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	<title>Margherita Reguitti &#8211; imagazine.it</title>
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	<title>Margherita Reguitti &#8211; imagazine.it</title>
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	<item>
		<title>Mary Rosenfeld: questione di pelle</title>
		<link>https://imagazine.it/mary-rosenfeld-questione-di-pelle/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Margherita Reguitti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 15:15:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<category><![CDATA[bellezza]]></category>
		<category><![CDATA[cosmesi]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[muggia]]></category>
		<category><![CDATA[salute]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da quattro generazioni la sua famiglia gestisce il più antico spugnificio d’Europa. Una dinastia iniziata sotto l’impero asburgico e sopravvissuta alla Shoah. Riferimento per le industrie farmaceutiche e per il settore della cosmesi</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/a_11-Controllo-qualita.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/mary-rosenfeld-questione-di-pelle/">Mary Rosenfeld: questione di pelle</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h6>Mary Rosenfeld durante il controllo qualità delle spugne</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>Al mattino presto, di domenica, Chichikov, protagonista del capolavoro “<em>Le anime morte</em>” di Nikolaj Gogol, si svegliava presto e si strofinava da testa ai piedi con una spugna umida.</p>
<p>Un rituale di cura e igiene personale, un rito nella pratica di <em>toilette </em>della buona società dell’Ottocento che, salvo rare eccezioni, non è frequente nelle abitudini delle abluzioni giornaliere contemporanee.</p>
<p>Eppure strofinare la pelle con una spugna della giusta consistenza e forma è uno dei piaceri della vita, nonché un modo per massaggiare la cute esfogliando lo strato superficiale e rimuovendo le cellule morte favorendo la rigenerazione in superficie.</p>
<p>Stiamo parlando delle <em>demospongiae</em>, il cui scheletro è prevalentemente formato da un intreccio di collagene organico detto spongina, utilizzate fin dai tempi antichi.</p>
<p>Fra le predilette la <em>mediterranea spongia officinalis </em>il cui utilizzo è documentato dal IV secolo a.C.</p>
<p>A <strong>Muggia</strong>, comune istriano italiano a pochi chilometri da Trieste con impianto urbanistico veneziano, esiste e produce per il mercato internazionale lo <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://rosenfeld.it/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Spugnificio </strong><strong>Rosenfeld</strong></a></span>. Uno dei pochissimi in Europa, sono circa 4/5 in tutto fuori dai circuiti turistici, certamente il più antico e prestigioso, in grado di fornire grandi quantità alle industrie farmaceutiche, della cosmesi e alla rete di commercio al dettaglio.</p>
<p>Fu fondato nel 1896 dal capostipite della famiglia di imprenditori, Davide, cittadino dell’impero austro-ungarico. Quattro generazioni di un’impresa iniziata oltre 130 anni fa, che oggi vende anche direttamente nella sua sede e nel mondo.</p>
<p>La <strong>signora Mary </strong>gestisce l’attività assieme alla figlia <strong>Elena</strong>, al genero <strong>Paolo </strong>e al nipote <strong>Francesco</strong>, con 3 dipendenti, quanto creato dal nonno Davide, cittadino ebreo nato a Milin nel 1869, oggi Repubblica Ceca, morto durate la Shoah, assieme alla moglie Stefani Bass.</p>
<p>Prelevato nel 1944 in una retata, perì durante il viaggio; la consorte nel campo di sterminio di Ravensbrück. Si salvarono i 3 figli che alla fine del conflitto rientrarono in possesso dell’azienda, confiscata dal fascismo.</p>
<p>La prima sede era a Trieste nel quartiere di Roiano; un incendio negli anni ’90 del secolo scorso la distrusse e venne rifondata a Muggia, nell’area del biotopo naturale dei laghetti delle Noghere, a pochi metri dell’ex confine con la Slovenia.</p>
<p>Mary segue i contratti esteri e i progetti di nicchia, Elena il ciclo della produzione, Paolo le spedizioni e Francesco i rapporti con i pescatori dalla Grecia alle Bahamas e il marketing.</p>
<figure id="attachment_76665" aria-describedby="caption-attachment-76665" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-full wp-image-76665" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/1-Lo-spugnificio-oggi.jpg" alt="1 Lo spugnificio oggi" width="800" height="533" title="Mary Rosenfeld: questione di pelle 1" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/1-Lo-spugnificio-oggi.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/1-Lo-spugnificio-oggi-300x200.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/1-Lo-spugnificio-oggi-768x512.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/1-Lo-spugnificio-oggi-391x260.jpg 391w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/1-Lo-spugnificio-oggi-272x182.jpg 272w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-76665" class="wp-caption-text">Le anime dello Spugnificio Rosenfeld oggi</figcaption></figure>
<p><strong>Signora Mary, in oltre centro anni di attività qualcosa è cambiato nel vostro lavoro?</strong></p>
<p>«Non è cambiato molto in quanto il processo di pulizia, igienizzazione, sbiancatura, taglio e confezionamento è da sempre fatto a mano. Si usano le forbici per forgiare la forma regolare in dimensioni diverse, anche piccole, come richiesto dall’industria farmaceutica e dalla cosmesi, soprattutto in Giappone. Dopo il Covid abbiamo di molto ridotto la presenza alle fiere internazionali, inoltre abbiamo potenziato la rete di persone di fiducia nei vari continenti attraverso cui ci approvvigioniamo. Tutto è reso più facile nei contatti dalla tecnologia».</p>
<p><strong>In quali paesi esportate?</strong></p>
<p>«È un mercato in continuo movimento, abbiamo distributori in Cina e Corea, molto in Giappone, nelle catene di alberghi di lusso a Dubai e in Colombia. Siamo presenti nella penisola scandinava e, attraverso la grande distruzione, in tutta Europa, per l’igiene soprattutto dei bambini».</p>
<p><strong>In quali settori industriali oltre alla farmaceutica e alla cosmesi?</strong></p>
<p>«Nel settore artistico, in quanto le spugne sono utilizzate per l’effetto spugnato nell’ambito della decorazione. Ma anche nella tamponatura di colore, nella produzione di pellami pregiati nel settore delle calzature e pelletteria. Poi ci sono delle particolarità, come l’artista Paolo Sandulli, che si rifornisce da noi per creare le capigliature delle sue sculture».</p>
<figure id="attachment_76666" aria-describedby="caption-attachment-76666" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="size-full wp-image-76666" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/ab10-Lavaggi.jpg" alt="ab10 Lavaggi" width="800" height="533" title="Mary Rosenfeld: questione di pelle 2" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/ab10-Lavaggi.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/ab10-Lavaggi-300x200.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/ab10-Lavaggi-768x512.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/ab10-Lavaggi-391x260.jpg 391w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/ab10-Lavaggi-272x182.jpg 272w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-76666" class="wp-caption-text">Il lavaggio delle spugne</figcaption></figure>
<p><strong>Dove vi rifornite?</strong></p>
<p>«Le spugne sono esseri animali semplici che vivono a una profondità di 30/50 metri, sono i reni del mare e hanno un’azione purificatrice importante dell’ecosistema. Un tempo era il Mediterraneo il luogo d’eccellenza per l’approvvigionamento, ma gli eventi socio-politici legati all’emigrazione in Tunisia e Turchia hanno di molto ridotto la presenza di pescatori della materia che era la più pregiata. L’isola greca di Kalymnos mantiene un buon livello di qualità e garanzia di fornitura. Dall’Egitto importiamo una spugna vegetale, prodotta dalla zucca, il lungo e rigido reticolo essiccato è impiegato per lo <em>scrub</em>».</p>
<p><strong>Quanti tipi di pugne esistono?</strong></p>
<p>«Nel Mediterraneo vivono quelle a pori larghi, in Adriatico, in particolare in Dalmazia nel mare dell’isola di Krapanj – Crappano, si raccolgono quelle più pregiate a fori piccoli, chiamate fine dama. La raccolta si fa a fine estate, vengono pulite in loco e poi arrivano da asciutte, si pagano a peso e dunque non devono essere con acqua, per il trattamento. Vengono pulite e igienizzate con lavaggi in diverse soluzioni basiche e acide per arrivare a un pH neutro. Quindi si procede alla sbiancatura e ossigenazione, taglio e confezionamento».</p>
<figure id="attachment_76667" aria-describedby="caption-attachment-76667" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="size-full wp-image-76667" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/aa7-Asciugatura-spugne.jpg" alt="aa7 Asciugatura spugne" width="800" height="533" title="Mary Rosenfeld: questione di pelle 3" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/aa7-Asciugatura-spugne.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/aa7-Asciugatura-spugne-300x200.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/aa7-Asciugatura-spugne-768x512.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/aa7-Asciugatura-spugne-391x260.jpg 391w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/aa7-Asciugatura-spugne-272x182.jpg 272w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-76667" class="wp-caption-text">La fase dell&#8217;asciugatura</figcaption></figure>
<p><strong>Al momento l’offerta maggiore arriva dai Caraibi inglesi…</strong></p>
<p>«Esatto, dalle Bahamas dove le spugne si trovano a profondità molto minori, massimo 5 metri, quindi la raccolta è molto più facile. In quelle isole abbiamo anche in atto un laboratorio, in collaborazione con l’Università di Trieste – Dipartimento di biologia marina, per allevare le spugne, ma è un processo che ancora non ha dato risultati commerciali significativi. A oggi tutte le spugne sono naturali, non coltivate».</p>
<p><strong>Quanto incide l’inquinamento sulla presenza di spugne nei mari?</strong></p>
<p>«Poco, fino a quando l’inquinamento resterà un fenomeno di superficie, e non scenderà alle grandi profondità dove si riproducono e continuano a essere i filtri depuratori delle acque. Piuttosto, periodicamente la produzione cala a causa di epidemie, come accadde negli anni ’80 e ’90, quando sono state decimate a causa di un batterio».</p>
<figure id="attachment_76668" aria-describedby="caption-attachment-76668" style="width: 640px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-76668" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/6-Forbiciatura-a-mano-1024x682.jpg" alt="6 Forbiciatura a mano" width="640" height="426" title="Mary Rosenfeld: questione di pelle 4" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/6-Forbiciatura-a-mano-1024x682.jpg 1024w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/6-Forbiciatura-a-mano-300x200.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/6-Forbiciatura-a-mano-768x512.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/6-Forbiciatura-a-mano-391x260.jpg 391w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/6-Forbiciatura-a-mano-1536x1024.jpg 1536w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/6-Forbiciatura-a-mano-272x182.jpg 272w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/6-Forbiciatura-a-mano.jpg 1772w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption id="caption-attachment-76668" class="wp-caption-text">La forbiciatura a mano</figcaption></figure>
