come un laccio che strangola l’iniziativa, ma come binari sui quali far correre in sicurezza il treno dei progetti, allora tutto diventa più semplice. Il segreto è l’ascolto e la trasparenza. Bisogna ascoltare le esigenze dei docenti, che sono il cuore della didattica, e degli studenti, che sono la ragione stessa per cui esistiamo. Allo stesso tempo, bisogna valorizzare il lavoro del personale tecnico e amministrativo, che spesso lavora dietro le quinte ma permette alla macchina di muoversi ogni giorno. Quando c’è dialogo, chiarezza negli obiettivi e rispetto dei ruoli, si riesce a creare un clima di collaborazione e appartenenza in cui ognuno sente di dare il proprio contributo a un progetto comune».</p>
<figure id="attachment_76652" aria-describedby="caption-attachment-76652" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="size-full wp-image-76652" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/low_MTF4805.jpg" alt="low MTF4805" width="800" height="534" title="Antonio De Nicolo: musica rigenerante 3" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/low_MTF4805.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/low_MTF4805-300x200.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/low_MTF4805-768x513.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/low_MTF4805-391x260.jpg 391w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/low_MTF4805-272x182.jpg 272w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-76652" class="wp-caption-text">All’interno del Tartini sono presenti numerosi dispositivi per l’applicazione digitale in ambito musicale</figcaption></figure>
<p><strong>Dal Tartini al suo presidente: come vive un goriziano a Trieste?</strong></p>
<p>«Considero ormai Trieste la mia patria: ci lavoro dal 1982, ma la conoscevo già bene perché oltre a frequentare il Tartini qui in città ho svolto il mio percorso universitario, laureandomi in giurisprudenza. Già all’epoca, osservando il mare dalla sede dell’ateneo, mi dicevo: “Che bello sarebbe poter vivere qui”. E il destino ha voluto che dopo l’ingresso in magistratura il primo incarico fosse quello di pretore a Trieste. E da allora ho sempre abitato qui, trovandomi sempre molto bene».</p>
<p><strong>Fra tre anni, alla scadenza del suo mandato da presidente del Tartini, Antonio De Nicolo che conservatorio vorrebbe lasciare al suo successore?</strong></p>
<p>«Un luogo vivo, capace di coniugare l’eccellenza e la grandezza della sua tradizione con il coraggio di guardare al futuro e ai nuovi linguaggi. Un conservatorio che è stato capace di consolidare e ampliare il suo ruolo di ponte culturale con l’Europa e con i Balcani, dimostrando ogni giorno di più come la musica sappia abbattere i muri e unire le persone. E soprattutto una realtà percepita come casa aperta per tutta la città di Trieste e per il territorio: un luogo accogliente dove chiunque possa entrare, ritemprarsi e ritrovare la bellezza attraverso la musica».</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Enrico Brun: l&#8217;unicità della musica</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/enrico-brun-lunicita-della-musica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Doncovio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Jul 2026 16:13:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[san vito]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il musicista di San Vito al Tagliamento ha diretto l’Orchestra di Sanremo per Mara Sattei ed Enrico Nigiotti all’ultimo Festival. Compositore, produttore e ingegnere del suono, da anni lavora a Milano per Sony Music Italy, collaborando con artisti come Måneskin e Pinguini Tattici Nucleari. «Per essere creativi e lucidi bisogna saper usare bene il proprio tempo»</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/apertura-1.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/enrico-brun-lunicita-della-musica/">Enrico Brun: l&#8217;unicità della musica</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h6>Enrico Brun</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>Classe 1985, <strong>Enrico Brun </strong>ha la musica nel sangue e quella luce negli occhi di chi è riuscito a trasformare la passione nella strada della propria realizzazione professionale.</p>
<p>Molto legato al suo Friuli, da anni vive a Milano dove – tra i diversi impegni e risvolti professionali – è studio manager alla RCA Recording Studio di Sony Music Italy.</p>
<p><strong>Direttore d’orchestra, produttore, ingegnere del suono, autore, studio manager, compositore: Enrico Brun come si descriverebbe?</strong></p>
<p>«Mi ritengo prima di tutto un musicista. Con il tempo e con le esperienze vissute ho trovato la mia strada come produttore, però non sono un fan dei <em>Job Titles </em>e penso che la vera marcia in più di ogni addetto ai lavori del <em>music business </em>sia l’unicità. Quindi mi piace essere a servizio degli artisti in base alle loro necessità, che variano inevitabilmente da artista ad artista».</p>
<p><strong>Il denominatore comune è la musica: cosa rappresenta per lei?</strong></p>
<p>«È una passione che dà un senso alle giornate, che nel nostro lavoro sono sempre diverse. È poi uno strumento di comunicazione e un mezzo che permette di esprimermi e soprattutto amplificare quello che vogliono esprimere gli artisti con cui lavoro».</p>
<p><strong>A 9 anni era già entrato in Conservatorio a Udine: questa esperienza quanto ha influito nella sua carriera professionale?</strong></p>
<p>«Il percorso accademico ha rappresentato una fetta molto importante in quello che poi mi è capitato di fare dopo; non solo il Conservatorio ma anche la laurea in Ingegneria Informatica (che apparentemente non ho utilizzato) è stata fondamentale per la formazione della <em>forma mentis</em>, come poi lo sono state tutte le esperienze successive, come aver suonato molti generi diversi in formazioni differenti in qualità di musicista. Successivamente sono state importanti anche le esperienze televisive con <em>X-Factor</em>».</p>
<p><strong>Dal Friuli a Milano: com’è stato lo sbarco alla RCA Recording Studio di Sony Music Italy?</strong></p>
<p>«Graduale. Prima che l’RCA fosse costruita ero già a Milano: da relativamente poco facevo parte di un <em>team </em>di produzione presso l’Isola Studio di Eros Ramazzotti, dove ero giunto dopo l’esperienza televisiva di <em>X-Factor Italia </em>nel 2016. In quel contesto avevo conosciuto l’allora direttore musicale Fabrizio Ferraguzzo, attuale manager dei Måneskin: facevo parte della “<em>resident band</em>” nella fase degli <em>Home Visit</em>, come tastierista e programmatore. Poche settimane dopo lo stesso Ferraguzzo mi propose di entrare nel team dell’Isola dove ho iniziato per la prima volta a lavorare a tempo pieno in un vero studio di registrazione».</p>
<p><strong>Un cambiamento radicale.</strong></p>
<p>«Prima era stata un’attività sempre parallela ai <em>live</em>, ma che avevo sviluppato molto di più nei precedenti quattro anni, creando il mio studio di registrazione a San Vito al Tagliamento, il mio paese di nascita. Dopo meno di due anni all’Isola, Sony ci propose di prendere parte al progetto di RCA (idea concepita inizialmente da Andrea Rosi, attuale CEO di Sony Music Italia, e dal compianto Maestro Roberto Rossi). Affiancando l’architetto Dario Paini e il team di costruzione di Claudio Nordio abbiamo seguito passo passo tutte le scelte che hanno reso l’RCA Recording Studio quello che è diventato oggi».</p>
<p><strong>Lei ha collaborato e collabora con grandi artisti della scena musicale italiana: c’è qualcuno di loro a cui è particolarmente legato?</strong></p>
<p>«Con ognuno di loro si è creato un rapporto per forza di cose anche personale. La musica è un mezzo di condivisione umana e per creare o amplificare la creatività degli altri la componente empatica è da curare al pari della parte tecnico musicale, se non di più. Ci sono legami che con il tempo sono diventati più forti e che mi hanno lasciato tanto e continuano a farlo, come con Enrico Nigiotti: abbiamo condiviso entrambi una “prima volta”, perché il suo brano “<em>L’Amore è</em>” è stato il primo Disco di Platino della nostra vita (per lui come artista e autore e per me come produttore). Ho inoltre diretto l’Orchestra di Sanremo per il suo brano in gara quest’anno – “<em>Ogni volta che non so volare</em>” – e per il secondo anno consecutivo mi sono occupato della direzione musicale del suo <em>tour live</em>».</p>
<p><strong>Non l’unico legame speciale.</strong></p>
<p>«Un altro legame che considero molto forte è con Riccardo Zanotti dei Pinguini Tattici Nucleari, artista e autore incredibilmente talentuoso ma soprattutto una grande persona con la quale ho imparato molto sia musicalmente che umanamente. Per ultima, ma non meno importante, mi permetto di citare Giorgia; quando sono arrivato a Milano, nel 2016, era l’artista con la quale mi sarebbe piaciuto di più lavorare ed è successo appena 9 anni dopo: un altro sogno diventato realtà».</p>
<p><strong>C’è invece un artista con cui non ha mai collaborato ma con il quale vorrebbe incrociare la strada professionale?</strong></p>
<p>«Come produttore penso che la soddisfazione più grande non sia solo lavorare con un artista già noto ma prendere parte a un progetto ancora poco conosciuto e portarlo con le giuste scelte a un pubblico più vasto. Nell’ultimo anno ho iniziato a collaborare con una band che ha anche partecipato all’ultima edizione del concerto del Primo Maggio a Roma, i Santamarea, e ci vedo un grande potenziale di crescita».</p>
<p><strong>Dirigere un’orchestra e curare la registrazione di brani in studio sono esperienze molto diverse: che emozioni le regalano?</strong></p>
<p>«La produzione è sicuramente la parte più viva e creativa, dopo la scrittura, del processo che porta un brano dalla nascita alla pubblicazione, ed è la cosa che prediligo. La direzione orchestrale per me è stata semplicemente una conseguenza di questo, soprattutto bilanciando quanto fedele deve essere la riproduzione dell’orchestra rispetto al brano creato in studio, tenendo conto del valore aggiunto che può dare un organico così vasto in un’esibizione dal vivo».</p>
<figure id="attachment_75675" aria-describedby="caption-attachment-75675" style="width: 600px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-75675" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/foto-new-box.jpg" alt="foto new" width="600" height="844" title="Enrico Brun: l&#039;unicità della musica 4" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/foto-new-box.jpg 600w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/foto-new-box-213x300.jpg 213w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption id="caption-attachment-75675" class="wp-caption-text">Enrico Brun allo scorso Festival di Sanremo</figcaption></figure>
<p><strong>La musica significa studio e dedizione continui. Lei come riesce a conciliare i tempi di tutte le sue sfaccettature professionali?</strong></p>
<p>«La gestione del tempo è un “mestiere” a sé, che si impara solo col tempo stesso, ed è strettamente legata al benessere mentale. Per essere creativi e lucidi serve non andare in sovraccarico. Per fare questo bisogna essere proprietari del proprio tempo e saperlo usare con cura, soprattutto con la consapevolezza di quando è il caso di dire “no”. Quando si parla di scrittura è importante “vivere” e dire qualcosa di autentico, quindi avere il tempo di dedicarsi alla vita è fondamentale. Se non si è autentici e non si parla di esperienze vere ma surrogate poi il risultato si sente».</p>
<p><strong>Come vive un friulano a Milano?</strong></p>
<p>«Non è stato semplice all’inizio ma ho trovato il modo di trovare un buon equilibrio, ho mantenuto molte amicizie con tanti colleghi che condividevano con me il palco. Ma ho molti amici che fanno un lavoro completamente diverso ed è una sorta di “salvavita” sociale: non si può sempre parlare solo di musica».</p>
<p><strong>Quanto torna nella nostra regione quali sono i luoghi che predilige frequentare?</strong></p>
<p>«Dipende dai periodi dell’anno, ma in media cerco di tornarci almeno una volta al mese. Sono molto legato a San Vito al Tagliamento, dove ancora vivono i miei genitori, e sono altrettanto legato ai luoghi che ho frequentato in passato quando vivevo in Friuli, come Udine, Lignano e Torviscosa».</p>
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		<title>Vanni Gori: il peso del destino</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/vanni-gori-il-peso-del-destino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Doncovio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 14:47:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<category><![CDATA[cervignano]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[palermo]]></category>
		<category><![CDATA[polizia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Domenica 19 luglio 1992, dopo essere giunto da Trieste il giorno prima, pranzò nella caserma della polizia di Palermo con il collega Eddie Cosina. «L’indomani avrei preso il suo posto nella scorta a Paolo Borsellino. Ci demmo appuntamento per cena, perché il pomeriggio doveva accompagnare il giudice in aeroporto». Ma quel viaggio si interruppe per sempre tra il tritolo di via D’Amelio</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/open.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/vanni-gori-il-peso-del-destino/">Vanni Gori: il peso del destino</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h6>Vanni Gori</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sabato 18 luglio 1992. L’ispettore capo della Polizia di Stato, <strong>Vanni Gori</strong>, friulano di Sammardenchia da anni operativo a Trieste, atterra all’aeroporto Punta Raisi di Palermo.</p>
<p>Sarebbe dovuto arrivare qualche giorno prima ed essere già operativo nella scorta del giudice Paolo Borsellino, ma in quelle settimane estive trovare un volo è complicato.</p>
<p>Ora però in Sicilia ci è arrivato e può finalmente dare il cambio al collega Eddie Cosina, muggesano, con cui da anni lavora fianco a fianco a Trieste.</p>
