Motocicletta, 10 hp

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Michele D'Urso

16 Giugno 2015
Reading Time: 5 minutes

Flavio Nigris

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“È tua se dici siii”. Così cantava Lucio Battisti nella famosa canzone: a chi è attorno al mezzo secolo d’età tornano subito alla mente le moto di quegli anni ormai andati, mezzi che erano il fulcro dei nostri sogni giovanili. Per fortuna succede che poi, chi è abituato a fare del proprio lavoro un’arte, i sogni li realizzi. È il caso di Umberto e Flavio Nigris, padre e figlio, carrozzieri da generazioni, che sono riusciti a creare, letteralmente dal nulla, una collezione di moto d’epoca che non ha niente da invidiare a un museo vero e proprio. Nemmeno la collocazione fisica, degna di menzione, in quanto è sita nel soppalco del capannone dell’omonima carrozzeria da loro gestita a Mereto di Tomba. Vengo accolto da entrambi mentre sono intenti a scartavetrare il telaio di un’auto Fiat 500 che stanno restaurando.

«Non abbiamo un vero e proprio orario di apertura – confidano al mio arrivo – se qualcuno vuole visitare la collezione o prende appuntamento oppure passa durante l’orario di lavoro».

Il profumo della primavera è nell’aria; ma non è quello il motivo per cui la carrozzeria sembra priva dei caratteristici odori di vernice. La verità è che mentre salgo le scale del soppalco posso sentire la passione, l’amore, la dedizione che anima la raccolta dei signori Nigris. E quando si spalanca la porta resto a bocca aperta dall’emozione. Tante meraviglie stipate una accanto all’altra, tra cui la «Gilera Giubileo 98 di Papà». Trattengo a stento le lacrime.

«Tranne qualche eccezione – precisa Flavio – abbiamo solo moto italiane, in particolare le RUMI, che sono la passione di papà. Ci siamo dati questa linea guida non per esagerato spirito nazionalistico, ma per non disperdere troppe energie. I restauri li facciamo per la maggior parte nel tempo libero; se tenessimo anche marche straniere dovremmo dedicare molto più tempo a documentarci, alla ricerca dei pezzi, il tutto a discapito del lavoro».

Flavio, com’è cominciato il tutto?

«La passione nasce da mio padre, che poi l’ha trasmessa a me. In carrozzeria sono sempre capitati esemplari da riattare e da lì tutto è partito. Poi la voce ha cominciato a diffondersi, qualcosa lo abbiamo recuperato dall’oblio e in vent’anni abbiamo raggiunto un numero considerevole di motociclette, ciclomotori e motocicli».

E anche voi siete cresciuti.

«Nel 2000, vista la consistenza della collezione, e supportati da altri appassionati, abbiamo deciso di creare l’associazione ‘Amis das motos di une volte’ e, in seguito, siamo stati censiti nella rete ‘Musei e Collezioni’ della provincia di Udine. Il nostro scopo è divulgare la storia di questi motocicli e di conservarne memoria. Anche attraverso attività quali il raduno sociale che si tiene tutti gli anni la prima domenica di giugno e la stampa di un calendario in cui alle nostre modelle a due ruote si abbinano modelle in carne e ossa: nessuna professionista, solo amiche che, per diletto, si prestano allo scopo. Piccola nota simpatica: tradizione vuole che le modelle vadano in visita da David, nostro amico e compaesano, malato di distrofia muscolare, per presentargli in anteprima le protagoniste del calendario».

Quali sono le moto di cui va più orgoglioso?

«Ovviamente le RUMI, perché abbiamo dei restauri davvero notevoli di modelli particolari, come particolare fu la storia e il destino di questa grande casa motociclistica italiana. Una realtà che non produceva solo moto ma anche altro, come le bilance di precisione, delle quali possiedo un esemplare».

La conferma che l’industria motociclistica ha sviluppato anche progetti e ricerche, come i motori Guzzi per gli elicotteri…

«L’Aermacchi produceva aerei, moto e altro. Forse per questo l’altra mia grande passione è proprio per gli aerei. Per un certo periodo era diventato un appuntamento fisso dell’associazione anche la visita alla Base di Aviano. A cui si sono aggiunte nel tempo le visite ad altri luoghi e musei».

Iniziative in cui nascono nuove relazioni.

«Sono occasioni in cui si conoscono persone speciali e valide con le quali condividere la stessa passione. Nascono amicizie, ci si aiuta, ci si supporta. Per esempio, alcuni motociclisti Capodistria sono venuti con noi ad Aviano, mentre bikers del nord Europa, che ci hanno trovato su Internet, inseriscono la visita da noi nel loro tour. Portare lustro, e gente, a Mereto di Tomba è comunque un piacere».

Una moto non è solo telaio… Fate tutto voi?

«Di norma no; abbiamo degli appassionati molto bravi che ci aiutano per la parte motore ed elettrica. Non posso non menzionare l’ingegner Alighiero, un ex insegnante del Malignani che è un vero mago, tanto da essere riuscito a restaurare due motori bicilindrici per farne uno unico a quattro…»

I modelli stranieri come sono arrivati qui?

«La Monet & Goyon, moto francese del 1927, è stata voluta. Sia mio padre che mia madre sono stati emigranti in Svizzera, mentre mio nonno materno in Francia. Mi è stato raccontato che avesse una moto simile e allora l’ho presa pensando che fosse proprio quella. La DKW tedesca è capitata per caso, accettata nella collezione perché in Italia è davvero un pezzo raro, mentre i Solex sono una pietra miliare nella storia che segna il passaggio dalla bicicletta alla bici a motore e poi al motociclo vero e proprio. Non tutti sanno che anche la Ducati produceva qualcosa di simile, che noi, ovviamente, abbiamo; come abbiamo anche lo scooter stile Vespa, sempre della Ducati».

Quali caratteristiche tecniche delle moto di una volta trova ancora attuali?

«Il Motom 50 cc con motore a quattro tempi è senz’altro un gioiello dell’ingegneria motoristica del tempo ingiustamente abbandonato per il motore a due tempi, ritenuto più performante. Tutti dimenticarono presto che questi mezzi percorrevano 50 chilometri con un litro di benzina, e ci sono voluti 50 anni per rivalutarne le potenzialità. Sembra un’invenzione dei giorni nostri, e invece c’era già, con buona pace dei consumi e dell’inquinamento».

Contate di espandervi ancora?

«Non metto limiti, ma è chiaro che siamo in overbooking: è difficile reperire altri spazi. Però, se si presentano occasioni stimolanti, come si fa a dire di no?»

Già, come fare a dire di no alle proprie passioni? E soprattutto, è giusto dirsi di no a questo? Mentre raggiungevo la carrozzeria sono passato per il centro del paese di Mereto di Tomba. Una scritta in piazza dice, in friulano: “A far del bene non si sbaglia mai!” Scritta profetica, oserei dire; perciò spero che la collezione Nigris sia destinata a sempre maggiori successi. Se lo meritano e ce la faranno. Perché? Dovete sapere che io e Flavio abbiamo fatto il militare assieme, trent’anni fa. Non ci vedevamo da quei tempi. Già all’epoca lui lavorava in officina e guidava camion e mezzi blindati. Era il migliore. Per questo e per la profonda umanità della sua famiglia, sono sicuro che faranno sempre bene e meglio. Da veri friulani.

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