Trieste… no dormi!

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Michele D'Urso

27 Maggio 2016
Reading Time: 4 minutes
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Stefano Schiraldi

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Nel mio immaginario giovanile, essendo io un immigrato, Trieste mi ha sempre colpito per le sue genti. Trieste era per me la magica città di Nino Benvenuti, di Tiberio Mitri e Fulvia Franco, della Stock, di Nereo Rocco e di tanti altri famosi. Quando ci sono venuto a vivere, ho scoperto che in realtà tutti i triestini hanno almeno un talento, fosse anche per ‘il tuffo clanfa’, ed è praticamente impossibile trovare una disciplina dove non ce ne sia uno famoso in tutto il territorio nazionale. 

Stefano Schiraldi, cantautore, musicista e altro, classe 1973, è un classico esempio di talento triestino.

Stefano, è vero che lei è un chitarrista autodidatta?

«Ho cominciato a suonare la chitarra senza prendere lezioni di musica. Ce l’avevo in casa: le melodie mi hanno sempre accompagnato fi n da tenera età. Anche a scrivere canzoni ho cominciato già da bambino. Registravo tutto su musicassette che poi riascoltavo. Una volta sentito come risuonavano note e parole, le riassemblavo: ne ho composte tante di canzoni e dovrei avere ancora le musicassette da qualche parte in soffitta».

Ma le melodie da dove le tirava fuori? Sembra quasi che per lei non esistano rumori ma solo suoni…

«Non proprio in modo così estremo, ma in un certo senso sì. Mi basta avere in mente un po’ di note per creare una armonia oppure, per musicare un testo, sentire come vibrano le parole».

In fi n dei conti anche le parole sono suoni. Non per niente lei è laureato in Scienze della Comunicazione e ha scelto la musica come mezzo…

«Con la laurea ci guadagno il pane. Le parole che si possono trasformare in musica sono in effetti un mezzo di espressione, spesso un bisogno per esprimere le sensazioni che mi accompagnano, che emergono dentro me».

Lei è un musicista part-time: per farsi conoscere ha partecipato a concorsi?

«Ho partecipato a un solo concorso e l’ho anche vinto. Ma era organizzato da alcuni alunni della scuola elementare che frequentavo e io avevo 10 anni… E vinsi anche perché la mia era l’unica canzone originale e quindi l’unica ammessa alla gara. Il premio consisteva in 50 pacchetti di figurine Panini dei calciatori di quell’anno».

Che rapporto ha con il pubblico?

«Non ho mai avuto problemi; certo qualche volta costa più fatica e altre volte meno, ma il rapporto è cresciuto in maniera graduale soprattutto attraverso il passaparola e le connessioni che si creano di volta in volta con le persone durante gli spettacoli».

La realtà dei piccoli passi.

«Esattamente, anche se adesso non è davvero più un gioco. Affermare che mi manca tempo è un eufemismo, soprattutto se riferito al passato. Prima di trovare un lavoro stabile mi sono mantenuto facendo vari mestieri, come il cameriere, e gli impegni legati alla musica erano saltuari; negli ultimi anni si stanno infittendo anche attraverso esperienze di collaborazione con il mondo del teatro e con fi gure del calibro di Paolo Rumiz con il quale sto partecipando allo spettacolo “Come cavalli che dormono in piedi”. Sono previste ancora varie repliche tra cui una data a Roma a giugno: un grande impegno ricco di soddisfazioni».

Tra l’altro lei non è nuovo a collaborazioni…

«Collaboro con altri musicisti e a spettacoli teatrali, ho scritto musiche e canzoni per ‘La melodia del corvo’ di Pino Roveredo con la regia di Marko Sosic, e per ‘Dell’umiliazione e della vendetta’ di Marcela Serli, ai quali sono intervenuto anche suonando dal vivo in scena».

E nel frattempo è arrivato anche un figlio.

«Il 13 febbraio di quest’anno è nato Giovanni; ero appena tornato da Ronchi dopo una replica dello spettacolo con Rumiz e siamo dovuti correre al Burlo. Una grande gioia. Adesso tocca correre più veloce di prima».

Anche perché c’è un nuovo progetto: la sua prima colonna sonora per il cinema.

«Mi sono cimentato anche con questo tipo di lavoro che ho appena concluso; è una produzione slovena che andrà in proiezione nelle sale a breve, penso entro l’autunno».

E il rapporto con il ‘Pupkin Kabaret’?

«È una collaborazione di lungo corso che va avanti dal 2001: non si tratta di una partecipazione settimanale, c’è un rapporto importante con la compagnia del Miela il cui palcoscenico rappresenta un buon trampolino di lancio».

Ha scritto tante canzoni. Quanti sono invece i dischi pubblicati?

«Uno solo, ‘Trombeta stonada’, uscito nel 2015. In realtà ne esiste uno precedente, ma del quale disconosco la paternità…»

Ultimo ma non meno importante il progetto ‘Trieste, dormi?’

«È un evento organizzato con altri musicisti, che non vuole essere un format per scoprire talenti, ma una fucina di talenti. Difatti il titolo suona un po’ come una sveglia data ai musicisti della città, per dire: ‘C’è qualcuno? Fatevi avanti!’, perché solo dal confronto nascono nuove idee».

Con il mare di impegni che ha qual è il segreto per recuperare le energie?

«Appena posso vado in sauna, lo trovo il luogo dove ci si possa ripulire e rigenerare».

È anche appassionato di sport?

«Al momento non faccio molta attività ma conto di riprendere; in passato ho praticato un po’ di tutto, dal tennis al pugilato, ma giusto per il piacere dello sport, senza alcuna velleità».

Torniamo alla musica: il suo cantante preferito? «Sono cresciuto con i cantautori come De Andrè. Ho ascoltato un po’ di tutto ma non ho mai avuto un autore preferito; se proprio devo indicare qualcuno che mi piaceva in modo particolare allora dico i CCCP».

Non posso trattenere Stefano oltre, ha davvero i minuti contati. Mentre si allontana lo osservo e, fra taglio di capelli e caratteri somatici, mi ricorda qualcuno. Bob Dylan, ecco chi mi ricorda! E vuoi vedere che Stefano avrà una carriera simile? Glielo auguro, e ne sono anche sicuro, perché vedete, Trieste… no dormi!

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