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Alberto Furlani: educare alla dedizione

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Al quinto campionato di Serie A alla guida dei New Black Panthers, il manager ronchese continua a essere un punto di riferimento per il baseball italiano. Un tecnico esperto, attento alla crescita individuale degli atleti. «Programmazione, etica, rispetto ed educazione restano le basi del lavoro di squadra»

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Alberto Furlani

 

RONCHI DEI LEGIONARI – Alberto Furlani è una delle personalità più rappresentative del baseball italiano, un tecnico che in oltre quarant’anni ha costruito un percorso fondato su professionalità, competenza e impegno costante nella crescita degli atleti.

Per la quinta volta è stato riconfermato alla guida della Gereon Engineering New Black Panthers Ronchi dei Legionari.

Il manager allena la formazione iscritta al campionato di Serie A Silver, puntando su un roster composto da molti giovani.

Manager Furlani, quella passata è stata un’annata da incorniciare: primo posto nella fase a gironi e un’insperata qualificazione ai playoff scudetto. Quest’anno siete stati inseriti nel gruppo “Silver”: quali sono le aspettative per un campionato che si preannuncia molto lungo?

«La scorsa stagione si è rivelata intensa e impegnativa sotto il profilo emotivo, ma ricca di soddisfazioni. La qualificazione ai playoff scudetto, centrata anche nel 2023, ha confermato la crescita del gruppo, allora fermato solo dai futuri campioni d’Italia della Fortitudo Bologna. Numerose le gare combattute, spesso decise sul filo di lana, con finali emozionanti e un rendimento difensivo di alto livello. Partite che hanno rafforzato il carattere di una squadra giovane, sostenuta da un pubblico sempre numeroso. Le ambizioni per il nuovo campionato puntano sulla continuità e sulla volontà di crescere, curando ogni dettaglio per compiere un ulteriore salto di qualità».

Ogni anno continuate a sfornare nuovi talenti: giovani che dal vivaio approdano in prima squadra, arrivano in Nazionale o vengono scelti da club prestigiosi e scudettati. Qual è il segreto di questo successo?

«Nello sport in generale non esistono segreti né scorciatoie. Se vuoi ottenere risultati, l’unica strada è l’impegno costante e il duro lavoro durante tutto l’anno, fatto di sacrifici e rinunce. In questo i ragazzi sono fantastici: pur avendo impegni di studio o di lavoro sono sempre presenti, pronti a dare il loro massimo e ad aiutarsi a vicenda. Più che di segreti parlerei quindi di grande volontà da parte dei giocatori e di una programmazione seria e coerente dello staff tecnico e della società».

Lei personalmente ci sa fare con i giovani, non per niente la Federazione lo scorso anno l’ha nominata coach di Italia Baseball Under 18. Qual è la molla psicologica o il segreto tecnico per riuscire a trasmettere fiducia a ragazzi così giovani in un campionato impegnativo come quello senior?

«Il baseball in Italia soffre di una scarsa memoria storica: mancano album fotografici delle vecchie glorie e spazi televisivi capaci di raccontare le imprese del passato. Le statistiche esistono, ma restano poco accessibili ai più giovani. In questo contesto il ruolo dell’allenatore è cambiato: non basta un passato da buon giocatore o da recordman. Servono capacità di ascolto, programmazione, aggiornamento continuo e la consapevolezza che i paragoni con “i propri tempi” non aiutano. Ai ragazzi interessa ciò che l’allenatore fa per loro oggi: accompagnarli nella crescita e renderli parte centrale del progetto. Anche senza professionismo, vanno gestiti con metodo e mentalità da Serie A. Programmazione, etica, rispetto ed educazione restano le basi del lavoro di squadra».

Torniamo alle origini: come è nato il suo amore per il baseball?

