Questione di ruolo

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Michele D'Urso

8 Ottobre 2016
Reading Time: 5 minutes

Stefano Rigonat

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“Tieni il tempo…” recitava l’omonima canzone di successo degli 883. E la vita è fatta così, una serie di tempi da tenere, da correrci dietro per stare ‘al passo con i tempi’, in modo da acquisire quella sincronia temporale che tiene lontano eventi nefasti e che ci avvicina alla realizzazione dei nostri obiettivi. Vale per tutto, anche per lo sport, in questo caso il volley, la casalinga pallavolo dei tempi passati, dove giocatori appassionati come il nostro Stefano Rigonat, ronchese, poco più che quarantenne, profondono il massimo delle energie per mantenere il tempo di una palla che spesso viaggia a velocità folli, proprio come i ritmi della nostra vita moderna.

Stefano, lei è d’accordo su questa ricerca di sincronicità?

«In linea di massima sì, però devo precisare, e questo me lo ha insegnato la pallavolo, che siamo esseri sociali, che dobbiamo fare squadra e che quindi le sincronie possono essere rispettate solo se ognuno di noi mantiene fede al suo ruolo».

Quindi c’è una ricerca individuale e, contemporaneamente, una collettiva?

«Proprio così; il concetto viene esplicato chiaramente in un famoso video dall’ex commissario tecnico della nazionale italiana di volley, il leggendario Julio Velasco, nel quale spiega che una squadra vincente si realizza solo se ognuno focalizza correttamente i propri compiti in funzione del suo ruolo nella squadra e non sulla critica all’errore altrui».

Si critica ma si fa poca autocritica… Però mi dicono che in questo lei ha sempre avuto una profonda umiltà.

«L’umiltà è una qualità che possono avere tutti; personalmente l’ho imparata presto ed è stato il calcio a insegnarmela. Un po’ come per tutta la nazione, o quasi, i miei esordi agonistici sono avvenuti in quello sport…»

Perché ha cambiato?

«Perché se sei umile sai quanto vali, e questo ti dà la possibilità di smettere in una cosa per la quale non sei adatto, quale il calcio per me, e provarne un’altra che, magari, ti si addice di più. Il cambio col volley avvenne ai tempi delle scuole medie e non me ne sono mai pentito; è il mio sport. Rispetto tutte le altre forme di attività, compreso il calcio che oggi tanto si critica, ma sono appassionato del volley».

Secondo lei quali sono le differenze sostanziali che rendono diversi i concetti sportivi fra loro, ad esempio fra il calcio e il volley?

«Sicuramente la mancanza del contatto fisico; una rete interposta fra i contendenti evita la tentazione di commettere scorrettezze e, nello stesso tempo, obbliga a prenderti la completa responsabilità di quello che fai. Se sbagli non è per via dello strattonamento irregolare o del contatto ‘ruvido’, ma perché non sei stato all’altezza della situazione. Sembra un concetto spietato, invece è solo la realtà di tutte le cose».

La sua carriera è iniziata in adolescenza avanzata…

«Grazie all’allenatore Lorenzo Zamò: ha preso per mano me e altri ragazzi e ci ha portato verso livelli rispettabili, passando per un certo numero di società».

Ha cambiato tante squadre?

«Abbastanza, fatto dovuto anche alle crisi societarie che, causa mancanza di fondi, purtroppo si sono verificate spesso. Diciamo che sono partito dall’ACLI di Ronchi dei Legionari per approdare, acquistato, all’OK VAL di Sant’Andrea di Gorizia. Da lì una fusione ci portò a Monfalcone all’Adriavolley, società a sua volte finita male».

La crisi si fa sentire in tutti i campi…

«Però io non mi lamento di nulla. Reputo che gli anni ’80-’90, quelli da me vissuti all’apice della forma e dell’intensità, siano stati un periodo d’oro per tutti gli sport. Il mio allenatore era il coreano Kim Ho Chul, che ai suoi tempi è stato forse il più forte ‘alzatore’ del mondo o comunque uno fra i primi».

Questa ‘età dell’oro’ dello sport di cui parla le ha consentito di vivere di quello che faceva?

«Parzialmente. La nostra era una condizione di semi-professionismo che ci permetteva di sostenerci anche in altri campi, ma era una specie di integrazione. Io ho sempre lavorato, sono perito chimico».

Semi-professionismo significa tanto impegno…

«Impegno fatto di allenamenti quotidiani, o quasi, ritiri, trasferte. Però non è mai pesato; ho avuto la fortuna di giocare in gruppi meravigliosi e ho visto gli esordi di due grandi campioni nostrani come Cernic e Manià. Per me il volley ha fatto anche da cupido, in quanto mi ha permesso di conoscere, in una festa per sportivi, mia moglie Giulia».

Qualcuno mi ha raccontato che, ai tempi dell’Adriavolley, lei faceva parte di un gruppetto affiatato…

«Eravamo davvero un bel gruppo, oltre a me c’era, per citarne alcuni, gente come Valmi Fontanot, Loris Manià, Beppe Cutuli, Giulio Tonon».

I cinque dell’Ave Maria?

«Una cosa simile… Ma anche molto di più. Ad esempio avevamo il rituale di ‘prendere’ almeno un souvenir in ogni posto dove ci fermavamo a mangiare. Ho una raccolta di strani posacenere e sottobicchieri con improbabili marche di birra stampate sopra; robaccia, ma in ognuno di quegli oggetti è racchiuso il ricordo di mille avventure».

Poi i gruppi si sciolgono, il tempo passa… Per questo si era anche ritirato. Voleva fare l’allenatore?

«Sono stato un paio di anni in una specie di ‘ritiro sabbatico’; la voglia di giocare ce l’avevo ancora, ma ho preferito fare altro. L’allenatore proprio no, ma ho sempre collaborato con chi voleva. Alla fine, quando mi è arrivata la proposta dello ‘Sloga Tabor’, la squadra Carsolina dell’altopiano triestino, ho ricominciato con l’entusiasmo di un bambino».

Entusiasmo che ha contribuito a portare lo ‘Sloga Tabor’ alla promozione nella serie B nazionale, perciò le  toccherà tornare ad andare in giro… Domanda impertinente, quando atterra dai salti vede qualche stella?

«No, sono ancora in piena forma, anche se devo dire che il cambio delle regole ha reso più fisico e meno tecnico tutto il contesto. Ai tempi delle regole con gli interminabili cambi palla si era molto più tecnici, oggi si punta molto sul gesto atletico».

Allora vuole continuare ancora a lungo?

«Finché si può. E poi l’età agonistica si sta alzando di parecchio, leggende come Valentino Rossi, che mi piace molto, lo confermano».

Siamo agli sgoccioli; hobby?

«Mi piace stare all’aria aperta, vado in bici, ma leggo anche volentieri qualche noir».

Un consiglio per i giovani?

«Lo do invece ai vecchi: ‘Cercasi giovane con esperienza’, ma che razza di richiesta è? Se uno è giovane non può essereesperto!»

Pura logica applicata, oserei dire, e se ci pensate bene racchiude in sé il significativo messaggio del video di Julio Velasco: rispettare il proprio ruolo. L’esperienza ai vecchi, l’entusiasmo ai giovani. Se poi li avete entrambi, allora vi chiamate Stefano Rigonat. ‘Tieni il tempo, con i piedi con le mani’… e giocate a pallavolo!

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