Miracolo a Fogliano Redipuglia

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Michele D'Urso

18 Gennaio 2018
Reading Time: 5 minutes

Rugby maschile e femminile

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Era il 1951 quando uscì il film ‘Miracolo a Milano’, dove il protagonista lotta e sogna per un mondo migliore; un bel messaggio per quelli che erano tempi vicini al ricordo della guerra. I nostri tempi sono quelli che conosciamo; alcuni parlano di crisi, altri di opportunità, e in mezzo a tutto sto bailamme di voci in contrasto noi italiani ci siamo adattati ad andare avanti a ‘miracoli’. Uno di questi eventi straordinari, sportivamente parlando, si sta verificando proprio nel nostro territorio, grazie all’A.S.D. Rugby Fogliano-Redipuglia. Comincia a spiegarmelo, con le sue possenti sembianze da ‘Samoano Friulano’, proveniente da una carriera di giocatore che lo ha visto impegnato anche all’estero, Davide Macor, classe 1983, oggi allenatore della squadra maschile, oltre che uno dei generosi ‘factotum’ di questa società. «Rinasciamo, come l’Araba Fenice, dalle ceneri dell’Associazione Pallaovale Isontina, squadra meglio conosciuta con il grazioso acronimo di API; il ‘miracolo’ – precisa Macor – è avvenuto grazie alla passione che ci anima tutti e, in particolare, alla volontà di ferro di persone già legate a doppio filo con il rugby, come il nostro presidente Matteo Cleri, o come la famiglia Leone, in particolare il signor Giorgio, che è stato presidente della ‘Leonorso’, gloriosa squadra udinese. Si può quindi intuire che siamo una specie di “collage”, dove ognuno apporta quello che sa, e il risultato è questo».

Com’è strutturata la vostra realtà?

«Facendo i salti mortali per trovare i fondi necessari – come un po’ tutti, d’altronde – siamo organizzati in tre settori: la squadra maschile, la squadra femminile e il mini rugby. Quest’ultimo potremmo anche chiamarlo ‘vivaio’, perché la mia interpretazione nella gestione di una società è paragonabile al progetto di costruire un castello: senza fondamenta cade, ed è lo stesso per le squadre alle quali manca il settore giovanile».

A quali campionati partecipate?

«La squadra maschile, che porta il nome dell’associazione, milita in serie C2, girone A, che comprende tutto il Triveneto. La squadra femminile, chiamata ‘Queens Bees’, partecipa alla Coppa Italia F.I.R. e al campionato austriaco a sette giocatrici, e in più, in collaborazione con le squadre di Tarvisio, Udine e Gorizia, si è messa in piedi una specie di ‘rappresentativa’ che partecipa alle competizioni F.I.R.L. (Federazione Italiana Rugby League) a 13 elementi per squadra».

Del rugby mi ha sempre affascinato la lealtà cavalleresca che lo anima, modi diversi di gioco non alterano questo nobile spirito?

«Può chiederlo, a nome di tutti, a due dei nostri giocatori: Silvia Capello per la squadra femminile e Juan Vila per quella maschile».

Silvia, lei che ne dice?

«Assolutamente no. Prima di approdare al rugby ho provato un po’ tutti gli sport senza riuscire mai a trovarmi a mio agio. Invece qui fin dal primo allenamento mi sono sentita a casa, perché non sono stata sottoposta a  nessuna forma né di giudizio né di pregiudizio, ma sono stata accettata per quello che sono, e questo è magnifico. E poi i principi di lealtà sono insiti anche nelle tecniche di gioco: il placcaggio, ad esempio, pur essendo un contatto eseguito con una certa forza, è concepito in modo tale da non far male a nessuno, ed è una tecnica comune a tutti, dal rugby a 15 fino al beach rugby».

Quando è avvenuto questo primo allenamento di cui parla?

«Circa 5 anni fa».

Lei ha 24 anni… Come ha fatto in così poco tempo ad arrivare anche alla convocazione in azzurro?

«Sono venuti dei tecnici federali che ci hanno sottoposto a dei test; sono andata bene e mi hanno convocata per la trasferta in Libano».

A proposito, avete vinto o perso?

