I gioielli dei Balcani

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Michele Tomaselli

31 Dicembre 2019
Reading Time: 8 minutes

Albania, Montenegro e Kosovo

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Destinazione il cuore dei Balcani per scoprire storie e culture diverse di due dei tre Stati più giovani al mondo, il Montene­gro e il Kosovo, nazioni nate dopo l’implosione del­la ex Jugoslavia, senza però far mancare una visita al Paese delle Aquile, l’Albania: una terra per lungo tempo chiusa agli stranieri.

Un viaggio per attraversare alcuni luoghi che fu­rono teatro di feroci combattimenti, in particolare le zone contese tra serbi e kosovari durante la guer­ra del Kosovo, combattuta tra il 1996 e il 1999. Un conflitto cessato grazie al Patto di Kumanovo, dopo i violenti bombardamenti delle forze NATO su Bel­grado. Conseguenza che portò il Kosovo a staccar­si unilateralmente dalla Repubblica di Serbia e a di­chiararsi poi indipendente nel 2008, sull’esempio del Montenegro che, già nel 2006, dopo un referen­dum, si era autoproclamato autonomo dall’Unione delle Repubbliche di Serbia e Montenegro, facendo così naufragare il progetto di Slobodan Milošević di costituire una Grande Serbia. Tuttavia la Serbia e altri Stati membri dell’ONU non hanno mai rico­nosciuto l’indipendenza del Kosovo tanto che oggi continuano a verificarsi tensioni tra la popolazione albanese e la minoranza serba per la ridefinizione dei confini.

Malgrado il clima politico, questi luoghi si rive­lano mete affascinanti grazie all’influsso culturale delle varie religioni che nei secoli hanno mutato sti­li e rapporti sociali. Sono territori di grande e sel­vaggia bellezza che racchiudono scenari unici, fatti di montagne impervie e fiumi primitivi; quasi come quelli descritti dallo scrittore Ivo Andrić più di set­tant’anni fa.

Addentrarsi significa godere di paesag­gi incontaminati, non toccati dal turismo di mas­sa. Oltretutto gli appassionati del trekking potran­no godere di un paradiso per compiere magnifiche escursioni: in particolare a nord di Scutari, non lon­tano dal confine con il Kosovo e con il Montenegro dove si trova la Valle di Valbona, che include deci­ne di chilometri di percorsi per ogni grado di pre­parazione. Un ambiente dove si trovano abbarbica­ti villaggi alpini, quasi sperduti in mezzo al niente.

Dal diario di viaggio

È da tempo che voglio vi­sitare le montagne di confine dell’Albania. Mi incu­riosiscono queste guglie anche dopo aver letto una rivista inglese che le indica come una meta ambi­ta per fare trekking. Prendo un volo per Tirana, ma nella capitale vado incontro ai primi intoppi… No­leggiare un’auto senza farsi fregare sembra facile, invece provo sulla mia pelle cosa voglia dire appog­giarsi a un autonoleggio low cost. Un vero percor­so a ostacoli con costi aggiuntivi: la cauzione rad­doppiata, strani calcoli sul carburante, imposizio­ne di polizze accessorie spacciate per obbligatorie… Ma la Dea Bendata fortunosamente mi viene in soc­corso, perché al momento del pagamento il plafond della carta di credito non garantisce la cauzione ri­chiesta, così l’operatore per non perdere il noleg­gio oramai certo mi propone di ritirare l’auto con condizioni molto più favorevoli.

Visitare Tirana è un buon modo per iniziare a scoprire i Balcani e anche per conoscere la sto­ria di Enver Hoxha, dittatore violento e truce che privò il popolo albanese di ogni forma di libertà, di espressione e di pensiero. Tuttavia, molto più interessante si rivela la vicina città di Berat, in­serita nel patrimonio dell’UNESCO, o la picco­la Kruja. A differenza di Durazzo, inoltre, Tira­na non si trova sul mare, che dista oltre 40 chilo­metri. Però una particolarità è molto gradita: qui in tanti parlano l’italiano. Dopotutto gli albanesi si sintonizzano sui canali delle nostre TV che qui si prendono un po’ ovunque. La nostra influen­za culturale è evidente, quasi naturale, visto che stiamo parlando di una ex colonia occupata dai fascisti. Al Regime del Littorio si deve infatti la costruzione di una parte delle strade e la moder­nizzazione delle infrastrutture, opere per buona parte utilizzate ancora oggi.

