JavaScript is required for our tabnav accessibility widget to work properly. Manuel Vlacich: sospesi tra cielo e mare

Manuel Vlacich: sospesi tra cielo e mare

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Il velista monfalconese, assieme all’amico Franco Deganutti, partecipa da anni al “The Grand Tour Sailing”: un viaggio sportivo, culturale e ambientale nei luoghi più affascinanti del pianeta

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Loch Ness 1
Vlacich e Deganutti sul lago di Loch Ness

 

Primavera 2021. Una giornata limpida in cui il vento sembra voler dire qualcosa.

Sul telefono di Manuel Vlacich arriva un messaggio inatteso: un conoscente segnala che un Melges24 da regata, una barca performante e velocissima, da lì a qualche ora sarebbe stato messo in vendita.

Si confronta subito con l’amico e complice perfetto Franco Deganutti.

La sua risposta è immediata, decisa, quasi spiazzante. In meno di due ore eseguono il bonifico a una persona conosciuta solo poco prima telefonicamente. Da qui inizia la grande avventura.

Manuel, come fu il primo impatto con il Melges24?

«È una barca di 7,5 metri, leggera, nervosa, potentissima. Ma aveva una caratteristica che avrebbe cambiato tutto: si poteva trasportare via terra, trainata da un’auto. Una libertà assoluta. Fino a quel momento eravamo abituati a regatare dove le barche erano ormeggiate. Ora, invece, potevamo portare la barca ovunque ci fossero una strada e una gru o uno scivolo per metterla in acqua».

Due mesi più tardi eravate sul Lago di Garda.

«Ci iscrivemmo come test alla storica regata “Centomiglia del Garda”, in modalità X2. Solo noi due, il vento e la barca nuova. Arrivammo secondi. Lì capimmo che quella non era solo una barca: era un’idea».

Durante l’inverno di quell’anno nacque “The Grand Tour Sailing”.

«Non un semplice viaggio: un percorso sportivo, culturale e ambientale che ogni anno ci porta a solcare acque completamente diverse tra loro. Una serie di tappe che attraversano mari, laghi, fiumi e territori che, in alcuni casi, non avremmo mai immaginato di raggiungere con una barca a vela. Dalle acque glaciali del Nord ai fiumi sacri dell’Asia, dai laghi alpini ai mari aperti. È un modo di navigare che unisce la libertà del viaggio alla magia dell’avventura e della navigazione. Ogni anno svolgiamo tre tappe. Ogni tappa è una storia a sé: talvolta c’è la sfida sportiva con la partecipazione ad alcune delle più importanti regate al mondo, con condizioni sempre nuove da interpretare; altre volte c’è invece la dimensione culturale ed esplorativa perché ogni luogo ha un’identità che cerchiamo di raccontare; e c’è la sensibilità ambientale, che è il filo rosso del progetto».

Siete anche Ambasciatori della fondazione internazionale One Ocean Foundation.

«Un’organizzazione no-profit di rilevanza internazionale dedicata alla salvaguardia dell’oceano e degli ecosistemi marini. Durante l’ultima tappa in India, abbiamo inoltre raccolto campioni di acqua dal fiume Gange, analizzati poi dall’Università di Udine nel contesto del progetto multi-dipartimentale AMARE (Autonomous – Monitoring, Analysis, REsilience). Non siamo scienziati né esperti del settore, ma crediamo che anche un piccolo contributo possa aiutare a dare voce all’ecosistema che navighiamo ogni giorno».

Partecipare a queste “regate” cosa comporta dal punto di vista logistico e di preparazione tecnica e atletica?

«Organizzare le tappe del “The Grand Tour” significa affrontare una sfida che inizia molto prima di toccare l’acqua. La parte più dura, spesso, è quella che il pubblico non vede: la logistica. Ogni nostra spedizione è un piccolo romanzo di incastri, strade, imprevisti, trattative e chilometri. La barca sul carrello o spedita nella stiva di un aereo, l’attrezzatura caricata all’alba, i controlli, i documenti, i confini da attraversare. È un viaggio nel viaggio. A volte sembra più un’operazione da spedizione che una semplice regata. Poi c’è la parte tecnica: ogni luogo ha un vento diverso, un’acqua diversa, un carattere diverso. Devi adattarti in fretta, leggere l’ambiente, preparare l’attrezzatura con precisione quasi chirurgica, cercando di prevedere ogni possibile scenario. E in alcune tappe, come lo scorso anno durante la partecipazione alla più grande regata al mondo di catamarani (Round the Texl) che si tiene in giugno in Olanda, entra in gioco anche l’atletica pura: ore di manovre continue, vento teso, mare incrociato, freddo e correnti fortissime. Un’avventura vera».

La sua passione per la vela quando nasce?

«A sette anni, per gioco. Durante un corso estivo alla Società Vela Oscar Cosulich, uno di quelli che i genitori scelgono per farti stare all’aria aperta durante le vacanze scolastiche. Ma per me è stato molto di più: è stato l’inizio di tutto. Da quel giorno non sono più sceso dalla barca e ho capito che lì, tra acqua e cielo, c’era il mio posto. Tutto il resto è venuto dopo: le regate, i viaggi, il Grand Tour. Ma la scintilla è nata lì, su quella minuscola barca gialla, in un’estate che non ho mai dimenticato e per la quale devo ringraziare i miei genitori. Senza quel loro “vai, prova”, forse non avrei mai scoperto il mio mare».

Quando solca i mari a cosa pensa?

«A cose a cui non penso da nessun’altra parte. È come se il mondo si facesse più grande e più semplice allo stesso tempo. Penso a quanto sia un privilegio essere lì, sospeso tra cielo e mare, in un luogo che non appartiene a nessuno ma che accoglie tutti coloro che lo rispettano».

