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Francesco Gioia

Cultura e Spettacolo
28 gennaio 2019

Educare alla bellezza

di Michele Tomaselli
Doveva fare l’avvocato, ma ascoltando Mozart si mise a piangere: «Lì capii dove dovevo andare». E da sei anni, con la sua orchestra, porta la grande musica sinfonica in tutto il FVG
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Francesco Gioia (ph. Francesco Cecconi)
Cultura e Spettacolo
28 gennaio 2019 di Michele Tomaselli Image

“AUDiMuS” è un’orchestra friulana nata da un’idea di Francesco Gioia e Matteo Ziraldo, che un anno fa ha festeggiato il primo lustro di attività. In latino il nome significa ascoltiamo, udiamo, mentre come scritto delinea l’acronimo di Artisti Uniti per la Diffusione della Musica Strumentale. È una formazione composta da una quarantina di giovani professori d’orchestra e che sempre più si fa sentire sui palcoscenici della musica sinfonica. Ne parliamo col suo direttore: il Maestro Francesco Gioia, noto per aver ottenuto il secondo premio al concorso di direzione d’orchestra a Budapest con la “Duna Simphony Orchestra” e per una “Menzione di merito” dalla giuria al “Black Sea Conducting Competition” di Costanza.

Francesco, iniziamo col motto di “AUDiMuS”: se le persone non possono andare nei grandi Teatri per ascoltare la musica sinfonica, saranno le melodie a spostarsi negli auditorium o nelle sale dei Comuni più piccoli. Un progetto che sembra ambizioso e mirato a far arrivare la musica sinfonica nelle maglie del quotidiano. Ci state riuscendo?

«In parte sì, perché ormai da anni stiamo portando la musica sinfonica in piccoli e medi centri che hanno saputo apprezzare il nostro sforzo. Però bisogna anche dire che si incontra spesso molta diffidenza, nonostante i nostri costi contenuti per eventi di questo tipo e la notevole qualità espressa».

Da chi è costituita la vostra orchestra?

«L’orchestra è costituita da musicisti friulani molto seri e preparati, la cui età media si aggira attorno ai 27 anni. Alcuni sono molto giovani, altri più esperti. La sinergia che si crea è davvero magica».

L’Associazione culturale e musicale “AUDiMuS” in poco tempo ha registrato un ampio numero di soci e sostenitori. Il banco di prova è stato quindi superato?

«Senza falsa modestia azzardo un sì. Le prove anche più delicate sono state superate con sempre largo apprezzamento di pubblico e critica, credo soprattutto grazie a due componenti: il grande desiderio di fare del proprio meglio, pur consapevoli dei propri limiti, e la dedizione accorata al progetto».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nell’ambito del vostro lustro di vita, avete organizzato al Palamostre di Udine un momento intenso di grande musica con due colossi sinfonici, la quinta di Beethoven e la nona di Dvořák. Che esperienza è stata?

«È stata un’occasione di straordinaria condivisione tra orchestra (aumentata nelle dimensioni per l’occasione) e pubblico che ha risposto occupando fino all’ultima sedia il Palamostre, con numerose persone purtroppo rimaste escluse, impossibilitate a entrare. Le sensazioni in quella serata sono state magnifiche e ammetto che queste occasioni fungono anche da spinta motivazionale per continuare il lavoro con ancora più convinzione».

Si dice che oggi per un musicista non sia più sufficiente vincere un primo premio importante, bensì avere le carte in regola per affrontare la reale vita concertistica. Quali sono le doti che un musicista deve possedere?

«Ritengo siano importanti in primis la voglia di imparare sempre qualcosa di nuovo, anche affrontando repertori noti, e poi il pelo sullo stomaco per ingoiare rospi che, ahimè, si rivelano sempre numerosi. Ma certamente sono importanti anche la capacità di relazionarsi con gli altri e, in alcune professioni (solista o direttore), il carisma».

Si direbbe anche che per il successo di un concertista conti molto la vastità e l’originalità del repertorio.

«Oggi più che mai spaziare dall’antico al moderno conta e, personalmente, ritengo che sia giusto studiare repertori di epoche diverse. Ciò che invece considero esperienze davvero misere sono le contaminazioni tra generi differenti fatte con il mero scopo di “vendere un prodotto”. I grandi contaminatori, come fu ad esempio Gershwin, meritano la più alta stima ma le operazioncine commerciali, che oggi purtroppo prolificano, sono una vergogna del nostro tempo».

Parliamo di lei. Pur sempre attratto dalla musica classica con un diploma in Discipline Musicali a indirizzo interpretativo compositivo, è un avvocato mancato che si è convertito alle sette note. Quando ha capito che la musica era la sua vita?