«Abbiamo vinto 20 a 0. A sentirla così potrebbe sembrare una vittoria schiacciante per noi e una bruciante sconfitta per gli avversari, dato che il rugby libanese è una delle realtà più forti al mondo. Ma nel rugby non si viene mai umiliati da nessuno. La sera della gara eravamo insieme a fare festa e a farci i complimenti. E questa è solo una delle magie dello sport della palla ovale».

Quali sono le altre?

«Il sostegno che si dà e che si riceve, imparando a usarlo come istinto. A chi non capita di aver bisogno di un sostegno? È magnifico, anche nella vita, girarsi indietro e trovare una persona che ci assiste, che ci aiuta. Da questo scaturisce il piacere dell’aggregazione poiché, pur restando ognuno quello che si è, non c’è spazio per gli individualismi. Per rendere meglio l’idea cito ancora la mia esperienza con la Nazionale: con le mie compagne ci eravamo conosciute solo pochi giorni addietro, eppure, per tutto il tempo passato assieme, dagli allenamenti alla tensione adrenalinica che ti coglie nello sbucare dagli spogliatoi in uno stadio urlante, alla commozione dell’ascolto dell’inno di Mameli, è stato come se tutte percepissimo e condividessimo la stessa emozione».

Davide Macor, se il modo delle donne di intendere il concetto di squadra è diverso da quello degli uomini, è diverso anche l’approccio all’allenamento?

«Se in allenamento chiedo agli uomini di fare l’esercizio di ‘buttare giù il muro’, gli uomini eseguono e basta, mentre le donne propongono se non sia meglio trovare una soluzione diversa, come ad esempio aggirarlo. Partendo da quest’esempio, si potrebbe scrivere un libro».

Coinvolgo Juan Vila, unico straniero della squadra, originario di Baja Blanca, Argentina, con antenati abruzzesi di Atessa, Chieti. La pensa così anche lei?

«Sono d’accordo: l’approccio è diverso, indipendentemente che ci sia un indirizzo più tecnico che agonistico».

Lei come mai si trova qui?

«Mi trovo qui per merito del coach Macor, che mi ha “scoperto” e invitato a partecipare a questa avventura; mi trovo molto bene, ma specifico che non sono un professionista, anche perché in Argentina, pur essendo una nazione fra le ‘Top Ten’ mondiali, di un vero professionismo ancora non si può parlare. In Italia non è molto diverso, la differenza la farebbe solo un ingaggio in Australia, ma per il momento è un sogno. In buona parte del mondo per vivere di rugby è usanza diffusa avere un piano B, ovvero fare anche qualcos’altro, soprattutto economia».

Recentemente hanno giocato Italia-Argentina, lei ha tifato per i “Pumas”?

«Sì, ma il nostro modo di tifare è molto diverso da quello che si intende in genere. Ho 25 anni e discendo da una famiglia di rugbisti; ho cominciato a giocare che avevo pochi anni e dal nonno in giù siamo tutti amanti di questo sport. Ho imparato a guardare più alla bellezza del gioco che al risultato in sé. Una vittoria può essere sofferta, ma deve essere limpida, altrimenti che valore ha?»

Winning Ugly, “vincere sporco”, come cantavano i Rolling Stones, non appartiene al vostro mondo. Vogliamo finire, Silvia, parlando del suo soprannome? ‘Coscia Possente’, sembra un nome indiano…

«È nato tutto dalle mie compagne: era il mio compleanno e sul bigliettino di auguri c’era questo nomignolo che poi mi si è attaccato addosso in maniera indelebile, anche perché io sento di avere questa squadra nel sangue, non per niente mi sono fatta tatuare il nostro simbolo… sulla coscia».

E se un giorno le arrivasse un ingaggio dalla Nuova Zelanda?

«Sarei già lì, ma il tatuaggio resterebbe al suo posto!»

Qui hanno creato proprio un bell’ambiente, si percepisce nell’aria una certa felicità che avvolge il tutto. E sempre qui, nel maggio prossimo, si disputerà lo spareggio Under 19 fra Italia e Ucraina per l’ammissione agli Europei a 13 elementi di Belgrado. Che fate? Non avete ancora prenotato il biglietto? Suvvia, non perdetevi lo spettacolo, anzi cominciate con andare a vedere le partite delle Queens Bees, e state attenti, che le api pungono! 

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