Con Franco Deganutti siete stati insigniti di un Guinness World Record e del titolo di Velisti dell’Anno – categoria Passion 2024. Cosa significano per lei questi riconoscimenti?

«Hanno un valore grande perché non rappresentano solo noi: siamo anche ambasciatori della nostra regione, portando con orgoglio il marchio “Io sono Friuli Venezia Giulia” in ogni tappa del nostro viaggio. Non siamo professionisti, non viviamo di vela, e forse proprio per questo li vedo come riconoscimenti al percorso, non solo al risultato».

  • Grotta sotterranea Svizzera 8 1
    In Svizzera, nel lago sotterraneo più grande d’Europa

La sua esperienza velica è legata alla “Oscar Cosulich” di Monfalcone: qual è il legame con la società di vela?

«Per me è casa. Il mio legame con la SVOC è qualcosa che porto dentro, non solo nella memoria. In quella società ho ricevuto tutto: insegnamenti che formano, amicizie che diventano famiglia, la determinazione che nasce dalle prime sconfitte e la gioia dei primi risultati. Sono sempre rimasto fedele alla mia società perché sento che una parte di ciò che sono oggi l’ho costruita lì, passo dopo passo, onda dopo onda. E proprio per questo sento il bisogno di restituire qualcosa. Negli anni non sono stato solo atleta: ho fatto il volontario, l’istruttore, il giudice di regata, il direttore sportivo e oggi faccio ancora parte del consiglio direttivo. È il mio modo di dire grazie, di rimettere in circolo ciò che la società mi ha donato in questi anni».

E il legame di Manuel Vlacich con Monfalcone?

«Un legame di casa, semplice e profondo. Vivo a pochi passi dalla SVOC, qui ho la mia famiglia, le mie radici, tutto ciò che mi ha formato. E poi c’è un motivo speciale: Monfalcone ha creduto nel Grand Tour Sailing fin dal primo anno, quando era solo un’idea un po’ folle. L’amministrazione comunale ha visto oltre il progetto, ha visto le persone, la passione, l’intenzione. E questo tipo di sostegno non si dimentica».

Nella nostra regione dove predilige veleggiare?

«Amo la costa che da Monfalcone scende verso Duino e Sistiana: è un tratto di mare che unisce bellezza, storia e vento “vero”, quello che ti mette alla prova ma ti regala anche le giornate più memorabili. In Friuli Venezia Giulia abbiamo un mare piccolo, ma pieno di carattere, in particolare nelle giornate di bora. All’alba in estate è il mio mare di casa, quello che conosco come si conosce una persona cara. Ogni refolo, ogni cambio di luce, ogni increspatura ha un significato. E poi c’è una cosa che amo in modo particolare: partire per una classica regata notturna che si svolge ogni anno a fine settembre e che parte da Trieste direzione isola di Sansego. Si esce in mare a pochi metri dalle luci di Piazza Unità d’Italia, che vista dal mare, di notte, diventa ancora più maestosa. Per me è la piazza più bella del mondo, e vederla brillare mentre la barca scivola nel buio è un’emozione che non si dimentica. È un momento sospeso, dove il mare, la città e la vela si fondono in un’unica immagine perfetta».

Oltre alle prossime tappe del “The Grand Tour Sailing”, quali sono gli obiettivi futuri di Manuel Vlacich?

«Quando penso ai miei obiettivi futuri, una parte fondamentale riguarda l’esempio che voglio dare ai miei figli. Non mi interessa che seguano le mie stesse rotte o che amino il mare come lo amo io: ciò che desidero davvero è che scoprano una passione tutta loro. Una passione che li accenda, che li faccia alzare la mattina con un’idea in testa e andare a dormire con un sogno nel cuore. Credo che i figli non ascoltino molto ciò che dici: osservano ciò che fai. Per questo cerco di mostrare loro che una passione non è un hobby, ma un modo di stare al mondo. Vorrei che vedessero, attraverso il mio esempio, che la passione va coltivata, rispettata, nutrita. Che richiede impegno, ma restituisce senso. Che non serve essere i migliori: serve essere autentici. E che quando condividi ciò che ami, quella cosa cresce, si moltiplica, diventa un ponte verso gli altri. Se riuscirò a trasmettere loro questo — non la vela, ma il valore di una passione — allora avrò davvero lasciato qualcosa che conta».

 

In questi anni, nelle varie edizioni del “The Grand Tour Sailing”, Manuel Vlacich e Franco Deganutti hanno veleggiato in luoghi diversi del pianeta: nel punto più alto al mondo (Bolivia, lago Titicaca +3.812m s.l.m.), nella baia di Ilullisat tra gli iceberg della Groenlandia, nel più grande lago sotterraneo d’Europa (Svizzera, St. Leonard), attorno all’Isola di Wight…

Le tre tappe dell’edizione 2026 sono invece: la navigazione a vela sul Gange nel tratto urbano di Varanasi, la navigazione lunga la Linea Internazionale del Cambio

di Data nelle Isole Diomede, situate nello Stretto di Bering, tra Alaska e Siberia, e nel luogo simbolo della misurazione del tempo: Greenwich.

«La mia passione per la vela – confida Franco Deganutti, compagno di avventura di Manuel Vlacich – è nata per “curiosità” e si è immediatamente trasformata in una “totale dipendenza” che ancora non è stata soddisfatta: nonostante mille imprese e mille avventure veliche. Quando solco i mari penso a quanti hanno avuto l’ardire di farlo in passato e a quanti avranno la fortuna di farlo in futuro. I riconoscimenti ottenuti? Servono a ricordarci che certe imprese le abbiamo veramente vissute e alimentano la passione per andare ancora oltre».

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