«L’amore per il baseball nasce tra le mura di casa. Per un breve periodo mio fratello maggiore ha praticato questo sport e, quando ha smesso, mi regalò un guanto MacGregor: il primo vero contatto con il diamante. Dalla terrazza di casa osservavo spesso, in lontananza, un ragazzo che si allenava da solo, lanciando e riprendendo una palla da baseball. La curiosità mi spinse ad avvicinarmi: quel ragazzo era Gianluca Bertossi. Da quell’incontro nacque un percorso condiviso fatto di allenamenti, partite, vittorie, sconfitte e promozioni».

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Un giovane Alberto Furlani con la divisa del Ronchi

Cosa l’ha spinta, una volta conclusa la carriera in campo, a intraprendere il percorso da allenatore e manager?

«Oggi, a distanza di anni, mi ritrovo ad allenare il figlio di Gianluca, Riccardo, chiudendo uno di quei cerchi che il baseball sa creare. La vocazione per allenare è sempre stata presente: già da giocatore collaboravo con i tecnici delle giovanili. Dal minibaseball ho imparato che, soprattutto con i più giovani, una parola può valere più di un gesto tecnico. Un percorso di crescita costante, categoria dopo categoria, fino alla squadra seniores».

Che tipo di lavoro svolge quotidianamente con i suoi ragazzi?

«Il lavoro quotidiano della squadra varia a seconda del periodo della stagione. Durante l’off season l’attenzione è rivolta a preparazione fisica, atletica e fondamentali, con drills mirati a correggere difetti tecnici emersi nella stagione precedente. Con l’inizio della stagione agonistica, gli allenamenti seguono una routine settimanale ben definita, richiamando situazioni di gioco come trappole, bunt, tagli e doppi tagli, PFP, doppi giochi e precedenze sulle palle al volo, sia in diamante che negli esterni. L’allenamento si chiude con il batting practice in quattro round, con simulazioni di attacco e corsa sulle basi».

L’approccio psicologico alla gara, considerando la giovane età della squadra, non è cosa banale.

«Ritengo fondamentale la collaborazione con lo staff e la continua voglia di aggiornamento. Da quest’anno la programmazione settimanale include anche la figura dello psicologo sportivo. Nonostante la giovane età media, molti giocatori vantano esperienze importanti: playoff, finali scudetto giovanili, Nazionale, Europei, Mondiali e due titoli di Serie A con la Fortitudo Bologna. Giovani, ma con solida esperienza alle spalle».

Dal dopoguerra a oggi il baseball è sbarcato e cresciuto in Italia. Come mai, secondo lei, è rimasto uno sport di nicchia e non ha avuto un’evoluzione esponenziale come è accaduto per altre discipline di squadra?

«È una domanda complessa. Gestire oggi una società di baseball è molto difficile: i costi sono elevati e spesso sostenuti da dirigenti volontari. Ho avuto la fortuna di visitare molte realtà di baseball in Italia e all’estero e credo che, in termini di strutture, stadi e manutenzione dei campi, siamo un po’ indietro. È una riflessione personale, senza voler mancare di rispetto a nessuno, ma penso che questo incida molto sulla crescita del movimento».

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Alberto Furlani con la divisa della Nazionale

Chiudiamo con una domanda personale: nella sua carriera da coach qual è stato il rammarico più grande e quale la soddisfazione che non si può dimenticare?

«Il rammarico più grande è la finale scudetto Under 21 del 2017 che ho perso con Ronchi contro Nettuno al Falchi di Bologna. Avevamo costruito una squadra importante con innesti da altre compagini della regione e avrei voluto portare quel trofeo in Friuli Venezia Giulia: sarebbe stato fantastico per il nostro movimento. Ma onore a Nettuno. Le soddisfazioni sono tantissime, ma se devo sceglierne una in particolare è questa: il 95% dei ragazzi che oggi alleno in Serie A ha iniziato con me quando allenavo il minibaseball. Li portavo ai tornei, guidavo e loro cantavano sempre la stessa canzone. Oggi, dopo le partite in casa, ancora sporchi di terra e con la divisa addosso, salgono sui tavoli davanti al bar del campo, si abbracciano e cantano quella stessa canzone. E a me, immancabilmente, scende la lacrimuccia».

How can you not be romantic about baseball” (Moneyball)

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