Consolidare per crescere

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redazione

9 Settembre 2016
Reading Time: 8 minutes

Open Innovation

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Come i prodotti e le imprese, anche le economie territoriali hanno un loro ciclo di vita che si sviluppa secondo modalità circolari: da una prima fase imprenditoriale ad una seconda fase di consolidamento e specializzazione, per poi passare ad una terza fase imprenditoriale e quindi di maturità. La grande maggioranza delle nostre PMI e agglomerati industriali si trovano in uno stadio di maturità, tra il terzo e il quarto stadio del ciclo di vita, e questo è un momento in cui una qualsiasi realtà industriale necessita di accesso a nuove tecnologie per fertilizzare, integrare e rivitalizzare il know how già esistente e per iniziare un nuovo ciclo di vita. Un numero minore di imprese sta invece affrontando le sfide della prima fase di sviluppo: queste sono le start up, che esplorano nuove tecnologie e i nuovi mercati con formule imprenditoriali innovative.

Lo sviluppo di nuove aree di vantaggio comparato o la rivitalizzazione degli agglomerati possono essere perseguiti incentivando integrazioni orizzontali, la condivisione di asset lungo la catena logistica, produttiva e commerciale ed il superamento di modalità di coordinamento interaziendale che ne limitano lo sviluppo e la crescita. Malgrado la crisi sia arrivata in un momento in cui le imprese stavano compiendo enormi sforzi per rilanciare i propri percorsi di crescita e abbia colpito in particolare le piccole imprese, le PMI rappresentano tuttora il corpo centrale dell’economia italiana. Molte di queste sono sovrastate da un eccessivo peso del debito che si riflette in scarsa patrimonializzazione. Questo non è solo un problema di struttura finanziaria, ma anche culturale e di responsabilità sociale. Rafforzare il capitale delle imprese è fondamentale per permettere il rilancio di specifici investimenti, garantire la sostenibilità di piani di medio periodo e per la stabilità del sistema finanziario. Una nuova cultura e struttura della finanza d’impresa sono anch’esse centrali per impostare nuove politiche industriali.

La rinnovata centralità delle PMI ha bisogno di nuove visioni e di politiche di sviluppo industriale e territoriale che si servano di meccanismi organizzativi dotati di flessibilità ed elevata capacità progettuale, in grado di svolgere un ruolo di interfaccia tra sistemi ed imprese locali da un lato e centri di competenza ed ambienti esterni, sia pubblici che privati, dall’altro.

In particolare risulta essenziale lo sviluppo di nuovi approcci collaborativi tra PMI, sistema degli intermediari finanziari nella sfera privata e pubblica, agenzie per lo sviluppo del territorio, corpi associativi, per ridurre le asimmetrie informative e le opacità che spesso caratterizzano la finanza delle aziende ed i criteri di valutazione e comportamenti delle banche e degli altri attori coinvolti.

 

L’indagine su un campione regionale di PMI

Una recente ricerca sul potenziale di innovazione delle PMI regionali è stata condotta quale parte integrante di una tesi di Laurea in Economia Aziendale. La tesidi laurea ha analizzato le competenze e i fattori che possono abilitare un approccio all’innovazione di tipo aperto: l’ Open Innovation approach.

Il termine “Open Innovation” è stato coniato da Henry Chesbrough, che nel suo libro “Open Innovation: The New Imperative for Creating and Profiting from Technology” (2003) afferma “L’Open Innovation è l’utilizzo di appropriati flussi di conoscenza dall’interno verso l’esterno, e viceversa, per accelerare l’innovazione interna ed espandere il mercato attraverso l’uso esterno di innovazione sviluppata dentro l’azienda”. I pionieri dell’Open Innovation sono state le grandi multinazionali come IBM, Philips e Procter&Gamble ma negli ultimi anni anche le PMI hanno cominciato ad aprire il proprio processo innovativo e, anzi, alcuni studiosi sostengono che quest’ultime possano ottenere dal fenomeno maggiori benefici rispetto alle grandi imprese.

L’Open Innovation è una risorsa concreta per l’Italia: può valere 35 miliardi di Euro, l’1,9% del PIL in più. Inoltre se tutti gli imprenditori e le società arrivassero allo stesso livello di collaborazione il fatturato delle aziende italiane potrebbe aumentare dal 3% al 14% per PMI e startup e dal 5% al 10% per le grandi aziende.

