Antonio De Nicolo: musica rigenerante
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Goriziano di nascita ma triestino d’adozione, dopo la pensione l’ex magistrato è stato nominato dalla ministra Bernini nuovo presidente del Conservatorio Tartini. «Un patrimonio straordinario per la città di Trieste e per tutta la regione»
Esibizione degli studenti del Tartini al Quirinale nel 2024
Con decreto n. 911 dello scorso 23 giugno, la ministra Anna Maria Bernini ha nominato Antonio De Nicolo presidente del Conservatorio di Musica “Giuseppe Tartini” di Trieste.
Sebbene ancora in una fase conoscitiva e di ambientamento nella nuova realtà, abbiamo voluto sentire dalla viva voce del dottor De Nicolo quali sono progettualità e obiettivi del suo mandato.
Presidente De Nicolo: cosa ci fa un magistrato in conservatorio?
«È la prima domanda che mi sono posto anch’io. Devo dire che tra i colleghi presidenti di altri conservatori ci sono alcuni avvocati. E allora mi sono consolato, ho detto: “Evidentemente il mondo del diritto non è tanto lontano da quello della musica”. Non dimentichiamo che ci sono stati illustri compositori, uno fra tutti Schumann, che avevano studiato legge. Ciò mi fa pensare che l’argomento del diritto non sia poi così estraneo a quello degli studi musicali».
Quando è nata la sua passione per la musica?
«All’età di 9 anni, perché la mia nonna paterna, che aveva sperato di fare di suo figlio un decoroso pianista, non riuscendoci perché mio papà era abbastanza incostante nello studio, mi disse: “Antonio, oramai ci devi provare tu. C’è una buona scuola qui a Gorizia e io ti pagherei la retta finché sono viva”. C’era un pianoforte in famiglia e io decisi di provare. Poi a 23 anni mi sono diplomato al Tartini, poco prima di laurearmi in Giurisprudenza, che divenne invece la mia strada nella vita dopo il concorso in magistratura. Ma non ho mai abbandonato la musica: a livello dilettantistico suono ancora e, inoltre, sono socio della Società dei Concerti di Trieste, frequento il Teatro Verdi, partecipo regolarmente a tante manifestazioni musicali».
Dopo il diploma ottenuto al Tartini come si è evoluto il suo legame con il Conservatorio?
«Il prossimo anno festeggerò i 50 anni dal mio diploma in pianoforte. In questo lasso di tempo ho frequentato i concerti del Tartini, ho frequentato alcuni dei musicisti e dei docenti del Tartini, quelli più vicini alla mia fascia d’età: ce ne sono alcuni che conosco fin da quando eravamo ragazzini. Quindi è rimasto un rapporto di buona conoscenza».

Cosa ha significato per lei la nomina a presiedere uno dei 13 Conservatori storici in Italia, fondato nel 1903?
«Un onore grandissimo e io lo ritengo anche un importante onere, perchè sento dentro di me il dovere di custodire e far crescere il patrimonio prezioso che questa amministrazione possiede. Per questo vorrei che il Tartini fosse avvertito come un patrimonio della città, per non dire della regione e dell’Italia. La gente sente il bisogno di avere in centro città un parco pubblico dove respirare aria pulita e ritemprarsi. La stessa cosa dovrebbe essere il rapporto con il conservatorio. Quando qualcuno vuole ritemprarsi e ascoltare qualcosa che elevi la propria mente e il proprio spirito dalla piatta quotidianità, dovrebbe trovare nel conservatorio lo strumento giusto per consentirgli questo. È un patrimonio di tutta la città, è un bene comune. Così lo concepisco e così vorrei fosse sviluppato».
Dalla formazione ai concerti: in cosa consiste l’attività del Conservatorio Tartini?
«È un’attività che stimola tutte le curiosità che un giovane potrebbe avere oggi. Ci sono corsi dedicati alla musica rinascimentale e barocca, alla musica jazz, con insegnanti specializzati in pianoforte jazz, contrabbasso jazz, musica d’insieme jazz… C’è un’apertura enorme verso questo settore. Così come corsi dedicati alla musica elettroacustica, perché il computer si è ormai intrufolato in pieno nel panorama musicale. Da Mozart e Chopin fino ai nuovi linguaggi, il Tartini è attrezzato a fornire ai suoi studenti un parterre di docenti qualificati in ogni ambito. La parola conservatorio, che indica qualcosa di chiuso, polveroso, un po’ antico, non si adatta alla realtà del Tartini, che invece è un’istituzione effervescente, piena di sorprese per chi volesse approfondire tanti discorsi musicali e tanti linguaggi musicali diversi».
Alcuni numeri sugli studenti?
«Attualmente gli studenti sono circa 640, di cui almeno un paio di centinaia, quindi un po’ meno di un terzo, stranieri. E questo è un motivo di orgoglio enorme. Io sono un goriziano che ormai vive da più di 40 anni a Trieste, e quindi mi rendo conto che la posizione della città, e forse della nostra regione, è una posizione di ponte fra mondi diversi. Una funzione che deve essere avvertita anche nel campo musicale. D’altronde, cosa c’è di più unificante della musica? La funzione di un conservatorio in una città come Trieste deve quindi essere quella di stimolare i ragazzi a frequentarsi, pur provenendo da background completamente diversi, e lavorare insieme nel nome della musica, così da lanciare un messaggio a tutti. Credo che il linguaggio della musica sia l’unico veramente in grado di unificare e far riflettere su quanto siano assurde le divisioni e le guerre».

