Paola Zanzi: A Man (A Mano)
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In Thailandia seguiva il segretariato di aziende internazionali. Per staccare la spina fece la volontaria in una fattoria. Fu un colpo di fulmine. Assieme al compagno Giorgio, ora gestisce un’azienda agricola non meccanizzata a Moggio Udinese. «Non andiamo mai in vacanza o al cinema ma il lavoro non ci pesa, anzi è pienezza di vita»
Paola Zanzi e Giorgio Filippi
Elegante, sorridente, accogliente, parla con la proprietà di termini e chiarezza di pensiero delle persone preparate e mosse da ideali forti, interlocutori che scelgono le parole per essere precisi e chiari nella conversazione.
Paola Zanzi ha un fisico asciutto, si intuisce resistente e forte. Ci vuole fisico per mandare avanti un’azienda non meccanizzata con 90 capre che alleva al pascolo assieme al compagno Giorgio Filippi, nella frazione di Grauzaria in comune di Moggio Udinese.
Dal centro dell’abitato si percorre un sentiero fra gli alberi e poi appare la struttura in questa parte di Friuli così vivo e legato alle sue tradizioni e alla conservazione del suo territorio tanto vario e vero, all’imbocco della Val d’Aupa e lungo il Canal del Ferro.
Un primo incontro alcuni mesi fa con la promessa di risentirci per raccontare ai lettori di iMagazine la loro storia e scelta, per molti versi radicali, certo di successo.
Paola, dove si trova ora?
«Da metà giugno dalla stalla in valle siamo in alpeggio in malga Glazzat bassa, in comune di Pontebba, con le nostre capre, distanti 12 chilometri dall’azienda. Abbiamo monticato a piedi con i nostri due cani maremmani e resteremo qui fino a metà ottobre, quando smonticheremo sempre a piedi lungo strade secondarie».
Figlia di un imprenditore triestino nel settore delle telecomunicazioni, senza una tradizione di famiglia di allevamento o agricoltura, come ha scelto di vivere e lavorare sulla terra, facendo del corpo e delle mani i suoi soli strumenti?
«Per ritrovarmi e smaltire lo stress di un lavoro complesso e senza sosta, h.24 a Chiang Mai, nel nord della Thailandia, dove lavoravo per un call center inbound di segretariato per aziende internazionali. Per staccare la spina andai come volontaria in una fattoria. Fu un colpo di fulmine: mangiare il prodotto del mio lavoro nell’orto. Ho così capito un valore importante nella vita. Fu per me scoprire un’autosufficienza catartica e la risposta a un periodo di ricerca e crisi dopo varie esperienze, anche importanti, attinenti al percorso di studio conclusosi con laurea magistrale conseguita nel 2011 in Scienze diplomatiche e internazionali, un’esperienza in Confindustria e nel settore della formazione di ONG».
Di ritorno in Italia poi?
«Ho seguito un corso agricolo in Toscana e lì ho incontrato Giorgio, stessa sintonia e passione per progetti legati alla produzione agricola e allevamento di capre. Nel frattempo la mia famiglia era venuta in possesso di un bosco in Slovenia. Ci siamo trasferiti nel 2016, in un paesino vicino a Staniel – San Daniele del Carso e abbiamo comprato le prime due capre, alcune galline e iniziato a fare l’orto. Era solo per autoproduzione. Il reddito veniva da lavori diversi che abbiamo mantenuto per fare scelte in sicurezza, io tenevo corsi part-time di formazione allo sviluppo. È stato un periodo di vite parallele molto avvincente. Avevamo individuato i valori in cui credere e avviammo le fasi primordiali di un progetto agricolo da autodidatti, imparando, sbagliando e riprovando ancora, senza puntarci però tutte le fiches, con un piano B di salvataggio se non ce l’avessimo fatta».
Paola al lavoro: tutte le incombenze vengono eseguite senza strumenti meccanizzati
Come avete imparato?
«Soprattutto appoggiandoci alle aziende WWOOFING (organizzazione di aiuto a creare opportunità locali di agricoltura sostenibile come stile di vita). Io poi ha avuto una grande maestra, la casara veneta Carla Vibana dell’azienda Schirata, che mi ha insegnato tutto sull’allevamento delle capre, che ho scoperto essere i miei animali d’elezione. Ma ho incontrato anche la pastora slovena Vera Lipiçar dalla quale ho imparato molto».
Fino a quando siete rimasti in Slovenia?
«Fino al 2020, poi dopo un’esperienza in Toscana siamo arrivati a Grauzaria dove la stalla che oggi possediamo era vuota e l’abbiamo presa in affitto. Qui abbiamo trovato una buona accoglienza sia da parte degli abitanti sia delle persone che la gestivano prima di noi. Siamo stati capiti nella nostra passione e abbiamo avuto solidarietà e aiuto».