<p>Cosina ha già prenotato il volo di rientro per martedì: giusto il tempo per un rapido passaggio di consegne.</p>
<p>L’intervista con Vanni Gori parte qui. Siamo nella sua casa di Cervignano del Friuli, città in cui ha scelto di trascorrere la propria vita dopo la pensione.</p>
<p>«Appena atterrato a Palermo – avvolge il nastro dei ricordi Gori – mi diressi alla caserma “Lungaro” dove sarei rimasto per tutto il tempo della trasferta. Dopo la strage di Capaci del mese di maggio (in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie e tre agenti della scorta, <em>ndr</em>), ci aggregavano da Trieste con sempre maggiore frequenza per le scorte in Sicilia. Ero già stato in servizio in passato a Palermo, ma mai nelle scorte di Falcone o Borsellino».</p>
<p><strong>Il collega Cosina lo incontrò il giorno seguente, domenica 19 luglio.</strong></p>
<p>«Ci trovammo alla mensa della caserma, per pranzo. Ci salutammo anche se era un po’ di fretta perché nel pomeriggio aveva un breve turno con il giudice Borsellino: avrebbe dovuto accompagnarlo in aeroporto dove il magistrato avrebbe preso un volo per Roma, venendo così affidato ad altra scorta. Sarebbe stato un servizio di un paio d’ore, tanto che ci demmo appuntamento per la cena, sempre in caserma».</p>
<p><strong>Le sembrava agitato? </strong></p>
<p>«No, anzi. Appariva sereno e non trasmetteva alcuna preoccupazione, tanto che anch’io mi sentivo tranquillo. Ci salutammo e Cosina si avviò all’uscita. Poi si voltò verso di me per farmi un cenno con la mano, come a dire “ci vediamo dopo”».</p>
<p><strong>Dopo cos’è successo?</strong></p>
<p>«Uscii per fare una passeggiata in città. E mentre stavo camminando avvertii un boato in lontananza. Sul momento non ci feci troppo caso. Quando iniziai a sentire il via vai di sirene e a vedere le persone affacciarsi sui balconi delle case compresi che era accaduto qualcosa di serio. La città iniziò a ribollire e rientrai in caserma comprendere cosa fosse accaduto».</p>
<p><strong>Lì come trovò la situazione?</strong></p>
<p>«Caotica, con notizie frammentarie. Quando vi fu certezza dell’attentato mi feci subito portare sul posto dai colleghi. Arrivati in zona vidi tantissima gente, molta confusione. L’area era già stata delimitata e sarei stato solo di impiccio. Rientrai alla “Lungaro”. E lì ricevetti la notizia dei morti».</p>
<p><strong>Quale fu il suo primo pensiero?</strong></p>
<p>«Non riuscivo a mettere a fuoco la situazione. Sembrava una cosa irreale che io non percepivo bene. Solo l’indomani mi sono reso conto realmente di cosa fosse successo. Venni convocato dal dirigente del Nucleo Scorte che mi diede indicazione di tornare a Trieste. E il martedì sono ripartito. Con un grande peso dentro di me».</p>
<p><strong>Perché?</strong></p>
<p>«Provavo un enorme senso di colpa, perché probabilmente se fossi arrivato a Palermo qualche giorno prima, al posto di Cosina avrei potuto esserci io. Una sensazione tremenda che mi ha accompagnato per anni. Mi ricordo che al funerale rimasi in disparte per non dover guardare negli occhi la madre di Cosina. Non ho mai partecipato a nessuna successiva cerimonia commemorativa. Vado spesso in cimitero a Muggia, sulla tomba di Eddie; mai il 19 luglio».</p>
<figure id="attachment_75512" aria-describedby="caption-attachment-75512" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-75512" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/gori-e-cosina.jpg" alt="gori e cosina" width="800" height="500" title="Vanni Gori: il peso del destino 5" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/gori-e-cosina.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/gori-e-cosina-300x188.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/gori-e-cosina-768x480.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-75512" class="wp-caption-text">Primi anni 90, Gori (a destra) e il collega Cosina durante un sopralluogo a Trieste</figcaption></figure>
<p><strong>È mai ritornato a Palermo?</strong></p>
<p>«No. Forse è stata anche una scelta dall’alto, per evitare a chi aveva vissuto sul posto quelle giornate di dover sopportare un carico emotivo eccessivo. Ho continuato a fare servizio di scorta per qual che anno, poi mi sono dedicato ad altri incarichi. Anche se ho sempre frequentato i corsi di aggiornamento per gli agenti di scorta fino a un anno dalla mia pensione».</p>
<p><strong>Da quel giorno provò mai paura quando faceva la scorta?</strong></p>
<p>«Gli attentati a Falcone e Borsellino ci misero di fronte a un nemico nuovo, invisibile. Il pericolo non era più un attentatore con armi in mano. Nacque una consapevolezza diversa, a cominciare da una formazione ancora più accurata degli agenti. E ciò non dava spazio alla paura».</p>
<figure id="attachment_75513" aria-describedby="caption-attachment-75513" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-75513" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/gori-con-i-principi-di-monaco.jpg" alt="gori con i principi di monaco" width="800" height="666" title="Vanni Gori: il peso del destino 6" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/gori-con-i-principi-di-monaco.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/gori-con-i-principi-di-monaco-300x250.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/gori-con-i-principi-di-monaco-768x639.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-75513" class="wp-caption-text">Vanni Gori, a destra, assieme ai reali di Monaco in una foto pubblicata da “Il Piccolo” durante una visita ufficiale in Friuli Venezia Giulia</figcaption></figure>
<p><strong>Cosa significa essere un agente di scorta?</strong></p>
<p>«Significa non avere orari: inizi alle 7 del mattino e non sai quando finisci. La propria vita cambia radicalmente. La variante spesso è lo scortato: qualcuno ha atteggiamenti amichevoli, altri prediligono un maggior distacco. Tutte dinamiche che si comprendono con il tempo. Mantenendo sempre il massimo livello di professionalità».</p>
<p><strong>A 34 anni dalla strage di via D’Amelio, il sacrificio del giudice Borsellino, dell’amico Eddie Cosina e degli altri colleghi della scorta è servito a qualcosa o è stato vano?</strong></p>
<p>«Il senso comune dei poliziotti e della gente ha avuto una svolta. In tutta Italia la gente ha iniziato a vedere le cose in modo diverso. Quanto successo ha cambiato le coscienze. Qualcosa di meglio è nato. Dall’accresciuta professionalità delle forze di polizia a una maggiore consapevolezza da parte dei cittadini. No, quei sacrifici non sono stati vani».</p>
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		<title>Manuel Vlacich: sospesi tra cielo e mare</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/manuel-vlacich-sospesi-tra-cielo-e-mare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Doncovio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jul 2026 16:35:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
		<category><![CDATA[mare]]></category>
		<category><![CDATA[monfalcone]]></category>
		<category><![CDATA[vela]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il velista monfalconese, assieme all’amico Franco Deganutti, partecipa da anni al “The Grand Tour Sailing”: un viaggio sportivo, culturale e ambientale nei luoghi più affascinanti del pianeta</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/Loch-Ness-1.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/manuel-vlacich-sospesi-tra-cielo-e-mare/">Manuel Vlacich: sospesi tra cielo e mare</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h6>Vlacich e Deganutti sul lago di Loch Ness</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>Primavera 2021. Una giornata limpida in cui il vento sembra voler dire qualcosa.</p>
<p>Sul telefono di <strong>Manuel Vlacich </strong>arriva un messaggio inatteso: un conoscente segnala che un <em>Melges24 </em>da regata, una barca performante e velocissima, da lì a qualche ora sarebbe stato messo in vendita.</p>
<p>Si confronta subito con l’amico e complice perfetto <strong>Franco Deganutti</strong>.</p>
<p>La sua risposta è immediata, decisa, quasi spiazzante. In meno di due ore eseguono il bonifico a una persona conosciuta solo poco prima telefonicamente. Da qui inizia la grande avventura.</p>
<p><strong>Manuel, come fu il primo impatto con il Melges24?</strong></p>
<p>«È una barca di 7,5 metri, leggera, nervosa, potentissima. Ma aveva una caratteristica che avrebbe cambiato tutto: si poteva trasportare via terra, trainata da un’auto. Una libertà assoluta. Fino a quel momento eravamo abituati a regatare dove le barche erano ormeggiate. Ora, invece, potevamo portare la barca ovunque ci fossero una strada e una gru o uno scivolo per metterla in acqua».</p>
<p><strong>Due mesi più tardi eravate sul Lago di Garda.</strong></p>
<p>«Ci iscrivemmo come test alla storica regata “<em>Centomiglia del Garda</em>”, in modalità X2. Solo noi due, il vento e la barca nuova. Arrivammo secondi. Lì capimmo che quella non era solo una barca: era un’idea».</p>
<p><strong>Durante l’inverno di quell’anno nacque “<em>The Grand Tour Sailing</em>”.</strong></p>
<p>«Non un semplice viaggio: un percorso sportivo, culturale e ambientale che ogni anno ci porta a solcare acque completamente diverse tra loro. Una serie di tappe che attraversano mari, laghi, fiumi e territori che, in alcuni casi, non avremmo mai immaginato di raggiungere con una barca a vela. Dalle acque glaciali del Nord ai fiumi sacri dell’Asia, dai laghi alpini ai mari aperti. È un modo di navigare che unisce la libertà del viaggio alla magia dell’avventura e della navigazione. Ogni anno svolgiamo tre tappe. Ogni tappa è una storia a sé: talvolta c’è la sfida sportiva con la partecipazione ad alcune delle più importanti regate al mondo, con condizioni sempre nuove da interpretare; altre volte c’è invece la dimensione culturale ed esplorativa perché ogni luogo ha un’identità che cerchiamo di raccontare; e c’è la sensibilità ambientale, che è il filo rosso del progetto».</p>
<p><strong>Siete anche Ambasciatori della fondazione internazionale <em>One Ocean Foundation</em>.</strong></p>
<p>«Un’organizzazione <em>no-profit </em>di rilevanza internazionale dedicata alla salvaguardia dell’oceano e degli ecosistemi marini. Durante l’ultima tappa in India, abbiamo inoltre raccolto campioni di acqua dal fiume Gange, analizzati poi dall’Università di Udine nel contesto del progetto multi-dipartimentale AMARE (<em>Autonomous &#8211; Monitoring, Analysis, REsilience</em>). Non siamo scienziati né esperti del settore, ma crediamo che anche un piccolo contributo possa aiutare a dare voce all’ecosistema che navighiamo ogni giorno».</p>
<p><strong>Partecipare a queste “regate” cosa comporta dal punto di vista logistico e di preparazione tecnica e atletica?</strong></p>
<p>«Organizzare le tappe del “<em>The Grand Tour</em>” significa affrontare una sfida che inizia molto prima di toccare l’acqua. La parte più dura, spesso, è quella che il pubblico non vede: la logistica. Ogni nostra spedizione è un piccolo romanzo di incastri, strade, imprevisti, trattative e chilometri. La barca sul carrello o spedita nella stiva di un aereo, l’attrezzatura caricata all’alba, i controlli, i documenti, i confini da attraversare. È un viaggio nel viaggio. A volte sembra più un’operazione da spedizione che una semplice regata. Poi c’è la parte tecnica: ogni luogo ha un vento diverso, un’acqua diversa, un carattere diverso. Devi adattarti in fretta, leggere l’ambiente, preparare l’attrezzatura con precisione quasi chirurgica, cercando di prevedere ogni possibile scenario. E in alcune tappe, come lo scorso anno durante la partecipazione alla più grande regata al mondo di catamarani (<em>Round the Texl</em>) che si tiene in giugno in Olanda, entra in gioco anche l’atletica pura: ore di manovre continue, vento teso, mare incrociato, freddo e correnti fortissime. Un’avventura vera».</p>
<p><strong>La sua passione per la vela quando nasce?</strong></p>
<p>«A sette anni, per gioco. Durante un corso estivo alla Società Vela Oscar Cosulich, uno di quelli che i genitori scelgono per farti stare all’aria aperta durante le vacanze scolastiche. Ma per me è stato molto di più: è stato l’inizio di tutto. Da quel giorno non sono più sceso dalla barca e ho capito che lì, tra acqua e cielo, c’era il mio posto. Tutto il resto è venuto dopo: le regate, i viaggi, il <em>Grand Tour. </em>Ma la scintilla è nata lì, su quella minuscola barca gialla, in un’estate che non ho mai dimenticato e per la quale devo ringraziare i miei genitori. Senza quel loro “vai, prova”, forse non avrei mai scoperto il mio mare».</p>
<p><strong>Quando solca i mari a cosa pensa?</strong></p>
<p>«A cose a cui non penso da nessun’altra parte. È come se il mondo si facesse più grande e più semplice allo stesso tempo. Penso a quanto sia un privilegio essere lì, sospeso tra cielo e mare, in un luogo che non appartiene a nessuno ma che accoglie tutti coloro che lo rispettano».</p>
<p><strong>Con Franco Deganutti siete stati insigniti di un <em>Guinness World Record </em>e del titolo di Velisti dell’Anno – categoria Passion 2024. Cosa significano per lei questi riconoscimenti?</strong></p>
<p>«Hanno un valore grande perché non rappresentano solo noi: siamo anche ambasciatori della nostra regione, portando con orgoglio il marchio “<em>Io sono Friuli Venezia Giulia</em>” in ogni tappa del nostro viaggio. Non siamo professionisti, non viviamo di vela, e forse proprio per questo li vedo come riconoscimenti al percorso, non solo al risultato».</p>
