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Nevio Scaramuzza

Cultura e Spettacolo
12 novembre 2018

Una vita sul palcoscenico

di Claudio Pizzin
In coppia con Giglio Boemo ha esportato il cabaret alla gradese in tutto il FVG. Poi ha conquistato il locale festival della canzone. E ora, a 67 anni, non ha alcuna intenzione di abbandonare le scene
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"L'autostop" di Scaramuzza e Boemo (ph. Enzo Andrian)
Cultura e Spettacolo
12 novembre 2018 di Claudio Pizzin Image

Nevio Scaramuzza, attore, cantante, uomo di spettacolo: lei come si definirebbe?

«Oggi a 67 anni potrei definirmi un dilettante uomo di spettacolo e cantante per esigenze di copione nel varietà o per i testi teatrali che contenevano il canto, con o senza l’accompagnamento musicale».

Il suo nome è legato al mondo del teatro a Grado. Come è iniziata questa storia?

«La formazione intellettuale è iniziata all’oratorio dove ho scoperto di essere portato a prediligere la cultura nelle varie espressioni, mentre diversi amici si cimentavano nello sport. Ho avuto la fortuna di condividere con persone eccezionali un decennio, tra il 1970 e il 1980, vissuto trasversalmente tra il teatro (il Piccolo Teatro Città di Grado) e il folk cabaret, frequentando con tanto di contratto i night club di mezza regione e del Veneto. Nelle pieghe del teatro succede che i più vispi, o forse i più folli della compagnia, si incontrano per formare un duo cabarettistico, come andava di moda a quel tempo; io ero io e lui era Giglio Boemo».

Cosa rappresenta per lei il teatro?

«Il teatro produce nei miei sentimenti una sorta di poliedricità, in certi casi buona in altri meno. Ogni volta che sali su un palcoscenico senti la tremarella, termometro che misura il gradiente del pubblico nei tuoi confronti. Il pubblico non sempre è paziente e tollerante se qualcosa non lo soddisfa, i fischi ne sono il segnale… Allo stesso tempo il calore e la gratificazione che il pubblico trasmette con l’applauso finale non ha metro di paragone».

Oltre a Giglio Boemo quali sono stati i compagni di viaggio nella sua avventura artistica?

«L’elenco sarebbe nutrito, anche se una gran parte di loro non è più tra noi. Li cito in ordine sparso: Dino Facchinetti, Ferruccio Tognon, Tullio Svettini, Giovanni Marchesan (Stiata), Monica Maran e la sua Compagnia Teatro della Mandragola. Spero di non aver scordato nessuno».

Grado e i gradesi come hanno accolto i vostri spettacoli?

«Prima di noi alcuni intellettuali di paese negli anni 60 fondarono la Compagnia “Piccolo Teatro Città di Grado” che andava a sostituire la vecchia Compagnia filodrammatica, che alla domenica riempiva la casa GIL (gioventù italiana del littorio) per un sano divertimento famigliare. Bisognava strutturare una compagnia che sostituendo le scenette con il teatro, quello vero, facesse maturare cultura e sensibilità Lo scopo era avvicinare i giovani e meno giovani al teatro e, magari, scoprire i talenti per le giuste promozioni. La cultura gradese in fatto di testi teatrali non possedeva niente di speciale da teatralizzare e così i testi utilizzati erano in lingua, aprirono la stagione delle tragedie greche, divenendo un teatro di nicchia per la scarsa partecipazione di pubblico. Poi la svolta con il teatro dialettale e la partecipazione dell’amico Giglio hanno fatto sì che le sale si tornassero a riempire. Gran parte dei testi erano in lingua gradese».

Tra gli spettacoli messi in scena a quale è principalmente legato?

«Dovendo sceglierne uno, cito I mamuli del ‘23. Ambientato in un’osteria di paese dove un giorno entra un forestiero per chiedere notizie di una persona di cui ha perso le tracce durante la guerra. Se ci fosse la possibilità lo rimetterei in scena; ma forse è destino che rimanga un sogno nel cassetto».