<p><strong>Quando una spugna è bella?</strong></p>
<p>«Quando ha una forma particolare di cuore o corallo. Le scegliamo e le mettiamo da parte per estimatori, collezionisti o negozi specializzati. La spugna resta sempre un prodotto per chi la sa apprezzare».</p>
<p><strong>Un suo sogno?</strong></p>
<p>«Restare in questo mondo che mi affascina da sempre, da quando ero bambina e per la prima volta nel bagno di casa provai la magia morbida di una spugna sulla mia pelle».</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Paola Zanzi: A Man (A Mano)</title>
		<link>https://imagazine.it/paola-zanzi-a-man-a-mano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Margherita Reguitti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Sep 2026 16:43:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[allevamento]]></category>
		<category><![CDATA[animali]]></category>
		<category><![CDATA[carnia]]></category>
		<category><![CDATA[moggio]]></category>
		<category><![CDATA[natura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Thailandia seguiva il segretariato di aziende internazionali. Per staccare la spina fece la volontaria in una fattoria. Fu un colpo di fulmine. Assieme al compagno Giorgio, ora gestisce un’azienda agricola non meccanizzata a Moggio Udinese. «Non andiamo mai in vacanza o al cinema ma il lavoro non ci pesa, anzi è pienezza di vita»</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/a_IMG_20250810_173218.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/paola-zanzi-a-man-a-mano/">Paola Zanzi: A Man (A Mano)</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it">imagazine.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h6>Paola Zanzi e Giorgio Filippi</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>Elegante, sorridente, accogliente, parla con la proprietà di termini e chiarezza di pensiero delle persone preparate e mosse da ideali forti, interlocutori che scelgono le parole per essere precisi e chiari nella conversazione.</p>
<p><strong>Paola Zanzi </strong>ha un fisico asciutto, si intuisce resistente e forte. Ci vuole fisico per mandare avanti un’azienda non meccanizzata con 90 capre che alleva al pascolo assieme al compagno <strong>Giorgio Filippi</strong>, nella frazione di <strong>Grauzaria </strong>in comune di <strong>Moggio Udinese</strong>.</p>
<p>Dal centro dell’abitato si percorre un sentiero fra gli alberi e poi appare la struttura in questa parte di Friuli così vivo e legato alle sue tradizioni e alla conservazione del suo territorio tanto vario e vero, all’imbocco della Val d’Aupa e lungo il Canal del Ferro.</p>
<p>Un primo incontro alcuni mesi fa con la promessa di risentirci per raccontare ai lettori di <em>iMagazine </em>la loro storia e scelta, per molti versi radicali, certo di successo.</p>
<p><strong>Paola, dove si trova ora?</strong></p>
<p>«Da metà giugno dalla stalla in valle siamo in alpeggio in malga Glazzat bassa, in comune di Pontebba, con le nostre capre, distanti 12 chilometri dall’azienda. Abbiamo monticato a piedi con i nostri due cani maremmani e resteremo qui fino a metà ottobre, quando smonticheremo sempre a piedi lungo strade secondarie».</p>
<p><strong>Figlia di un imprenditore triestino nel settore delle telecomunicazioni, senza una tradizione di famiglia di allevamento o agricoltura, come ha scelto di vivere e lavorare sulla terra, facendo del corpo e delle mani i suoi soli strumenti?</strong></p>
<p>«Per ritrovarmi e smaltire lo stress di un lavoro complesso e senza sosta, h.24 a Chiang Mai, nel nord della Thailandia, dove lavoravo per un <em>call center inbound </em>di segretariato per aziende internazionali. Per staccare la spina andai come volontaria in una fattoria. Fu un colpo di fulmine: mangiare il prodotto del mio lavoro nell’orto. Ho così capito un valore importante nella vita. Fu per me scoprire un’autosufficienza catartica e la risposta a un periodo di ricerca e crisi dopo varie esperienze, anche importanti, attinenti al percorso di studio conclusosi con laurea magistrale conseguita nel 2011 in Scienze diplomatiche e internazionali, un’esperienza in Confindustria e nel settore della formazione di ONG».</p>
<p><strong>Di ritorno in Italia poi?</strong></p>
<p>«Ho seguito un corso agricolo in Toscana e lì ho incontrato Giorgio, stessa sintonia e passione per progetti legati alla produzione agricola e allevamento di capre. Nel frattempo la mia famiglia era venuta in possesso di un bosco in Slovenia. Ci siamo trasferiti nel 2016, in un paesino vicino a Staniel &#8211; San Daniele del Carso e abbiamo comprato le prime due capre, alcune galline e iniziato a fare l’orto. Era solo per autoproduzione. Il reddito veniva da lavori diversi che abbiamo mantenuto per fare scelte in sicurezza, io tenevo corsi <em>part-time </em>di formazione allo sviluppo. È stato un periodo di vite parallele molto avvincente. Avevamo individuato i valori in cui credere e avviammo le fasi primordiali di un progetto agricolo da autodidatti, imparando, sbagliando e riprovando ancora, senza puntarci però tutte le <em>fiches</em>, con un piano B di salvataggio se non ce l’avessimo fatta».</p>
<figure id="attachment_76635" aria-describedby="caption-attachment-76635" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-76635" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/5-.jpg" alt="5" width="800" height="800" title="Paola Zanzi: A Man (A Mano) 5" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/5-.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/5--300x300.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/5--150x150.jpg 150w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/5--768x768.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/5--500x500.jpg 500w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-76635" class="wp-caption-text">Paola al lavoro: tutte le incombenze vengono eseguite senza strumenti meccanizzati</figcaption></figure>
<p><strong>Come avete imparato?</strong></p>
<p>«Soprattutto appoggiandoci alle aziende WWOOFING (organizzazione di aiuto a creare opportunità locali di agricoltura sostenibile come stile di vita). Io poi ha avuto una grande maestra, la casara veneta Carla Vibana dell’azienda Schirata, che mi ha insegnato tutto sull’allevamento delle capre, che ho scoperto essere i miei animali d’elezione. Ma ho incontrato anche la pastora slovena Vera Lipiçar dalla quale ho imparato molto».</p>
<p><strong>Fino a quando siete rimasti in Slovenia?</strong></p>
<p>«Fino al 2020, poi dopo un’esperienza in Toscana siamo arrivati a Grauzaria dove la stalla che oggi possediamo era vuota e l’abbiamo presa in affitto. Qui abbiamo trovato una buona accoglienza sia da parte degli abitanti sia delle persone che la gestivano prima di noi. Siamo stati capiti nella nostra passione e abbiamo avuto solidarietà e aiuto».</p>
<p><strong>In cosa consiste il vostro progetto?</strong></p>
<p>«Porre un fermo alla crisi della nostra società legata alla perdita della cultura della produzione del cibo esistente fino ad alcuni decenni fa, quando nelle piccole comunità esisteva un’autosufficienza nel sostentamento dei bisogni primari della vita. Oggi i nonni muoiono e i giovani non imparano».</p>
<p><strong>Autoproduzione va a braccetto con riduzione del consumismo?</strong></p>
<p>«Può sembrare utopico ma è possibile, certo non autosufficienza totale, è necessario specializzarsi e non si può produrre tutto ma ciò che manca lo si può scambiare o acquistare dai produttori locali o attraverso gruppi di acquisto solidale. L’azienda si chiama “<em>A man</em>” perché abbiamo scelto di non meccanizzarci, non abbiamo un trattore, sfruttiamo per tutto il nostro corpo e viviamo di produzione agricola, della vendita di uova, di formaggi e carne. Certo dopo 10 anni stiamo invecchiando e, chissà, potremmo pensare di comprare una mungitrice meccanica quando sarà necessario. Non andiamo mai in vacanza o al cinema ma il lavoro non ci pesa, anzi è pienezza di vita».</p>
<figure id="attachment_76636" aria-describedby="caption-attachment-76636" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-76636" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/6-mungitura.jpg" alt="6 mungitura" width="800" height="800" title="Paola Zanzi: A Man (A Mano) 6" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/6-mungitura.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/6-mungitura-300x300.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/6-mungitura-150x150.jpg 150w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/6-mungitura-768x768.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/6-mungitura-500x500.jpg 500w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-76636" class="wp-caption-text">La mungitura a mano delle capre</figcaption></figure>
<p><strong>Le famiglie come hanno accolto la vostra scelta?</strong></p>
<p>«All’inizio erano dubbiose, ma siamo stati incoraggiati a credere nei nostri ideali. Mio padre, da imprenditore visionario, è stato un esempio durante tutta la sua vita. Oggi sono più sereni, siamo un’azienda che fa utili e dà reddito, abbiamo comprato la stalla che negli anni abbiamo migliorato e resa più sicura per gli animali. A oggi abbiamo 90 capre meticce di cui 60 da latte e tutte godono di buona salute».</p>
<p><strong>La sua giornata tipo?</strong></p>
<p>«In alpeggio sveglia alle 6 e subito mungitura fino alle 7.30. Quindi portiano le capre nei recinti al pascolo fino al tardo pomeriggio. Il mio compito è fare la casara, produciamo caciotte, ricotte, yogurt e panna cotta, fino alle 14. Giorgio si occupa della manutenzione dei locali della malga, recupero del fieno e pulizia delle stalle. Nel tardo pomeriggio riportiamo il gregge in stalla e procediamo alla seconda mungitura. Ogni capo produce circa 1 litro e mezzo / due di latte al giorno, una scelta sia genetica sia precisa di non sfruttarle oltre per garantirne la qualità di vita. Poi c’è il lavoro di accoglienza delle persone che vengono a trovarci, la vendita dei prodotti, la pulizia della casera, la cura con medicina omeopatica degli esemplari che soffrono di problemi di parassiti o altre malattie. La sera si salano le caciotte del mattino e si filtra il latte. Diciamo che alle 23 quando andiamo a letto siamo stanchi».</p>
<p><strong>Lei si occupa anche della vendita nei mercati?</strong></p>
<p>«Sì, oltre a vendere in sede due volte la settimana siamo presenti nei mercati del territorio, ma spetta a me anche il disbrigo della burocrazia e la tenuta degli obblighi fiscali, e poi c’è il nostro cibo da preparare e la casa da accudire: corvée che ci dividiamo. Il tempo libero non è molto».</p>
<figure id="attachment_76637" aria-describedby="caption-attachment-76637" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-76637" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/DSC_9262_57879.jpg" alt="DSC 9262 57879" width="800" height="530" title="Paola Zanzi: A Man (A Mano) 7" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/DSC_9262_57879.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/DSC_9262_57879-300x199.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/DSC_9262_57879-768x509.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/DSC_9262_57879-391x260.jpg 391w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-76637" class="wp-caption-text">Paola mentre conduce il gregge di capre</figcaption></figure>
