Francesca Clapcich, la libertà del vento

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È stata la prima italiana a vincere la Ocean Race. A settembre la velista triestina parteciperà alla Coppa America femminile con American Magic. Assieme alla moglie Sally e alla figlia Hariett Emilia vive nello Utah: «Trieste? Mi manca camminare in centro e vedere il mare»

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Francesca Clapcich in mare (© Guillaume Gatefaint)

Francesca Clapcich in mare (© Guillaume Gatefaint)

Francesca Clapcich è la velista triestina fra le più forti nel mondo. Si contano sulle dita di una mano le atlete che, come lei, sono in grado di competere in diversi sport ai massimi livelli.

Dalla sua casa di Park City, nello Utah, dove vive con la moglie Sally Barkow, anche lei velista olimpica, e la figlia Hariett Emilia nata nel 2022, ci racconta come vive la preparazione alla prossima grande sfida prevista per l’autunno: gareggiare per il New York Yacht American Magic nella Coppa America femminile.

Sarà un evento storico nella sua meravigliosa carriera, lei prima italiana a vincere la Ocean Race, gara attorno al mondo più dura e lunga in assoluto, nella classe IMOCA 60.

Ma il suo sguardo è lungo: e già pensa al Vendée Globe del 2028, prova di resistenza individuale per eccellenza, giro del mondo in solitaria a vela, senza attracco e assistenza. Un obiettivo impegnativo che mira a perseguire con il sostegno di 11th Hour Racing, sponsor filantropico nel segno della sostenibilità ecologica, difesa degli oceani e promozione delle diversità e inclusività. Cordiale e diretta, Francesca ha la semplicità delle persone “grandi”, un mix di energia, competenza e determinazione negli impegni, chiarezza di obiettivi e visioni, rispetto e gioia per la vita.

Il tutto intrecciato e legato con cime di amore per il rischio e una certa testardaggine allegra.

Cosa rappresenta la vela per Francesca Clapcich?

«A Trieste la vela è nel sangue, a 5 anni ero già a bordo della barca di famiglia iniziando a fare agonismo a 11. Poi nel tempo libero mi piaceva fare altro, sci ad esempio (è anche maestra di sci, ndr), o andare in bicicletta. A scuola ero brava ma scelsi di frequentare l’ISIS Nautico, in modo che lo studio non mi distraesse troppo. Ecco perché la laurea in Scienze motorie è arrivata “da grande”. La vela mi ha dato molte soddisfazioni e salvato la vita in momenti difficili».

Prima velista italiana a vincere la Ocean Race

«La vittoria dell’Ocean Race nel 2023 è stato un grande sogno diventato realtà, mai avrei pensato di essere la prima italiana a farlo. All’inizio non ci credevo, ho atteso una buona mezz’ora nella quale sono stati fatti tutti i riscontri prima di crederci per davvero. La ciliegina sulla torta è stato poi l’arrivo a Genova».

La premiazione a Genova all'arrivo dell'Ocean Race (© Harry KH)
La premiazione a Genova all’arrivo dell’Ocean Race (© Harry KH)

American Magic l’ha voluta nell’equipaggio che parteciperà alla Coppa America femminile gareggiando per il prestigioso New York Yacht Club. Imbarazzi verso il team antagonista italiano Luna Rossa?

«Da 5 anni vivo in America e sto attendendo la cittadinanza. Mi sento non solo velista ma anche essere umano globale, dunque non vivo i confini come una separazione. Dobbiamo essere coscienti di vivere tutti sullo stesso pianeta. Essere nel team American Magic è una grande opportunità professionale che non mi sono lasciata scappare e sto lavorando sodo per essere al meglio. Non sarà semplicissimo battere Luna Rossa, ha un equipaggio forte e preparato. Credo che la parte emozionale sarà la più difficile da lasciare a terra. In mare siamo avversarie, a terra amiche».

Trieste è Barcolana, quante ne ha gareggiate?

«Ho 36 anni, direi che dai tempi della barca di famiglia almeno una ventina. Nel 2019 ero skipper su un 90 piedi con equipaggio interamente femminile, una bella esperienza in un progetto tutto mio. Certo le prime esperienze non si scordano mai, sono indimenticabili come la paura di perdere i parabordi!»

Quale il suo rapporto con la città?

«Mi mancano la famiglia, le amicizie, le strade. Con mia mamma ci scriviamo tutti i giorni. Con gli amici e le amiche il rapporto è solido e quando ci rincontriamo è come se non fossi mai partita. Per il mio lavoro sono sempre in giro per il mondo e quindi non è facile tornare. Questo mi dispiace perché vorrei che nostra figlia conoscesse di più i luoghi delle mie radici».

Cosa le manca di Trieste?