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                <li style="display: none; width: 100%;" class="slide-75474 ms-image " aria-roledescription="slide" data-date="2026-07-09 18:31:40" data-filename="low_Groendandia-3.jpg" data-slide-type="image"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="1067" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/low_Groendandia-3.jpg" class="slider-75466 slide-75474 msDefaultImage" alt="low Groendandia 3" rel="" title="low_Groendandia 3" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/low_Groendandia-3.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/low_Groendandia-3-225x300.jpg 225w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/low_Groendandia-3-768x1024.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/low_Groendandia-3-300x400.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px"><div class="caption-wrap"><div class="caption"><div>Franco Deganutti fotografato da Manuel Vlacich in Groenlandia</div></div></div></li>
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<p><strong>La sua esperienza velica è legata alla “Oscar Cosulich” di Monfalcone: qual è il legame con la società di vela?</strong></p>
<p>«Per me è casa. Il mio legame con la SVOC è qualcosa che porto dentro, non solo nella memoria. In quella società ho ricevuto tutto: insegnamenti che formano, amicizie che diventano famiglia, la determinazione che nasce dalle prime sconfitte e la gioia dei primi risultati. Sono sempre rimasto fedele alla mia società perché sento che una parte di ciò che sono oggi l’ho costruita lì, passo dopo passo, onda dopo onda. E proprio per questo sento il bisogno di restituire qualcosa. Negli anni non sono stato solo atleta: ho fatto il volontario, l’istruttore, il giudice di regata, il direttore sportivo e oggi faccio ancora parte del consiglio direttivo. È il mio modo di dire grazie, di rimettere in circolo ciò che la società mi ha donato in questi anni».</p>
<p><strong>E il legame di Manuel Vlacich con Monfalcone?</strong></p>
<p>«Un legame di casa, semplice e profondo. Vivo a pochi passi dalla SVOC, qui ho la mia famiglia, le mie radici, tutto ciò che mi ha formato. E poi c’è un motivo speciale: Monfalcone ha creduto nel <em>Grand Tour Sailing </em>fin dal primo anno, quando era solo un’idea un po’ folle. L’amministrazione comunale ha visto oltre il progetto, ha visto le persone, la passione, l’intenzione. E questo tipo di sostegno non si dimentica».</p>
<p><strong>Nella nostra regione dove predilige veleggiare?</strong></p>
<p>«Amo la costa che da Monfalcone scende verso Duino e Sistiana: è un tratto di mare che unisce bellezza, storia e vento “vero”, quello che ti mette alla prova ma ti regala anche le giornate più memorabili. In Friuli Venezia Giulia abbiamo un mare piccolo, ma pieno di carattere, in particolare nelle giornate di bora. All’alba in estate è il mio mare di casa, quello che conosco come si conosce una persona cara. Ogni refolo, ogni cambio di luce, ogni increspatura ha un significato. E poi c’è una cosa che amo in modo particolare: partire per una classica regata notturna che si svolge ogni anno a fine settembre e che parte da Trieste direzione isola di Sansego. Si esce in mare a pochi metri dalle luci di Piazza Unità d’Italia, che vista dal mare, di notte, diventa ancora più maestosa. Per me è la piazza più bella del mondo, e vederla brillare mentre la barca scivola nel buio è un’emozione che non si dimentica. È un momento sospeso, dove il mare, la città e la vela si fondono in un’unica immagine perfetta».</p>
<p><strong>Oltre alle prossime tappe del “<em>The Grand Tour Sailing</em>”, quali sono gli obiettivi futuri di Manuel Vlacich?</strong></p>
<p>«Quando penso ai miei obiettivi futuri, una parte fondamentale riguarda l’esempio che voglio dare ai miei figli. Non mi interessa che seguano le mie stesse rotte o che amino il mare come lo amo io: ciò che desidero davvero è che scoprano una passione tutta loro. Una passione che li accenda, che li faccia alzare la mattina con un’idea in testa e andare a dormire con un sogno nel cuore. Credo che i figli non ascoltino molto ciò che dici: osservano ciò che fai. Per questo cerco di mostrare loro che una passione non è un <em>hobby</em>, ma un modo di stare al mondo. Vorrei che vedessero, attraverso il mio esempio, che la passione va coltivata, rispettata, nutrita. Che richiede impegno, ma restituisce senso. Che non serve essere i migliori: serve essere autentici. E che quando condividi ciò che ami, quella cosa cresce, si moltiplica, diventa un ponte verso gli altri. Se riuscirò a trasmettere loro questo — non la vela, ma il valore di una passione — allora avrò davvero lasciato qualcosa che conta».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>In questi anni, nelle varie edizioni del “The Grand Tour Sailing”, Manuel Vlacich e Franco Deganutti hanno veleggiato in luoghi diversi del pianeta: nel punto più alto al mondo (Bolivia, lago Titicaca +3.812m s.l.m.), nella baia di Ilullisat tra gli iceberg della Groenlandia, nel più grande lago sotterraneo d’Europa (Svizzera, St. Leonard), attorno all’Isola di Wight…</em></p>
<p><em>Le tre tappe dell’edizione 2026 sono invece: la navigazione a vela sul Gange nel tratto urbano di Varanasi, la navigazione lunga la Linea Internazionale del Cambio</em></p>
<p><em>di Data nelle Isole Diomede, situate nello Stretto di Bering, tra Alaska e Siberia, e nel luogo simbolo della misurazione del tempo: Greenwich.</em></p>
<p><em>«La mia passione per la vela – confida <strong>Franco Deganutti</strong>, compagno di avventura di Manuel Vlacich – è nata per “curiosità” e si è immediatamente trasformata in una “totale dipendenza” che ancora non è stata soddisfatta: nonostante mille imprese e mille avventure veliche. Quando solco i mari penso a quanti hanno avuto l’ardire di farlo in passato e a quanti avranno la fortuna di farlo in futuro. I riconoscimenti ottenuti? Servono a ricordarci che certe imprese le abbiamo veramente vissute e alimentano la passione per andare ancora oltre».</em></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Marco Petean: un racconto collettivo</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/marco-petean-un-racconto-collettivo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Doncovio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 11:10:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[cervignano]]></category>
		<category><![CDATA[mostre]]></category>
		<category><![CDATA[scultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ultima settimana di allestimento alla Biblioteca "Zigaina" per la personale dello scultore cervignanese. Opere che hanno emozionato il pubblico</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Ritratti_008-1.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/marco-petean-un-racconto-collettivo/">Marco Petean: un racconto collettivo</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h6>Marco Petean in posa assieme a suo padre (© Elia Falaschi)</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>CERVIGNANO DEL FRIULI – Ultima settimana di apertura per la mostra “<em>Dialoghi sulla linea dell’orizzonte. A mio padre, alla mia terra</em>”, dello scultore <strong>Marco Petean</strong>, allestita nella Biblioteca civica “Giuseppe Zigaina” (<span style="text-decoration: underline;"><a href="https://imagazine.it/home_desk/events/marco-petean-per-la-prima-volta-nella-sua-cervignano/">clicca qui per tutti i dettagli</a></span>).</p>
<p>Giovedì 14 maggio (dalle ore 16 alle 18) e sabato 16 maggio (dalle ore 11 alle 13, l’artista sarà presente per delle visite guidate.</p>
<p>Nel frattempo, in questa intervista, ripercorre le emozioni vissute nelle settimane di apertura della sua personale.</p>
<p><strong>Marco, che effetto ha fatto inaugurare questa mostra nella sua città?</strong></p>
<p>«È stato molto emozionante e sono orgoglioso soprattutto del percorso fatto per arrivare a esporre in una mostra personale nella città in cui vivo. La è stata promossa dal Comune di Cervignano del Friuli conseguentemente alla mia aggiudicazione del Premio d’acquisto alla 52ª edizione dello storico e prestigioso Premio Suzzara e l’ingresso della mia opera dal titolo “Siamo noi in fuga” nella collezione permanente del Museo Galleria del Premio di Suzzara (Mantova), a fianco alle opere di grandi artisti del Novecento del panorama nazionale e regionale, come il mio concittadino Giuseppe Zigaina, al quale è intitolata la Biblioteca civica, luogo in cui si tiene la mostra. Zigaina si era aggiudicato il Premio Suzzara nel 1950 e nel 1956, così come altri artisti del calibro di Sergio Altieri, Franco Dugo, Armando Pizzinato, Luigi Spacal. E proprio il Museo Galleria del Premio di Suzzara e il Comune di Suzzara, assieme al Comune di Aquileia e alla Fondazione Società per la conservazione della Basilica di Aquileia, hanno patrocinato la mostra».</p>
<p><strong><em>Dialoghi sulla linea dell’orizzonte. A mio padre, alla mia terra</em>: come mai questo titolo?</strong></p>
<p>«La mostra è stata concepita come un viaggio attraverso le mie memorie personali e quelle del mio territorio. Idealmente mi sono posto in riflessione di fronte alla linea dell’orizzonte che attraversa la Bassa Friulana, una sorta di confine visivo che al tempo stesso separa e unisce e che nel contempo custodisce le mie memorie. È lungo questa linea che non rappresenta soltanto il paesaggio, ma anche una linea mentale, uno spazio sospeso, che prendono forma i dialoghi citati nel titolo della mostra: dialoghi tra epoche, persone, luoghi e artisti di generazioni diverse. Le dediche a mio padre e alla mia terra non rappresentano un semplice atto formale, ma il cuore pulsante di questo progetto. Sono una dichiarazione d’amore verso le mie radici: ho voluto onorare l’uomo che mi ha tramesso valori importanti, come quelli della tenacia e della resilienza, e la terra che ha dato forma al mio sguardo. Presentare questa mostra nella mia città è stato per me un “ritorno a casa”, un modo per restituire in forma d’arte tutto ciò che questi luoghi ed i miei affetti mi hanno donato nel tempo».</p>
<p><strong>La pineta di San Marco, la spiaggia e la vecchia stazione di Belvedere: perché ha voluto ricreare proprio questi luoghi con le sue sculture in terracotta policroma?</strong></p>
<p>«Perché questi luoghi rappresentano la scenografia del mio racconto. Il viaggio che narro nella mostra raggiunge, dal mio punto di vista, la sua massima intensità proprio alle spalle della vecchia stazione di Belvedere di Aquileia, dove è nato mio padre nel dicembre del 1944: un punto in cui mare, colline, montagne e il cielo del Friuli Venezia Giulia sembrano congiungersi in un unico respiro visivo e simbolico. Ho rappresentato i luoghi dell’infanzia di mio padre e della mia, come luoghi interiori prima che reali, paesaggi dell’anima in cui la memoria familiare, la trasformazione ambientale e la stratificazione storica si fondono in una narrazione unica. La valle di pesca di Belvedere, la collina su cui si erge la chiesa di San Marco, la spiaggia di Belvedere, la vecchia stazione, compongono la mia geografia intima. Quei luoghi un tempo popolati, rumorosi, immersi in una vegetazione vitale, oggi appaiono progressivamente spopolati, immobili, silenziosi, mentre la natura, lentamente si riappropria del proprio spazio, cancellando le tracce della presenza umana, i suoni si rarefanno lasciando il posto al silenzio, ai versi degli animali e ai rumori della natura, creando quasi un palcoscenico teatrale che sembra sospeso, bloccato, in attesa».</p>
<p><strong>Il suo sguardo verso il passato è più nostalgico o di gratitudine? </strong></p>
<p>«Entrambe le cose: la nostalgia riguarda i luoghi che sono cambiati, modificati, scomparsi, o abbandonati, come nel caso della stazione di Belvedere di Aquileia, che è stata abitata dalla famiglia di mio padre dal 1944 fino alla fine degli anni Ottanta, alla quale ho dedicato un’opera dal titolo “<em>Punto di partenza. La stazione dei ricordi offuscati</em>” e le persone che non ci sono più, mi mancano le loro voci, i loro racconti, i loro gesti affettuosi; la gratitudine invece, riguarda sia i luoghi che le persone, per quello che mi hanno saputo dare, in termini di valori, di sentimenti, di insegnamenti. Dal mio punto di vista, le opere che raccolgono meglio al loro interno entrambi questi sguardi, di nostalgia e di gratitudine, sono quelle intitolate “<em>L’ultimo guardiano della valle</em>”, che rappresenta la valle di pesca di Belvedere, come oggi non la si può più vedere, con il capanno, la barca e la bicicletta del suo “ultimo guardiano”, mio zio, e “<em>Il custode dell’orizzonte</em>”, che rappresenta la collina su cui si erge la chiesa e il cimitero di San Marco, il mio luogo dell’anima, nel quale mi sono sposato, ma nel quale riposano anche i miei cari».</p>
<p><strong>Cos’ha significato suo padre nel suo percorso artistico?</strong></p>
<p>«Il rapporto con mio padre rappresenta il vero motore del mio percorso artistico. È quella forza propulsiva che mi spinge a scavare nella memoria sua e della nostra famiglia, e a trasformare il ricordo in materia e a dargli forma. Senza il confronto con la sua storia, i suoi silenzi e i suoi racconti, la mia mano non avrebbe preso la stessa direzione. Ogni scultura presentata nella mostra di Cervignano, è nata da questa spinta interiore, un’energia che mi ha aiutato a trasformare l’affetto e i sentimenti in opere, in atti creativi. Inoltre, nel momento in cui ho cominciato a progettare e a ideare l’ultima esposizione, mi sono immediatamente emersi i temi a me più cari e ha preso forma il viaggio attraverso le mie memorie personali. Il rapporto con mio padre è risultato essere centrale nel racconto: la sua storia, che parte dall’infanzia, i suoi ricordi, sono stati la base di partenza per ideare le opere presentate, così come una domanda che gli avevo posto pochi mesi prima “<em>quali sono stati gli anni più belli e felici della tua vita?</em>”».</p>
<p><strong>Una parte della mostra è dedicata proprio a lui: alla sua infanzia in seminario e al suo ultra trentennale servizio all’interno della Basilica di Aquileia. Come mai questa scelta?</strong></p>