L’indagine è stata eseguita tramite una survey e delle interviste ad alcuni attori dell’ecosistema. L’obiettivo generale del questionario è stato quello di valutare come incrementare le capacità di innovazione, focalizzandosi su due aspetti:

–          stato dell’arte dell’innovazione in azienda;

–          bisogni in termini di servizi per l’innovazione, accessibilità e disponibilità di risorse.

Il questionario è stato sottoposto ad un campione di imprese del Friuli Venezia Giulia ed alle PMI innovative del Triveneto (13), per un totale di 69 aziende.

Il campione di imprese contattate, pur non essendo statisticamente rappresentativo, comprende aziende di un ampio spettro di settori (alimentare, cartario, costruzioni, meccatronica, ICT, arredo/legno, trasporti, energia, elettronica). Oltre il 60% delle imprese del campione, escludendo le PMI innovative iscritte allo speciale registro MISE/Camera di Commercio, possiedono tutti e tre i requisiti richiesti per l’iscrizione al registro stesso e quindi potrebbero beneficiare dello status di PMI Innovativa.

Oltre i due terzi delle aziende hanno partecipato all’indagine rispondendo al questionario. Tra queste circa il 50% ha dipendenti e fatturato superiori rispettivamente a 50 persone e 10 mil. Euro. Nel 70% dei casi le aziende servono un mercato intermedio (B2B) e hanno un buon orientamento all’export: circa il 40% del campione esporta oltre il 50% del fatturato.

Dall’ indagine è emerso che oltre il 95% delle imprese del campione ha effettuato progetti di innovazione negli ultimi tre anni: di queste il 40% ha adottato forme di protezione della proprietà intellettuale e più dell’85% ha in corso progetti di R&S.

Gli obiettivi perseguiti riguardano prevalentemente il miglioramento della qualità dei prodotti/servizi (40%) e l’anticipazione dei cambiamenti di mercato, l’aumento della produttività e la creazione di nuovi prodotti/servizi (37%). L’oggetto dell’innovazione riguarda prevalentemente l’innovazione di prodotto/servizio (54%), l’ICT (37%) ed i processi produttivi (28%).

La quasi totalità dei progetti di R&S degli ultimi tre anni è stata realizzata tramite risorse interne e i contributi interni più importanti sono generati dall’imprenditore stesso (62%), che risulta essere il motore dell’innovazione. Per quanto riguarda invece i contributi esterni, questi derivano principalmente da consulenti ed esperti, in secondo luogo da università e poli di innovazione e subito dopo da clienti e fornitori. I partner privilegiati risultano essere quelli istituzionali e quindi le università, i centri di ricerca e i Poli tecnologici, ma ci sono rapporti strategici anche con le imprese del settore e di altri settori.

Le modalità realizzative più importanti sono quelle della riorganizzazione del processo produttivo e le metriche più diffuse per valutare gli impatti dell’innovazione risultano coerenti con i principali obiettivi perseguiti, cioè con l’incremento di fatturato e le quote di mercato.

Nel 2013 il 44% delle imprese investivano in misura marginale nella R&S (meno del 2% del fatturato) mentre nel 2015 solo un terzo delle imprese investiva marginalmente. Sempre nel 2015 circa un quarto delle imprese hanno investito in R&S più del 7,5% del fatturato.

Per quanto concerne le fonti di finanziamento dell’innovazione quasi tutte le imprese si autofinanziano e meno della metà ricorrono ad altre fonti.

Con riferimento alle risorse umane si rilevano buone incidenze, superiori al 20%, per quello che è il peso del personale laureato, anche se non si rileva la presenza significativa di personale con titoli superiori (Master, Dottorati, ecc.). Marginali risultano le iniziative di formazione esterna.

Più del 30% delle imprese ritiene rilevante/molto rilevante l’impatto che il lancio di nuovi prodotti/servizi dell’ultimo triennio ha avuto sul fatturato 2015 e oltre un quinto delle imprese del campione rileva che i progetti di R&S dell’ultimo triennio hanno portato nel 2015 ad un aumento del fatturato superiore al 10%.

I più rilevanti benefici dell’innovazione risultano essere un impatto positivo sui mercati e sul risultato economico. Secondo le imprese del campione i vantaggi della brevettazione dell’innovazione non afferiscono alla protezione legale della stessa, ma piuttosto alla migliore reputazione e visibilità, al vantaggio competitivo e alle maggiori opportunità di sviluppo di collaborazioni commerciali.

 

Le PMI nell’ecosistema dell’innovazione

In generale l’indagine ha offerto punti di vista convergenti tra le imprese del campione e le opinioni di alcuni importanti attori dell’ecosistema dell’ innovazione regionale.

