JavaScript is required for our tabnav accessibility widget to work properly. Vanni Gori: il peso del destino

Vanni Gori: il peso del destino

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Domenica 19 luglio 1992, dopo essere giunto da Trieste il giorno prima, pranzò nella caserma della polizia di Palermo con il collega Eddie Cosina. «L’indomani avrei preso il suo posto nella scorta a Paolo Borsellino. Ci demmo appuntamento per cena, perché il pomeriggio doveva accompagnare il giudice in aeroporto». Ma quel viaggio si interruppe per sempre tra il tritolo di via D’Amelio

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Vanni Gori

 

Sabato 18 luglio 1992. L’ispettore capo della Polizia di Stato, Vanni Gori, friulano di Sammardenchia da anni operativo a Trieste, atterra all’aeroporto Punta Raisi di Palermo.

Sarebbe dovuto arrivare qualche giorno prima ed essere già operativo nella scorta del giudice Paolo Borsellino, ma in quelle settimane estive trovare un volo è complicato.

Ora però in Sicilia ci è arrivato e può finalmente dare il cambio al collega Eddie Cosina, muggesano, con cui da anni lavora fianco a fianco a Trieste.

Cosina ha già prenotato il volo di rientro per martedì: giusto il tempo per un rapido passaggio di consegne.

L’intervista con Vanni Gori parte qui. Siamo nella sua casa di Cervignano del Friuli, città in cui ha scelto di trascorrere la propria vita dopo la pensione.

«Appena atterrato a Palermo – avvolge il nastro dei ricordi Gori – mi diressi alla caserma “Lungaro” dove sarei rimasto per tutto il tempo della trasferta. Dopo la strage di Capaci del mese di maggio (in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie e tre agenti della scorta, ndr), ci aggregavano da Trieste con sempre maggiore frequenza per le scorte in Sicilia. Ero già stato in servizio in passato a Palermo, ma mai nelle scorte di Falcone o Borsellino».

Il collega Cosina lo incontrò il giorno seguente, domenica 19 luglio.

«Ci trovammo alla mensa della caserma, per pranzo. Ci salutammo anche se era un po’ di fretta perché nel pomeriggio aveva un breve turno con il giudice Borsellino: avrebbe dovuto accompagnarlo in aeroporto dove il magistrato avrebbe preso un volo per Roma, venendo così affidato ad altra scorta. Sarebbe stato un servizio di un paio d’ore, tanto che ci demmo appuntamento per la cena, sempre in caserma».

Le sembrava agitato?

«No, anzi. Appariva sereno e non trasmetteva alcuna preoccupazione, tanto che anch’io mi sentivo tranquillo. Ci salutammo e Cosina si avviò all’uscita. Poi si voltò verso di me per farmi un cenno con la mano, come a dire “ci vediamo dopo”».

Dopo cos’è successo?

«Uscii per fare una passeggiata in città. E mentre stavo camminando avvertii un boato in lontananza. Sul momento non ci feci troppo caso. Quando iniziai a sentire il via vai di sirene e a vedere le persone affacciarsi sui balconi delle case compresi che era accaduto qualcosa di serio. La città iniziò a ribollire e rientrai in caserma comprendere cosa fosse accaduto».

Lì come trovò la situazione?

«Caotica, con notizie frammentarie. Quando vi fu certezza dell’attentato mi feci subito portare sul posto dai colleghi. Arrivati in zona vidi tantissima gente, molta confusione. L’area era già stata delimitata e sarei stato solo di impiccio. Rientrai alla “Lungaro”. E lì ricevetti la notizia dei morti».

Quale fu il suo primo pensiero?

«Non riuscivo a mettere a fuoco la situazione. Sembrava una cosa irreale che io non percepivo bene. Solo l’indomani mi sono reso conto realmente di cosa fosse successo. Venni convocato dal dirigente del Nucleo Scorte che mi diede indicazione di tornare a Trieste. E il martedì sono ripartito. Con un grande peso dentro di me».

Perché?

«Provavo un enorme senso di colpa, perché probabilmente se fossi arrivato a Palermo qualche giorno prima, al posto di Cosina avrei potuto esserci io. Una sensazione tremenda che mi ha accompagnato per anni. Mi ricordo che al funerale rimasi in disparte per non dover guardare negli occhi la madre di Cosina. Non ho mai partecipato a nessuna successiva cerimonia commemorativa. Vado spesso in cimitero a Muggia, sulla tomba di Eddie; mai il 19 luglio».

gori e cosina
Primi anni 90, Gori (a destra) e il collega Cosina durante un sopralluogo a Trieste

È mai ritornato a Palermo?

«No. Forse è stata anche una scelta dall’alto, per evitare a chi aveva vissuto sul posto quelle giornate di dover sopportare un carico emotivo eccessivo. Ho continuato a fare servizio di scorta per qual che anno, poi mi sono dedicato ad altri incarichi. Anche se ho sempre frequentato i corsi di aggiornamento per gli agenti di scorta fino a un anno dalla mia pensione».

Da quel giorno provò mai paura quando faceva la scorta?

«Gli attentati a Falcone e Borsellino ci misero di fronte a un nemico nuovo, invisibile. Il pericolo non era più un attentatore con armi in mano. Nacque una consapevolezza diversa, a cominciare da una formazione ancora più accurata degli agenti. E ciò non dava spazio alla paura».

gori con i principi di monaco
Vanni Gori, a destra, assieme ai reali di Monaco in una foto pubblicata da “Il Piccolo” durante una visita ufficiale in Friuli Venezia Giulia

Cosa significa essere un agente di scorta?

«Significa non avere orari: inizi alle 7 del mattino e non sai quando finisci. La propria vita cambia radicalmente. La variante spesso è lo scortato: qualcuno ha atteggiamenti amichevoli, altri prediligono un maggior distacco. Tutte dinamiche che si comprendono con il tempo. Mantenendo sempre il massimo livello di professionalità».

A 34 anni dalla strage di via D’Amelio, il sacrificio del giudice Borsellino, dell’amico Eddie Cosina e degli altri colleghi della scorta è servito a qualcosa o è stato vano?

«Il senso comune dei poliziotti e della gente ha avuto una svolta. In tutta Italia la gente ha iniziato a vedere le cose in modo diverso. Quanto successo ha cambiato le coscienze. Qualcosa di meglio è nato. Dall’accresciuta professionalità delle forze di polizia a una maggiore consapevolezza da parte dei cittadini. No, quei sacrifici non sono stati vani».

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