<p>«I miei teatrini in terracotta, in questa mostra, sono diventati il <em>medium</em> privilegiato per dare forma a un atto d’amore, di restituzione e riparazione nei confronti del territorio e della figura di mio padre. In essi ho creato e custodito i frammenti di vita e di racconti lontani, restituendo colore a immagini sbiadite e nuova presenza a luoghi e a persone care. Il mio ha voluto essere anche un atto di preservazione della memoria degli individui comuni, come appunto mio padre, quelli che la storia tende a dimenticare. Ho voluto – tramite le sue fotografie e i suoi racconti – creare un nuovo legame, ancora più profondo, ricostruendo la sua esperienza di bambino che nella metà degli anni Cinquanta lascia il paese nativo e la famiglia per intraprendere la strada del seminario; a questa fase della sua vita ho dedicato un’installazione fotografica, con vecchie foto di famiglia e dei brevi scritti, dal titolo “<em>Il tempo del distacco</em>”. In mostra ho inoltre presentato tre sculture in terracotta policroma dedicate a mio padre, una che lo raffigura nei panni del chierichetto nella chiesa del paese, negli anni precedenti alla partenza per il seminario, dal titolo “<em>L’anticamera del silenzio</em>” e poi due dedicate alla sua lunga esperienza come sacrestano presso la Basilica di Aquileia, che ho intitolato “<em>Il servizio silenzioso. La cura del rito</em>” e “<em>I passi del sacrestano. L’eco della Basilica</em>”; hanno voluto rappresentare delle “piccole memorie” scolpite nell’argilla, a creare una sorta di archivio dell’anima, delle reliquie, un punto di contatto eterno tra padre e figlio».</p>
<p><strong>Alcune opere in mostra raffigurano grandi artisti regionali che hanno avuto in qualche modo un legame con il suo percorso artistico.</strong></p>
<p>«I dialoghi evocati nel titolo della mostra si riferiscono anche agli incontri che ho avuto con grandi artisti regionali, soprattutto all’interno dei loro studi; i loro racconti, i loro insegnamenti, hanno rappresentato per me un’eredità culturale molto forte. In particolare, in occasione di questa mostra, ho presentato delle opere che raffigurano il mio concittadino Giuseppe Zigaina che non ho avuto modo di conoscere personalmente, ma che ho conosciuto tramite le sue opere, dipinti e incisioni, nonché attraverso i suoi libri; Sergio Altieri che ho avuto modo più volte di incontrare nel suo studio di Capriva del Friuli e che con me e Zigaina ha in comune la partecipazione al Premio Suzzara, e Giorgio Celiberti al quale ho avuto modo di mostrare più volte il mio lavoro in occasione delle mie mostre personali, che mi ha sempre sorpreso per la sua capacità di lasciarsi emozionare e coinvolgere dal lavoro di un’artista di una generazione diversa, ma che ha in comune con lui l’amore per la scultura e il racconto delle emozioni».</p>
<p><strong>Oltre che sua moglie, Diana Cerne è anche curatrice di questa mostra così come di altre precedenti. Che ruolo riveste Diana nella produzione artistica di Marco Petean?</strong></p>
<p>«Il ruolo di Diana è fondamentale e va ben oltre la curatela. Essendo lei stessa un’artista della ceramica, possiede una sensibilità rara e una conoscenza profonda della materia. In tutto il processo creativo, rappresenta per me un interlocutore imprescindibile ed è la prima persona con cui mi confronto. In occasione di questa mostra, la sua presenza come curatrice ha garantito una coerenza artistica che nasce da una condivisione quotidiana di intenti e di linguaggi. Conoscendo la mia storia e quella di mio padre, inoltre, mi ha aiutato a filtrare le idee e i sentimenti e a dare struttura formale alla mia creatività, sapendo anche tradurre le mie intenzioni in un percorso espositivo e in un racconto che il pubblico ha potuto abitare e condividere».</p>
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                <li style="display: none; width: 100%;" class="slide-73945 ms-image " aria-roledescription="slide" data-date="2026-05-11 13:07:52" data-filename="MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_045.jpg" data-slide-type="image"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="1200" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_045.jpg" class="slider-73924 slide-73945 msDefaultImage" alt="MarcoPetean DialoghiLineaOrizzonte Opere Dettagli 045" rel="" title="MARCO PETEAN" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_045.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_045-200x300.jpg 200w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_045-683x1024.jpg 683w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_045-768x1152.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px"><div class="caption-wrap"><div class="caption"><div>(© Elia Falaschi)</div></div></div></li>
                <li style="display: none; width: 100%;" class="slide-73946 ms-image " aria-roledescription="slide" data-date="2026-05-11 13:07:53" data-filename="MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_050.jpg" data-slide-type="image"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="1200" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_050.jpg" class="slider-73924 slide-73946 msDefaultImage" alt="MarcoPetean DialoghiLineaOrizzonte Opere Dettagli 050" rel="" title="MARCO PETEAN" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_050.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_050-200x300.jpg 200w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_050-683x1024.jpg 683w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_050-768x1152.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px"><div class="caption-wrap"><div class="caption"><div>(© Elia Falaschi)</div></div></div></li>
                <li style="display: none; width: 100%;" class="slide-73947 ms-image " aria-roledescription="slide" data-date="2026-05-11 13:07:53" data-filename="MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_057.jpg" data-slide-type="image"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="1200" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_057.jpg" class="slider-73924 slide-73947 msDefaultImage" alt="MarcoPetean DialoghiLineaOrizzonte Opere Dettagli 057" rel="" title="MARCO PETEAN" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_057.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_057-200x300.jpg 200w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_057-683x1024.jpg 683w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_057-768x1152.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px"><div class="caption-wrap"><div class="caption"><div>(© Elia Falaschi)</div></div></div></li>
                <li style="display: none; width: 100%;" class="slide-73948 ms-image " aria-roledescription="slide" data-date="2026-05-11 13:07:53" data-filename="MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_060.jpg" data-slide-type="image"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="1200" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_060.jpg" class="slider-73924 slide-73948 msDefaultImage" alt="MarcoPetean DialoghiLineaOrizzonte Opere Dettagli 060" rel="" title="MARCO PETEAN" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_060.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_060-200x300.jpg 200w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_060-683x1024.jpg 683w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_060-768x1152.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px"><div class="caption-wrap"><div class="caption"><div>(© Elia Falaschi)</div></div></div></li>
                <li style="display: none; width: 100%;" class="slide-73949 ms-image " aria-roledescription="slide" data-date="2026-05-11 13:07:54" data-filename="MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Ritratti_003.jpg" data-slide-type="image"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="1200" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Ritratti_003.jpg" class="slider-73924 slide-73949 msDefaultImage" alt="MarcoPetean DialoghiLineaOrizzonte Ritratti 003" rel="" title="MARCO PETEAN" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Ritratti_003.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Ritratti_003-200x300.jpg 200w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Ritratti_003-683x1024.jpg 683w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Ritratti_003-768x1152.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px"><div class="caption-wrap"><div class="caption"><div>(© Elia Falaschi)</div></div></div></li>
                <li style="display: none; width: 100%;" class="slide-73951 ms-image " aria-roledescription="slide" data-date="2026-05-11 13:07:54" data-filename="MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Allestimento_024.jpg" data-slide-type="image"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="533" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Allestimento_024.jpg" class="slider-73924 slide-73951 msDefaultImage" alt="MarcoPetean DialoghiLineaOrizzonte Allestimento 024" rel="" title="MARCO PETEAN" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Allestimento_024.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Allestimento_024-300x200.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Allestimento_024-768x512.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Allestimento_024-391x260.jpg 391w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Allestimento_024-272x182.jpg 272w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px"><div class="caption-wrap"><div class="caption"><div>(© Elia Falaschi)</div></div></div></li>
                <li style="display: none; width: 100%;" class="slide-73952 ms-image " aria-roledescription="slide" data-date="2026-05-11 13:07:54" data-filename="MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Allestimento_043.jpg" data-slide-type="image"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="533" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Allestimento_043.jpg" class="slider-73924 slide-73952 msDefaultImage" alt="MarcoPetean DialoghiLineaOrizzonte Allestimento 043" rel="" title="MARCO PETEAN" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Allestimento_043.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Allestimento_043-300x200.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Allestimento_043-768x512.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Allestimento_043-391x260.jpg 391w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Allestimento_043-272x182.jpg 272w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px"><div class="caption-wrap"><div class="caption"><div>(© Elia Falaschi)</div></div></div></li>
                <li style="display: none; width: 100%;" class="slide-73953 ms-image " aria-roledescription="slide" data-date="2026-05-11 13:07:55" data-filename="MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Allestimento_048.jpg" data-slide-type="image"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="533" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Allestimento_048.jpg" class="slider-73924 slide-73953 msDefaultImage" alt="MarcoPetean DialoghiLineaOrizzonte Allestimento 048" rel="" title="MARCO PETEAN" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Allestimento_048.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Allestimento_048-300x200.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Allestimento_048-768x512.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Allestimento_048-391x260.jpg 391w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Allestimento_048-272x182.jpg 272w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px"><div class="caption-wrap"><div class="caption"><div>(© Elia Falaschi)</div></div></div></li>
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                <li style="display: none; width: 100%;" class="slide-73956 ms-image " aria-roledescription="slide" data-date="2026-05-11 13:07:56" data-filename="MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_007.jpg" data-slide-type="image"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="1200" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_007.jpg" class="slider-73924 slide-73956 msDefaultImage" alt="MarcoPetean DialoghiLineaOrizzonte Opere Dettagli 007" rel="" title="MARCO PETEAN" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_007.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_007-200x300.jpg 200w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_007-683x1024.jpg 683w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_007-768x1152.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px"><div class="caption-wrap"><div class="caption"><div>(© Elia Falaschi)</div></div></div></li>
                <li style="display: none; width: 100%;" class="slide-73957 ms-image " aria-roledescription="slide" data-date="2026-05-11 13:07:56" data-filename="MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_018.jpg" data-slide-type="image"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="1200" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_018.jpg" class="slider-73924 slide-73957 msDefaultImage" alt="MarcoPetean DialoghiLineaOrizzonte Opere Dettagli 018" rel="" title="MARCO PETEAN" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_018.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_018-200x300.jpg 200w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_018-683x1024.jpg 683w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_018-768x1152.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px"><div class="caption-wrap"><div class="caption"><div>(© Elia Falaschi)</div></div></div></li>
                <li style="display: none; width: 100%;" class="slide-73958 ms-image " aria-roledescription="slide" data-date="2026-05-11 13:07:56" data-filename="MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_024.jpg" data-slide-type="image"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="1200" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_024.jpg" class="slider-73924 slide-73958 msDefaultImage" alt="MarcoPetean DialoghiLineaOrizzonte Opere Dettagli 024" rel="" title="MARCO PETEAN" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_024.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_024-200x300.jpg 200w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_024-683x1024.jpg 683w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_024-768x1152.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px"><div class="caption-wrap"><div class="caption"><div>(© Elia Falaschi)</div></div></div></li>
