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Arcana. Il perturbante domestico

Tempo di lettura: 2 minuti

Data 06 Novembre 2026
Orario 6:00 PM
Organizzatore Trieste

Nell'opera di Slavica Oplanic, in mostra a Trieste, l'oggetto quotidiano muore come strumento e rinasce come evocazione

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La mostra “Arcana. Il perturbante domestico” dell’artista istriana Slavica Oplanic si inaugura venerdì 6 novembre, alle ore 18, alla Sala Sbisà (via Torrebianca 22) dell’Università Popolare di Trieste, alla presenza del presidente Edvino Jerian e del segretario generale Fabrizio Somma.

Nata a Umago nel 1956, Slavica Oplanic vive e lavora tra Cittanova e Grisignana, e ha partecipato a numerose mostre collettive e personali in Croazia, Italia, Slovenia, Repubblica Ceca e Turchia, ricevendo premi e riconoscimenti in diversi concorsi d’arte.

Da anni è impegnata anche nel volontariato culturale: ha partecipato a progetti nazionali e internazionali, preso parte a colonie d’arte e continua a organizzare laboratori creativi per bambini e adulti.

Le sue opere nascono dall’immaginazione e dai ricordi, offrendo a chi le osserva la possibilità di scoprire ciò che desidera vedere.

I cicli pittorici sono frutto di una costante ricerca di armonie cromatiche e di sperimentazione con diverse tecniche.

È membro storico della sezione artistica della Comunità degli Italiani di Cittanova e dell’associazione artistica LUP Parenzo. Inoltre, è fondatrice e direttrice dell’Atelier “Agata” di Cittanova.

“Viaggiare in direzione ostinata e contraria richiede una forma di disciplina poetica. È questa la perseveranza di Slavica Oplanic – afferma la docente di Storia dell’arte e Arti applicate presso l’Università Popolare di Trieste, Francesca Martinelli, evidenziando – un sistema iconografico compatto, tenace, che non evoca il passato per nostalgia, ma lo attraversa per farlo durare. La sua non è memoria come rimpianto. È memoria come struttura. Una genealogia personale — fatta di terra, di radici familiari, di ritualità domestiche — che diventa lingua collettiva, archetipica. Oplanic non si perde nel crepuscolo malinconico del ricordo; lo erige. Con razionalità e potenza, lo trasforma in metodo”.

“Il cuore del suo lavoro è materico – spiega Martinelli – ma il suo centro è simbolico. L’oggetto quotidiano — la tazza sbeccata, la ciotola, il vasellame della casa, i fiori di campo audaci, quasi sfacciati — non vale per la sua plastica, ma per la sua emanazione. Sono feticci domestici, reliquie laiche di una ritualità perduta. Pizzi, macramè, trame di centrini: non sono decoro, sono architettura. Strutturano la tela in una tridimensionalità paradossale, bidimensionale eppure stratificata, che rifiuta la prospettiva classica. Per questo la sua composizione evoca, insieme, la grottesca cinquecentesca e la pittura di paravento giapponese: un tutto-pieno ordinato, astrattamente lieve, che resiste ai colpi del tempo”.