Qual è il rapporto del Conservatorio Tartini con Trieste in particolare e con il Friuli Venezia Giulia in generale?
«L’area del conservatorio appartiene al Comune, con cui c’è una fortissima collaborazione e condivisione di vedute, come ritenere la cultura musicale un presidio di sicurezza che consente all’essere umano di non perdersi. E la stessa cosa vorrei che si facesse nel territorio regionale, dove oltre al Tartini opera anche il Conservatorio “Jacopo Tomadini” di Udine, con la cui presidenza mi sono già messo in contatto perché credo che i due conservatori debbano avere un rapporto stretto. E quindi anche con il Tomadini mi piacerebbe potenziare attività fatte congiuntamente. Tornando al paragone precedente, è come se avessimo la fortuna di avere due giganteschi parchi urbani e volessimo che tutta la gente venisse a ritemprarsi al loro interno».
In un’epoca in cui spesso la cultura viene vista come un costo, cosa significa gestire una struttura come il Tartini?
«Fortunatamente il Tartini è una struttura gestita bene e in attivo. Produciamo tantissime attività e riusciamo a concludere l’anno solare sempre con bilanci in attivo. Abbiamo la fortuna di vivere in un Paese – l’Italia – con un patrimonio artistico e culturale senza pari nel mondo. Io sono convinto non soltanto che con la cultura si mangi, ma che la cultura faccia mangiare anche altri settori che possono essere un po’ in declino. Allo stesso modo dovremmo sentire come una parte importante del nostro essere umano l’avvicinarsi al mondo della musica. Tantissimi, secondo me, lo fanno. E se questo avviene, anche chi gestisce il pubblico interesse si rende conto che investire in musica di qualità vuol dire far crescere la collettività nel suo complesso. La musica non è un freno a mano tirato, è un volano per l’economia».
Dagli studenti ai docenti e a tutto il personale, il Conservatorio Tartini è una macchina complessa: qual è il segreto per farla funzionare al meglio facendo sentire tutti partecipi?
«La mia esperienza – sia per questo primo periodo al Tartini ma anche nella mia attività precedente – è che la burocrazia è uno strumento per far funzionare bene le cose. Se le regole vengono viste non come un laccio che strangola l’iniziativa, ma come binari sui quali far correre in sicurezza il treno dei progetti, allora tutto diventa più semplice. Il segreto è l’ascolto e la trasparenza. Bisogna ascoltare le esigenze dei docenti, che sono il cuore della didattica, e degli studenti, che sono la ragione stessa per cui esistiamo. Allo stesso tempo, bisogna valorizzare il lavoro del personale tecnico e amministrativo, che spesso lavora dietro le quinte ma permette alla macchina di muoversi ogni giorno. Quando c’è dialogo, chiarezza negli obiettivi e rispetto dei ruoli, si riesce a creare un clima di collaborazione e appartenenza in cui ognuno sente di dare il proprio contributo a un progetto comune».

Dal Tartini al suo presidente: come vive un goriziano a Trieste?
«Considero ormai Trieste la mia patria: ci lavoro dal 1982, ma la conoscevo già bene perché oltre a frequentare il Tartini qui in città ho svolto il mio percorso universitario, laureandomi in giurisprudenza. Già all’epoca, osservando il mare dalla sede dell’ateneo, mi dicevo: “Che bello sarebbe poter vivere qui”. E il destino ha voluto che dopo l’ingresso in magistratura il primo incarico fosse quello di pretore a Trieste. E da allora ho sempre abitato qui, trovandomi sempre molto bene».
Fra tre anni, alla scadenza del suo mandato da presidente del Tartini, Antonio De Nicolo che conservatorio vorrebbe lasciare al suo successore?
«Un luogo vivo, capace di coniugare l’eccellenza e la grandezza della sua tradizione con il coraggio di guardare al futuro e ai nuovi linguaggi. Un conservatorio che è stato capace di consolidare e ampliare il suo ruolo di ponte culturale con l’Europa e con i Balcani, dimostrando ogni giorno di più come la musica sappia abbattere i muri e unire le persone. E soprattutto una realtà percepita come casa aperta per tutta la città di Trieste e per il territorio: un luogo accogliente dove chiunque possa entrare, ritemprarsi e ritrovare la bellezza attraverso la musica».