                <li style="display: none; width: 100%;" class="slide-73959 ms-image " aria-roledescription="slide" data-date="2026-05-11 13:07:57" data-filename="MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_028.jpg" data-slide-type="image"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="1200" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_028.jpg" class="slider-73924 slide-73959 msDefaultImage" alt="MarcoPetean DialoghiLineaOrizzonte Opere Dettagli 028" rel="" title="MARCO PETEAN" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_028.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_028-200x300.jpg 200w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_028-683x1024.jpg 683w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_028-768x1152.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px"><div class="caption-wrap"><div class="caption"><div>(© Elia Falaschi)</div></div></div></li>
                <li style="display: none; width: 100%;" class="slide-73960 ms-image " aria-roledescription="slide" data-date="2026-05-11 13:07:57" data-filename="MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_029.jpg" data-slide-type="image"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="533" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_029.jpg" class="slider-73924 slide-73960 msDefaultImage" alt="MarcoPetean DialoghiLineaOrizzonte Opere Dettagli 029" rel="" title="MARCO PETEAN" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_029.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_029-300x200.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_029-768x512.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_029-391x260.jpg 391w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_029-272x182.jpg 272w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px"><div class="caption-wrap"><div class="caption"><div>(© Elia Falaschi)</div></div></div></li>
                <li style="display: none; width: 100%;" class="slide-73961 ms-image " aria-roledescription="slide" data-date="2026-05-11 13:07:57" data-filename="MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_036.jpg" data-slide-type="image"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="533" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_036.jpg" class="slider-73924 slide-73961 msDefaultImage" alt="MarcoPetean DialoghiLineaOrizzonte Opere Dettagli 036" rel="" title="MARCO PETEAN" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_036.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_036-300x200.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_036-768x512.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_036-391x260.jpg 391w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/MarcoPetean_DialoghiLineaOrizzonte_Opere_Dettagli_036-272x182.jpg 272w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px"><div class="caption-wrap"><div class="caption"><div>(© Elia Falaschi)</div></div></div></li>
            </ul>
        </div>
        
    </div>
</div>
<p><strong>Dopo l’inaugurazione della mostra qual è stato il complimento che le ha fatto più piacere ricevere? </strong></p>
<p>«Non è stato a parole, ma negli occhi delle persone: molti sono venuti da me visibilmente emozionati e commossi subito dopo la presentazione, prima ancora di aver visto le mie opere. Ma ciò che mi ha segnato profondamente sono stati i pensieri lasciati sul libro delle dediche, leggere che la mia mostra ha rievocato il ricordo di affetti cari ormai scomparsi o lontani, mi ha fatto capire di avere raggiunto l’obiettivo più alto e questa cosa mi ha emozionato molto. In quel momento, il mio racconto personale si è trasformato in un racconto collettivo, una memoria condivisa che appartiene a tutti. Inoltre, dopo aver effettuato numerose visite guidate alla mostra e averla spiegata a tante persone, mi sono reso conto che quella che ho raccontato tramite le mie sculture in terracotta policroma e con un’installazione di vecchie foto di famiglia, rimaste nei cassetti per decenni, non è più solo la storia di mio padre o la mia storia, ma un racconto, dove ogni spettatore ha potuto ritrovare un pezzo della propria vita».</p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Adriano Tropea: Empori della Solidarietà</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/adriano-tropea-empori-della-solidarieta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Doncovio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 15:48:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<category><![CDATA[beneficenza]]></category>
		<category><![CDATA[cervignano]]></category>
		<category><![CDATA[cormons]]></category>
		<category><![CDATA[gorizia]]></category>
		<category><![CDATA[gradisca]]></category>
		<category><![CDATA[monfalcone]]></category>
		<category><![CDATA[solidarietà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quello di Gorizia è stato il primo a sorgere in Friuli Venezia Giulia. Ora nel resto della Diocesi ne sono attivi altri quattro. Nel 2025 hanno distribuito beni per un milione e 300mila euro a persone bisognose. Grazie al sostegno di 94 volontari. Come ci spiega il loro coordinatore</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/apertura.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/adriano-tropea-empori-della-solidarieta/">Adriano Tropea: Empori della Solidarietà</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h6>Adriano Tropea</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gli <strong>Empori della Solidarietà </strong>sono “supermercati solidali” attraverso i quali la <strong>Caritas diocesana </strong>contribuisce a rispondere in modo concreto alla povertà alimentare nel territorio dell’<strong>Arcidiocesi di Gorizia</strong>.</p>
<p>Qui persone e famiglie che attraversano un periodo di fragilità possono fare la spesa in autonomia, scegliendo ciò di cui hanno bisogno, in un contesto accogliente che tutela la dignità.</p>
<p>Gli empori sono gestiti dall’Associazione La Ginestra aps, che si occupa anche di contrasto alla povertà educativa, attraverso un progetto di doposcuola gratuito per ragazzi delle elementari e medie.</p>
<h3><strong>Come funziona l’accesso e la spesa</strong></h3>
<p>L’accesso avviene tramite segnalazione e colloquio presso i centri di ascolto (parrocchiali e diocesani) e, a seconda delle sedi, in raccordo con i servizi sociali e con la Croce Rossa. Dopo l’ascolto e la valutazione viene rilasciata una tessera con un punteggio mensile calibrato sul nucleo familiare: ogni prodotto ha un valore in punti e la persona può scegliere liberamente ciò che serve, esattamente come in un negozio.</p>
<p>La durata dell’accompagnamento è rinnovabile ogni tre mesi, in base alle situazioni.</p>
<h3><strong>La rete sul territorio</strong></h3>
<p>La rete diocesana comprende cinque empori. Il primo emporio del Friuli Venezia Giulia è nato proprio a <strong>Gorizia </strong>nel 2011; successivamente la rete si è ampliata con <strong>Monfalcone </strong>(2015), <strong>Gradisca d’Isonzo </strong>(2019), <strong>Cervignano del Friuli </strong>(2020) e <strong>Cormòns </strong>(2024).</p>
<h3><strong>Dati e impatto: alcuni numeri</strong></h3>
<p>Nel 2025 le tessere (nuclei familiari) attive sono state 778, per un totale di 1.590 persone sostenute. Sono poi 199 le famiglie che si sono rivolte per la prima volta al servizio.</p>
<p>Tra gli elementi più significativi emerge la presenza di numerosi <em>over 65</em>, indicatore della difficoltà crescente di molte persone anziane a sostenere la spesa alimentare.</p>
<p>Si nota che la metà sono nuclei familiari italiani, con le famiglie più numerose di origine straniera.</p>
<p>Anche il volontariato è cresciuto: i volontari sono ormai 94, con un aumento importante degli <em>under 35</em>.</p>
<p>«La dignità e autonomia della persona – sottolinea il coordinatore degli empori, <strong>Adriano Tropea </strong>– rimane al centro del nostro operato: le persone scelgono ciò di cui hanno bisogno, coinvolte in un percorso di sensibilizzazione alimentare. Il contrasto alla povertà alimentare quindi prende vita attraverso un modello stabile, misurabile, integrato con il tessuto produttivo delle aziende in ottica di economia circolare a favore dei bisognosi, e con tutta la rete del <em>welfare </em>locale. Ciò che nasce da questa fusione di intenti e di reti, è lo spirito di comunità: tutte le aziende, enti e finanziatori che sostengono gli empori sono esempi virtuosi e guide verso una società che non si spezza, ma che sa sostenere chi è più in difficoltà».</p>
<p><strong>Cosa significa concretamente coordinare le cinque strutture?</strong></p>
<p>«Significa tenere insieme realtà diverse, distribuite sul territorio, cercando di farle funzionare come un unico sistema. È un lavoro fatto di organizzazione quotidiana, ma anche di relazione e visione, che deriva dalla missione di Caritas. Da un lato c’è la gestione pratica: l’approvvigionamento dei beni, l’organizzazione degli spazi e dei volontari, la gestione burocratica. Dall’altro c’è l’aspetto più strategico: la ricerca di sostenitori, la creazione di reti sul territorio. È necessario anche saper leggere i bisogni delle persone, confrontarsi con i territori e cercare di rendere il servizio sempre più efficace. In questo senso, coordinare non vuol dire solo “gestire”, ma costruire una rete che sappia evolversi».</p>
<p><strong>In cosa consiste l’attività dei volontari dei diversi empori?</strong></p>
<p>«I volontari sono il cuore degli empori. La loro attività va ben oltre la distribuzione di generi alimentari.  Accolgono le persone, le accompagnano nella scelta dei prodotti, gestiscono gli spazi e gli scaffali. Ma soprattutto creano relazione. L’emporio non è un luogo impersonale: è uno spazio in cui si entra, si viene ascoltati e riconosciuti. Spesso proprio da una chiacchierata semplice emerge non solo un bisogno pratico e alimentare, ma il bisogno di sentirsi visti».</p>
<p><strong>Che caratteristiche devono avere i volontari che vogliono mettersi a disposizione di questo servizio?</strong></p>
<p>«Negli empori i ruoli che possono essere svolti sono variegati e differenti. Dalla parte più burocratica alla logistica, dalla cura e organizzazione del negozio all’accompagnamento al banco frigo o cassa, dove maggiormente siamo in contatto con gli ospiti. Non servono competenze specifiche, quanto piuttosto alcune qualità umane essenziali. La capacità di ascoltare senza giudicare, la discrezione, il rispetto e la voglia di lavorare insieme agli altri, al servizio dello scopo comune. È importante anche la continuità: gli empori funzionano grazie a una presenza costante, che costruisce fiducia nel tempo. È un’esperienza che richiede disponibilità, ma che restituisce molto, anche sul piano personale».</p>
<figure id="attachment_73881" aria-describedby="caption-attachment-73881" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-73881" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG20230901153733.jpg" alt="IMG20230901153733" width="800" height="600" title="Adriano Tropea: Empori della Solidarietà 7" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG20230901153733.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG20230901153733-300x225.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG20230901153733-768x576.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-73881" class="wp-caption-text">L&#8217;interno di un emporio della solidarietà</figcaption></figure>
<p><strong>Le Amministrazioni comunali come sostengono il servizio garantito dagli empori?</strong></p>
<p>«Le Amministrazioni comunali e gli Ambiti sono interlocutori importanti. Sostengono gli Empori sia a livello economico sia a livello di rete con i servizi sociali. Gli empori non producono reddito vendendo, come un supermercato: creano circoli virtuosi nel sistema a favore dei bisognosi, e tutta la rete ne beneficia. Quando questa collaborazione funziona, l’emporio diventa parte integrante delle politiche sociali del territorio. Non è più solo un servizio assistenziale, ma uno strumento condiviso, capace di intercettare i bisogni e costruire risposte più coordinate. Senza i nostri finanziatori, che sono le Amministrazioni, la Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia, Cassa Rurale FVG, CrediFriuli, non potremmo mai riuscire a essere così efficaci».</p>
<p><strong>Sono previste aperture di ulteriori empori in Diocesi?</strong></p>
<p>«L’attenzione oggi è rivolta soprattutto sul consolidamento della rete esistente, per renderla sempre più solida nelle relazioni, ed efficace nella propria azione. Il territorio della nostra Arcidiocesi di Gorizia, dopo l’ultima apertura dell’Emporio di Cormòns, è coperto in una maniera che possiamo definire capillare. Detto questo, Caritas in generale, non solo Caritas Diocesana di Gorizia, guarda con interesse ai territori che ancora non sono coperti o che stanno esprimendo nuovi bisogni. L’apertura di nuovi empori non è mai un processo automatico: richiede una comunità pronta a sostenerli, risorse adeguate e una progettazione attenta».</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Donata Vianelli: la persona al centro</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/donata-vianelli-la-persona-al-centro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Doncovio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2026 09:53:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<category><![CDATA[formazione]]></category>
		<category><![CDATA[trieste]]></category>
