Andrea Peressin: la gioia dell’Africa
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Le ombre della depressione e la necessità di scappare da se stesso. La scelta di raggiungere in Rwanda un amico sacerdote per aiutare la gente del luogo. L’attivazione di una raccolta fondi e la partenza in solitaria. «Ho imparato a mettere in pratica la parola priorità». Il rientro in Italia con una consapevolezza: è solo un arrivederci
Andrea Peressin tra i bambini in Rwanda
Il ritmo frenetico dei preparativi delle Olimpiadi invernali appare quanto di più distante dalla calma africana.
Andrea Peressin, cinquantenne di Cervignano del Friuli, risponde al telefono da Cortina dove in questi mesi lavora nella logistica del grande evento sportivo.
Ma la testa corre alla scorsa estate, quando per tre mesi decise di abbandonare il Friuli per vivere un’esperienza indimenticabile tra Rwanda e Kenya.
«Sono partito – spiega riavvolgendo il nastro dei ricordi – per scappare da un sistema che mi aveva reso fragile, nel quale più volte avevo vissuto le ombre della depressione. Era come se agli occhi della gente avessi una vita leggera. Ma anche chi illumina gli altri spesso può sentirsi al buio e dietro ogni mio sorriso si nascondeva un cuore stanco. Viaggiare è anche un modo per scappare da noi stessi, da quella routine quotidiana che ci inganna. Ed è per tutto ciò che ho intrapreso questo viaggio con il desiderio di fuggire nella speranza di ritrovare me stesso. Nella speranza di arrivare in un luogo sconosciuto e di rinascere, di sentirmi libero da giudizi e pregiudizi».
Prima di partire avevi attivato una raccolta fondi: com’è andata e cosa è stato possibile finanziare grazie alle donazioni ricevute?
«La raccolta fondi è stata una idea copiata da alcuni volontari che seguivo sui social. Osservavo come con l’affetto della gente riuscivano a realizzare tante cose che io da solo non sarei riuscito a fare. Sono state numerose le persone che hanno donato e che hanno riposto in me una fiducia enorme. In Rwanda abbiamo consegnato farina e fagioli per 100 persone in stato di povertà, fornito materiale sportivo in molte scuole, acquistato materiale scolastico per supportare le famiglie più povere che non riescono nemmeno a pagare la retta scolastica per i figli, abbiamo pagato la visita oculistica a un centinaio di anziani e comprato 100 paia di occhiali per i più bisognosi».
Non da meno in Kenya…
«In Kenya abbiamo sistemato una piccola scuola nella più grande baraccopoli dell’Africa, Kibera, acquistando lavagne nuove e comprando da mangiare per un intero quadrimestre per 60 allievi. Sempre nella baraccopoli c’è una associazione che aiuta le ragazze madri che subiscono violenze fisiche, facendo loro frequentare dei corsi di cucina, cucito, acconciatura o cura del corpo. Per queste ultime abbiamo comprato un cofanetto con tutto l’occorrente per iniziare a lavorare a casa. Per il reparto cucina sto cercando di costruire a distanza un orto verticale e un pollaio, mentre dal reparto di cucito mi sono fatto confezionare tante belle cose che cercherò di vendere durante la serata dedicata al mio viaggio. Essendo poi stato ospite del Cottolengo, ho portato fuori dalle mura per la prima volta 20 ragazzi e siamo andati a mangiare in una paninoteca. Nel limite delle mie possibilità ho poi cercato di aiutare diverse persone povere».
Hai scelto di viaggiare da solo: come mai?
«Dieci anni fa ero stato in Zambia con una quindicina di persone. Questa volta volevo mettermi in discussione e vivere un viaggio in solitaria: desideravo qualcosa che mi potesse arricchire. Avevo bisogno di essere egoista per una volta nella vita e vivere a pieno tutto quello che poi ho vissuto».
Cosa significa l’Africa per te?
«L’Africa è un carico di emozioni indescrivibili, che vanno vissute: i colori, i profumi, i canti, la gente, il panorama. L’Africa è gioia».

Il tuo viaggio è durato tre mesi: quali esperienze resteranno indelebili?
«Ho vissuto centinaia di esperienze diverse. In Rwanda ero sempre a contatto con le persone del posto: andavo nelle scuole, negli ospedali, nelle famiglie che mi ospitavano a cena… Ho lavorato per alcuni giorni in un ristorante cucinando ricette friulane come il frico e ho partecipato a messe lunghe anche cinque ore dove la gente cantava dall’inizio alla fine e spesso parlavo davanti a 2.500 fedeli che mi ringraziavano per tutte le cose che riuscivo a donare alla comunità. Ma non posso scordare i viaggi in montagna con la motoretta e attraverso le enormi distese di bananeti».
Scenari diversi dalla baraccopoli di Nairobi, in Kenya.
«Entrare a Kibera, la più grande baraccopoli dell’Africa, ti mette di fronte a una realtà cruda: alto tasso di violenza, tante persone affette dal virus HIV e condizioni igieniche al limite. Essendo ospite del Cottolengo vivevo quotidianamente accanto a orfani con HIV che avevano una età dai 15 giorni di vita ai 18 anni. Per una decina di giorni mi sono anche spostato più a nord, in una sede distaccata nella quale risiedono ospiti con grosse malattie psichiche e problemi fisici, accuditi dalle suore. Io lavoravo in una piccola officina all’interno della struttura, dove si costruiscono da zero scarpe ortopediche, stampelle e tutori per le gambe dei più piccoli affetti da poliomielite».

