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Toni Capuozzo

Attualità
06 novembre 2012

Una vita in prima linea

di Vanni Veronesi
Di padre napoletano e madre triestina, non ama definirsi ‘inviato di guerra’: «Sono un cronista: non voglio essere identificato con quello che segue solo i conflitti, anche perché mi sono occupato di molte altre storie».
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Laureato in sociologia all'Università di Trento, Capuozzo è sposato ed è padre di due figli
Attualità
06 novembre 2012 di Vanni Veronesi Image

Il grande pubblico lo conosce soprattutto per i suoi servizi dai fronti più caldi del pianeta: il Kosovo nel ‘99, l’Afghanistan dal 2001, l’Iraq dal 2003. Ma la sua storia giornalistica parte da lontano: il Nicaragua dei Sandinisti e dei Contras, la guerra civile di El Salvador, la guerra delle Falkland, fino alla mattanza jugoslava degli anni Novanta. Vicedirettore del Tg5, conduttore del programma di approfondimento Terra!, redattore della rubrica Occhiaie di riguardo su Il Foglio. Diventa quasi ovvio aggiungere il nome: Toni Capuozzo.

Da inviato, ha girato in lungo e in largo il mondo: che impressione le fa, dopo un periodo all’estero, tornare nella sua terra, il Friuli?

«Ho trascorso gli anni della gioventù a Udine, ma quella Udine non esiste più: la città è cambiata, né ritrovo molte delle persone con cui ho condiviso quegli anni. Sono invece molto legato al Friuli nel suo insieme. Ho vissuto il passaggio del terremoto e soprattutto della ricostruzione, che ha trasformato una società contadina in uno dei centri industriali più importanti d’Italia, con tutti i cambiamenti che sono seguiti: eppure, quando torno in quest’angolo di mondo, mi rendo conto che l’anima vera dei Friulani è sempre la stessa, legata a una concezione della vita d’altri tempi».

Cos’è che resiste, in Friuli?

«Resiste una visione della vita incentrata sul rispetto della dignità della persona, sulla serietà; resistono ritmi diversi, più umani. L’industrializzazione non ha modificato più di tanto il modo di pensare, il senso della famiglia e della tradizione».

A proposito d’altri tempi: durante la Guerra delle Falkland in Argentina, lei fu l’unico a ottenere un’intervista esclusiva con il grande scrittore Jorge Louis Borges. Come fece?

«Presi un elenco telefonico e chiamai tutti i Borges dell’Argentina, finché lo trovai. La sua era una famiglia di grandi patrioti, i suoi antenati avevano dato molto al Paese: m’interessava il suo punto di vista perché era un argentino vero, ma la sua formazione culturale era debitrice nei confronti dell’Inghilterra. M’interessava quel dissidio, che infatti emerse. Le domande, lo ammetto, mi furono suggerite da un amico molto più esperto di me: solo la notte precedente all’incontro con Borges riuscii a leggere alcuni suoi libri. Glielo confessai, per onestà, al termine dell’intervista: sorrise, e mi disse che le buone domande sono come i figli, perché una volta messe al mondo se ne vanno per conto loro».

Dalle Falkland al Kosovo: cosa ricorda di quella guerra?

«Venivo da dieci anni di Balcani: difficile, dopo tutto quello che avevo visto, non provare un po’ di ostilità nei confronti del regime serbo. Ma le cose si capiscono meglio col tempo: non ricordo, all’epoca, grandi manifestazioni a favore della pace contro Clinton, nemmeno quando fu colpita per errore la sede della televisione serba. E se è per questo, i droni di Obama scaricano le stesse bombe di Bush. La capacità di indignazione va ad intermittenza».

Intanto il Medio Oriente continua a ribollire: so che lei è molto prudente nel giudicare le primavere arabe…

«Siamo tutti felici quando il tiranno viene abbattuto, questo è fuori discussione. Tuttavia, siamo anche condizionati dalla fiction: la storia ‘esemplare’ vuole che, caduto il despota, s’instauri un regime libero e democratico. Ma la realtà è spesso molto diversa e la situazione dell’Iraq, dell’Afghanistan e della stessa Libia stanno a dimostrarlo: paesi fuori controllo. Quanto alla Siria, c’è da segnalare che i Cristiani, rimasti neutrali rispetto ai due schieramenti in campo, stanno pagando da entrambe le parti».

A tal proposito, secondo lei perché la comunità internazionale non è intervenuta in Siria, come ha fatto altrove? C’è chi dice che il petrolio è poco...

«Assad era considerato ‘uno dei nostri’ fino a poco tempo fa: la Siria non rientrava negli ‘stati canaglia’. È vero, in Siria il petrolio è poco: ma se è per questo, anche le paci (non solo le guerre) si fanno per l’oro nero».

Come finirà fra Israele e Iran?

«Provo a immedesimarmi in un israeliano: sarei preoccupatissimo. D’altra parte, gli iraniani replicano: perché, dicono loro, dobbiamo privarci dell’atomica quando tutti ce l’hanno, Israele compreso? È una classica situazione in cui i contendenti hanno ragione e torto insieme. Certo, mai come in questo momento Israele si sente poco tutelato dagli Stati Uniti».

Dal giornalismo di guerra a quello di tutti i giorni: nell’era dell’informazione fai-da-te, quella di You Reporter e dei social-network, chi controlla la veridicità delle notizie?

«Un’informazione ‘democratizzata’, per me, è una conquista: una notizia è tale indipendentemente da chi la riporta. Il punto è un altro: in questo enorme flusso di notizie, quali sono quelle utili e quelle inutili? Talvolta, prevale l’interesse per cose prive di senso. Il vero problema è l’anonimato: in certi siti d’informazione trovi schermate intere di insulti e pattume. Tanto, chi può risalire all’autore?»

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