		<category><![CDATA[units]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La prima Rettrice donna dell’Università degli Studi di Trieste traccia le prospettive e gli obiettivi del suo mandato, oltre i conti finanziari e le statistiche</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/Vianelli-PT_def_001.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/donata-vianelli-la-persona-al-centro/">Donata Vianelli: la persona al centro</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h6>Donata Vianelli, Magnifica Rettrice dell&#8217;Università degli Studi di Trieste</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>TRIESTE – Dallo scorso mese di agosto guida ufficialmente l’<strong>Università degli Studi di Trieste</strong>. Un’istituzione con oltre 19mila studenti e 1.500 tra docenti, tecnici amministrativi. Ma soprattutto con oltre un secolo di storia e legami profondi con il tessuto sociale, culturale e imprenditoriale del territorio. Nel quale ricopre un ruolo di primo piano in ottica di sviluppo e formazione.</p>
<p><strong>Rettrice Vianelli, qual è il bilancio di questi primi mesi del suo mandato?</strong></p>
<p>«Un bilancio molto positivo perché siamo riusciti a partire con lo sviluppo del piano strategico che accompagnerà tutto il mio mandato, fino al 2031. Questi primi mesi sono volati ma abbiamo già fatto cose importanti».</p>
<p><strong>Cosa implica ricoprire questo ruolo?</strong></p>
<p>«Portare a compimento l’impegno di tanti anni: non solo come ricercatrice o docente, ma anche nel coinvolgimento nelle attività istituzionali, iniziato con la direzione del Dipartimento di Scienze Economiche, Aziendali, Matematiche e Statistiche e giunto ora al coordinamento delle attività dell’intero Ateneo. Per me vuol dire avere l’opportunità di far crescere ancora di più un’istituzione che ho sempre amato molto e a cui ho dedicato tutta la mia vita. Ricoprire questo ruolo significa condurre un’intera comunità verso determinati obiettivi. Che non sono solo di crescita del numero di studenti o economico-finanziaria, ma soprattutto crescita umana e personale».</p>
<p><strong>Cosa significa per lei essere la prima rettrice donna di questa istituzione? </strong></p>
<p>«Qualcosa di importante. Né uomini né donne devono dare per scontato che lo sviluppo della carriera debba essere correlato a questioni di genere. Essere la prima Rettrice donna vuol dire dare un esempio alle nostre studentesse e non solo: perché vedere un’istituzione così importante guidata da una donna può essere una motivazione ulteriore per impegnarsi nella crescita lavorativa e nella vita personale e famigliare, che va mantenuta centrale a prescindere dell’impegno lavorativo».</p>
<p><strong>Come giudica lo stato di salute dell’Università di Trieste?</strong></p>
<p>«Ottimo. Ma i tempi sono già cambiati: si sta chiudendo il periodo del PNRR e quindi dobbiamo essere molto prudenti. Avremo meno risorse da parte dello Stato rispetto agli ultimi tre anni. Si sta affacciando inoltre l’inverno demografico. Compito della <em>governance </em>sarà quello di mantenere sana questa istituzione, stando attenti a fare scelte che sappiano guardare agli sviluppi futuri, abbinando crescita e attenzione alle esigenze della società. Oltre a formare i giovani per il mondo del lavoro, siamo chiamati a competere con le altre università tradizionali e con quelle telematiche, nonché con gli atenei internazionali, poiché sempre più spesso i nostri giovani decidono di andare a studiare all’estero».</p>
<p><strong>Quali sono i punti di forza dell’Ateneo triestino?</strong></p>
<p>«Dal punto di vista della didattica un’offerta formativa molto ampia e in linea con le richieste del territorio. Così come la capacità di dialogo della nostra università con gli studenti delle scuole superiori di tutta Italia: un’azione di orientamento che aiuta in modo innovativo a fare la scelta giusta. Da tanti anni ospitiamo d’estate un migliaio di studenti per aiutarli a comprendere quali possono essere i corsi più adatti alle loro caratteristiche e alle loro passioni. Facciamo provare loro percorsi di formazione e laboratoriali che anticipano quelli che saranno poi i reali percorsi di studio. In questi contesti gli studenti vengono aiutati a comprendere cosa piace loro fare e, soprattutto, cosa non piace loro fare. Un altro punto forte è la ricerca: siamo un’università molto scientifica, con la fortuna di operare in un territorio in cui ci sono anche altre eccellenze nell’ambito della ricerca con le quali abbiamo instaurato forti sinergie. E poi l’internazionalizzazione: siamo tra gli atenei al top in Italia in questo settore, anche per numero di immatricolazioni dall’estero».</p>
<p><strong>A proposito di ricerca: le università italiane di cosa avrebbero bisogno per potenziarla?</strong></p>
<p>«C’è fortemente bisogno di stabilità nella disponibilità di fondi da destinare alla ricerca. Da quest’anno il Ministero ha elaborato un piano triennale grazie a cui nel prossimo triennio dovremmo avere ben chiaro a quanti fondi potremo attingere. Ciò dovrebbe fornirci la stabilità necessaria che prima non c’era. Ma persiste un problema a livello di sistema: la quantità complessiva di fondi che lo Stato mette a disposizione per la ricerca è molto bassa se rapportata con il resto d’Europa, dove siamo fanalino di coda. Diventiamo così meno competitivi, abbiamo meno ricercatori e infrastrutture che diventano obsolete. In tali condizioni i ricercatori italiani si rivelano molto più bravi rispetto alla media dei colleghi all’estero perché riescono a fare miracoli con fondi di ricerca limitati. In questo contesto, la grande fortuna dell’Università di Trieste è avere alle spalle una Regione Friuli Venezia Giulia che negli ultimi anni si è dimostrata realmente attenta alle esigenze del mondo universitario. Abbiamo avuto grandi investimenti regionali nel sistema universitario con progettualità nate <em>ex novo </em>dal confronto con la Regione. Una cosa non scontata».</p>
<p><strong>Dall’Università di Udine alla SISSA, com’è il rapporto con gli altri enti del sapere in Friuli Venezia Giulia?</strong></p>
<p>«A mio avviso dovremo gestire al meglio questa sinergia soprattutto nella progettualità della ricerca, nell’innovazione e nel coordinamento delle iniziative. Due esempi: il primo è la collaborazione delle tre università nell’ambito dell’Intelligenza artificiale, trovando una complementarietà pur nelle specificità di ciascuna realtà. Il secondo è l’Ecosistema dell’innovazione del Nordest che ci ha visto collaborare con tutte le università di quest’area. Le sinergie sono fondamentali, così come le specificità di ciascuna università per valorizzare i propri punti di forza. Nel nostro caso il mondo della <em>blue economy</em>, l’economia del mare».</p>
<p><strong>L’Università di Trieste quest’anno ha superato il proprio record di immatricolati. Che significato attribuisce a questo dato?</strong></p>
<p>«Punto di forza dell’Università di Trieste è l’offerta formativa molto attrattiva, anche per studenti stranieri grazie ai numerosi insegnamenti in inglese. Inoltre gli investimenti fatti in passato stanno ora dando il loro frutto. Lavoriamo tanto con la comunicazione per far conoscere i nostri risultati e la nostra offerta. La risposta del mondo del lavoro è molto positiva e superiore alla media italiana per quanto riguarda l’immediato inserimento dei laureati. Abbiamo settori con 100% di occupazione dei nostri studenti entro un anno dalla laurea. Ma c’è un altro aspetto fondamentale: oltre alla qualità delle sedi e dei corsi, la scelta dell’università è legata molto anche all’attrattività del territorio e della città in cui l’università si trova. E Trieste è una città altamente attrattiva, sempre più visitata e apprezzata, una città bella da vivere che ha impattato positivamente sul nostro Ateneo».</p>
<figure id="attachment_73307" aria-describedby="caption-attachment-73307" style="width: 640px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-73307" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/aa_nuova-foto-730x1024.jpg" alt="aa nuova foto" width="640" height="898" title="Donata Vianelli: la persona al centro 8" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/aa_nuova-foto-730x1024.jpg 730w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/aa_nuova-foto-214x300.jpg 214w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/aa_nuova-foto-768x1077.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/aa_nuova-foto.jpg 800w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption id="caption-attachment-73307" class="wp-caption-text">Donata Vianelli è madre di tre figli di età compresa tra 27 e 32 anni. Ama la montagna ed è appassionata sciatrice. Ha inoltre studiato al Conservatorio dove ha imparato a suonare il pianoforte</figcaption></figure>
<p><strong>L’evoluzione del mondo del lavoro è costante e spesso difficilmente prevedibile: a suo avviso quali sono i corsi di laurea destinati ad avere maggiori sbocchi occupazionali nei prossimi anni?</strong></p>
<p>«Impossibile definirlo ora. Tuttavia l’aiuto che diamo agli studenti nella fase di orientamento e la preparazione che forniamo loro durante il percorso universitario, anche in termini di competenze personali, li aiutano a trovare uno sbocco lavorativo o imprenditoriale. Se da un lato la domanda per laureati in ambito ingegneristico ed economico risulta sempre elevata, abbiamo altrettante richieste anche in ambito umanistico, nell’area dei servizi sociali… Tutti i ragazzi che portano a termine il loro percorso universitario in qualsiasi facoltà hanno ottime <em>chance </em>occupazionali. Consiglio sempre agli studenti di non scegliere il corso di laurea in base alle prospettive occupazionali di oggi, ma in base alle proprie passioni e capacità. Perché le aziende chiedono persone solide dal punto di vista tecnico, dell’analisi critica, del sacrificio. Quando poi entreranno nel mondo del lavoro devono essere pronti a una formazione continua per tutta la vita, perché l’innovazione li porterà alla necessità di aggiornamenti costanti, come avviene per ciascuno di noi. La stessa intelligenza artificiale abbraccerà tutti i settori: non serviranno solo informatici ma anche laureati in campo umanistico. Per questo è fondamentale fare la propria scelta dove c’è gusto per l’impegno. Essere aperti e curiosi a interessarsi anche in settori non direttamente propri ma in cui dare un contributo con il proprio <em>background </em>personale».</p>
<p><strong>Quando nel 2031 lascerà l’incarico di Rettrice per cosa le piacerebbe essere ricordata?</strong></p>
<p>«Come una Rettrice che ha innovato senza perdere di vista la centralità della persona. Nonché per aver cercato di semplificare il lavoro organizzativo di tutti all’interno dell’Università. Infine vorrei essere ricordata per essere riuscita a far crescere l’Università sia nella didattica che nella ricerca, seppur in anni di maggiori ristrettezze economiche. Perché la ricerca è la base della qualità che noi possiamo offrire agli studenti ed è la base dell’innovazione e dell’impegno pubblico e sociale che l’università deve avere nel contesto del proprio territorio. Ma l’aspetto più importante è un altro».</p>
<p><strong>Quale?</strong></p>
<p>«Vorrei che tutti si sentissero valorizzati in qualità di persone che ogni giorno operano per rendere migliore questa Università. Il nostro è un lavoro bellissimo, perché ci mette al servizio dei giovani e della ricerca: è un lavoro che guarda al futuro. E nel futuro connotato da tecnologia ed economia, bisogna dare centralità al benessere interno della comunità».</p>
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		<title>Basket: Udine si inchina, il derby parla triestino</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/basket-udine-si-inchina-il-derby-parla-triestino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Doncovio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Apr 2026 16:15:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
		<category><![CDATA[basket]]></category>
		<category><![CDATA[trieste]]></category>
		<category><![CDATA[udine]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/home_desk/?p=73036</guid>

					<description><![CDATA[<p>Partenza a razzo dei friulani ma gli ospiti escono alla distanza e si impongono con un 89-70 senza appello</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/apuTrieste.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/basket-udine-si-inchina-il-derby-parla-triestino/">Basket: Udine si inchina, il derby parla triestino</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>UDINE &#8211; Una Trieste incerottata &#8211; senza <strong>Brooks</strong> e <strong>Sissoko</strong> &#8211; con uno sparuto seguito di tifosi (dopo le note limitazioni legate all’ordine pubblico) vince il derby contro una APU Udine che parte a mille all’ora ma che perde lucidità con lo scorrere del tempo.</p>
<p>Dopo il ricordo delle vittime del terremoto del 1976 e il lancio di <em>peluche</em> per i bimbi ricoverati negli ospedali pediatrici del Friuli Venezia Giulia, la temperatura sul parquet sale di colpo con le accelerate dei padroni di casa, trascinati da un <strong>Christon</strong> ispirato.</p>
<p>Trieste prova a reggere l’urto giocando maggiormente sull’orizzonte dei 24 secondi.</p>
<p>Sul finale del primo quarto Udine tenta lo strappo, con le triple di <strong>Alibegovic</strong> e <strong>Calzavara</strong> che incendiano il Carnera, strappando il massimo vantaggio (+14) in chiusura di tempo.</p>
<p>L’inizio del secondo quarto ha però in serbo una doppia doccia gelata: nel giro di un minuto <strong>Mekowulu</strong> prima e <strong>Ikangi</strong> poi commettono il terzo fallo, obbligando <strong>coach Vertemati</strong> ai cambi e dando campo aperto ai giochi a due sotto canestro dei lunghi di Trieste, con <strong>Banan</strong> che diventa dominante.</p>
<p><strong>Uthoff</strong> e <strong>Deangeli</strong> piazzano sei punti in un amen, e l’inerzia di colpo volta tutta su Trieste.</p>
