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Via Crudex. Cantico della minaccia

Tempo di lettura: 2 minuti

Data 21 Marzo 2026 – 22 Marzo 2026
Orario 8:30 PM

A Trieste l'indagine spietata sulla fragilità e il destino dell'attore. Con Stefano Cutrupi e Silvana Luppino

viaCrudex

 

Il palcoscenico del Teatro dei Fabbri si prepara a ospitare una riflessione cruda e inedita sulla professione dell’attore.

Nelle serate di sabato 21 e domenica 22 marzo, alle 20.30, la produzione del Teatro dei 3 Mestieri APS porta in scena Via Crudex. Cantico della minaccia, un’opera che scava nelle viscere di questo mestiere esplorandone i limiti e le contraddizioni più profonde. L’appuntamento si inserisce nella rassegna di teatro contemporaneo AiFabbri2, curata dalla Contrada.

Il testo e la regia portano la firma di Rosario Palazzolo, autore capace di trasformare l’esperienza scenica in un interrogativo esistenziale che investe tanto chi recita quanto chi guarda.

Al centro della narrazione troviamo Stefano Cutrupi e Silvana Luppino, chiamati a dare corpo e voce a una “guerra” privata e collettiva dove l’arte non è un rifugio, ma un campo di battaglia.

La messinscena si configura come una sorta di via crucis laica, una Via Crudex priva di resurrezione, dove la fatica di calcare le tavole del palcoscenico diventa metafora della sopravvivenza stessa.

Palazzolo costruisce un puzzle emotivo composto da otto tasselli volutamente incompleti, pescando a piene mani dalle paure ataviche, dalle fragilità e dalle disavventure che costellano la vita di ogni interprete.

Non c’è spazio per la glorificazione del talento, ma solo per l’analisi spietata di ciò che si è disposti a perdere o a sacrificare in nome della finzione teatrale. È un racconto traboccante di vissuto, dove il confine tra realtà e rappresentazione si fa labile e doloroso.

L’atmosfera dello spettacolo è sostenuta dalle musiche originali di Gianluca Misiti, che accompagnano il ritmo serrato di questa sfida estetica e umana.

Fondamentale è anche l’apporto visivo dei costumi di Mary Campagna, inseriti in una visione registica supportata da Marcantonio Pinizzotto e Mariarita Andronaco.

Il risultato è un’opera che non promette consolazione, ma invita lo spettatore a confrontarsi con l’aspetto più oscuro e autentico del teatro: quella dedizione assoluta che sfiora, e talvolta abbraccia, l’idea stessa della fine.