«La laurea in legge è stata un’esperienza altamente formativa che ha contribuito a fare di me la persona che sono oggi. Se devo trovare un momento specifico in cui ho capito che avrei fatto il musicista la mente va al mio primo ascolto dell’aria della Regina della notte dal Flauto Magico di Mozart. L’utilizzo così impetuoso ma allo stesso tempo raffinato e seducente della voce femminile mi fece piangere a dirotto per minuti interi. Lì capii dove dovevo andare».

Lei ha studiato clavicembalo, musica da camera, didattica e direzione d’orchestra con importanti maestri, ma quali dei suoi mentori oggi ricorda più ben volentieri?

«Ricordo con piacere l’eclettismo di Valter Sivilotti con cui mi sono diplomato. Ho profonda stima e gratitudine per Ilario Gregoletto e Daniele Zanettovich. Nella direzione d’orchestra sono stati importanti Lior Shambadal, Romolo Gessi ed Ennio Nicotra. Ma più vicini al mio cuore sono Donato Renzetti per la direzione, Giancarlo Gori, mio primo maestro di pianoforte, e Giovanni Canciani che per me è stato un vero Maestro di vita, oltre che di musica e di etica della musica».

Nella sua sperimentazione artistica quale toccasana consiglierebbe per dar voce all’orchestra classica?

«Il mio modesto suggerimento è quello di ritrovare il coraggio di investire nella Cultura con la C maiuscola, nel patrimonio dell’umanità (italiano e non), senza paura che l’audience non apprezzi, perché nella mia esperienza anche il pubblico più eterogeneo dimostra sempre di gradire la qualità e la serietà. Certo la musica va spiegata, illustrata, affinché l’ascoltatore abbia una chiave di lettura. Nei concerti infatti inizio sempre con una presentazione dei brani. Malauguratamente invece oggi ci si preoccupa solo di “vendere il prodotto”, di fare l’affare e questo sta facendo disperdere la nostra immensa ricchezza culturale».

Musicista e non solo, lei è anche l’autore di un manuale del tutto peculiare sui prodigi della tecnica di un poeta sublime del campo musicale. In che cosa consiste Il Metodo Chopin?

«Si tratta di un libro che raccoglie gli esercizi ideati da Chopin per rafforzare le dita e trasmessi oralmente ai suoi allievi. Non ne esisteva traccia scritta. Grazie al Maestro Giovanni Canciani, che ne ha avuto testimonianza dal suo maestro Gian Luigi Centemeri, ho potuto dare forma scritta a questo affascinante metodo».

La matematica è spesso vista dagli studenti come una materia ostile e ardua da studiare, ma il professore Francesco Gioia ha trovato un rimedio musicale per farla assimilare con rilassatezza. Vuole spiegarci di che si tratta?

«Non mi permetterei mai di insegnare la matematica, ma con il collega e amico ingegnere Giulio Pravisani abbiamo creato una conferenza dal titolo “Matematica&Musica” che abbiamo presentato in vari comuni, in conservatorio a Udine e in alcune scuole. Presto la terremo al Politecnico di Milano. Illustra i punti di vicinanza e di differenza tra le due materie».

Tra le sue affermazioni ha trovato una che mi ha particolarmente colpito: “La mente dei bambini è come una spugna; ciò che gli si insegna resterà loro per sempre”. Qual è allora il metodo vincente per far arrivare i giovani alla musica?

«Difficile dire quale sia il metodo vincente. Di sicuro se educhiamo seriamente i bambini alla musica, avremo degli adulti che andranno volentieri ai concerti. Ma la musica nelle nostre scuole è poca cosa e spesso insegnata molto male (se chiedete a un ragazzo delle superiori di leggere un facile pentagramma spesso non saprà farlo. Se gli chiedete chi era Beethoven o Wagner non avrete risposta). Mi ripeto: bisogna cambiare passo, avere il coraggio di educare alla bellezza».

Se delle associazioni o enti volessero scritturarvi per un concerto, come dovrebbero fare e quali costi dovrebbero sostenere?

«È sufficiente contattarmi al 339 4857667 o via mail  gioia_francesco@libero.it o sul mio sito www.gioiafrancesco.weebly.com. I costi, in rapporto a quelli standard di un’orchestra, sono contenuti: per avere un’idea approssimativa diciamo circa 2.000 euro per orchestra d’archi (16 persone), 3.500 euro per orchestra completa (30 persone)».

Siamo arrivati alla fine. Col nuovo anno quando e dove potremo assistere ai vostri concerti?

«Il 3 febbraio suoneremo a Udine in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura, in occasione del 210° anniversario della nascita di Mendelssohn, eseguendo alcune delle sue sinfonie per archi. In aprile a Tavagnacco suoneremo gli ottetti di Mozart per fiati. Il 1° maggio, probabilmente in chiesa a Pradamano. A fine luglio saremo impegnati con il festival “Ottoni a Nordest” tra Pozzuolo e Udine».

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