<p><strong>Un sogno a breve e uno a medio termine?</strong></p>
<p>«A breve, il prossimo anno, l’allestimento impegnativo di una nuova malga in località Slenza, sempre in comune di Pontebba. A medio, celebrare i risultati che abbiamo dimostrato di saper raggiungere e pensare a Paola e Giorgio, come persone non solo come pastori. E chissà: tornare a viaggiare».</p>
<h3>Biografie</h3>
<p>Paola Zanzi è nata a Trieste nel 1986, Giorgio Filippi a Trento nel 1988. Dopo un’esperienza sul Carso sloveno e in Toscana iniziata nel 2016, dal 2020 a Moggio Udinese hanno avviato il progetto “A Man – a mano”, allevamento di capre e altri animali da cortile e produzione di formaggi. Entrambi hanno esperienze di lavoro all’estero e una formazione sul campo di allevamento di capre, agricoltura e produzione di prodotti frutto del loro lavoro, delle loro mani.</p>
<p>Sono partiti con un’idea chiara ma senza conoscenze specifiche, né patrimonio familiare nel settore. Paola si laurea in Scienze diplomatiche nella sede goriziana dell’Università di Trieste, lavora per Confindustria e in un <em>call center inbound </em>dalla Thailandia di consulenze internazionali. Giorgio, dopo il diploma di geometra, va a Londra dove lavora e segue la passione per la musica e quindi si sposta in Australia in aziende agricole.</p>
<p>Rientrato in Italia si è avvicinato alla permacultura. Entrambi sono casari.</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/09/a_IMG_20250810_173218.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/paola-zanzi-a-man-a-mano/">Paola Zanzi: A Man (A Mano)</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it">imagazine.it</a>.</p>
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		<title>Il cantiere navale di Monfalcone in un romanzo</title>
		<link>https://imagazine.it/il-cantiere-navale-di-monfalcone-in-un-romanzo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Margherita Reguitti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Aug 2026 10:20:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[monfalcone]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il giornalista Gabriele Polo, originario di San Canzian d'Isonzo, è l'autore di "Senza patria. Un sogno operaio fra le due guerre mondiali”</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/08/Senza_patria_COPERTINA_SD.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/il-cantiere-navale-di-monfalcone-in-un-romanzo/">Il cantiere navale di Monfalcone in un romanzo</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Tutto cominciò perché a <strong>Trieste</strong> non c’era più posto.</p>
<p>E gli armatori della <strong>famiglia Cosulich</strong> scelsero l’acquitrino di <strong>Panzano a Monfalcone</strong> per realizzare un cantiere navale nel quale produrre le proprie navi senza dover più ricorrere alle produzioni estere in particolare del Regno Unito.</p>
<p>Fu così che all’inizio del Novecento nacque il <strong>Cantiere Navale Triestino CNT</strong> grazie anche a cospicui finanziamenti previsti da un’apposita legge del 1907 del governo austro-ungarico.</p>
<p>Da allora il cantiere, che tutti chiamano la grande fabbrica, divenne il marchio e la ragion d’essere per la cittadina bisiaca permeandone lo sviluppo, la storia, le tensioni sociali, e il destino di quasi tutti i suoi abitanti.</p>
<p>La lunga storia del Cantiere accompagna e scandisce i passaggi principali del libro “<em>Senza patria. Un sogno operaio fra le due guerre mondiali</em>” del giornalista <strong>Gabriele Polo</strong>, edito da Alegre (pagg. 234, euro 17).</p>
<p>Il volume sotto forma di romanzo racconta di Francesco e Luigi due fratelli nati a cavallo fra ‘800 e ‘900, con famiglia contadina e destino da operai nel cantiere navale di Monfalcone.</p>
<p>Caratteri diversi ma uniti per la comunanza di lotta in fabbrica e opposizione al fascismo.</p>
<p>Molto efficace ed eloquente la presentazione in copertina: “In modi diversi vivono la Prima guerra mondiale con le truppe dell’esercito dell’impero austro-ungarico e successivamente la resistenza con le brigate italiane e jugoslave. Passando per la Russia dei giorni della rivoluzione, per l’Italia del ventennio e per le divisioni dei confini del littorale adriatico dopo la fine della Seconda guerra mondiale”.</p>
<p>Uno spaccato di una storia poco nota anche nel resto del Paese, che ci illumina sull’evoluzione politica, sociale e anche di costume che il cantiere ha marchiato in tutti questi anni, giungendo fino alle contraddizioni dell’oggi.</p>
<p>Gabriele Polo, nativo di <strong>San Canzian d’Isonzo</strong>, è stato tra l’altro direttore del quotidiano <em>Il Manifesto</em> dal 2003 al 2009, vivendo assieme alla redazione in prima persona il sequestro della giornalista Giuliana Sgrena in Iraq e dell’omicidio a Baghdad dell’agente dei servizi segreti italiani Nicola Calipari.</p>
<p>È autore di diversi saggi di argomento storico, politico e sindacale. Anche sulla vicenda Sgrena nel 2015, con Marsilio editore, ha pubblicato il libro “<em>Il mese più lungo. Dal sequestro Sgrena all’omicidio Calipari</em>”.</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/08/Senza_patria_COPERTINA_SD.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/il-cantiere-navale-di-monfalcone-in-un-romanzo/">Il cantiere navale di Monfalcone in un romanzo</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it">imagazine.it</a>.</p>
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		<title>Ordine nel caos</title>
		<link>https://imagazine.it/ordine-nel-caos/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Margherita Reguitti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 15:39:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<category><![CDATA[archivi]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[monfalcone]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’archivista scava e legge il passato per consegnarlo al futuro. La monfalconese Marina Dorsi racconta come si dà vita alla memoria: «Mantenendo lo spirito da detective con quella curiosità che l’intelligenza artificiale rischia di far venire meno»</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/open_phFotoNadia.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/ordine-nel-caos/">Ordine nel caos</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h6>Marina Dorsi (ph. Foto Nadia)</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mettere ordine nel caos, interpretare documenti e dati e dare loro una logica per raccontare storie che hanno radici in tempi lontani.</p>
<p>La professione dell’archivista è intellettuale e fisica, serve una mente curiosa e a volte “indagatrice” per scoprire legami e nessi, ma richiede anche prestanza fisica per spostare tonnellate di carte, a volte fragili e delicate.</p>
<p>Non solo si tratta di una professione che negli ultimi anni si è evoluta soprattutto con la digitalizzazione di documenti, immagini e testi ma ha trovato anche nuove modalità di conservazione.</p>
<p>L’archivista scava e legge il passato per consegnarlo al futuro. <strong>Marina Dorsi</strong>, monfalconese con radici istriane, attiva in numerosi istituti culturali e non solo, fra i quali la Banca BCC Venezia Giulia, ci racconta come si dà vita alla memoria.</p>
<p><strong>Come è nata la scelta di fare l’archivista?</strong></p>
<p>«È stato il risultato di una serie di eventi. Mentre sceglievo di laurearmi in Lingue straniere venni a conoscenza della Scuola di archivistica, paleografia e diplomatica a Trieste, all’Archivio di Stato, della durata di due anni, che permetteva di studiare materie che mi incuriosivano. Concluso il biennio colsi la proposta di lavorare per la Soprintendenza, con contratti a termine, nel riordino degli archivi dei Comuni danneggiati dal terremoto del 1976».</p>
<p><strong>Quali i primi incarichi?</strong></p>
<p>«Nel 1982 l’archivio della parrocchia di Tarcento, ricoverato dopo il terremoto nei locali della biblioteca del Seminario teologico di Udine. Con alcune diplomate nel 1985 si costituì la Cooperativa degli Archivisti e Paleografi, con sede a Trieste. Vi ho lavorato fino alla fine del 2020, vivendo la trasformazione epocale degli strumenti di supporto a un lavoro che è intellettuale e fisico, data la movimentazione di tonnellate di carte. Nei primi anni ’80 gli inventari erano unicamente cartacei e dattiloscritti, ora disponiamo di supporti digitali consultabili a distanza».</p>
<p><strong>Un’attività in continua evoluzione?</strong></p>
<p>«Costantemente, con la responsabilità di preservare e mantenere nel tempo il documento intangibile. Oltre alle Università, la Scuola degli Archivi di Stato è stata riformata e vi si accede se in possesso di una laurea specialistica o magistrale. Continuo è l’aggiornamento da parte dell’Associazione Nazionale Archivistica Italiana (ANAI), della quale a Trieste ha sede la Sezione Friuli Venezia Giulia, che nel corso degli anni ha realizzato convegni e incontri. Su <em>YouTube </em>tutto il materiale per approfondire questo mondo».</p>
<p><strong>Quali sono i settori di lavoro?</strong></p>
<p>«Archivi comunali, di curia e parrocchiali, teatrali, sindacali, di consorzi di bonifica, di associazioni e consorzi culturali, di persona e d’artista, per conto della Soprintendenza archivistica del Friuli Venezia Giulia, per gli Archivi di Stato di Trieste, Gorizia e Pordenone».</p>
<p><strong>Come si svolge l’attività?</strong></p>
<p>«Non è semplice spiegare un lavoro che partendo da una situazione di disordine, per essere diplomatica, ridà logica e dignità a quanto, per legge, deve essere conservato e gestito secondo i dettami in materia. Importante, per me, è stato il lavoro di gruppo, poiché il confronto è fondamentale per riuscire a districare situazioni a volte veramente complicate. Alla base del riordino c’è la logica della sequenzialità per argomento e cronologia dei documenti che si vanno a conservare, individuati dopo un’attenta analisi di quanto è però possibile scartare in base a criteri definiti a livello ministeriale. Terminato il riordino fisico delle carte, si stila un inventario, strumento che ne permette la consultabilità. Diverso il mondo degli archivi ibridi e digitali per i quali le dinamiche operative sono complesse, anche se alla base dei ragionamenti sta sempre l’applicazione delle scienze antiche, fondamentale la diplomatica, che dialogano con le nuove».</p>
<p><strong>Che cosa sono in grado di raccontare le carte?</strong></p>
<p>«Le carte raccontano tanto e sono testimoni oggettive di eventi, ne fanno fede. Se penso a quanto ho conosciuto e imparato proprio grazie agli archivi che “ho vissuto”, ai convegni nazionali e regionali a cui ho partecipato. La sezione Friuli Venezia Giulia dell’Associazione Nazionale Archivistica Italiana (ANAI) a partire dal 1995 ha organizzato vari tipi di convegni dagli archivi delle banche alle assicurazioni, dalle imprese alla sanità regionale. La manifestazione “<em>Carte future</em>” ha approfondito la sicurezza dei documenti a trent’anni dal terremoto in Friuli, i cui atti, curati dalla dottoressa Grazia Tatò, già direttore degli Archivi di Stato di Trieste e Gorizia, ancora oggi sono validi testimoni del lavoro archivistico».</p>
<p><strong>L’arrivo dell’intelligenza artificiale (IA) che cosa cambia nella circolazione delle informazioni, mancando l’interpretazione e lettura della componente umana?</strong></p>
