La corsa per Trieste

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1 maggio 1945

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Erano da poco passate le 13.30 di martedì 1° maggio 1945, quando, attraversato il paese di Papariano e arrivate al ponte sull’Isonzo della statale 14, le autoblindo di testa del 12° Lancieri britannico, in forza di copertura alla Seconda Divisione Neozelandese dell’Ottava Armata angloamericana, dovettero arrestarsi di colpo: il ponte era minato. L’esplosivo era sistemato tutto sotto l’arcata centrale ed era ben visibile. Un gruppo di genieri si affrettò a rimuovere i detonatori e la colonna si rimise in moto. Alle 14 o poco più, oltrepassato il ponte, il generale sir Bernard Freyberg dalla sua jeep rispondeva con un leggero cenno della mano al saluto di manifestanti provenienti da Pieris, Turriaco e San Canzian, che si erano organizzati per l’evento esponendo cartelli e sventolando bandiere rosse e jugoslave. Il Reggimento alleato “Survey”, chiamato Gazzelle, era costituito approssimativamente da trenta ufficiali e 650 soldati. Quando attraversò l’Isonzo non aveva alcuna conoscenza del territorio che andava a occupare.

Un caporale inglese annotò sul suo diario personale: “… Siamo sempre stati accolti calorosamente dalle popolazioni civili che mostravano i loro sentimenti applaudendoci, esponendo improvvisate bandiere inglesi e americane; ma quando raggiungemmo il territorio monfalconese non ci fu alcuna manifestazione entusiastica, né le solite bandiere. La gente ci guardava stando immobile ai lati delle strade… pensammo che la nostra avanzata fosse stata troppo fulminea e che li avevamo sorpresi impreparati al nostro arrivo”.

Un passo indietro. Nell’agosto del 1944 il maresciallo Tito aveva ottenuto dagli Alleati il riconoscimento di unico leader jugoslavo, per cui non aveva bisogno di trattare alcunché con gli italiani. Di conseguenza, l’annessione di Trieste e del suo territorio sembrava poter essere solo una questione di pura formalità. Il problema, che si era creato nelle formazioni partigiane formate da italiani che combattevano nella Venezia Giulia e nel Friuli Orientale, era diventato un fatto secondario di scarsa importanza. Mentre il 20 aprile successivo gli Alleati avevano praticamente liberato tutta l’alta Italia, l’esercito jugoslavo con l’operazione Trieste cercava di conquistare la regione giuliana con chiare intenzioni di annessione. Gli Alleati, accortisi delle intenzioni del maresciallo Tito, che erano quelle di metterli di fronte al fatto compiuto, il 27 aprile si diressero pure loro verso Trieste. Il 29 aprile ci fu la resa del Terzo Reich, che divenne ufficiale il 2 maggio, data che di fatto mise la parola fine alla Seconda guerra mondiale.

Questo, in estrema sintesi, il quadro della situazione strategico militare che si presentava nel territorio di Monfalcone alla fine di aprile del 1945. Ai combattenti delle formazioni partigiane italiane venne data l’opportunità di scegliere di combattere o per la Jugoslavia con il Fronte di liberazione sloveno (OF) o per l’Italia. Le forma zioni partigiane del monfalconese scelsero di combattere a fianco del Fronte sloveno. Altrettanto fecero i comunisti triestini dell’Unità operaia, che uscirono in massa dal C.l.n. italiano per entrare a far parte delle formazioni comuniste filo-jugoslave.

E così Trieste, il porto più importante dell’Adriatico, era là come una pera cotta che aspettava che qualcuno andasse a prenderla. Era iniziata quella che fu definita da alcuni storici dell’epoca “la Corsa per Trieste”. Dalla Croazia infatti, puntando verso Trieste, risalivano a marce forzate le brigate della 20a e della 43a divisione jugoslava; da est i battaglioni del nono Corpus partigiano. Da ovest l’8a Armata Britannica, partita da Padova, risaliva velocemente l’Italia del Nord puntando decisamente, senza trovare alcuna resistenza, Mestre, Latisana, San Giorgio di Nogaro, Cervignano e la città dei cantieri: Monfalcone.

Nel frattempo a Trieste alcuni presidi tedeschi continuavano a resistere, convinti che la loro vita fosse in gioco: volevano arrendersi agli angloamericani che sapevano essere vicini. Questa situazione diede agli Alleati l’opportunità di infilare, come disse Churchill, un piede nella porta prima che gliela chiudessero in faccia.

L’arrivo degli Alleati in Bisiacaria

Dopo questa breve digressione ritorniamo al ponte di Pieris. Il Comitato di Liberazione Nazionale del Monfalconese era uscito dalla clandestinità il 30 aprile e ora teneva sotto controllo armato tutti i punti strategici della zona. Infatti, ai lati della strada, s’intravedevano alcuni partigiani di guardia che presiedevano il ponte sull’Isonzo in abiti borghesi, con il fazzoletto rosso attorno al collo e il fucile in mano. L’esercito alleato era entrato nella terra bisiaca al saluto, secondo le direttive diramate dai vari comitati filo-titini del Monfalconese, di “Zivio Tito” e “Zivio Stalin”. Spesso si leggeva anche “Tukaj je Jugoslavia”: “questa è Jugoslavia”.

Una colonna lunga chilometri, composta da carri armati, mezzi di trasporto, autocarri, cannoni, ambulanze, mezzi con le vettovaglie procedeva in perfetto ordine e sincronismo mantenendo una velocità stimata fra i 30-40 K/h. La gente, attirata da quel rumore continuo e assordante, correva verso l’stradòn (lo stradone). Abitanti di Pieris dissero che la cosa sarebbe durata un paio d’ore. Durò otto giorni. Il sottoscritto, che allora aveva otto anni, ricorda così quell’evento eccezionale.