«Camminare in centro e vedere il mare, la sua storia e cultura, i palazzi. La possibilità di prendere la bicicletta e andare sul Carso e fino a Gorizia, in Slovenia a Lipica o in Croazia a Umago. Dove viviamo ora, nello Utah, la natura è bella, ottime piste da sci e oltre 300 chilometri di percorsi per mountain bike. Al mattino alle 5 metto le pelli agli sci, indosso la lampada e posso arrivare fino a duemila metri, scendendo alla luce dell’alba. Mi manca però il tutto vicino e connesso di Trieste, le sue osmize dai tanti sapori e profumi. L’esperienza unica di andare a fare benzina all’estero, l’aver conosciuto la Jugoslavia e il brivido del confine attraversato con il papirozzo del “lasciapassare” per arrivare al mare in Istria. Sono giovane ma ho vissuto “molto”».

Lo sci non è pericoloso per una professionista?

«Io piano non ci vado anche se a volte succede di cadere. Proprio alcuni giorni fa ho avuto un incidente, non grave per fortuna. Ma non rinuncio a fare quello che amo, mi sentirei in gabbia. Preferisco farmi male facendo qualcosa che mi piace piuttosto che vivere in una bolla. Non ho paura del rischio».

In cosa consiste la sua preparazione fisica?

«Quando facevo classi olimpiche la preparazione fisica era importante e super strutturata con varie ore di attività al giorno. Da quando pratico vela oceanica alleno di più la mente, per una sicura tenuta mentale. Faccio quello che mi piace in montagna, sci di fondo e alpino, all’aria aperta e non chiusa in una palestra. È fatica che fa bene al cuore».

Vivere in America è più facile per una famiglia omogenitoriale?

«La legge federale e lo stato laico garantiscono gli stessi diritti delle coppie eterosessuali, questo è certo una garanzia che in Italia non c’è, e mi fa male pensare alle persone che devono lottare per anni per avere riconosciuti dei diritti. Noi siamo sposate legalmente e nei certificati di Hariett ci sono i nostri nomi, assurdo dover pensare di adottare mia figlia. I diritti sono necessari quando le situazioni si complicano e la priorità deve essere la tutela dei bambini come in caso di separazione o morte di una genitrice. Ma nostra figlia è anche italiana, una ricchezza in più, per questo ha la doppia cittadinanza».

Francesca Clapcich con la moglie Sally Barkow e la loro figlia Harriet Emilia
Francesca Clapcich con la moglie Sally Barkow e la loro figlia Harriet Emilia

Si considera una privilegiata?

«Certo, siamo una famiglia medio borghese, godiamo di un agio economico, viviamo in una bella città. Come velista posso contare su uno sponsor che mi permette di concentrarmi sul mio lavoro. Questo è importante e non scontato, ed è la condizione essenziale per la parità di opportunità con i colleghi maschi. Sono privilegiata anche per aver viaggiato tanto e conosciuto molte culture e società. Questo mi ha dato apertura mentale verso il mondo. Ma la vita in America non è solo questo: trovo assurdo, per esempio, il libero possesso di armi e ingiusta l’assistenza sanitaria solo per chi se la può permettere, non per tutti».

Quali sono le condizioni più difficili in cui ha navigato?

«Le difficoltà vere sono a terra (ride, ndr). Tutti pensano che l’Oceano del Sud sia il più difficile. Per me è dura mentalmente essere vicino all’Equatore, senza vento, fermi nel caldo torrido. Affrontare il mare piatto può essere più complicato che affrontare una tempesta».

E le sfide più complicate a terra?

«Sono molto testona e ho sempre scelto da sola, nel bene e nel male. La morte di mio padre ha segnato la mia vita e carriera, la vela è stata una terapia, lo sfogo sano per uscire dal dolore. Mi sono arruolata nel Gruppo sportivo dell’Aeronautica militare per fare carriera. Mi sono buttata nel vuoto più di una volta, senza rimpianti».

Un sogno da realizzare?

«Nel 2028 il punto d’arrivo in questo sport, la circumnavigazione a vela in solitaria».

Francesca Clapcich (© Eloi Stichelbaut)
Francesca Clapcich (© Eloi Stichelbaut)

L’opportunità non sfruttata al meglio?

«Opportunità mancate direi poche, certo sarebbe stato bello aver vinto una medaglia alle Olimpiadi».

Alla vostra Hariett quali valori ritiene importante trasmettere?

«Rispetto per le persone e per le culture. Le idee possono essere diverse ma non devono portare per forza a contrapposizione. Sento tanto conflitto in questi anni e non è positivo. In qualunque situazione è giusto cercare un punto in comune, anche se richiede impegno. Non capire l’altro è una mancata opportunità. Mia moglie e io le vogliamo trasmettere i valori del lavoro, della determinazione e del coraggio, necessari per ottenere risultati. E farla crescere nella libertà e nella ricchezza di visioni ed espressioni. Ad esempio io le parlo anche in italiano».

Quando la sgrida o quando la coccola?

«In entrambi i casi: bastone e carota».

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