In cosa consiste il vostro progetto?
«Porre un fermo alla crisi della nostra società legata alla perdita della cultura della produzione del cibo esistente fino ad alcuni decenni fa, quando nelle piccole comunità esisteva un’autosufficienza nel sostentamento dei bisogni primari della vita. Oggi i nonni muoiono e i giovani non imparano».
Autoproduzione va a braccetto con riduzione del consumismo?
«Può sembrare utopico ma è possibile, certo non autosufficienza totale, è necessario specializzarsi e non si può produrre tutto ma ciò che manca lo si può scambiare o acquistare dai produttori locali o attraverso gruppi di acquisto solidale. L’azienda si chiama “A man” perché abbiamo scelto di non meccanizzarci, non abbiamo un trattore, sfruttiamo per tutto il nostro corpo e viviamo di produzione agricola, della vendita di uova, di formaggi e carne. Certo dopo 10 anni stiamo invecchiando e, chissà, potremmo pensare di comprare una mungitrice meccanica quando sarà necessario. Non andiamo mai in vacanza o al cinema ma il lavoro non ci pesa, anzi è pienezza di vita».
La mungitura a mano delle capre
Le famiglie come hanno accolto la vostra scelta?
«All’inizio erano dubbiose, ma siamo stati incoraggiati a credere nei nostri ideali. Mio padre, da imprenditore visionario, è stato un esempio durante tutta la sua vita. Oggi sono più sereni, siamo un’azienda che fa utili e dà reddito, abbiamo comprato la stalla che negli anni abbiamo migliorato e resa più sicura per gli animali. A oggi abbiamo 90 capre meticce di cui 60 da latte e tutte godono di buona salute».
La sua giornata tipo?
«In alpeggio sveglia alle 6 e subito mungitura fino alle 7.30. Quindi portiano le capre nei recinti al pascolo fino al tardo pomeriggio. Il mio compito è fare la casara, produciamo caciotte, ricotte, yogurt e panna cotta, fino alle 14. Giorgio si occupa della manutenzione dei locali della malga, recupero del fieno e pulizia delle stalle. Nel tardo pomeriggio riportiamo il gregge in stalla e procediamo alla seconda mungitura. Ogni capo produce circa 1 litro e mezzo / due di latte al giorno, una scelta sia genetica sia precisa di non sfruttarle oltre per garantirne la qualità di vita. Poi c’è il lavoro di accoglienza delle persone che vengono a trovarci, la vendita dei prodotti, la pulizia della casera, la cura con medicina omeopatica degli esemplari che soffrono di problemi di parassiti o altre malattie. La sera si salano le caciotte del mattino e si filtra il latte. Diciamo che alle 23 quando andiamo a letto siamo stanchi».
Lei si occupa anche della vendita nei mercati?
«Sì, oltre a vendere in sede due volte la settimana siamo presenti nei mercati del territorio, ma spetta a me anche il disbrigo della burocrazia e la tenuta degli obblighi fiscali, e poi c’è il nostro cibo da preparare e la casa da accudire: corvée che ci dividiamo. Il tempo libero non è molto».
Paola mentre conduce il gregge di capre
Un sogno a breve e uno a medio termine?
«A breve, il prossimo anno, l’allestimento impegnativo di una nuova malga in località Slenza, sempre in comune di Pontebba. A medio, celebrare i risultati che abbiamo dimostrato di saper raggiungere e pensare a Paola e Giorgio, come persone non solo come pastori. E chissà: tornare a viaggiare».
Biografie
Paola Zanzi è nata a Trieste nel 1986, Giorgio Filippi a Trento nel 1988. Dopo un’esperienza sul Carso sloveno e in Toscana iniziata nel 2016, dal 2020 a Moggio Udinese hanno avviato il progetto “A Man – a mano”, allevamento di capre e altri animali da cortile e produzione di formaggi. Entrambi hanno esperienze di lavoro all’estero e una formazione sul campo di allevamento di capre, agricoltura e produzione di prodotti frutto del loro lavoro, delle loro mani.
Sono partiti con un’idea chiara ma senza conoscenze specifiche, né patrimonio familiare nel settore. Paola si laurea in Scienze diplomatiche nella sede goriziana dell’Università di Trieste, lavora per Confindustria e in un call center inbound dalla Thailandia di consulenze internazionali. Giorgio, dopo il diploma di geometra, va a Londra dove lavora e segue la passione per la musica e quindi si sposta in Australia in aziende agricole.
Rientrato in Italia si è avvicinato alla permacultura. Entrambi sono casari.