<p>La bomba del rientrante <strong>Hickey</strong> dà ossigeno a Udine, ma gli americani degli ospiti iniziano a carburare e trascinata da <strong>Ross</strong>, <strong>Brown</strong> e <strong>Toscano-Anderson</strong> la compagine di <strong>Taccetti</strong> prima agguanta i friulani poi li ribalta andando all’intervallo sul +3.</p>
<p>Nel terzo quarto Trieste accelera subito scavando un solco che col passare dei minuti diventa incolmabile, anche perché i problemi di falli iniziano ad attanagliare anche <strong>Calzavara</strong> e <strong>Spencer</strong>, mentre si spegne definitivamente la luce di <strong>Alibegovic</strong> che non trova più la via del canestro.</p>
<p>Dopo l’ennesima tripla fallita da <strong>Bendzius</strong>, <strong>Uthoff</strong> piazza la bomba del +13 e spegne ogni velleità friulana, con l’APU ormai in bambola.</p>
<p>Il rientro nella mischia di <strong>Ikangi</strong> e <strong>Mekowulu</strong> ridà centimetri e dinamismo a Udine sotto il tabellone, ma i buoi sono scappati e le triple di <strong>Deangeli</strong> e <strong>Ramsey</strong> mettono la parola fine. Gli ultimi minuti sono pura accademia, per una partita che alla termine lascia l’amarezza in bocca a tutti.</p>
<p>All’APU per la sconfitta e alla Pallacanestro Trieste trafitta al cuore dal canto ironico dei supporters friulani sul nebuloso futuro societario con sempre più probabile trasferimento a Roma: “Al Colosseo, andate al Colosseo…”. Anche questo è il derby.</p>
<h3>Il tabellino</h3>
<p>27-19 / 41-44 / 56-64 / 70-89</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.legabasket.it/game/25221/apu-old-wild-west-udine-pallacanestro-trieste" target="_blank" rel="noopener">Clicca qui per il tabellino completo</a></span></p>
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		<title>Davide Lepori: al centro dell&#8217;Europa</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/davide-lepori-al-centro-delleuropa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Doncovio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Feb 2026 16:32:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<category><![CDATA[contributi]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[gorizia]]></category>
		<category><![CDATA[informest]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/home_desk/?p=71649</guid>

					<description><![CDATA[<p>Nei prossimi mesi scadrà il suo mandato di presidente di Informest: «Una realtà a supporto delle amministrazioni locali nello sfruttare al meglio i fondi europei per migliorare la qualità della vita, i servizi, le infrastrutture e l’ambiente»</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/a_IMG_0109.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/davide-lepori-al-centro-delleuropa/">Davide Lepori: al centro dell&#8217;Europa</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h6>Davide Lepori</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>GORIZIA – Coinvolgere le comunità. È questo il mantra che <strong>Davide Lepori </strong>non si stufa mai di ripetere quando parla dell’attività di <strong>Informest</strong>.</p>
<p>Una realtà nata negli anni ’90 su impulso della Regione Friuli Venezia Giulia con una</p>
<p>missione chiara: promuovere lo sviluppo economico del territorio e aprire nuove strade all’internazionalizzazione.</p>
<p>«Nella sua storia – spiega il presidente Lepori – Informest si è sempre adoperata affinché la Regione FVG potesse essere una testa di ponte per l’internazionalizzazione di questo territorio, grazie alla sua posizione privilegiata rispetto ai mercati dell’Est Europa».</p>
<p><strong>La caduta della Cortina di Ferro ha portato a una nuova evoluzione degli obiettivi di Informest, divenuta un collante tra l’Europa e le comunità locali del Friuli Venezia Giulia.</strong></p>
<p>«Noi siamo di supporto alle amministrazioni regionali, ai <em>cluster</em>, alle associazioni in tutta la progettualità di sviluppo economico reale, dedicandoci alla ricerca dei fondi europei indispensabili per finanziare questi progetti che abbracciano campi e aree diverse. Con i Comuni di Premariacco e Cividale, per esempio, stiamo lavorando su una progettualità per la verifica delle microplastiche nei rifiuti liquidi nelle abitazioni. Solo per citare un esempio».</p>
<p><strong>Se dovessimo citarne altri?</strong></p>
<p>«Il Progetto Elena che mira alla sistemazione dal punto di vista del dispendio energetico di tutti gli immobili pubblici di proprietà di Comuni, Regione o delle ex Province. Ma abbiamo anche aiutato regioni del basso Adriatico a gestire assieme alla NET il riciclo dei rifiuti urbani, così come abbiamo sostenuto progetti per l’ottimizzazione della pesca nell’alto Adriatico».</p>
<p><strong>Un ente dalle grandi risorse e potenzialità, ma ancora sconosciuto ai più…</strong></p>
<p>«Il passaparola è il meccanismo migliore in assoluto di sviluppo del mercato. C’è però molta pigrizia tra i portatori di interesse. Nell’ultimo anno abbiamo organizzato dieci seminari, con la possibilità peraltro di fornire anche crediti formativi. A parte un paio di appuntamenti, che hanno registrato un centinaio di iscritti, negli altri casi i partecipanti sono stati davvero pochi. Un peccato, perché molto spesso gli assessorati piuttosto che i funzionari sono travolti dal contingente e non pensano che la pianificazione e la programmazione possano essere importanti».</p>
<p><strong>Come cambiare la situazione?</strong></p>
<p>«Abbiamo cercato di individuare più soluzioni. Dal rinnovamento completo del nostro sito web ad azioni strategiche mirate. Con l’Assessorato regionale alla Funzione pubblica, per esempio, stiamo impostando una progettualità di formazione dedicata al <em>foresight </em>strategico: ovvero la metodologia che utilizza tecniche di anticipazione per esplorare scenari futuri possibili. Oggi è quanto mai importante avere una visione di medio-lungo termine, ma tarata sul breve visto come le situazioni mondiali mutano ormai nel giro di sei mesi. I privati lo fanno già da tempo, la Regione ha compreso che anche il mondo del pubblico deve farlo. Informest lavorerà per fare in modo che sempre più amministrazioni pubbliche possano avere questa sensibilità».</p>
<p><strong>Il Friuli Venezia Giulia appare talvolta una regione periferica dell’Italia ma al tempo stesso una regione centrale per l’Europa. Lei che idea si è fatto a riguardo?</strong></p>
<p>«Una visione che condividiamo assieme al direttore generale di Informest, Graziano Lorenzon. Abbiamo contatti costanti con l’ufficio regionale a Bruxelles, fattore che ci consente di percepire quali sono le prospettive delle varie politiche europee a seconda degli argomenti che vogliamo affrontare nei prossimi anni. Possiamo essere centrali: un ruolo di centralità in Europa che ormai al Friuli Venezia Giulia viene riconosciuto da numerosi attori istituzionali. Pensiamo all’aeroporto di Ronchi o al porto di Trieste: possiamo diventare realmente un polo che fa da <em>pivot </em>per tutto il Continente».</p>
<p><strong>Talvolta l’Europa viene vista come un’entità astratta e burocratica: tuttavia sono numerose le risorse che ogni giorno mette a disposizione per le progettualità dei territori. Informest come si muove per ottenerle?</strong></p>
<p>«È sempre difficile recuperare risorse dall’Europa. Pur avendo al nostro interno professionalità elevate che vogliamo ulteriormente implementare, non possiamo sempre sapere tutto. Il motivo per cui abbiamo organizzato molti seminari è per creare una conoscenza media di base da un lato, e per sensibilizzare i Comuni in merito alle potenzialità in essere dall’altro. Soprattutto per stimolarli a rivolgersi a noi. Basterebbe dire: “<em>Abbiamo questo progetto che vorremmo realizzare, come si può fare?</em>”. Va invertito il flusso: non è Informest che deve andare alla ricerca spasmodica di tutti i progetti possibili per poi chiedere ai Comuni se sono interessati. È il Comune che deve proporre la sua progettualità: Informest lo aiuterà nel reperimento dei fondi e nella stesura della panificazione».</p>
<p><strong>Un cambio di mentalità realizzabile?</strong></p>
<p>«Non deve essere Informest a spingere sull’acceleratore: noi dovremmo essere tirati per la giacca da tutte le amministrazioni comunali ogni giorno: “<em>Vorremmo fare un </em><em>centro per anziani, un parco per studenti, piste ciclabili, comunità energetiche…</em>” Da presidente di Informest vorrei ricevere 50 telefonate al giorno, perché significherebbe che c’è un territorio che freme e non che aspetta l’arrivo di un contributo. Ci sono Stati che sono vicini al 100% di utilizzo dei fondi europei. Dobbiamo prendere spunto dal loro esempio».</p>
<p><strong>Quali sono le caratteristiche che ricercate nelle figure che collaborano con la vostra realtà?</strong></p>
<p>«Prediligiamo chi ha già esperienza nel reperimento dei fondi europei, ma ci piace anche formare le competenze in casa. Aspetto basilare è la conoscenza della lingua inglese: abbiamo frequentemente incontri, anche online, con realtà slovene e austriache e la comunicazione in inglese è indispensabile. Inoltre serve la capacità di mettersi in gioco per scrivere progetti e per valutare la loro sostenibilità economica. Competenze complesse non sempre facili da trovare sul mercato. Prossimamente usciranno un paio di bandi proprio per la selezione del personale».</p>
<figure id="attachment_71650" aria-describedby="caption-attachment-71650" style="width: 1000px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-71650" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low-seminario.jpg" alt="low seminario" width="1000" height="665" title="Davide Lepori: al centro dell&#039;Europa 9" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low-seminario.jpg 1000w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low-seminario-300x200.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low-seminario-768x511.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low-seminario-391x260.jpg 391w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/low-seminario-272x182.jpg 272w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption id="caption-attachment-71650" class="wp-caption-text">Il presidente Lepori, primo da destra, durante un seminario promosso da Informest</figcaption></figure>
<p><strong>Il suo mandato di presidente è prossimo alla scadenza: che eredità lascerà al suo successore?</strong></p>
<p>«Chi verrà dopo di me troverà gli ultimi due migliori bilanci prodotti da Informest e una situazione gestita in modo molto oculata, grazie alle opportunità che io ho avuto. Come avere un direttore generale con cui ho condiviso gli obiettivi da raggiungere, tra cui la maggior presenza sul territorio. Abbiamo inoltre rinnovato contratti di lavoro, dando la possibilità di puntare anche sullo <em>smart working</em>. Infine abbiamo puntato sul riassetto organizzativo per dare un senso al ruolo che deve avere  Informest».</p>
<p><strong>Quali sono invece a suo avviso le priorità su cui Informest dovrebbe puntare nel futuro?</strong></p>
<p>«Potenziare i contatti con Bruxelles e continuare a farsi conoscere sempre di più. Insistendo sui seminari formativi per creare informazione e cultura. Puntare su una corretta informazione che dia competenze è il modo migliore per fornire un sostegno a tutti gli attori del territorio».</p>
<p><strong>Terminata questa esperienza quali sono le sfide che Davide Lepori vorrebbe intraprendere?</strong></p>
<p>«Mi piacerebbe continuare a lasciare qualcosa di meglio, in particolare per i giovani. Se mi verrà data la possibilità lo farò ancora lavorando in enti e istituzioni. Diversamente, lo farò da nonno con la mia nipotina».</p>
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		<title>Andrea Peressin: la gioia dell&#8217;Africa</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/andrea-peressin-la-gioia-dellafrica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Doncovio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Feb 2026 09:16:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<category><![CDATA[africa]]></category>
		<category><![CDATA[cervignano]]></category>
		<category><![CDATA[solidarietà]]></category>
		<category><![CDATA[volontariato]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/home_desk/?p=71373</guid>

					<description><![CDATA[<p>Le ombre della depressione e la necessità di scappare da se stesso. La scelta di raggiungere in Rwanda un amico sacerdote per aiutare la gente del luogo. L’attivazione di una raccolta fondi e la partenza in solitaria. «Ho imparato a mettere in pratica la parola priorità». Il rientro in Italia con una consapevolezza: è solo un arrivederci</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/a_1000323027.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/andrea-peressin-la-gioia-dellafrica/">Andrea Peressin: la gioia dell&#8217;Africa</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h6>Andrea Peressin tra i bambini in Rwanda</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il ritmo frenetico dei preparativi delle Olimpiadi invernali appare quanto di più distante dalla calma africana.</p>
<p><strong>Andrea Peressin</strong>, cinquantenne di Cervignano del Friuli, risponde al telefono da Cortina dove in questi mesi lavora nella logistica del grande evento sportivo.</p>
<p>Ma la testa corre alla scorsa estate, quando per tre mesi decise di abbandonare il Friuli per vivere un’esperienza indimenticabile tra <strong>Rwanda </strong>e <strong>Kenya</strong>.</p>
<p>«Sono partito – spiega riavvolgendo il nastro dei ricordi – per scappare da un sistema che mi aveva reso fragile, nel quale più volte avevo vissuto le ombre della depressione. Era come se agli occhi della gente avessi una vita leggera. Ma anche chi illumina gli altri spesso può sentirsi al buio e dietro ogni mio sorriso si nascondeva un cuore stanco. Viaggiare è anche un modo per scappare da noi stessi, da quella <em>routine </em>quotidiana che ci inganna. Ed è per tutto ciò che ho intrapreso questo viaggio con il desiderio di fuggire nella speranza di ritrovare me stesso. Nella speranza di arrivare in un luogo sconosciuto e di rinascere, di sentirmi libero da giudizi e pregiudizi».</p>