Tirana è una città caotica da 3 milioni di abi­tanti che mi fa subito trovare imbottigliato nel traffico al di sopra di una strada con tratti sterra­ti e buche profonde. Ai lati vedo ecomostri in ce­mento armato. Qui per guidare bisogna aver co­raggio, pazienza, decisione. Non esistono rego­le, la segnaletica è pressoché inesistente. Per far­si strada è necessario suonare costantemente il clacson e procedere vagando a zig zag, da destra a sinistra, nelle varie corsie di marcia. Per non parlare di quando si devono attraversare incroci o rotatorie, in questi casi è indicato buttarsi nel­la mischia e procedere verso lo stop – inesistente – quasi impattando gli altri veicoli. Ma quando il botto sembra una cosa certa ecco che l’autovettu­ra riesce a trovare un pertugio e a uscire dall’in­gorgo. Sembra strano, ma ci si abitua a queste re­gole, come a parcheggiare in terza o in quarta fila. Se questi metodi sono normali in Albania, si consiglia tuttavia di ritornare alle vecchie abitu­dini di guida una volta rientrati in Italia…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scutari, che raggiungo dopo ore di coda lun­go la E72, è la città più importante nel nord. Fu la capitale del Regno Illirico nel III secolo a.C., mentre oggi rappresenta il principale centro della minoranza cristiana albanese, religione che qui si è sviluppata dopo l’arrivo della Serenissima. D’altronde gli influssi delle architetture venezia­ne sono evidenti così come quelli che riferisco­no al periodo della dominazione dell’Austria Un­gheria.

L’indomani parto per il trekking. Sono seduto su un furgone diretto verso l’imbarcadero di Ko­man. Dopo due ore di viaggio la strada si trasfor­ma: è piena di buche quasi come una gruviera, si salta su ogni curva, ma quando i muscoli dei glu­tei sembrano presi dalla sindrome del sedere ad­dormentato ecco apparire la grande diga di Ko­man. Scendo dal mezzo e, a piedi, lungo un tun­nel scavato nella roccia, arrivo al pontile da dove prendo il traghetto per Fierze. Il Lago Koman è lungo e stretto e si sviluppa per oltre 40 km; sulle sue sponde si trovano alcuni villaggi e guest hou­se raggiungibili solo in barca. Questo lago esiste solo dal 1983, si tratta infatti di un bacino arti­ficiale voluto dal dittatore Hoxha per potenziare la produzione elettrica dell’Albania. Ma una vol­ta completati i lavori idraulici e riempito il grande invaso di acqua, il volto della vallata venne cam­biato per sempre e con esso le vite delle perso­ne che qui vivevano secondo le antiche tradizio­ni. Un migliaio, più o meno, gli albanesi che oggi abitano queste montagne e che lottano quotidiana­mente per sopravvivere dovendo camminare deci­ne di chilometri al giorno per raggiungere la stra­da asfaltata.

Dopo quasi 3 ore di navigazione ecco compa­rire il pontile di Fierze. Mi sembra di rivivere l’approdo vissuto tanti anni fa sul fiume Mekong, quando arrivai sulla sponda laotiana di Luang Prabang. Come allora l’imbarcazione compie di­verse manovre d’attracco e tanti a terra sono i lo­cali pronti a offrire alloggi e servizi. Tornano uti­li perché mettono a disposizione dei mezzi di tra­sporto per raggiungere Valbona.