<p>«Sia positività, sia negatività. Questa seconda temo possa portate alla perdita della capacità critica, di discernere tra vero e falso, di accettare incondizionatamente ciò che si legge senza chiedersi da dove provenga l’informazione, quale la fonte primaria. Il tema delle fonti per me è fondamentale prima dell’avvento preponderante di IA. Ciò che mi preoccupa è la perdita della “curiosità”, il non fare i detective della conoscenza, l’appiattirsi sulla narrazione fatta da qualcuno o qualcosa. La lettura dell’Enciclica emanata da Papa Leone XIV può farci ulteriormente riflettere, anche rilevando l’analogia con la Rerum Novarum di Papa Leone XIII, emanata nel 1891, nel momento in cui la rivoluzione industriale trasformò il sistema produttivo e sociale. Ora stiamo vivendo la rivoluzione digitale».</p>
<p><strong>Quali sono stati gli interventi</strong> <strong>più interessanti, più complessi?</strong></p>
<p>«Molti ma ne cito tre, molto complessi per le carte che li compongono, ma per me affascinanti: l’archivio dei conti Strassoldo Villanova Farra, quello dei marchesi Polesini, e l’archivio storico del Consorzio di Bonifica della Venezia Giulia. I primi due testimoni sia delle intricate vicende familiari, sia delle relazioni intessute dai membri della casata dei marchesi Polesini in Istria, il terzo fondamentale per la storia della bonifica integrale e regimazione idraulica nel Monfalconese, della seconda metà del XIX secolo».</p>
<figure id="attachment_75558" aria-describedby="caption-attachment-75558" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-75558" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/low_1911-ALBERTO-LETTIS-con-Bleriot.recto_.jpg" alt="low 1911 ALBERTO LETTIS con Bleriot.recto" width="800" height="498" title="Ordine nel caos 8" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/low_1911-ALBERTO-LETTIS-con-Bleriot.recto_.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/low_1911-ALBERTO-LETTIS-con-Bleriot.recto_-300x187.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/low_1911-ALBERTO-LETTIS-con-Bleriot.recto_-768x478.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-75558" class="wp-caption-text">Un’immagine del bisnonno di Marina Dorsi, primo pilota istriano</figcaption></figure>
<p><strong>Recente il suo libro “<em>Una Promessa</em>”, un lavoro di ricostruzione di storia famigliare centrata sulla storia del bisnonno primo pilota istriano…</strong></p>
<p>«Dopo tanti anni passati a recuperare e conservare la memoria “altrui”, mi sono decisa a mantenere una promessa fatta alla mia nonna materna, anche per dare un senso a certi ricordi legati a poche foto di famiglia, testimoni di una realtà spazzata via dagli eventi delle due guerre mondiali, in particolar modo dall’esodo istriano nel febbraio del 1947. Non ho scritto con lo scopo di pubblicare, ma per comprendere certe vicende lasciandone testimonianza ai miei figli. La ricerca in questo romanzo-documento è stato un viaggio nei primi anni del ’900 ma anche in luoghi da Pola a Milano, dalla Comina a Wiener-Neustadt, scoprendo il fascino della meccanica tra treni e aerei leggeri come libellule».</p>
<p><strong>Come è andata a Roma ricevuta in udienza papale?</strong></p>
<p>«Parlando della IA ho accennato all’Enciclica <em>Rerum Novarum</em>, e non a caso, perché proprio la ricorrenza dei 135 anni dalla sua emanazione è stata l’occasione, per noi rappresentanti del mondo del credito cooperativo, grazie a Federcasse, di essere ricevuti da Papa Leone XIV lo scorso 16 maggio. Le parole del Santo Padre sono state un monito, dietro i numeri ci sono persone che non devono essere abbandonate agli algoritmi».</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/open_phFotoNadia.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/ordine-nel-caos/">Ordine nel caos</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it">imagazine.it</a>.</p>
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		<title>Greta Sclaunich: tra storie e memorie</title>
		<link>https://imagazine.it/greta-sclaunich-tra-storie-e-memorie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Margherita Reguitti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 15:16:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<category><![CDATA[sclaunich]]></category>
		<category><![CDATA[villesse]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da Villesse al Corriere della Sera. Con il Friuli sempre nel cuore. «Mi mancano i suoi paesaggi e la sua lingua». Un territorio che 50 anni fa venne stravolto dal terremoto. Proprio sul sisma del 1976 ha scritto il suo ultimo libro. «Un testo per ragazzi, letto da tanti adulti»</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/apertura.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/greta-sclaunich-tra-storie-e-memorie/">Greta Sclaunich: tra storie e memorie</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h6>Greta Sclaunich (ph. Claudio Pizzin)</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>Raccontare storie è sempre stata la sua passione e la scrittura ne è stata una naturale evoluzione.</p>
<p>Determinata, seria e con le idee chiare su progetti e obiettivi, <strong>Greta Sclaunich </strong>ha sempre pensato che la sua strada sarebbe stata nel giornalismo, puntando a quello che nell’immaginario collettivo di molti è il “giornale” per antonomasia: il <em>Corriere della Sera</em>.</p>
<p>Ecco la sua storia fra impegno e grandi nostalgie per il Friuli che racconta nei suoi libri, ultimo in ordine di tempo “<em>La notte in cui la terra tremò</em>”, il racconto del terremoto che lei non ha vissuto, essendo nata nel 1983, ma che ha ricreato consultando archivi di giornali, attingendo ai ricordi di famiglia e incontrando chi invece sperimentò la paura di quei 59 secondi che la sera del 6 maggio 1976 cambiarono la vita di molti, la storia del Friuli e dell’Italia.</p>
<p>«Ho sempre amato – confida la giornalista e scrittrice – raccontare storie fin da piccola. Quando andavamo in campeggio e la sera tenevo sveglie le altre bambine.</p>
<p>Poi, grazie alla mia insegnante del liceo, ho capito che non solo mi piaceva scrivere storie ma che ero anche brava a farlo. Certo, ho dovuto impegnarmi molto: l’università a Trieste e l’Erasmus a Parigi, i primi lavori da giornalista a Parigi e da responsabile comunicazione a Sofia, in Bulgaria.</p>
<p>In mezzo, un breve ritorno in Friuli Venezia Giulia e la collaborazione con il Messaggero Veneto.</p>
<p>La svolta è arrivata con la scuola di giornalismo “Walter Tobagi”, a Milano, 17 anni fa. Subito dopo ho cominciato a lavorare stabilmente con il <em>Corriere della Sera</em>».</p>
<p><strong>Milano è una grande città cosmopolita che offre tanto, ma quanto le manca del Friuli Venezia Giulia e incuriosisce di noi in Lombardia?</strong></p>
<p>«Di casa mi manca tutto, dai paesaggi alla natura alla lingua friulana, che purtroppo ho raramente occasione di parlare. La nostra terra incuriosisce, a Milano ma anche altrove, perché ancora poco nota: quando qualcuno ci scopre, però, viene subito conquistato».</p>
<p><strong>Il terremoto vissuto attraverso gli occhi di un bambino e raccontato nell’ultimo romanzo “<em>La notte in cui la terra tremò</em>” cosa ha significato per lei?</strong></p>
<p>«Avere l’opportunità di raccontare la nostra storia portandola all’attenzione dei lettori di tutta Italia. E poi, anche, descrivere un Friuli contadino che non esiste più e che, quando ero piccola, ho avuto la fortuna di poter vivere ancora. I giochi per le vie del paese con gli amici, i vecchietti che si mettevano fuori casa, la sera, a prendere il fresco».</p>
<p><strong>A fine scrittura il libro è dei lettori, che cosa le sta dando nei tanti incontri con il pubblico?</strong></p>
<p>«È un libro per ragazzi, ma ho scoperto che lo stanno leggendo tanti adulti. Molti di loro mi raccontano i ricordi dell’epoca: dov’erano quando c’è stata la scossa, gli aiuti che hanno portato a chi aveva perso tutto. Ci sono anche quelli che magari non hanno vissuto le scosse ma si ritrovano nei dettagli di un mondo che, come accennavo prima, non esiste più».</p>
<figure id="attachment_75518" aria-describedby="caption-attachment-75518" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-75518" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/foto-gemona_ph.Cozzarin.jpg" alt="foto gemona ph.Cozzarin" width="800" height="814" title="Greta Sclaunich: tra storie e memorie 9" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/foto-gemona_ph.Cozzarin.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/foto-gemona_ph.Cozzarin-295x300.jpg 295w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/foto-gemona_ph.Cozzarin-768x781.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-75518" class="wp-caption-text">Greta Sclaunich a Gemona con il suo ultimo libro in occasione dell’anniversario del sisma (ph. Cozzarin)</figcaption></figure>
<p><strong>Come ha raccontato il terremoto alla sua bambina?</strong></p>
<p>«Mia figlia ha tre anni e le ho spiegato, a grandi linee, cos’è un terremoto: sa che quando arriva l’<em>Orcolat </em>si muove tutto e bisogna proteggersi per non farsi male. Ma resto dell’idea che, finché non si prova sulla propria pelle, non si riesce davvero a capire cos’è veramente un terremoto».</p>
<p><strong>Come è stato l’incontro con l’uomo a cui è ispirato Leo, protagonista del romanzo?</strong></p>
<p>«Ho trovato il suo nome per caso, in un articolo sui friulani andati ad aiutare ad Amatrice, e l’ho subito contattato, intuendo che avesse una storia da raccontare. Era così: all’epoca aveva 12 anni, la sua vita è stata distrutta dalle scosse ma ha comunque deciso, da adulto, di entrare nella Protezione civile e aiutare chi subisce un sisma, per ripagare l’aiuto ricevuto. Sono grata a Giuseppe, per me rappresenta un esempio tangibile del Friuli che ringrazia e non dimentica».</p>
<p><strong>Due sogni, a medio e lungo termine?</strong></p>
<p>«A lungo termine tornare in Friuli Venezia Giulia. Per me è casa e mi manca moltissimo. A breve termine invece vorrei continuare a raccontare le storie della nostra terra e valorizzarla sia in Italia che all’estero. È un modo per restare legata alla nostra regione anche nel mio lavoro quotidiano ed essere sempre in contatto con le mie radici, ovunque io sia».</p>
<p><strong>C’è già un libro nel cassetto a cui lavorare?</strong></p>
<p>«“<em>La notte in cui la terra tremò</em>” è nato dopo un incontro per presentare il mio primo libro, “<em>Le foibe spiegate ai ragazzi</em>”, pubblicato nel 2025, con gli studenti di Gemona. Loredana, la bibliotecaria che lo aveva organizzato, mi ha ricordato che l’anno successivo ci sarebbe stato il 50esimo anniversario del terremoto: l’idea è arrivata così. Ora ne ho già altre in testa ma chissà, magari quella giusta la troverò girando il Friuli per presentare il libro».</p>
<p>Il <em>romanzo-memoir </em>in prima persona è impreziosito dalla copertina di <strong>Alida Pintus </strong>e dalla prefazione di <strong>Angelo Floramo</strong>.</p>
<p>“Solo di recente – scrive Floramo – si è cercato di intessere una narrazione che non sia soltanto memorialistica, ma piuttosto storica, antropologica, culturale e anche etica, politica, morale. Perché è certo che, ogniqualvolta l’Orco è uscito dalla tana per farsi una passeggiata fra le bellezze del Friuli e ha calpestato il profilo di un’epoca intera, ha anche sempre aperto una nuova possibilità di ricostruire non soltanto i paesi e i loro monumenti, le case, le chiese, i castelli, ma anche di recuperare i brandelli sopravvissuti di quell’identità collettiva che da sempre ha caratterizzato il popolo friulano, di ricomporre le schegge per progettare un nuovo futuro, regalando una consapevolezza sempre più matura che, di terremoto in terremoto, ha modellato, nei secoli, l’anima di queste genti, facendola diventare quello che è tuttora”.</p>
