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Giovani e sostanze

Società
26 giugno 2015

Relazioni pericolose

di Cristian Vecchiet
I recenti fatti di cronaca testimoniano una pericolosa espansione del legame tra i ragazzi e le tossicodipendenze. Come possono intervenire gli adulti di riferimento?
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Società
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Forse se ne parla di meno, forse perché le dipendenze si sono diversificate, forse perché l’opinione pubblica si è abituata, però il problema delle tossicodipendenze è in evidente espansione. E questo ovviamente anche tra i giovani e i giovanissimi.

Le cronache ne hanno parlato di recente, mettendone in luce la gravità. Nel mese di febbraio di quest’anno in provincia di Udine si sono riscontrati due decessi per eroina e due persone salvate in extremis da overdose. Sempre le cronache riportano le perquisizioni dello scorso 26 febbraio a carico di una decina di ragazzi minorenni e un maggiorenne nelle province di Udine e Pordenone. I dati sono a dir poco allarmanti. A fare uso di sostanze stupefacenti sono giovani e giovanissimi. Il fenomeno è trasversale a tutte le categorie sociali. A emergere vi è anche il cosiddetto poliabuso, cioè l’utilizzo di sostanze psicoattive diverse (ad esempio droga e alcol).

Noi adulti cosa possiamo fare per contrastare questo fenomeno? Innanzitutto è prioritaria una presa di consapevolezza: il problema esiste e non dobbiamo né minimizzarlo né amplificarlo esageratamente. Tantomeno spostare il problema su altro o banalizzarlo. Si minimizza il problema quando si pensa e si dice: “In fondo lo facevamo anche noi”. Una frase del genere, detta da un genitore a un figlio o da un adulto significativo a un ragazzo, rappresenta un totale misconoscimento dei bisogni del giovane e una legittimazione implicita dell’uso.

Si amplifica quando si condanna senza riserve e senza attenuanti. Anche frasi di condanna secca e di disprezzo dette da un genitore guardando il telegiornale vengono memorizzate dai ragazzi. È chiaro che un figlio avrà difficoltà a parlare delle proprie difficoltà o dei propri amici sbandati se sa che il giudizio è sprezzante.

Questo non vuol dire evitare di esprimere giudizi: il genitore deve indicare cosa è bene e cosa è male, ma senza condannare la persona. Si sposta il problema quando si pensa e si dice che è tutta colpa delle cattive compagnie o che è solo un periodo destinato a passare. Si rischia di cambiare focus anche quando si ricorre troppo facilmente alla distinzione (peraltro non più ammessa) tra droghe leggere e droghe pesanti. Basti pensare che quasi tutti quelli che fanno uso delle sostanze cosiddette pesanti sono passati per quelle cosiddette leggere. E soprattutto non si dimentichi che anche le droghe leggere lasciano strascichi.

Si banalizza quando si riduce la questione a una normale forma di sperimentazione. La sperimentazione è importante per la conoscenza del mondo, di sé e per la costruzione della propria identità, ma non tutto è sperimentabile. Certe sperimentazioni sono pericolose o aprono la strada a qualcosa di pericoloso. Il punto è che far uso di sostanze è un modo insano di rispondere a dei bisogni, nasconde un vuoto interiore, esprime un desiderio profondo di senso a cui non sono state date risposte adeguate. Lo sballo è una forma di riempimento, di medicalizzazione di ferite profonde, è fuga da ciò che fa male o da ciò che pare del tutto privo di sapore.

Al di là della consapevolezza da acquisire e degli errori da evitare, cosa possono fare i genitori o gli educatori? Innanzitutto imparare a osservare e a leggere i segnali. Piccole ma importanti attenzioni. Chiedersi chi frequenta il ragazzo, dove trascorre il tempo, con chi e cosa fa, conoscere i suoi amici e i genitori degli amici. Ma anche osservare se e come usa i soldi, chi glieli ha dati o come se li sia procurati. Fare attenzione se ha con sé oggetti o vestiti che non potrebbe permettersi. Interrogarsi sulla simbologia di quello che indossa o degli atteggiamenti.

Capire se ci sono sbalzi di umore troppo evidenti, inaspettati e soprattutto insoliti. E ancor prima, imparare a conoscere cosa il ragazzo porta nel cuore, cioè che senso dà alla sua vita quotidiana, che prospettive si offre per il futuro, quali ferite porta con sé e come cerca di risolvere i suoi conflitti interni, le sue sconfitte, quali desideri conserva e alimenta per il futuro.

Chiaramente questo cresce nel dialogo paziente: conoscere la visione etica dei ragazzi e interrogarsi su come questa matura è determinante. Non serve fare i poliziotti, ma imparare a osservare. Se opportuno, chiedere aiuto, rivolgersi a chi ne può sapere di più. Senza aver paura di affrontare i problemi e, se del caso, persino segnalare alle forze dell’ordine o denunciare. Dare uno stop anche forte può far paura o apparire eccessivo, ma a volte può essere l’unica cosa da fare e l’unico modo per mostrare che si vuole bene al proprio figlio.

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