Fare teatro in lingua gradese significa non solo diffondere la cultura, ma anche continuare a studiarla. Da questo punto di vista come si pongono le giovani generazioni?

«Qualsiasi sia la forma artistica, fare teatro significa approfondire argomenti, associarli a una trama, scrivere un testo, una scenografi a, una “colonna sonora”. Stilare il copione per la prima lettura, per il “sì piace” o “no, non piace”. Quindi passare allo studio a memoria della parte assegnata, poi le prove finché si va in scena. Credo che i giovani sensibili alla tecnologia potrebbero saltare certi passaggi della scaletta appena descritta. Non è facile far tutto ciò con la passione che noi abbiamo profuso. Ma una cosa la si potrebbe fare: un laboratorio teatrale che avvicini i giovani al teatro, poiché non tutti diventano noti giocatori di calcio o di pallacanestro. Sarebbe positivo l’impegno di enti e associazioni che sostenessero una bozza di progetto».

Dai tempi in cui lei ha iniziato ai giorni nostri, come si è evoluto il teatro a Grado?

«Mi piacerebbe rappresentare con un diagramma l’involuzione della produzione teatrale... I valori di un tempo sono sbiaditi e tanti sono partiti per l’ultimo viaggio. L’attrazione del pubblico non c’é, le compagnie teatrali amatoriali – se sono ancora in piedi – sono prive di prime donne. Il tracciato è depresso, eppure abbiamo conosciuto annate di grande partecipazione. Credo che ognuno dei sopravvissuti abbia scelto di fare spettacolo in autonomia onde evitare di inciampare nella burocrazia e nella modesta verve teatrale stanca, senza ricambi, complice la sordità degli enti pubblici, ma anche dei privati».

Non solo teatro: lei di recente ha vinto più volte il Festival della Canzone Gradese. Il suo legame con la musica quando è nato?

«Da fanciullo sono stato introdotto nel gruppo di canto della chiesa. È stato un prete con la passione per la musica a orientarci al canto corale di brani musicali, compreso “l’usualis” gregoriano. Negli anni mi sono sempre interessato di canto e di canzoni, fi no a quando mio cognato Gianni, appassionato di musica, ha ridestato in me, in età matura, quel bagaglio culturale vissuto in cinquant’anni. Così ho provato a scrivere un testo che Gianni ha musicato: è nata una canzone allegra che, presentata al Festival della Canzone Gradese, ne è uscita vincitrice».

Teatro gradese e canzone gradese: a suo avviso chi dei due gode di migliore salute?

«Ogni inizio anno al termine del festival girano voci che, viste le difficoltà, si è trattata dell’ultima edizione. Io non credo possa finire così; piuttosto i due  eventi capisaldi della cultura e della tradizione dovrebbero sottoporsi a un lifting di ammodernamento. Bisogna sperimentare nuove espressioni artistiche e sviluppare idee che possano varcare il ponte e portare gli spettacoli nelle sale della bassa, coniugando la narrativa pubblicata da autori giovani, gradesi e non, dove i giovani sono capaci di sorprenderci. Lasciamo loro lo spazio che abusivamente noi occupiamo».

Quali sono i prossimi progetti di Nevio Scaramuzza?

«L’approccio con la post modernità mi ha fatto conoscere aspetti che ritengo innovativi. Riprendendo lo spettacolo Una cartolina da Grado, ho realizzato un mix tra tecnologia e attualità, in un copione in cui il Tramp-olin di Grado dialoga in collegamento con New York, terra “del Tramp”. Ora sto cercando qualcuno che sia disposto ad aiutarmi nell’impianto scenografico. Per il resto, mi piacerebbe dedicarmi alla consulenza culturale, per riprendere temi abbandonati ma che la nostra isola sa ben sciorinare».

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