<figure id="attachment_75519" aria-describedby="caption-attachment-75519" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-75519" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/corriere_ok.jpg" alt="corriere ok" width="800" height="908" title="Greta Sclaunich: tra storie e memorie 10" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/corriere_ok.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/corriere_ok-264x300.jpg 264w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/corriere_ok-768x872.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-75519" class="wp-caption-text">Fuori dalla sede del Corriere della Sera</figcaption></figure>
<p>Le pagine, equilibrio di fatti veri e immaginazione, sono pervase dal senso della parola ricostruzione e dall’universalità etica del valore dell’aiuto verso gli altri, ma anche dal sentimento di gratitudine che a distanza di 50 anni non è venuto meno.</p>
<p>Un modo di essere e agire riassunto nell’immaginario di molti dall’espressione “<em>fasìn di bessôi</em>”, “facciamo da soli”, motto che ha riassunto lo spirito di resilienza, la dignità e la determinazione del popolo friulano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Classe 1983, Greta Sclaunich è nata e cresciuta a Villesse. Ha vissuto a Trieste per studio e a Parigi e Sofia per lavoro. Arrivata a Milano 17 anni fa per frequentare la scuola di giornalismo “Tobagi”, è approdata al Corriere della Sera dove lavora al team che si occupa dei social. Ha anche una newsletter, </em>seGreta<em>, sul lato nascosto delle relazioni. </em></p>
<p><em>Il suo primo libro “</em>Le foibe spiegate ai ragazzi<em>” (Piemme editore) </em><em>è uscito nel 2025 e alcune pagine sono state lette nel Giorno del Ricordo al Quirinale, alla presenza del presidente Sergio Mattarella.</em></p>
<figure id="attachment_75520" aria-describedby="caption-attachment-75520" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-75520" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/quirinale-giorno-del-ricordo_ph.Cozzarin.jpg" alt="quirinale giorno del ricordo ph.Cozzarin" width="800" height="640" title="Greta Sclaunich: tra storie e memorie 11" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/quirinale-giorno-del-ricordo_ph.Cozzarin.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/quirinale-giorno-del-ricordo_ph.Cozzarin-300x240.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/quirinale-giorno-del-ricordo_ph.Cozzarin-768x614.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-75520" class="wp-caption-text">Greta Sclaunich con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al Quirinale nel Giorno del Ricordo,<br />quando sono stati letti alcuni estratti del libro “Le foibe spiegate ai ragazzi” scritto dalla giornalista friulana (ph. Cozzarin)</figcaption></figure>
<p><em>L’idea di “</em>La notte in cui la terra tremò<em>” (Piemme editore) è nata alla sua presentazione ai ragazzi delle scuole di Gemona. Ama e sostiene la diffusione della </em><em>cultura e della lingua friulana, e per questo ha inserito nel testo alcune parole in friulano. Conoscenze che trasmette anche alla figlia Berenice che oggi ha tre </em><em>anni e alla quale ha dedicato il libro.</em></p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/apertura.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/greta-sclaunich-tra-storie-e-memorie/">Greta Sclaunich: tra storie e memorie</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it">imagazine.it</a>.</p>
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		<title>Da trent&#8217;anni in scena</title>
		<link>https://imagazine.it/da-trentanni-in-scena/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Margherita Reguitti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jul 2026 09:40:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<category><![CDATA[eventi]]></category>
		<category><![CDATA[eventi fvg]]></category>
		<category><![CDATA[spettacoli]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[udine]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Svelata la stagione artistica del Teatro Nuovo Giovanni da Udine. Con un'immagine speciale realizzata da Lorenzo Mattotti</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/Roberto_Valerio_Paolo_Vidali_Alberto_Felice_De_Toni_Federico_Pirone_Paolo_Cascio.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/da-trentanni-in-scena/">Da trent&#8217;anni in scena</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h6>Da sinistra Valerio, Vidali, De Toni, Pirone, Cascio</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>UDINE – La trentesima edizione della stagione del <strong>Teatro Nuovo Giovanni da Udine</strong> 2026-2027 proporrà un programma vicino al pubblico che sarà protagonista di una proposta che spazia dal contemporaneo al classico, dalla commedia al dramma, dalle grandi orchestre al musical che aprirà la stagione alla prosa, musica e danza.</p>
<p><strong>Dal 16 ottobre 2026 al 28 maggio 2027</strong> la prosa offrirà 30 titoli e la musica-danza 19 appuntamenti.</p>
<p>Sul palco interpreti nazionali e internazionali di assoluto valore e spazi riservati alla città.</p>
<h3><strong>Presentazione evento e logo di Lorenzo Mattotti</strong></h3>
<p>La presentazione della stagione è stato un evento al quale hanno partecipato autorità, operatori e tanti udinesi e non solo, accolti oltre che dal sindaco <strong>Alberto Felice De Toni</strong> e dall’assessore alla cultura <strong>Federico Pirone</strong>, dal presidente della Fondazione Teatro Nuovo <strong>Paolo Vidali</strong> e dai direttori artistici <strong>Roberto Valerio</strong> per la prosa e <strong>Paolo Cascio</strong> per musica-danza.</p>
<p>Immagine della stagione la rappresentazione iconica della scena teatrale dell’artista <strong>Lorenzo Mattotti</strong>, collaborazione consolidata e di prestigio internazionale che è anche omaggio alla città rappresentata dal castello sullo sfondo.</p>
<h3><strong>Si inizia</strong></h3>
<p>Prima alzata di sipario per la prosa il 16 ottobre con 3 repliche con la novità assoluta della prima nazionale di <em>Amélie</em>, tratto dal celebre film, mentre la stagione musicale prenderà il via il 18 novembre con la <strong>Dresdner Philharmonie</strong>, diretta da <strong>Sir Donald Runnicles</strong>, e il pianista <strong>Emanuel Ax</strong>.</p>
<p>Ma ci sarà un’anticipazione l’11 e 12 settembre con la prima nazionale dello spettacolo <em>I</em> <em>Turcs tal Friùl</em> di <strong>Alessandro Serra</strong>, testo di Pier Paolo Pasolini.</p>
<p>Nel corso dei nove mesi di programmazione, saranno 57 gli appuntamenti in cartellone e 89 le alzate di sipario fra prosa, musica, opera lirica, danza, operetta, lezioni di storia e lezioni di scienze, musica e storia, ai quali si aggiungono laboratori di piccola scenografia teatrale, spettacoli itineranti, incontri con gli artisti e i protagonisti della scena, conferenze di approfondimento e molto altro ancora.</p>
<h3><strong>Numeri in crescita e protagonisti</strong></h3>
<p>La presentazione è stata anche l’occasione per ribadire che la cultura a Teatro a Udine ha segnato nel 2025 il 7% di crescita degli abbonamenti, indice di fiducia e gradimento pubblico.</p>
<p>Articolati e ricchi le declinazioni di rassegna della prosa, Tempi Unici, Soggetto Donna, Teatro Insieme, Operette e altri Incanti, Teatro Bambino, Teatro Scuola.</p>
<p>Particolarmente ricca la galleria di acclamati interpreti fra i quali Umberto Orsini, Franco Branciaroli, Luca Zingaretti, Veronica Pivetti e Claudia Gerini.</p>
<p>Fra i registi Alessandro Serra, Massimo Popolizio, Arturo Brachetti, Elio De Capitani.</p>
<p>Per la musica è in programma l’omaggio a Ludwig van Beethoven nel bicentenario della sua scomparsa e un focus dedicato a Johannes Brahms.</p>
<p>Gradito il ritorno a Udine del direttore <strong>Daniele Gatti</strong> accanto a solisti come <strong>Beatrice Rana</strong>, <strong>Rafał Blechacz</strong> e delle sorelle <strong>Labèque</strong>.</p>
<p>Per la danza vi è attesa per la “<em>La bella addormentata nel bosco</em>” di Čajkovskij con il Balletto del Teatro di Stato della Georgia.</p>
<p>E ancora teatro scuola, appuntamenti collaterali a numerose collaborazioni. Ma tutto questo è solo in assaggio, tutto il programma, costo dei biglietti e abbonamenti nel sito <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.teastroudine.it/" target="_blank" rel="noopener">www.teastroudine.it</a></span>.</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/07/Roberto_Valerio_Paolo_Vidali_Alberto_Felice_De_Toni_Federico_Pirone_Paolo_Cascio.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/da-trentanni-in-scena/">Da trent&#8217;anni in scena</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it">imagazine.it</a>.</p>
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		<title>I mulini della bassa rivivono a Strassoldo</title>
		<link>https://imagazine.it/i-mulini-della-bassa-rivivono-a-strassoldo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Margherita Reguitti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 16:10:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<category><![CDATA[cervignano]]></category>
		<category><![CDATA[eventi]]></category>
		<category><![CDATA[eventi fvg]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[strassoldo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Presentato a Villa Vitas l'ultimo libro di Giorgio Milocco "L'ultima stagione"</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/06/giorgio-milocco.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/i-mulini-della-bassa-rivivono-a-strassoldo/">I mulini della bassa rivivono a Strassoldo</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h6>Un momento della presentazione</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>CERVIGNANO DEL FRIULI – Storie di famiglie, ricche e potenti come i baroni de Ritter di Aquileia, popolari ma di lunga storia come i mugnai Milocco di Muscoli di Cervignano e di San Martino di Terzo.</p>
<p>Vicende di lavoro e passioni unite dalla forza dell’acqua che era l’energia della prima industria, motore di sviluppo e civiltà dei mulini costruiti nei secoli nella Bassa Friulana, terra di rogge e risorgive.</p>
<p>La storia degli opifici dove per centinaia di anni, in alcuni, pochi ancora oggi, si sono macinati grani e altro è pregevolmente raccontata nella recente pubblicazione “<em>L’ultima stagione. Mulȋns e mulinȃrs. Mulini del Basso Friuli Orientale</em>” di <strong>Giorgio Milocco</strong> edita dall’associazione <strong>Cervignano Nostra</strong> presentata recentemente a <strong>Villa Vitas di Strassoldo</strong>.</p>
<p>Nell’incontro lo storico <strong>Stefano Perini</strong> ha spiegato l’espressione “ultima stagione” del titolo, in quanto il volume, frutto di accurate ricerche negli archivi e nella memoria anche orale di famiglia, è un viaggio tra fine ’800 e i primi del ’900, quando i mulini ad acqua vennero via via sostituiti dalla nuova tecnologica di impianti a vapore ed energia elettrica.</p>
<p>Non la fine della macinatura ma il cambio della forza per realizzarla.</p>