In generale si può dire che le imprese intervistate, pongono maggiore enfasi sul mercato come motore dell’innovazione. C’è bisogno di luoghi innovativi per la nascita di aziende innovative in cui il ruolo dello Stato sia complementare.

Semplificare l’attività d’impresa, deregolamentare, limitare l’intervento del pubblico nella sfera dell’operatività imprenditoriale, ridurre l’imposizione fiscale, incentivando così la propensione al rischio – e il relativo profitto – degli imprenditori.

Viene sottolineato che il problema non è la PMI in quanto tale, ma piuttosto il rapporto non virtuoso tra Grande Impresa e PMI. Ci vogliono dei programmi ad hoc e bisogna creare un circuito più virtuoso tra  poli dell’innovazione-startup-PMI e grandi imprese.

Le invenzioni che danno luogo alle grandi innovazioni vengono dalle piccole imprese, così come i migliori brevetti. Il problema è che la ricerca universitaria italiana si basa più sulla ricerca di base ed è rivolta in gran parte a soddisfare le problematiche delle grandi imprese. Alcuni autorevoli attori dell’ecosistema sottolineano, in consonanza con le imprese intervistate, che per accrescere le capacità di innovazione delle imprese è necessaria una maggiore apertura ai contributi esterni, cercando di trasformare il proprio approccio da locale ad internazionale. A fronte di tale maggior apertura si tratta però di attivare circuiti formativi, workshop e tavoli collaborativi dove si possa condividere idee, co-creare e co-lavorare coinvolgendo tutto il personale.  Sono necessari dei programmi di “educazione industriale” a lungo termine e “technology intelligence” che creino un matching tra domanda e offerta di tecnologia, in modo che questa diventi innovazione.

Con riguardo al finanziamento dell’innovazione c’è convergenza sul fatto che il mercato italiano del Venture Capital è il meno sviluppato in Europa e non è in grado di accelerare la crescita delle realtà innovative. Spesso accade che vengano finanziate imprese meno meritevoli di altre e per questo sarebbero necessari nuovi e più efficaci criteri per individuare le imprese più innovative e per valutare quali siano meritevoli di aiuti e finanziamenti. Un’idea emersa potrebbe consistere nel creare una scorecard dell’innovazione per differenziare le modalità e forme di finanziamento. Interventi legislativi e normativi spinti in particolare dal MISE e dal MAE cercano di compensare il gap esistente facilitando il finanziamento in debito da parte delle Banche delle Startup Innovative (iscritte all’Albo speciale) e delle PMI Innovative, offrendo modalità semplificate ed accelerate di accesso alle garanzie pubbliche offerte dal Fondo Centrale.

Ma non sono sufficienti, c’è bisogno di un’azione “sistemica” tra i vari attori attivata dalla consapevolezza che, senza investimenti in innovazione, un’azienda non può crescere, anzi, è a rischio la competitività nel medio termine. La costruzione di un ecosistema sociale-industriale capace di attirare investimenti esteri è visto come cruciale.

 

Consolidare per crescere

Dall’indagine emerge il significativo sforzo messo in atto da parte del campione di imprese regionali per cogliere  opportunità di rilancio e crescita attraverso la leva dell’innovazione.

Tale sforzo sembra tuttavia richiedere interventi di supporto che rimuovano i punti di debolezza che sono tutt’ora presenti e che impediscono, di fatto, la realizzazione di una azione corale a livello di ecosistema dell’innovazione regionale per il rafforzamento delle attività di ricerca e sviluppo, di innovazione e di trasferimento tecnologico, nonché di rivisitazione e riorientamento delle modalità di incentivazione e finanziamento delle stesse.

Interventi che vadano nella direzione del superamento della frammentazione degli attori delI’ ecosistema dell’innovazione e della frammentazione del tessuto economico regionale.

Un consolidamento che favorisca la valorizzazione delle competenze e l’ agilità operativa sia dal lato delle imprese che dei cosiddetti innovation enablers (Università, centri di ricerca, poli tecnologici, ecc.) che acceleri e diffonda le migliori pratiche di innovation management, dalla generazione dell’idea imprenditoriale fino alla sua utilizzazione sul mercato.

 

* Luca Benvenuti, autore dell’articolo, si è recentemente laureato in Economia Aziendale all’Università di Trieste con una tesi sull’ Innovazione nelle PMI, relatore Paolo Marizza, consueto redattore di questa rubrica. 

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