La scatola del tè

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Margherita Reguitti

18 Luglio 2022
Reading Time: 7 minutes

Giuliano Pellizzari

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Il connubio tra analogico e digitale. Una sintesi estrema ma che rende l’idea delle innumerevoli peculiarità che contraddistinguono il cervignanese Giuliano Pellizzari, direttore marketing del gruppo Sinesy ma anche scrittore in rampa di lancio dopo il successo del suo primo romanzo “La scatola del tè”, edito da Corvino.

La sua è una storia di evoluzioni ed elaborazioni continue, destinata anche per questo motivo a offrire nuovi ed entusiasmanti capitoli.

Giuliano Pellizzari, lei da subito, 1996, è entrato nel mondo digitale: quasi tre decenni dopo qual è il suo bilancio personale e sociale?

«Oggi siamo tutti un po’ digitali. Cerchiamo informazioni specifiche, a volte solo curiosità, ora che sappiamo di avere a disposizione una mappa mondiale della conoscenza più o meno approfondita. Spesso siamo distratti dall’impegno che la comunicazione richiede a ciascuno di noi, scivolata dal tempo relativo, dedicato all’informazione, a quello reale, fatto di continue interruzioni del nostro quotidiano, con sciami di messaggi, vocali, telefonate, ricerche. E in questo turbinio di stimoli cognitivi, abbiamo bisogno di elevare la visione, quasi astrarci, per renderci conto di cosa accada. Insomma ci manteniamo analogici per comprendere il senso del mondo digitale».

Digital transformation e antica arte della narrazione in forma scritta. Direttore marketing di una grande azienda: come convive questa dualità in lei? Collabora o confligge?

«Collabora. Narrazione è la parola che accomuna marketing e scrittura. Il marketing richiede di valorizzare ciò che esiste. La scrittura richiede di trovare una via per trasmettere un messaggio. Entrambi possono usare la parola come mezzo espressivo, ma alla base di tutto c’è una ricerca da fare e una storia da raccontare. Cambiano gli obiettivi».

Una rassicurante e tradizionale scatola di tè per un delitto della porta accanto: la banalità e vicinanza della violenza in un contesto insospettabile, un titolo rassicurante per il suo primo giallo dopo tanta scrittura, circa 20 anni di onorata pratica, fra letteratura e testi specialistici. Come è arrivato a questa narrazione?

«A fine 2019 un fermo di alcune settimane mi costrinse a cercare rifugio nella fantasia e da questa alla creatività, il passo fu breve. Tutto ruota intorno alla definizione e costruzione dei personaggi, dotati di veri e propri profili, con descrizione, interessi, note caratteriali e qualche disegno. Poi c’è la stesura, la revisione, l’editing, la pubblicazione. E ti domandi cosa volessi dire con le tue pagine. Così scopri i messaggi che albergavano la mente e la guidarono a quella storia, di quel romanzo. È un percorso alla scoperta di sé».

Scrivere noir quale libertà offre nel mescolare creatività e verosimiglianza?

«Il noir ingabbia e libera. Da un lato ti costringe nei suoi schemi narrativi, dove l’attenzione deve essere mantenuta costante, magari con un crescendo che incalzi nella ricerca di una risposta. Dall’altro libera l’autore dalla necessità di inventare tutto, può ricorrere ad ambientazioni realistiche, a descrizioni credibili e accessibili. Strassoldo e un’immaginaria Costracco. Una questura di Udine esistente e un commissariato di Palmanova frutto della fantasia».

Quale la contemporaneità intrecciata nella trama ad alto tasso di suspense?

«Ruota intorno al concetto del non noto, di ciò che intuiamo, ma non conosciamo. Di ciò che viene celato per ragioni ignote. Molti parlano di blockchain, ma quanti hanno davvero capito cosa implichi nella pratica? Ogni giorno ci attende una variazione, lontana o vicina a noi, e ogni giorno possiamo viverla con paura o curiosità. La suspense è una proiezione dell’inatteso. E non vi è suspense senza contemporaneità. Quindi la struttura di un romanzo acquisisce mistero con la contemporaneità, ma avvolge solo quando la scrittura diventa  immersiva, quando si indossano i panni di un solo punto di vista».

Il successo di “La scatola del tè” potrebbe condurre addirittura a una fiction…

«Sì, c’è questa opportunità della serie tv. Si presta per l’intreccio di storie personali che permettono di generare una serie di episodi collegati tra loro. Non sono io a occuparmene e sono coinvolto in minima misura, al momento. Non so ancora dire il quando e il con chi, è in discussione. Di certo so che la location sarà in Friuli, soprattutto per gli esterni: Palmanova, il Monte Lussari, Udine e Strassoldo sono luoghi che definirei già pronti per le riprese».

Nella fluidità dei generi, la realtà è più stimolante della fantasia?

«La realtà è la fonte, la fantasia il torrente. La creatività dello scritto è il fiume. Penso porti al mare di libri cui tutti attingiamo, vivendo comunque nella realtà, da cui ripartiamo».

Scerbanenco e non solo ha seminato “giallo” in Friuli Venezia Giulia. Come valuta il panorama del genere in regione: possiamo parlare di giallo friulano?