Il trekking che attraversa la Valle di Valbona sale su un passo e poi scende nella Valle di Theth. Con i suoi quasi 1.000 metri di dislivello (da 900 metri s.l.m. a oltre 1800 metri di quota) è consi­derato un miracolo delle Alpi Albanesi che offre una varietà di forme, colori, flora e fauna. L’indo­mani, abbandonato l’asfalto, percorro con lo zaino in spalla i primi chilometri sul greto di un torren­te. È qui che conosco Kola. È un uomo di monta­gna, generoso nello spirito, cultore di valori e tra­dizioni. Nonostante l’età avanzata e il sorregger­si su un bastone, accompagna giornalmente i tu­risti lungo il sentiero. Un sacrificio anche alla me­moria del padre morto su queste vette dopo essere scivolato in un burrone. Per tre ore procedo lungo una salita impegnativa fino a raggiungere il pas­so dove contemplo il panorama tra le due valla­te. Discendo lungo il versante ovest, nella Valle di Theth, attraversando boschi di pini bosniaci e di faggi. Poi incontro il secondo punto di ristoro, dove faccio una sosta. Kola mi racconta del per­ché l’Albania sia chiamata Shqipëri (la terra del­le aquile). Dopotutto l’aquila a due teste domina la bandiera ed è il simbolo albanese. La leggenda vuole che un coraggioso cacciatore, durante una battuta di caccia, avvistò una grande aquila con in bocca un serpente morto che lasciò cadere sul nido, vicino al suo piccolo. Il giovane cacciatore raggiunse quel punto trovando il serpente ancora in vita mentre cercava di mordere l’aquilotto che, invece, il cacciatore riuscì a salvare: da allora, per gratitudine, l’aquila continua a proteggere il po­polo albanese.

Il programma dei giorni successivi prevede di raggiungere il Kosovo dal Montenegro, percorrendo il mitico Cakor pass, il passo più alto della ex Jugo­slavia, scendendo poi nelle magnifiche gole di Ru­gova, in uno dei percorsi più panoramici e avven­turosi dei Balcani, un luogo selvaggio frequentato dalle rotte degli Hippies che qui venivano per rag­giungere Istanbul. Tuttavia l’amara scoperta… il pas­so è chiuso. Non è percorribile da quando nel 1999 il KFOR chiuse la strada Peć-Čakor-Murino ponen­do ostacoli e piramidi al confine. La riapertura era prevista nel 2011 grazie ad alcuni lavori poi effettua­ti sulla Katun Road (la strada che proviene dal Mon­tenegro) con l’asfaltatura fino al confine. Tuttavia, nonostante Google maps indichi la frontiera acces­sibile, oggi rimane invalicabile. È comunque possi­bile arrivare in auto fino ai blocchi di cemento: oltre si può proseguire solo a piedi o in bici.

Per entrare in Kosovo torno indietro fino a Roza­je, la cittadina più a nordest del Montenegro, percor­rendo cento chilometri in più. La strada parte da Za­bljak e si snoda lungo il canyon del Tara, quasi pa­rallela al tracciato della nuova autostrada. Sono di­verse le imprese cinesi che qui lavorano per realiz­zare infrastrutture a dir poco impressionanti.

Dopo Rozaje la strada inizia a salire su un go­mitolo di curve, circondata ai lati da foreste di abe­ti e da alti minareti. Sono in mezzo alle montagne che formano il confine. Il Montenegro e il Kosovo l’hanno definito ufficialmente solo nel 2015 e forse per questo motivo ci sono undici chilometri tra le due frontiere. Dopo aver passato la prima dogana la strada scende notevolmente. Subito s’incontrano ba­racche abitate da sinti e, poco oltre, pastori che con­ducono un gregge di pecore. Superata “la terra di nessuno” ricevo sul passaporto il timbro del Koso­vo. È illeggibile, ma forse è meglio così, perché non avrò sicuramente problemi alla frontiera della Ser­bia caso mai decidessi di entrare. Passato il casel­lo inizio la discesa per Pejë (Peć). Faccio gasolio a un prezzo bassissimo (circa 1 euro al litro), e final­mente giungo a destinazione. Qui si trova la sede del patriarcato serbo-ortodosso, fondato nel XIII secolo quando Sava, fratello del principe Stefan Nemanja, si separò per la prima volta dal patriarcato greco di Costantinopoli e pose le basi dell’autocefalia serba. Per entrare nella chiesa sono costretto a lasciare i documenti ai soldati dell’Eufor. Sono tre le chiese che compongono il complesso: la più antica è quel­la di San Salvatore, costruita agli inizi del tredicesi­mo secolo. Ho ancora il tempo di visitare Prizren, considerata la capitale culturale del Paese e che, no­nostante la recente guerra, ha conservato degli edi­fici di stile ottomano, le antiche moschee oltre che Kalaja, la fortezza che domina dall’alto la città. Come in qualsiasi viaggio è arrivata la fine e al rien­tro in Italia mi accorgo di essermi ammalato del mal di Balcani… Un morbo che mi resterà per sempre.

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