Come sei stato accolto dalle persone locali?
«In Rwanda sono stato ospite di don Modeste, sacerdote che aveva prestato servizio nella parrocchia di Cervignano alcuni anni fa. Per la cordialità della gente era come essere a casa in una grande famiglia. Trascorrevo le giornate tra i banchi delle scuole, nelle piccole case delle persone che per strada incontravo, nelle chiese a seguire le messe, in giro tra le montagne mentre andavamo a trovare i fedeli più lontani. Cucinavo tutti i giorni e spesso andavo a zonzo sempre alla ricerca di persone nuove con le quali parlare e ascoltare le loro necessità, per capire se potevo essere d’aiuto».
Diversa invece la vita in una città da 5 milioni di abitanti.
«In Kenia, soprattutto a Nairobi, ero invece più distaccato, perché essere bianco dava loro modi di chiedere sempre e solo soldi. Restavo all’interno del Cottolengo Piccola Casa della Divina Provvidenza, dove ho alloggiato, e se uscivo andavo nei soliti posti per evitare qualsiasi tipo di violenza, essendo una città molto “calda”. All’interno della struttura aiutavo le infermiere nell’accudire i più piccoli, dando loro da mangiare, lavandoli, portandoli fuori nel grande giardino a fare due passi o giocando allo sfinimento con piccoli e grandi per poi mettere tutti a dormire».

Hai incontrato centinaia di bambini e molte persone con problemi psichici: come ti sei rapportato con loro?
«Quando vivi da solo per 3 mesi a contatto con tanti bimbi orfani, malati e spesso con persone con gravi disabilità mentali e fisiche non hai tempo di pensare. Sei lì per loro e quindi devi staccare e non provare sentimenti, perché altrimenti ti riempi di emozioni negative che non fanno bene a nessuno. Devi semplicemente donare quell’amore e quel calore che è stato loro negato».

Come hai superato il problema della lingua per farti capire?
«Comunicavo in inglese con chi lo sapeva. Con chi parlava solo l’idioma locale si andava a gesti».
Dalle persone ai luoghi: quali ti sono rimasti impressi tra Rwanda e Kenya?
«Il panorama che regala il Rwanda non ha paragoni. Distese di thè e di riso rendono verde qualsiasi cosa tu riesca a osservare. Gente gioiosa, conferma di un popolo che ha saputo rinascere dopo un genocidio devastante. Un Paese in continua evoluzione e pieno di risorse e quel senso di famiglia che ti fa sentire a casa sempre. In Kenia vivi il paradosso della ricchezza e della povertà, con l’assenza di una classe media. Un Paese dove la corruzione e i compromessi sono all’ordine del giorno, con una baraccopoli gigantesca affollata di gente che non ha di che vivere, tra sporcizia e violenza. Eppure persone umili e non invadenti».
Quali sono gli insegnamenti rimasti dentro di te?
«Ho imparato a mettere in pratica la parola priorità. Noi spesso pensiamo che le priorità delle altre persone siano quelle che noi vogliamo. Se vediamo per esempio un ragazzo sporco e con vestiti rovinati pensiamo che gli serva sapone e abiti nuovi. Invece se gli chiedi quale sia la sua priorità, lui ti risponde “una mucca” “da mangiare”. Quando ho imparato a chiedere questo mi riempivo il cuore di gioia e soddisfazione nel donare ciò che alle persone serviva veramente. Nella nostra quotidianità questa cosa non la mettiamo quasi mai in pratica. In Africa ho incontrato gente povera ma con una ricchezza interiore enorme: nella loro vita al primo posto c’è Dio e tutto è fatto e vissuto con l’amore verso qualcosa che rappresenta la salvezza».

Il ricordo più bello di questa esperienza?
«Le lacrime di chi ha vissuto ogni giorno a contatto con me. E a Nairobi la mia piccola Lona, orfana di 6 mesi, che ha detto “papà” per la prima volta. Ma ogni emozione vissuta è un ricordo indelebile dentro il mio cuore».
Qual è stato il tuo primo pensiero al rientro in Italia?
«Sono rientrato molto stanco e non ho avuto modo di pensare a nulla perché solo il tempo mi darà le risposte che cercavo quando sono partito».

I legami con la popolazione africana proseguono anche a distanza?
«Ogni giorno mi sento o mi scrivo con moltissime persone che ho conosciuto. Mantenere vivo l’affetto verso certi amici alimenta il desiderio di ritornare a fare del bene».
Tornerai?
«Il mio pensiero è quello di ritornare via nuovamente per andare avanti con i piccoli progetti nati in quei 3 mesi».

Per contribuire alla raccolta fondi a sostegno dei progetti di Andrea Peressin in Rwanda e Kenya:
IBAN: IT14V0708563730000000563309 intestato a Peressin Andrea