«Forse sì, anche se il giallo è un genere con molte sfaccettature. Non amo la violenza narrata per scioccare il lettore, tantomeno la volgarità per destarne l’attenzione. Non mi appartengono. Preferisco la traccia che si delinea dal carattere dei personaggi al loro interagire. Ecco in questo trovo dei punti di congiunzione con gli autori friulani».

Pubblicare con Corvino, un editore friulano attento al rispetto della natura, è stata una scelta di appartenenza?

«Sì, Corvino Edizioni è una realtà di Fagagna con una storia in divenire e molta attenzione all’ambiente che ci circonda. La qualità è una loro mania, è assodato. Ma c’è questo legame di rispetto per la natura, per il territorio cui apparteniamo, che ci ha trovato da subito in sintonia».

Tre aggettivi per descrivere l’amore palesato per il Friuli nella sua scrittura.

«Intimo, autentico, sfacciatamente romantico».

Giuliano Pellizzari testimonial di un territorio non ancora abbastanza conosciuto e valorizzato in Italia e all’estero?

«Testimonial inconsapevole. Non mi sono mai definito friulano, ma mi sono scoperto tale. L’aver vissuto a Cervignano, Trieste, Udine e Pordenone mi ha dato modo di conoscerne i diversi aspetti, ciascuno portatore di valori e bellezze un po’ timide. Il Friuli è l’Europa in piccolo. Un gioiello da mostrare, con parsimonia, certo, ma assolutamente da condividere. Magari attraverso strade non prettamente didascaliche, ma anche evocative».

Cosa significa friulanità, nel comportamento e nel pensiero?

«È un gradino di fiducia, nemmeno poi così alto, basato però sull’autenticità. Penso che di fondo la friulanità sia basata su un desiderio di autenticità in se stessi e negli altri. Non solo la mera spontaneità emotiva, ma la più elevata autenticità di pensiero, portatrice di quel “in più” in grado di portare fiducia».

Essere consapevole e saper affrontare per risolvere: quali strumenti mentali ed emotivi servono?

«La consapevolezza è un percorso, non un traguardo. È di certo un elemento che si accresce con il nostro esperito, nutrendosi spesso delle testimonianze di quello altrui. È l’Altro, maiuscolo perché come diceva Lacan è l’Assoluto, la richiesta dell’abilità di rispondere, della responsabilità. Quindi la ricerca, l’analisi che ciascuno di noi porta avanti. Uno strumento forse è la meditazione, che seguo da ormai molti anni sulle linee tracciate da Yogananda e che permette di districare il pensiero tra le trame del ragionamento non inferenziale. Un altro è quel tentativo di distacco emotivo dagli accadimenti quotidiani, che spesso determinano il nostro incedere. Abbiamo una forte tendenza a lasciarci coinvolgere da ciò che si muove nella nostra sfera di interesse, diceva Covey, mentre la sfera di influenza viene messa in disparte. Noi però agiamo sulla sfera di influenza. Ecco, facendo, vivendo nel gerundio, possiamo affrontare per dare soluzione».

Se avesse la possibilità cosa cambierebbe di sé e cosa avrebbe fatto che non ha fatto?

«Di certo vorrei essere meno dispersivo, ragione per cui devo impormi ritmi e orari. Sarei capace di nuotare nella lettura per ore, o di navigare con la fantasia durante le mie camminate. Certo è che, con il trascorrere degli anni, più studio, leggo, ricerco, scopro e più mi sento piccolo, incantato, inconsapevole. C’è questo senso di mancanza, di sacche vuote che porto in spalla, come avessi intrapreso un viaggio e le mie valige fossero vuote. Avrei voluto studiare di più. Leggere e conoscere di più, viaggiare di più e conoscere molte più culture».

Prossimo lavoro di narrazione?

«Sono impegnato nella stesura del secondo romanzo, che prosegue le avventure di Leandro Arcani, con una storia che si dipanerà tra Aquileia, Istanbul e Trieste: ha un dinamismo che mi sta coinvolgendo, forse è un po’ meno giallo e un po’ più thriller. Sto lavorando a un’opera teatrale con Romana Maiori e Dario Ponissi, ambientata nei giorni antecedenti l’inizio della storia de La scatola del tè. Infine ci sono dei racconti dedicati al Commissario Corba, che ho iniziato a scrivere lo scorso anno e che penso vedranno un’unica pubblicazione dopo il secondo romanzo».

 

Giuliano Pellizzari

Classe 1972, residente a Cervignano del Friuli, dopo la laurea in sociologia, affascinato dagli aspetti tecnici ed etici della comunicazione umana, si specializza in marketing strategico. Attualmente è CMO e board member del gruppo Sinesy. Ha pubblicato diversi libri di narrativa, spaziando dai racconti (tra cui L’alba del parco e Untitled, premiati a livello nazionale) alle monografie (è del 2004 il volume 50 a Nord Est) alle novelle (Il miglior Natale di sempre, 2016), oltre a diverse pubblicazioni professionali (tra cui Il dettaglio nel Dettaglio, 2015, un saggio dedicato al marketing nel commercio). La scatola del tè, edito da Corvino e giunto alla sua seconda ristampa nel 2022, segna il suo esordio nel romanzo giallo.

 

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