<p>Un atto di memoria non solo di ricostruzione storica definisce la pubblicazione <strong>Mauro Bordin</strong>, presidente del Consiglio regionale che ne ha finanziato il volume realizzato anche con i patrocini di vari Comuni del territorio.</p>
<p>Per <strong>Michele Tomaselli</strong>, presidente di Cervignano Nostra, il libro, ricco di fotografie inedite, mappe e disegni originali di <strong>Anna Degenhardt</strong>, è anche uno strumento di supporto alle istituzioni per una valorizzazione in chiave turistica e culturale del territorio.</p>
<p>Certosino il lavoro dell’autore nella ricerca e ricostruzione della memoria di alberi genealogici legati ai mulini in un contesto ampio di visione complessiva storico-culturale e economica del territorio.</p>
<p>Figlio di mugnaio, Giorgio Milocco, ragioniere e giornalista pubblicista, ha una lunga bibliografia di opere pubblicate e un ventaglio vasto di interessi. Caratteristiche che rendono la lettura piacevole e avvincente.</p>
<p>Con una scrupolosa attività di ricerca Milocco ha ricostruito le storie dei principali siti di macinazione un tempo attivi nella Bassa: molti non esistono più, gli ultimi mulini vennero dismessi nella prima metà del secolo scorso, ed è su tali realtà perdute che l’autore ha concentrato parte del proprio sforzo, proponendo nel libro storie, immagini, disegni e ricordi che contribuiscono a far rivivere strutture un tempo fondamentali della quotidianità economica friulana, oggi sconosciute ai più.</p>
<p>Anche sull’onda dei racconti di suo nonno Edoardo e dei ricordi del padre Toni protagonista di quel mondo scomparso, l’autore focalizza l’attenzione su quattro siti: <strong>Mulin di Punt</strong>, <strong>Mulin Vecjo di Aquileia</strong>, <strong>Mulin de Ritter a Terzo d’Aquileia</strong> e il <strong>Mulino San Martino</strong> e su famiglie di mugnai, tra cui i Di Bert, gli Stel, i Miceu, i Fornasir, i Fabris e i Carlets.</p>
<p>Luoghi e uomini protagonisti di questa parte del Friuli.</p>
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		<title>Le mule del drago</title>
		<link>https://imagazine.it/le-mule-del-drago/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Margherita Reguitti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Apr 2026 13:42:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[gorizia]]></category>
		<category><![CDATA[monfalcone]]></category>
		<category><![CDATA[salute]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il comitato goriziano delle Donne Operate al Seno ha acquistato una nuova imbarcazione per consentire a coloro che hanno subito l’intervento di dedicarsi a una disciplina sportiva con diversi benefici. In collaborazione con la Lega Navale di Monfalcone</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/low_aperturafiume-in-rosa.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/le-mule-del-drago/">Le mule del drago</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h6>Le Maldobrie in azione sull’acqua</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Comitato di Gorizia dell’<strong>ANDOS </strong>(Associazione Nazionale Donne Operate al Seno), nasce nel 1986 per iniziativa del professor Giuseppe Alagni.</p>
<p>Questi era allievo del professor Piero Pietri che, a Trieste, alcuni anni prima aveva sostenuto il progetto di Luisa Nemez, insegnante e assessora, di fondare il <strong>Centro Riabilitazione Mastectomizzate</strong>.</p>
<p>Si svilupparono così un’idea e un protocollo innovativo di <strong>riabilitazione psicofisica delle donne operate al seno </strong>in Italia, sulla base dell’idea di prendersi cura del corpo per aiutarle, anche psicologicamente, a superare i problemi che, troppo spesso, si trovavano ad affrontare da sole.</p>
<p>Nel 2025 a Gorizia, Capitale europea della cultura, si è tenuto il 42° Congresso Nazionale ANDOS, che ha riunito tutti i comitati italiani per tre giorni di approfondimento e confronto sui temi centrali come la prevenzione personalizzata, il ruolo dell’intelligenza artificiale nello <em>screening</em>, il trattamento del carcinoma metastatico, le prospettive della chirurgia senologica e il diritto alla qualità della vita, con focus sul reinserimento lavorativo, la fragilità del sistema sanitario e l’etica nelle nuove tecnologie.</p>
<h3><strong>Le finalità e le attività principali</strong></h3>
<p>L’ANDOS svolge attività di informazione e promozione delle problematiche attinenti al cancro mammario per il pieno successo terapeutico insieme a quello funzionale, psicologico e sociale con l’obiettivo di ampliare la fascia di età, di personalizzarlo dopo la classificazione del rischio e di aumentarne l’adesione.</p>
<p>Promuove, inoltre, la prevenzione primaria e gli <em>screening </em>istituzionali per tutte le patologie oncologiche. Persegue il miglioramento della qualità di vita delle donne, anche con tumore metastatico, con ogni strumento e, in primis, con l’attivazione di percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali dedicati – PDTA. Sostiene l’attività fisica e sportiva, nonchè il corretto stile di vita, indispensabili per la riabilitazione psico-fisica.</p>
<h3><strong>Quale la filosofia</strong></h3>
<p>Aver colto l’importanza di fondare un gruppo di volontarie e volontari che si prendessero cura delle donne operate per tumore al seno dopo la loro dimissione dall’ospedale, comprendendo che la sofferenza non terminava con l’uscita dall’ospedale, ma che, anzi, con il rientro nell’ambito familiare prendevano forma altre sofferenze soprattutto psico-sociali che erano altrettanto gravi come lo stigma che condannava all’isolamento e alla solitudine.</p>
<h3><strong>La novità</strong></h3>
<p>Si decise di chiamare a far parte del gruppo le stesse donne operate negli anni precedenti trasformandole in “testimoni” viventi, capaci di superare molte difficoltà. Una reale iniezione di coraggio e di speranza che le sole parole dei medici non riuscivano a dare.</p>
<p>Si costituì così un primo gruppo di auto-mutuo aiuto tra donne che diede inizio alla storia del comitato ANDOS di Gorizia.</p>
<h3><strong>40 anni di esperienza</strong></h3>
<p>In questi anni i cambiamenti nel trattamento del tumore sono stati importanti e numerosi. Si è passati da interventi altamente demolitivi a quelli di oggi sempre più conservativi, con l’espandersi delle cure adiuvanti di tipo medico e radioterapico che hanno portato a percentuali di guarigione impensabili quarant’anni fa.</p>
<p>La malattia oggi fa molto meno paura, pur restando una diagnosi che fa riflettere profondamente la donna che ne viene interessata. È cambiata ad esempio la degenza: in passato non era mai inferiore alle due settimane e oggi si risolve in pochi giorni.</p>
<p>È cambiato il modo di fare volontariato, passando da una modalità spontaneistica a una regolata in modo legislativo molto preciso.</p>
<h3><strong>Le attività</strong></h3>
<p>Vanno dal supporto psicologico alla ginnastica dolce, dalle attività in piscina ai corsi di pittura e attività culturali.</p>
<p>Una delle attività più frequenti nei primi anni – la pressoterapia, per trattare il rigonfiamento del braccio – si è drasticamente ridotta sia perché i trattamenti chirurgici sono meno mutilanti sia perché è emersa una nuova attività.</p>
<figure id="attachment_73411" aria-describedby="caption-attachment-73411" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-73411" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/low_maldobrie-2.jpg" alt="low maldobrie 2" width="800" height="533" title="Le mule del drago 12" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/low_maldobrie-2.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/low_maldobrie-2-300x200.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/low_maldobrie-2-768x512.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/low_maldobrie-2-391x260.jpg 391w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/low_maldobrie-2-272x182.jpg 272w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-73411" class="wp-caption-text">In azione nelle acque di Monfalcone</figcaption></figure>
<h3><strong>Dragon Boat Maldobrie, una svolta nel dopo intervento</strong></h3>
<p>“<em>Vivi la vita</em>” è lo slogan che solcherà i mari sul “draghino” acquistato nell’autunno 2025 dall’ANDOS per la squadra di donne in rosa <strong>Maldobrie – Le mule del drago</strong>, grazie a un progetto di <em>crowdfunding </em>di Civibank sulla piattaforma Ideaginger.</p>
<p>Attualmente le Maldobrie hanno due barche in uso (un <em>dragon boat </em>da 20 posti di 12,50 metri di lunghezza e il nuovo acquisto da 10 posti).</p>
<p>Lo scafo del nuovo <em>dragon boat</em>, imbarcazione con testa e coda di drago, è di ultima generazione: in vetroresina, è lungo 9 metri, largo 1,14 metri, alto 55 centimetri e pesa 170 chilogrammi. Ospita 10 atlete, fra operate e simpatizzanti, più il timoniere a poppa e il tamburino a prua. Il progetto di <em>dragon boat </em>dell’ANDOS di Gorizia è iniziato nel 2018 con fini di riabilitazione post intervento, grazie alla tenace volontà di <strong>Alessandra Fiorini</strong>, fondatrice della squadra.</p>
<p>La pratica del <em>dragon boat </em>sovverte le teorie seguite fino a metà anni ’90 che imponevano alla donna operata di tumore al seno di non forzare la parte superiore del busto per il rischio di insorgenza del linfedema (un gonfiore debilitante e doloroso del braccio corrispondente alla zona dell’intervento).</p>
<p>Oggi, grazie agli studi nati in Canada, viene scelta proprio questa disciplina sportiva per allenare soprattutto la parte superiore del corpo, ottenendo brillanti risultati: il movimento delle donne in rosa, “tutte sulle stessa barca”, note anche come <em>Breast Cancer Survivor </em>o <em>Breast Cancer Paddlers</em>, si è in breve diffuso in tutto il mondo.</p>
<h3><strong>La squadra</strong></h3>
<p>Le Maldobrie sono composte sia da donne operate sia da sostenitrici.</p>
<p>La squadra pratica l’attività a <strong>Monfalcone</strong>, in mare e sul canale del Brancolo, con la collaborazione della locale <strong>Lega Navale</strong>. L’attività della squadra è iniziata con una pesante imbarcazione di legno ma lo scorso dicembre, grazie a una campagna di <em>crowdfunding</em>, è stato possibile acquistare il draghino “<strong>Maldobrie 3</strong>” per allenarsi e partecipare ad eventi organizzati da altre squadre in varie località.</p>
<p>In Friuli Venezia Giulia, oltre alle Maldobrie, è attiva la squadra Drago Rosa Burida in provincia di Pordenone.</p>
<p>L’auspicio è che si aggiungano presto altre compagini per condividere questa splendida avventura.</p>
<h3><strong>La realtà in Friuli Venezia Giulia</strong></h3>
<p>Attualmente in regione sono presenti sette comitati ANDOS che collaborano tra di loro, a livello nazionale e regionale, scambiandosi esperienze e risultati.</p>
<p>Guardando al futuro i progetti su cui impegnarsi sono la crescita dello <em>screening </em>mammografico, fondamentale per le diagnosi precoci, coinvolgendo anche le farmacie. Un obiettivo è anche formare figure esperte in <em>patient navigation</em>, servizio di supporto nell’orientarsi nel percorso di diagnosi e cura, facilitando l’accesso allo <em>screening </em>istituzionale e ai trattamenti.</p>
<p>Questo per raggiungere anche le cosiddette fasce nascoste, di donne attualmente escluse o che non partecipano ai programmi di screening.</p>
<p>Il <strong>Friuli Venezia Giulia </strong>presenta una <strong>incidenza </strong>di carcinoma mammario <strong>tra le più alte a livello nazionale</strong>, ma anche tassi di guarigione tra i più alti. Le donne con un passato di diagnosi di carcinoma mammario nella nostra regione sono circa 20mila.</p>