<p><strong>Prima di partire avevi attivato una raccolta fondi: com’è andata e cosa è stato possibile finanziare grazie alle donazioni ricevute?</strong></p>
<p>«La raccolta fondi è stata una idea copiata da alcuni volontari che seguivo sui social. Osservavo come con l’affetto della gente riuscivano a realizzare tante cose che io da solo non sarei riuscito a fare. Sono state numerose le persone che hanno donato e che hanno riposto in me una fiducia enorme. In Rwanda abbiamo consegnato farina e fagioli per 100 persone in stato di povertà, fornito materiale sportivo in molte scuole, acquistato materiale scolastico per supportare le famiglie più povere che non riescono nemmeno a pagare la retta scolastica per i figli, abbiamo pagato la visita oculistica a un centinaio di anziani e comprato 100 paia di occhiali per i più bisognosi».</p>
<p><strong>Non da meno in Kenya…</strong></p>
<p>«In Kenya abbiamo sistemato una piccola scuola nella più grande baraccopoli dell’Africa, Kibera, acquistando lavagne nuove e comprando da mangiare per un intero quadrimestre per 60 allievi. Sempre nella baraccopoli c’è una associazione che aiuta le ragazze madri che subiscono violenze fisiche, facendo loro frequentare dei corsi di cucina, cucito, acconciatura o cura del corpo. Per queste ultime abbiamo comprato un cofanetto con tutto l’occorrente per iniziare a lavorare a casa. Per il reparto cucina sto cercando di costruire a distanza un orto verticale e un pollaio, mentre dal reparto di cucito mi sono fatto confezionare tante belle cose che cercherò di vendere durante la serata dedicata al mio viaggio. Essendo poi stato ospite del Cottolengo, ho portato fuori dalle mura per la prima volta 20 ragazzi e siamo andati a mangiare in una paninoteca. Nel limite delle mie possibilità ho poi cercato di aiutare diverse persone povere».</p>
<p><strong>Hai scelto di viaggiare da solo: come mai?</strong></p>
<p>«Dieci anni fa ero stato in Zambia con una quindicina di persone. Questa volta volevo mettermi in discussione e vivere un viaggio in solitaria: desideravo qualcosa che mi potesse arricchire. Avevo bisogno di essere egoista per una volta nella vita e vivere a pieno tutto quello che poi ho vissuto».</p>
<p><strong>Cosa significa l’Africa per te?</strong></p>
<p>«L’Africa è un carico di emozioni indescrivibili, che vanno vissute: i colori, i profumi, i canti, la gente, il panorama. L’Africa è gioia».</p>
<figure id="attachment_71378" aria-describedby="caption-attachment-71378" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-71378" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000323173.jpg" alt="1000323173" width="800" height="600" title="Andrea Peressin: la gioia dell&#039;Africa 10" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000323173.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000323173-300x225.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000323173-768x576.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-71378" class="wp-caption-text">Studenti tra i banchi di scuola</figcaption></figure>
<p><strong>Il tuo viaggio è durato tre mesi: quali esperienze resteranno indelebili?</strong></p>
<p>«Ho vissuto centinaia di esperienze diverse. In Rwanda ero sempre a contatto con le persone del posto: andavo nelle scuole, negli ospedali, nelle famiglie che mi ospitavano a cena&#8230; Ho lavorato per alcuni giorni in un ristorante cucinando ricette friulane come il frico e ho partecipato a messe lunghe anche cinque ore dove la gente cantava dall’inizio alla fine e spesso parlavo davanti a 2.500 fedeli che mi ringraziavano per tutte le cose che riuscivo a donare alla comunità. Ma non posso scordare i viaggi in montagna con la motoretta e attraverso le enormi distese di bananeti».</p>
<p><strong>Scenari diversi dalla baraccopoli di Nairobi, in Kenya.</strong></p>
<p>«Entrare a Kibera, la più grande baraccopoli dell’Africa, ti mette di fronte a una realtà cruda: alto tasso di violenza, tante persone affette dal virus HIV e condizioni igieniche al limite. Essendo ospite del Cottolengo vivevo quotidianamente accanto a orfani con HIV che avevano una età dai 15 giorni di vita ai 18 anni. Per una decina di giorni mi sono anche spostato più a nord, in una sede distaccata nella quale risiedono ospiti con grosse malattie psichiche e problemi fisici, accuditi dalle suore. Io lavoravo in una piccola officina all’interno della struttura, dove si costruiscono da zero scarpe ortopediche, stampelle e tutori per le gambe dei più piccoli affetti da poliomielite».</p>
<figure id="attachment_71376" aria-describedby="caption-attachment-71376" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-71376" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000356082.jpg" alt="1000356082" width="800" height="533" title="Andrea Peressin: la gioia dell&#039;Africa 11" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000356082.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000356082-300x200.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000356082-768x512.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000356082-391x260.jpg 391w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000356082-272x182.jpg 272w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-71376" class="wp-caption-text">Una delle baracche di Kibera, a Nairobi</figcaption></figure>
<p><strong>Come sei stato accolto dalle persone locali?</strong></p>
<p>«In Rwanda sono stato ospite di don Modeste, sacerdote che aveva prestato servizio nella parrocchia di Cervignano alcuni anni fa. Per la cordialità della gente era come essere a casa in una grande famiglia. Trascorrevo le giornate tra i banchi delle scuole, nelle piccole case delle persone che per strada incontravo, nelle chiese a seguire le messe, in giro tra le montagne mentre andavamo a trovare i fedeli più lontani. Cucinavo tutti i giorni e spesso andavo a zonzo sempre alla ricerca di persone nuove con le quali parlare e ascoltare le loro necessità, per capire se potevo essere d’aiuto».</p>
<p><strong>Diversa invece la vita in una città da 5 milioni di abitanti.</strong></p>
<p>«In Kenia, soprattutto a Nairobi, ero invece più distaccato, perché essere bianco dava loro modi di chiedere sempre e solo soldi. Restavo all’interno del Cottolengo Piccola Casa della Divina Provvidenza, dove ho alloggiato, e se uscivo andavo nei soliti posti per evitare qualsiasi tipo di violenza, essendo una città molto “calda”. All’interno della struttura aiutavo le infermiere nell’accudire i più piccoli, dando loro da mangiare, lavandoli, portandoli fuori nel grande giardino a fare due passi o giocando allo sfinimento con piccoli e grandi per poi mettere tutti a dormire».</p>
<figure id="attachment_71381" aria-describedby="caption-attachment-71381" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-71381" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000336035.jpg" alt="1000336035" width="800" height="687" title="Andrea Peressin: la gioia dell&#039;Africa 12" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000336035.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000336035-300x258.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000336035-768x660.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-71381" class="wp-caption-text">Andrea Peressin tra il direttore e la professoressa di una delle scuole di Kibirizi a cui ha donato materiale scolastico</figcaption></figure>
<p><strong>Hai incontrato centinaia di bambini e molte persone con problemi psichici: come ti sei rapportato con loro?</strong></p>
<p>«Quando vivi da solo per 3 mesi a contatto con tanti bimbi orfani, malati e spesso con persone con gravi disabilità mentali e fisiche non hai tempo di pensare. Sei lì per loro e quindi devi staccare e non provare sentimenti, perché altrimenti ti riempi di emozioni negative che non fanno bene a nessuno. Devi semplicemente donare quell’amore e quel calore che è stato loro negato».</p>
<figure id="attachment_71377" aria-describedby="caption-attachment-71377" style="width: 640px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-71377" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000297259-768x1024.jpg" alt="1000297259" width="640" height="853" title="Andrea Peressin: la gioia dell&#039;Africa 13" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000297259-768x1024.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000297259-225x300.jpg 225w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000297259-300x400.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000297259.jpg 800w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption id="caption-attachment-71377" class="wp-caption-text">L’abbraccio con i bimbi ruandesi</figcaption></figure>
<p><strong>Come hai superato il problema della lingua per farti capire?</strong></p>
<p>«Comunicavo in inglese con chi lo sapeva. Con chi parlava solo l’idioma locale si andava a gesti».</p>
<p><strong>Dalle persone ai luoghi: quali ti sono rimasti impressi tra Rwanda e Kenya?</strong></p>
<p>«Il panorama che regala il Rwanda non ha paragoni. Distese di thè e di riso rendono verde qualsiasi cosa tu riesca a osservare. Gente gioiosa, conferma di un popolo che ha saputo rinascere dopo un genocidio devastante. Un Paese in continua evoluzione e pieno di risorse e quel senso di famiglia che ti fa sentire a casa sempre. In Kenia vivi il paradosso della ricchezza e della povertà, con l’assenza di una classe media. Un Paese dove la corruzione e i compromessi sono all’ordine del giorno, con una baraccopoli gigantesca affollata di gente che non ha di che vivere, tra sporcizia e violenza. Eppure persone umili e non invadenti».</p>
<p><strong>Quali sono gli insegnamenti rimasti dentro di te?</strong></p>
<p>«Ho imparato a mettere in pratica la parola priorità. Noi spesso pensiamo che le priorità delle altre persone siano quelle che noi vogliamo. Se vediamo per esempio un ragazzo sporco e con vestiti rovinati pensiamo che gli serva sapone e abiti nuovi. Invece se gli chiedi quale sia la sua priorità, lui ti risponde “una mucca” “da mangiare”. Quando ho imparato a chiedere questo mi riempivo il cuore di gioia e soddisfazione nel donare ciò che alle persone serviva veramente. Nella nostra quotidianità questa cosa non la mettiamo quasi mai in pratica. In Africa ho incontrato gente povera ma con una ricchezza interiore enorme: nella loro vita al primo posto c’è Dio e tutto è fatto e vissuto con l’amore verso qualcosa che rappresenta la salvezza».</p>
<figure id="attachment_71375" aria-describedby="caption-attachment-71375" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-71375 size-full" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000378619.jpg" alt="Le cure a una bimba in Kenya" width="800" height="969" title="Andrea Peressin: la gioia dell&#039;Africa 14" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000378619.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000378619-248x300.jpg 248w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000378619-768x930.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-71375" class="wp-caption-text">Le cure a una bimba in Kenya</figcaption></figure>
<p><strong>Il ricordo più bello di questa esperienza?</strong></p>
<p>«Le lacrime di chi ha vissuto ogni giorno a contatto con me. E a Nairobi la mia piccola Lona, orfana di 6 mesi, che ha detto “papà” per la prima volta. Ma ogni emozione vissuta è un ricordo indelebile dentro il mio cuore».</p>
<p><strong>Qual è stato il tuo primo pensiero al rientro in Italia?</strong></p>
<p>«Sono rientrato molto stanco e non ho avuto modo di pensare a nulla perché solo il tempo mi darà le risposte che cercavo quando sono partito».</p>
<figure id="attachment_71379" aria-describedby="caption-attachment-71379" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-71379" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000383124.jpg" alt="1000383124" width="800" height="600" title="Andrea Peressin: la gioia dell&#039;Africa 15" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000383124.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000383124-300x225.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000383124-768x576.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-71379" class="wp-caption-text">Peressin con i giovani del cottolengo di Nairobi</figcaption></figure>
<p><strong>I legami con la popolazione africana proseguono anche a distanza?</strong></p>
<p>«Ogni giorno mi sento o mi scrivo con moltissime persone che ho conosciuto. Mantenere vivo l’affetto verso certi amici alimenta il desiderio di ritornare a fare del bene».</p>
<p><strong>Tornerai?</strong></p>
<p>«Il mio pensiero è quello di ritornare via nuovamente per andare avanti con i piccoli progetti nati in quei 3 mesi».</p>
<figure id="attachment_71380" aria-describedby="caption-attachment-71380" style="width: 640px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-71380" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000298636-749x1024.jpg" alt="1000298636" width="640" height="875" title="Andrea Peressin: la gioia dell&#039;Africa 16" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000298636-749x1024.jpg 749w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000298636-220x300.jpg 220w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000298636-768x1049.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/1000298636.jpg 800w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption id="caption-attachment-71380" class="wp-caption-text">Lo sguardo intenso di un bambino in Rwanda</figcaption></figure>
<p><em>Per contribuire alla raccolta fondi a sostegno dei progetti di Andrea Peressin in Rwanda e Kenya:</em></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><a href="https://gofund.me/f16f0f82" target="_blank" rel="noopener">https://gofund.me/f16f0f82</a></span></p>
<p>IBAN: IT14V0708563730000000563309 intestato a Peressin Andrea</p>
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