Disparità di genere da denunciare ovunque

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Anna Limpido

12 Gennaio 2023
Reading Time: 4 minutes

Continua a far discutere la testimonianza di una giovane coppia all’interno di una nota trasmissione tv nazionale

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Succede che sabato scorso nella nota trasmissione televisiva “C’è posta per te”, condotta da una sempre più paziente Maria de Filippi, è intervenuta una coppia, Valentina e Stefano, che ha fatto molto discutere.

La storia è stata presentata come un matrimonio interrotto da un tradimento di lei che, pentita, chiedeva perdono al marito ancora visibilmente arrabbiato e che non perdeva occasione per punirla con parole severe. La stessa conduttrice ha evidenziato che quando lui parlava con lei della moglie era più accondiscendente mentre quando si rivolgeva direttamente alla moglie era sprezzante e distaccato.

Arrabbiato dunque e a giusta ragione (il tradimento subito).

Per tale motivo, e giustificazione, la tolleranza della conduttrice ha soprasseduto su termini alterati altrimenti impronunciabili.

Questa storia però, via via che veniva raccontata, presentava un retrogusto (neppure troppo retro) di marcio ovvero che lui era solito, negli ultimi anni di vita coniugale, offendere la moglie, denigrarla, svilirla sia in privato che davanti ai figli e a terzi. Insomma, non era qualcosa di eccezionale ma di consueto.

La conduttrice lo ha richiamato a ragionevolezza: offendere la propria moglie non è meno grave di subire un tradimento ma il marito ha rubricato tutto come “sciocchezze” e così Maria, che è notoriamente tesa a “togliere la busta” nel tracciato del format, ha accantonato le proprie ragioni purché si riconciliassero.

Ne è seguito nei giorni successivi un polverone di opinioni che urlano alla tv spazzatura e condannano la conduttrice di aver propinato in prima serata una relazione tossica in salsa “candy candy” dove l’importante è riconciliarsi a qualunque costo anche soprassedendo la gravità della condizione psicologica in cui la moglie ha versato, versava e probabilmente verserà ancora dato che dal marito non c’è stato nessun ravvedimento. Anzi.

L’accusa, in pratica, è stata quella di aver “normalizzato” una situazione gravissima che era da centro antiviolenza e non da televisione.

Premesso che tutti i casi problematici che la trasmissione “C’è posta per te” racconta, e non solo lei, sono da psicologo più che da televisione (la violenza psicologica su una donna non è meno grave della violenza psicologica su un padre anziano o su un figlio abbandonato), ritengo che la conduttrice abbia fatto bene a raccontare questa storia perché è giusto che si sappia che esistono ancora questi uomini e che non sono vecchi decrepiti figli dell’Ottocento ma sono i figli maschi nostri contemporanei che le famiglie e la società, ancora nel 2000, allatta, cresce e consolida nella loro educazione maschilista e patriarcale.

Chi si occupa di difendere le donne sa, infatti, che l’alibi più spesso in malafede impiegato per non portare avanti misure efficaci a tutela del sesso femminile è che il problema non esiste o è diventato marginale col tempo. Niente di più falso: i numeri gravi della disparità di genere, il lessico giornalistico che violenta due volte le vittime se donne, l’ignoranza di chi rubrica chi difende le donne come “femministe bigotte”, dimostra che in giro ci sono migliaia di Stefano simili che ritengono di “valore minore” la moglie perché lavora meno dell’uomo (“solo 4 ore”), perché i figli sono affari della mamma (“li hai voluti tu”) e che è giusto che il marito stanco si butti sul divano mentre la moglie sbrighi le faccende di casa.

La differenza, rispetto a questo marito di discutibile spessore che neppure si è accorto della figura barbina fatta, è che l’uomo medio più colto è semplicemente più ipocrita e ritiene che se una donna lavora in part time è perché lei l’ha voluto o che se non esistono donne in politica o in posti di potere è perché loro non vogliono quasi a dire “io sono per la modernità ma è lei che non vuole”.

Quindi parliamone, parliamone e parliamone sempre. E bene ha fatto la trasmissione televisiva a non censurare questo racconto. Mostriamoli questi uomini, smascheriamoli, additiamoli perché sono in mezzo a noi, nei letti delle donne, sono i capi in ufficio, i nostri politici.

D’altro canto però dobbiamo anche muovere un sentimento benevolente di pena per le parole di una donna, Valentina, giovanissima tra l’altro, cresciuta ad ambire a essere “una donna, moglie e madre perfetta”, una donna che ha assaggiato l’amore libero ed educato solo un mese nella propria vita e ne ha avuto paura e per questo si è colpevolizzata tanto da tornare dal proprio carnefice ignara che d’ora innanzi sarà anche peggio di prima.

Quindi va tutto bene quello che è stato trasmesso?

No, Maria non doveva spingere sulla conciliazione così come chiunque che riceva denunce di violenza non dovrebbe dare corso al ritrattamento. C’era stato recentemente il caso di un giudice che, nonostante il ripensamento di una donna, punì comunque il suo carnefice intendendola “non capace di proteggere sé stessa” ed è proprio così: chi subisce anni di angherie perde la lucidità. Seppur adulte, maggiorenni e spesso madri, queste donne sono fragili come foglie logore dove vedi oltre per oltre fra i loro filamenti laceri.

Bene dunque lo sdegno generale ma che sia indirizzato a quello che deve far davvero sdegnare: non verso chi ha il coraggio di raccontare una brutta storia ma nella tendenza, che abbiamo tutti noi, di non capire appieno la gravità della condizione di donne che chiedono aiuto ma spesso non sapendo quale sia l’aiuto di cui hanno davvero bisogno.

 

Anna Limpido è Consigliera di parità della Regione Friuli Venezia Giulia

 

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