<h3>Contatti</h3>
<p>La sede del Comitato ANDOS di Gorizia è in via Scodnik n.1 (telefono 0481.530132, mail andosgorizia@gmail.com, pagine sui principali social media).</p>
<p>Il consiglio direttivo è composto da <strong>Rosa Benedetic</strong>, presidente, <strong>Pierangela Cellie</strong> e <strong>Adelino Adami</strong>, vicepresidenti, <strong>Kevin Cucit</strong>, tesoriere, <strong>Marialisa Birsa</strong>, <strong>Alessandra Metti</strong> e <strong>Clara Zuch</strong>, consigliere.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Marco Pellegrini: una storia alla volta</title>
		<link>https://imagazine.it/marco-pellegrini-una-storia-alla-volta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Margherita Reguitti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Apr 2026 09:57:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[formazione]]></category>
		<category><![CDATA[gorizia]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un percorso di promozione alla lettura con protagonisti giovani studentesse e studenti che si rivolgono ai bimbi più piccoli: è la magia di Librilliamo, promossa dall’Associazione Centro Studium di Gorizia. Come ci racconta il suo presidente</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/Libby-Farra-dIsonzo.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/marco-pellegrini-una-storia-alla-volta/">Marco Pellegrini: una storia alla volta</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h6>Marco Pellegrini durante un incontro di Librilliamo</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>A<strong> Gorizia </strong>si sta lavorando alacremente per gli ultimi dettagli della decima edizione di <em>Librilliamo</em>, F<strong>estival internazionale della letteratura per l’infanzia</strong>, promosso e realizzato dall’<strong>Associazione Centro Studium </strong>in collaborazione con il comitato cittadino della Croce Rossa, con l’AIC, Associazione italiana centri culturali, e con tanti altri attori pubblici e privati.</p>
<p>Titolo di questa edizione “<em>GO! LIM &#8211; GO! Librilliamo in Music</em>” per l’abbraccio di lettura e musica come strumenti di incontro, crescita e confronto, oltre le barriere nazionali e di diversità culturali, con appuntamenti in tutta la regione e all’estero.</p>
<p>La lettura portata anche a bambine e bambini con difficoltà, la lettura che unisce le generazioni e forma le cittadine e i cittadini di domani.</p>
<p><strong>Molto ricco il programma </strong>(tutti i dettagli su<span style="text-decoration: underline;"><strong> <a href="http://www.librilliamo.eu" target="_blank" rel="noopener">www.librilliamo</a>.eu</strong></span>) già iniziato nei giorni scorsi che <strong>proseguirà per tutto il 2026 </strong>con presentazioni di libri per l’infanzia, laboratori, storie animate, partecipazione di autori, musica, sport e tanto altro ancora.</p>
<p>Lo presentiamo in dialogo con il presidente dell’Associazione Centro Studium, <strong>Marco Pellegrini</strong>.</p>
<p><strong>Che cosa è il progetto <em>Librilliamo</em>?</strong></p>
<p>«Un percorso di promozione alla lettura che vede come protagonisti giovani studentesse e studenti che propongono letture ad alta voce di albi illustrati ai più piccoli, prestando particolare attenzione alle situazioni di fragilità e disagio sociale. Letture per bambini e bambine nelle scuole dell’obbligo e non solo, biblioteche, piazze e negli ospedali, in Italia e all’estero. Ad oggi abbiamo avuto l’opportunità di leggere a Budapest, a Nova Gorica, Pirano e in tutto il Triveneto. Grazie a <em>GO!2025 </em>avremo anche la straordinaria occasione di andare a leggere in Francia, a Bourges, Capitale Europea della Cultura 2028, in virtù della collaborazione instaurata con <em>INSPE’ de Lorraine Académie de Nancy-Metz</em>, che lo scorso anno ha visto la presenza a Gorizia di docenti e studenti francesi. Leggere è un modo per avvicinare generazioni attraverso un gesto semplice e sono proprio i più piccoli a insegnarci a guardare il mondo con occhi diversi. Come mi ha scritto pochi giorni fa una delle giovani che partecipa da diversi anni: “<em>Librilliamo per me è gioia perché porta un sorriso nelle giornate dei bambini e bambine ed anche nelle vite di noi ragazzi e ragazze</em>”».</p>
<p><strong>A chi si rivolge?</strong></p>
<p>«Si rivolge ai bambini nelle scuole dell’infanzia e primarie protagonisti di attività, coinvolgendo studenti delle scuole secondarie di secondo grado attraverso convenzioni di formazione scuola/lavoro con gli istituti scolastici. Numerosi sono anche i giovani universitari che, crescendo, decidono di proseguire il loro percorso in <em>Librilliamo</em>. La nostra forza sono le ragazze e i ragazzi che, se trovano una possibilità per esprimersi, oltre ad aderire con entusiasmo alle proposte di letture, hanno la creatività per ideare nuovi progetti che cerchiamo sempre di valorizzare».</p>
<p><strong>Quali le forme di attività?</strong></p>
<p>«Quest’anno abbiamo deciso di consolidare tutte le collaborazioni che abbiamo attivato durante questi anni di attività. Novità di questa edizione “<em>GO! LIM &#8211; GO! Librilliamo in Music</em>”, che abbiamo ideato insieme all’Istituto di Musica Glasbena šola di Nova Gorica, è quella di fondere le letture ad alta voce per i più piccoli assieme alla musica degli allievi della scuola di musica, attraverso l’interazione con campioni sportivi, grazie a una collaborazione con il CONI FVG. Contiamo sul supporto di diverse case editrici specializzate nella letteratura per l’infanzia, come Babalibri, con il coinvolgimento anche dell’Università di Trieste, del Litorale di Koper Capodistria, INSPE’ de Lorraine Académie de Nancy-Metz francese, di Peter Pazmany di Budapest e dello IUSVE di Mestre».</p>
<p><strong>Letture ad alta voce: a chi sono rivolti i progetti e con quali partecipanti?</strong></p>
<p>«Abbiamo iniziato a marzo accompagnati dagli allievi della Glasbena šola di Nova Gorica, ma saremo operativi per tutto l’anno, senza fermarci nemmeno durante le vacanze estive. Nel tempo abbiamo anche imparato a proporre letture plurilingue come quelle nei teatri o a Caorle, avvicinando i turisti utilizzando la loro lingua».</p>
<p><strong>Quali i principali appuntamenti?</strong></p>
<p>«Lo scorso 20 aprile al teatro Comunale Giuseppe Verdi di Gorizia si sono esibiti, oltre agli studenti di <em>Librilliamo</em>, anche l’Orchestra sinfonica dei giovani allievi della Glasbena šola di Nova Gorica, il Coro Slataper degli studenti dei licei di Gorizia e il Coro dei bambini della scuola primaria Sant’Angela Merici di Gorizia. Con loro sul palco campioni sportivi per un appuntamento indimenticabile. Poi tanti incontri nei quali grandi e piccini potranno ascoltare storie musicali e leggere albi illustrati delle migliori case editrici europee alla presenza di illustratori, autori ed editori, sia in Italia che in Slovenia. Tutti i dettagli aggiornati via via sono disponibili nel nostro sito <span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://www.librilliamo.eu" target="_blank" rel="noopener">www.librilliamo</a>.eu </strong></span>e nelle pagine social».</p>
<p><strong>Quali le tappe del festival?</strong></p>
<p>«Oltre a Gorizia in teatro e alla libreria Faidutti per 3 letture animate, sicuramente saremo a Trieste, Udine, Majano, Romans d’Isonzo, Cormòns, Farra d’Isonzo, San Pier d’Isonzo, Gradisca d’Isonzo e a Nova Gorica in vari incontri, fra i quali alla Biblioteca France Bevk».</p>
<figure id="attachment_73354" aria-describedby="caption-attachment-73354" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-73354" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/a_Marco-Pellegrini.jpg" alt="a Marco Pellegrini" width="800" height="969" title="Marco Pellegrini: una storia alla volta 13" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/a_Marco-Pellegrini.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/a_Marco-Pellegrini-248x300.jpg 248w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/a_Marco-Pellegrini-768x930.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-73354" class="wp-caption-text">Marco Pellegrini</figcaption></figure>
<p><strong>Qual è la periodicità dell’attività di formazione per educatori? </strong></p>
<p>«La formazione con cadenza settimanale verte sulle tecniche di lettura ad alta voce, sulla conoscenza degli albi illustrati per imparare a selezionarli in base alle fasce di età. Ma anche su come condurre l’attività di gruppi numerosi di bambini. Capita sempre più spesso che organizziamo letture alla presenza di 60-70 bambini».</p>
<p><strong><em>Librilliamo </em>ha visto anche un’esperienza nell’Ospedale infantile Burlo Garofolo di Trieste, ce ne parla?</strong></p>
<p>«Nel 2017 abbiamo avuto l’occasione di leggere ai bambini degenti al Burlo e, negli anni successivi, di allestire alcune mostre nella corsia degli ambulatori. Ultimamente ho avuto la grande opportunità di proporre un percorso di formazione all’interno dell’Ospedale di Monfalcone per alcune utenti del SSD &#8211; Disturbi del comportamento alimentare, ma anche di realizzare delle letture nel reparto di pediatria. In questo caso il progetto è promosso e curato dal nosocomio e ritengo abbia enormi potenzialità».</p>
<figure id="attachment_73355" aria-describedby="caption-attachment-73355" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-73355" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/Librilliamo-Ungheria.jpg" alt="Librilliamo Ungheria" width="800" height="529" title="Marco Pellegrini: una storia alla volta 14" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/Librilliamo-Ungheria.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/Librilliamo-Ungheria-300x198.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/Librilliamo-Ungheria-768x508.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/Librilliamo-Ungheria-391x260.jpg 391w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-73355" class="wp-caption-text">L’esperienza di Librilliamo in Ungheria. Il progetto GO!LIM è stato recentemente finanziato con scorrimento del Bando 03/2025 &#8211; Fondo per Piccoli Progetti GO! 2025, gestito dal GECT GO e finanziato dal Programma di Cooperazione Interreg VI-A Italia-Slovenia</figcaption></figure>
<p><strong>Quali emozioni riporta da questa esperienza?</strong></p>
<p>«Un giorno qualcuno ci ha chiesto la differenza tra le letture ai bambini a scuola e a quelli in ospedale. Non dimenticherò mai la risposta di uno dei ragazzi di <em>Librilliamo</em>: “<em>Non c’è nessuna differenza: sono tutti dei bambini</em>”. È questo lo spirito che ci muove. Nel tempo abbiamo capito che leggere un libro a un pubblico di bambini serve più a chi legge, e questa è stata anche la più grande scoperta. Perché, prendendo a prestito una frase di una ragazza durante un evento: “<em>Possiamo costruire un mondo più bello una storia alla volta</em>”».</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/Libby-Farra-dIsonzo.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/marco-pellegrini-una-storia-alla-volta/">Marco Pellegrini: una storia alla volta</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it">imagazine.it</a>.</p>
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		<title>Eleonora Cedaro: cambiare vita</title>
