Tra i monti di Fusine per comprendere se stessi
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Conclusa l'esperienza condivisa dai giovani delle parrocchie di Grado e Cormòns. Monsignor Nutarelli: "Un campo ben vissuto può orientare una vita”
Una delle serate a Fusine
GRADO / CORMÒNS – Si sono concluse le esperienze estive 2026 di Fusine, che da oltre vent’anni uniscono le comunità di Grado e Cormòns in due settimane di campo per i ragazzi delle medie e della prima superiore.
Immersi nei boschi, tra il rumore del ruscello e la bellezza della natura, i giovani hanno vissuto giorni intensi di camminate, giochi, amicizie, riflessioni, preghiera e condivisione.
Più di una semplice vacanza, un’autentica esperienza di vita e di crescita in cui ogni ragazzo è chiamato a mettersi in gioco.
Il filo conduttore di quest’anno è stato “Jumanji”: una metafora della vita che non può essere osservata da spettatori, ma va vissuta con coraggio, affrontando prove, facendo scelte e imparando che anche gli errori possono diventare occasioni di crescita.
Ogni giornata ha aiutato i ragazzi a riflettere sul valore delle decisioni, dell’amicizia, della fiducia e della capacità di ricominciare.
Particolarmente significativa è stata, nella seconda settimana, la visita del nuovo arcivescovo di Gorizia, monsignor Giampaolo Dianin, che ha dialogato con i ragazzi rispondendo alle loro domande con semplicità e profondità.
“Il campo – sottolinea il parroco di Grado, monsignor Paolo Nutarelli – è un concentrato di emozioni in sette giorni. Spesso in una sola settimana si vivono più esperienze che in mesi di vita ordinaria. Per questo è importante offrire ai ragazzi anche spazi di interiorità, di silenzio, di confronto e di preghiera, perché possano rileggere ciò che vivono e scoprire qualcosa di più di sé stessi. Un campo ben vissuto può orientare una vita”.
L’esperienza è stata resa possibile dal prezioso lavoro di tanti volontari. “Un grazie particolare – conclude il sacerdote – va agli animatori che hanno accompagnato i ragazzi con passione e responsabilità, e all’équipe cucina, che con discrezione e generosità ha saputo prendersi cura ogni giorno della comunità del campo, contribuendo a creare quel clima familiare che da sempre caratterizza Fusine”.
Con il rientro a casa si conclude il campo, ma non il cammino: ciò che è stato vissuto tra le montagne di Fusine è un seme che continuerà a crescere nella vita dei ragazzi, delle loro famiglie e delle comunità che li hanno accompagnati.