Era sicuramente il 1° maggio 1945. (Lo seppi solo alcuni anni dopo). Verso le 14 corsi a perdifiato, assieme ad alcuni miei compagni, verso lo stradone di Pieris da dove giungeva un rumore potente e continuo che mi attirava irresistibilmente. Man mano che mi avvicinavo, questo rumore, che non avevo mai sentito prima, aumentava d’intensità. Con il fiato corto arrivai sulla strada e finalmente vidi di che cosa si trattava: una colonna lunghissima di carri armati, camion, jeep, “cingolette” e ancora camion, autoblinda, camion, carri armati, auto della croce rossa e jeep, si snodava in una immensa fila color verde, striata di marrone e grigio. Distanziati l’uno dall’altro di buoni cento metri, i carri armati erano immensi, inarrestabili e paurosi fra le lunghe ali dei platani già verdi di nuove foglie. I soldati dei carri nelle loro divise color kaki, fuori dalle torrette, con gli orecchianti, ci guardavano sorridendo: sembravano dei super uomini venuti da un altro mondo. La forza dell’emozione era tale e tanta da farti dispiccare il cuore. I cingoli mordevano sferragliando senza pietà l’asfalto, cigolando rabbiosi. La velocità era sostenuta e sembrava più a quella di una tappa di trasferimento che a un’azione di occupazione. Arrivavano dal ponte di Pieris e sparivano oltre Begliano rimbombando come un temporale che non vuole andarsene. Della colonna non si riusciva a vedere né il principio né la fine. Una coltre di fumo azzurrognolo serpeggiava sopra le macchine portando con sé l’odore acre dei carburanti. Ai lati della strada c’erano uomini e donne frastornati e tantissimi bambini assiepati che gridavano con le mani tese verso i soldati sorridenti fuori a mezzo busto dai carri armati e dai camion scoperti. I soldati rispondevano ai saluti e ogni tanto gettavano verso i bambini caramelle, arance, dolciumi e cioccolata, provocando furibonde zuffe sia fra i grandi sia fra i piccoli. Io riuscii a prendere due caramelle. Dopo due ore, intontito ma felice, dovetti fare ritorno a casa, dove raccontai tutto quello che avevo visto. Stranamente quella volta mia madre non sembrò preoccupata della mia lunga assenza. Mi ricordo anche, che dei quattro miei compagni ad aver gridato sullo stradone “viva gli inglesi”, “viva gli alleati” ero stato solo io.

Passati di slancio i paesi di Pieris e Begliano, un quarto d’ora dopo il generale Freiberg arrivò a Ronchi dei Legionari, dove incontrò alcuni ufficiali in uniforme dell’esercito regolare jugoslavo. Non ci furono né baci né abbracci né strette di mano, ma un semplice saluto a distanza, freddo e distaccato, privo di una qualsiasi formalità. A Ronchi, in mezzo a bandiere rosse e jugoslave spiccava, sventolata da un bambino, una bandierina italiana con lo stemma della Croce sabauda.

Dieci minuti dopo la colonna alleata entrava in piazza a Monfalcone dove si stava svolgendo una manifestazione pro Jugoslavia. Fra bandiere rosse e jugoslave si distinguevano tanti cartelli con le scritte: “Viva Monfalcone nella Jugoslavia di Tito”, “Viva l’Armata Rossa”, “Viva Tito” e “Viva Stalin”. Gli Alleati ormai erano coscienti che l’obiettivo principale non era rappresentato dalla liberazione della città dei cantieri, ma dalla presa di Trieste. A Monfalcone gli Alleati persero mezza giornata perché, una volta arrivati in piazza, alcuni ufficiali jugoslavi si precipitarono immediatamente da loro per avvertirli che Trieste era stata già liberata dalle loro armate e che potevano fermarsi e mettersi tranquilli. Gli Alleati scoprirono ben presto che si trattava di un tranello e che quanto dicevano gli ufficiali jugoslavi era totalmente falso. Nel frattempo, le armate jugoslave stavano risalendo a tappe forzate la costa dalmata puntando decisamente sulla città giuliana: la corsa poteva concludersi al photofinish.

Non c’era tempo da perdere. Per cui gli Alleati all’alba del 2 maggio ripresero velocemente la marcia verso Trieste. Nei pressi di Duino ci fu un breve rallentamento dovuto a uno scontro a fuoco: allora si disse che a sparare furono truppe tedesche in ritirata.

Alcuni storici e testimoni del tempo hanno avanzato l’ipotesi che la sequela dei fatti come quello del ponte di Pieris, minato maldestramente, l’incontro freddo di Ronchi, la menzogna di Monfalcone che Trieste era già stata liberata e il proditorio attacco di Duino, altro non furono che il tentativo messo in atto dai comunisti jugoslavi per fermare, o quantomeno ritardare, la marcia degli Alleati verso Trieste.

Alle 15 in punto del 2 maggio i carri armati del 20° Reggimento Corazzato Neozelandese arrivarono nel centro delle città alabardata. Nello stesso momento furono circondati dalla fanteria e dai carri armati jugoslavi. L’incontro fra i due eserciti si era concretizzato, ponendo fine alla “corsa per Trieste” che per il momento poteva dirsi conclusa in parità.

Oggi, con il senno di poi, si può affermare che furono solo poche ore di differenza a decidere il destino dei triestini e dei giuliani tra sogno di libertà e incubo. Infatti, mentre i soldati alleati arrivarono come liberatori senza alcuna rivendicazione territoriale, gli Jugoslavi invece sarebbero arrivati come conquistatori con la sicura volontà di annettere Trieste e il suo territorio alla Jugoslavia.

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