		<link>https://imagazine.it/eleonora-cedaro-cambiare-vita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Margherita Reguitti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Feb 2026 10:41:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[impresa]]></category>
		<category><![CDATA[moggio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per nove anni ha lavorato nella direzione commerciale di una multinazionale. Poi, andando al lavoro in una mattina di sole comprese di non voler più trascorrere così le sue giornate. Iniziando a dedicarsi alla progettazione culturale. «Una scelta difficile. Ma una volta fatta non lascia dubbi o rimpianti»</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/lowa_ritratto-ph.-C.-E.-Shanta.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/eleonora-cedaro-cambiare-vita/">Eleonora Cedaro: cambiare vita</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it">imagazine.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h6>Eleonora Cedaro (ph. Caterina Erica Shanta)</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da<strong> Moggio Udinese </strong>ai palchi dei teatri d’avanguardia di <strong>New York</strong>, per poi ritornare con un bagaglio di esperienze di alto livello manageriale e creativo nella sua regione.</p>
<p>La storia di <strong>Eleonora Cedaro </strong>è emblema di come passione, competenze e visioni in continua evoluzione prendendo linfa da radici profonde, possano diventare professione e strumenti di crescita culturale e sociale.</p>
<p>Ecco il suo racconto fatto di scelte coraggiose come lasciare un sicuro posto di lavoro per seguire le proprie aspirazioni, impegnandosi per fare di un sogno una realtà condivisa.</p>
<p><strong>Lasciare il certo per il possibile, com’è maturata la scelta?</strong></p>
<p>«Ero appena rientrata in Italia dopo aver lavorato in teatro a New York per un anno e mezzo. Un’importante multinazionale mi selezionò proponendomi di lavorare per la direzione commerciale. Dissi di sì a cuor leggero, pensando “mi faccio qualche mese di esperienza e poi riparto”. Invece rimasi per quasi 9 anni. Nessun rimpianto, né per aver lasciato né per esserci rimasta così a lungo: ho imparato moltissimo e mi rendo conto che quell’esperienza è stata fondamentale per poter impostare tutto quanto è seguito. Ho sempre saputo che il lavoro che aveva le caratteristiche del “certo” per me era di passaggio».</p>
<p><strong>Quale la molla?</strong></p>
<p>«Una bella mattina di sole di metà febbraio stavo andando in ufficio e ricordo esattamente di aver pensato che non volevo passare la vita a fare un lavoro che non mi interessava. Avevo 33 anni».</p>
<p><strong>Da cosa deriva la scelta di dedicarsi all’arte contemporanea, spaziando in linguaggi diversi dopo il teatro?</strong></p>
<p>«Non sono certa di occuparmi di arte contemporanea, penso piuttosto di avere uno sguardo necessariamente multidisciplinare e sinceramente curioso nella progettazione culturale, specificatamente nell’ambito dello spettacolo dal vivo. La mia formazione è molto legata alle esperienze delle neoavanguardie del secondo Novecento, perciò mi è impossibile pensare per “compartimenti stagni”. Arti visive, teatro, musica <em>performance</em>, danza sono sempre stati linguaggi che hanno necessariamente aperto uno all’altro».</p>
<p><strong>Com’è nato il Festival Ephemera della Cultura Immateriale?</strong></p>
<p>«Gli <em>ephemera </em>sono frammenti che raccontano il processo, la genesi, la persistenza e la pragmatica dell’accadimento artistico, culturale e umano. È un’idea che ho avuto assieme a Michela Lupieri nel 2022 e che abbiamo realizzato assieme a Rachele D’Osualdo che attualmente guida il festival assieme a me. Stavamo uscendo dal periodo post pandemico e abbiamo colto l’opportunità che, devo dire con grande lungimiranza, la Regione diede agli operatori culturali per rilanciare le attività in presenza. Volevamo raccontare il contemporaneo partendo dai luoghi del territorio, proponendo una fruizione collettiva, consapevole, non d’assalto. Grazie a una rete di partner prestigiosi, da Trieste Contemporanea a Vigne Museum di Rosazzo, passando per Palazzo Lantieri a Gorizia, Prato D’Arte Marzona di Verzegnis, abbiamo fatto attraversare i luoghi del contemporaneo, inconsueti e spesso sconosciuti, a un pubblico ampio e variegato che ne ha così scoperto l’incredibile valore artistico e naturalistico, oltre alla libera fruibilità in un calendario di eventi di musica, danza, teatro e arti visive».</p>
<p><strong>I vostri progetti hanno anche a che fare con la memoria?</strong></p>
<p>«Non penso sia possibile fare cultura senza memoria. Cultura è colĕre «coltivare»: i frutti sono il risultato di un’azione pregressa di semina. L’importante, secondo me, è che memoria non diventi nostalgia».</p>
<p><strong>Le sue radici raccontano che il piccolo geograficamente, ma forte per tradizioni e cultura, dialoga con il grande…</strong></p>
<p>«Penso che il piccolo serva “a prendere le misure” per il grande, e che insegni a concentrarsi molto bene sui dettagli. Sono anche convinta che la parte migliore del grande sia, in realtà, il suo essere rete e cassa armonica di tanti piccoli».</p>
<p><strong>Quali sono i progetti di cui va maggiormente fiera con il gruppo che ha fondato?</strong></p>
<p>«Senza dubbio <em>Ephemera</em>, programma sperimentale aperto a tutti, rivolto alle comunità che abitano i luoghi, alle persone curiose di tutte le età e nazionalità in un approccio inclusivo e libero alla cultura. E poi <em>PerForm</em>, ideato con Gary Brackett, spazio fisico di un progetto culturale e sportivo che abbiamo realizzato per essere bello, accogliente accessibile, internazionale, convintamente non profit. Accoglie ogni giorno dell’anno le proposte dedicate alle discipline del corpo per soci praticanti ma è anche luogo di progettazione, spazio di ricerca e di messa in prova, partner progettuale e punto di riferimento sul territorio. Anche se, a dirla tutta, quello che mi rende particolarmente fiera sono proprio i gruppi con cui porto avanti questi progetti: lavorare bene collettivamente secondo me, specialmente oggi e in contesti extra istituzionali, è davvero qualcosa per cui andare fieri».</p>
<p><strong>Dai numeri della multinazionale alla passione e bellezza, dal far <em>business </em>alla sperimentazione condividendo contenuti, valori e</strong><strong> cultura. Un passaggio possibile anche a livello di sostenibilità di reddito?</strong></p>
<p>«Chi lavora nella cultura guadagna troppo poco e lavora in condizioni contrattuali spesso non eque. Diciamolo sempre e continuiamo a pretendere che cambi. Penso che la principale ragione stia nel fatto che l’arte è ancora ingiustamente condannata al “dopolavorismo” nonostante ci siamo tantissime persone brave, preparate e titolate. Ritengo stia pian piano cambiando, anche grazie alla presa di coscienza di chi lavora in questi settori – e cito AWI Art Workers Italia, la prima associazione, autonoma e apartitica, nata con l’obiettivo di dare voce a chi lavora nell’arte contemporanea in Italia. Cambia troppo lentamente e con una vergognosa disuguaglianza in termini di genere e di generazione. Tornando alla domanda: la risposta è sì, ma con tantissimi sacrifici non giustificati».</p>
<figure id="attachment_71479" aria-describedby="caption-attachment-71479" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-71479" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/lowz_03-Ephemera-ph.-C.-E.-Shanta.jpg" alt="lowz 03 Ephemera ph. C. E. Shanta" width="800" height="534" title="Eleonora Cedaro: cambiare vita 15" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/lowz_03-Ephemera-ph.-C.-E.-Shanta.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/lowz_03-Ephemera-ph.-C.-E.-Shanta-300x200.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/lowz_03-Ephemera-ph.-C.-E.-Shanta-768x513.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/lowz_03-Ephemera-ph.-C.-E.-Shanta-391x260.jpg 391w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/lowz_03-Ephemera-ph.-C.-E.-Shanta-272x182.jpg 272w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-71479" class="wp-caption-text">Eleonora Cedaro durante un evento al Vigne Museum (ph. Caterina Erica Shanta)</figcaption></figure>
<p><strong>Come sono cambiati i compagni di viaggio nella vita di lavoro?</strong></p>
<p>«Secondo me in meglio. Si impara a scegliere, si diventa più maturi e professionalmente più preparati. Oggi i miei colleghi sono innanzitutto colleghe, spesso coetanee o poco più grandi. Mi dispiace non riuscire a lavorare maggiormente con persone più giovani di me, penso sia molto arricchente e stimolante per tutti».</p>
<p><strong>Conosce altre persone che hanno cambiato vita?</strong></p>
<p>«Sì, specialmente dopo la pandemia e soprattutto donne. È una scelta difficile, lo è sempre. Ma una volta fatta non lascia dubbi o rimpianti per “il certo” che certo, in fondo, non è».</p>
<p><strong>Quanto ha contatto il sostegno della famiglia?</strong></p>
<p>«Moltissimo perché mi ha lasciata libera di essere responsabile delle mie scelte: non mi ha mai né spinta né contrastata e, soprattutto, pur essendo nata in un piccolo paese, mi ha da subito insegnato che il mondo è grande e capire cosa e come scegliere passa anche per la conoscenza del mondo».</p>
<p><strong>Un sogno da realizzare?</strong></p>
<p>«Lavorare facendo ciò in cui credo, con persone che stimo, preferibilmente non per intrattenere il pubblico delle grandi città».</p>
<figure id="attachment_71478" aria-describedby="caption-attachment-71478" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-71478" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/lowz_05-Ephemera-ph.-C.-E.-Shanta.jpg" alt="lowz 05 Ephemera ph. C. E. Shanta" width="800" height="534" title="Eleonora Cedaro: cambiare vita 16" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/lowz_05-Ephemera-ph.-C.-E.-Shanta.jpg 800w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/lowz_05-Ephemera-ph.-C.-E.-Shanta-300x200.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/lowz_05-Ephemera-ph.-C.-E.-Shanta-768x513.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/lowz_05-Ephemera-ph.-C.-E.-Shanta-391x260.jpg 391w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/lowz_05-Ephemera-ph.-C.-E.-Shanta-272x182.jpg 272w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-71478" class="wp-caption-text">Cedaro in centro nella foto mentre spiega un allestimento artistico (ph. Caterina Erica Shanta)</figcaption></figure>
<p><em>Eleonora Cedaro si occupa di organizzazione e management culturale, sviluppo progetti di performing arts, ricerca e pratiche del corpo. Ha collaborato con il Teatro Miela di Trieste, curando Satierose, rassegna multidisciplinare dedicata a Erik Satie. Insieme al regista e attore Gary Brackett ha fondato sempre nel capoluogo giuliano PerForm, centro di arti performative, seminari internazionali, unendo somatica, comunità e ricerca. Dal 2022 collabora con l’Associazione Etrarte e dirige Ephemera.Festival di Cultura Immateriale, curandone con Rachele D’Osualdo progetti di arte di comunità, ricerca storica ed etnografica e sviluppo del territorio, in particolare in aree interne e montane.</em></p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/lowa_ritratto-ph.-C.-E.-Shanta.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/eleonora-cedaro-cambiare-vita/">Eleonora Cedaro: cambiare vita</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it">imagazine.it</a>.</p>
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