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Il Gabbiano

Tempo di lettura: 4 minuti

Data 12 Marzo 2026 – 15 Marzo 2026

A Trieste Filippo Dini e Giuliana De Sio protagonisti con un cast di primo livello dell'opera di Anton Čechov

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(ph. Serena Pea)
(ph. Serena Pea)

“Il Gabbiano” – in scena al Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia dal 12 al 15 marzo (12 e 13 marzo alle ore 20.30, sabato 14 alle 19.30 e domenica 15 marzo alle ore 16) ospite della Stagione di Prosa – vede misurarsi ora con Anton Čechov un attore e regista versatile, profondamente preparato e ispirato come Filippo Dini, molto ammirato nelle stagioni passate per aver firmato e interpretato testi contemporanei come “Locke” di Knight, classici novecenteschi come il pirandelliano “Così è se vi pare”, autori sorprendenti come il Cocteau de “I parenti terribili”.

Ne “Il Gabbiano” pietra miliare nella storia del teatro mondiale, l’autore attiva sorprendenti vibrazioni, toccando corde nascoste negli spettatori di ogni tempo, e portando alla luce i loro profili oscuri.

E Filippo Dini – che interpreta anche il ruolo di Trigorin – sembra voler dare corpo proprio a tale vocazione, nella sua lettura attualizzata e affascinante di questo classico, in cui è seguito al respiro da un cast di primo livello, capeggiato da Giuliana De Sio. Dopo aver conquistato il pubblico di Trieste lo scorso anno in “Cose che so essere vere” l’attrice incarna qui il ruolo complesso e palpitante della diva e madre Irina Nikolaevna Arkadina. È la più carismatica e potente figura, forse, del “piccolo gruppo di esseri speciali” come li definisce il regista, che Čechov raduna in un luogo isolato e bellissimo, dominato dall’immagine di un lago che sembra riflettere le tormentate interiorità dei protagonisti.

«Čechov sembra voler rappresentare una metafora di tutta l’umanità; come in un esperimento, mette insieme dieci esseri che, se inseriti nello stesso ambiente vitale, se fatti interagire, non potranno far altro che soccombere e fallire nei loro intenti. Per rendere questo esperimento ancora più efficace, lo riempie d’amore e di sogno» spiega Filippo Dini. «Il maestro Medvedenko ama Masa, ma lei ama Kostja, che a sua volta ama Nina; sia Nina che l’Arkadina (la madre di Kostja), amano Trigorin; Polina ama il dottor Dorn; Samraev (marito di Polina) odia tutti, Trigorin probabilmente non ama nessuno e il dottor Dorn forse ama l’umanità intera, ma comunque nessuno ricambia l’amore del suo/sua innamorato/a, non c’è nessun «amor, ch’a nullo amato amar perdona» in questa commedia: ogni amore è destinato a cadere nel nulla, nell’indifferenza, in alcuni casi nella disperazione».

E questa tempesta di sentimenti e di aspirazioni fallite risuona intensamente negli animi di chi osserva lo spettacolo, nella Russia degli ultimi scampoli dell’Ottocento, come oggi.

«Questa umanità in miniatura ci racconta di come possa accadere che le nostre migliori energie, i nostri più luminosi talenti, il nostro amore più appassionato, possano tutti essere stravolti e corrotti secondo le leggi del consorzio umano nel quale tentiamo di esprimerli. L’allegra comitiva de “Il gabbiano”, pur partendo con le migliori intenzioni, si dirige verso l’oblio, inesorabilmente. E ad osservarli c’è appunto un animale (che dà il titolo alla commedia) strano e contraddittorio, aggressivo e nobile nell’aspetto, elegante e volgare, un uccello attratto dalle acque del lago, che vola sulle loro teste, li osserva (come il pubblico che assiste allo spettacolo), ma ad un certo punto viene ucciso nella maniera più vile» racconta ancora Filippo Dini, anticipando il taglio della sua lettura registica.

«L’immortalità di questo testo e la sua bruciante contemporaneità sta proprio nella descrizione di una “umanità alla fine”, una società sull’orlo del baratro, che avverte l’arrivo di un’apocalisse, che di lì a poco spazzerà via tutto il mondo per come lo abbiamo conosciuto fino a quel momento, di lì a vent’anni, infatti, ci sarà la Rivoluzione, e anch’essa sarà causa o effetto (a seconda dei casi) di tante rivoluzioni in Europa.