La magia del Sudamerica

imagazine claudio pizzin

Claudio Pizzin

26 Maggio 2014
Reading Time: 8 minutes

Argentina e Brasile

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Il silenzio all’interno del bosco è carico di attesa. Seduti a bordo del trenino che transita in mezzo agli alberi, sentiamo in lontananza lo scorrere delle acque del Rio Iguazu. Raggiungiamo l’inizio del sentiero che ci condurrà a tu per tu con uno dei Patrimoni dell’Umanità. Il sole splendente regala scorci di luce emozionanti mentre, transitando sulle passerelle di sicurezza, raggiungiamo punti panoramici che regalano scorci unici.

L’andamento placido del fiume sta per interrompersi in un salto nel vuoto di 82 metri, con un rumore assordante che toglie il respiro, come se quella massa d’acqua sotto i nostri occhi ci avesse invece sommerso.

Descrivere le Cascate di Iguazu, al confine tra Argentina e Brasile, è compito pressoché impossibile. Avere l’opportunità di ammirarle dal territorio di entrambi gli Stati insieme alla propria moglie e figlia è invece un privilegio che capita una sola volta nella vita. Valentina si trova in Argentina da alcuni mesi per completare gli studi universitari, ospite di una famiglia di Santa Fe, dove fa ritorno dopo la visita a Iguazu.

Io e mamma Lucia proseguiamo invece il viaggio sull’aereo che ci conduce a Salta. In questa città ai piedi delle Ande si erge un vero e proprio gioiello dell’architettura ispanica: la Cattedrale risalente al XVIII secolo. Nel suggestivo Museo della Civiltà di Alta Montagna sono invece esposti i corpi dei Niños, tre bambini Inca mummificati e perfettamente conservati, scoperti tra i ghiacci del Monte Llullaillaco nel 1999. Dopo la visita tra i mercatini multicolori dell’artesianato locale, ci dirigiamo verso uno dei ristoranti più rinomati della città: lo JOVI2. Entrada a base di melanzane e fagioli prima della specialità della casa, il coniglio disossato condito dalle spezie più variegate. Un piacere per il palato in vista del lungo viaggio dell’indomani.

All’alba siamo già in partenza per San Pedro. Ancora al buio, a bordo del nostro semi-cama ci inerpichiamo in mezzo al nulla. La strada è ben tenuta ma piuttosto stretta: quando due autobus si affiancano c’è da trattenere il fiato nel vederli passare.

Nulla in confronto alle gole e agli strapiombi che ci sforziamo di non osservare oltre la carreggiata. La testa inizia a farsi pesante via via che ci avviciniamo ai 4180 metri e l’aria diventa più rarefatta. Ai lati della strada osservo i cespugli mossi dal vento. In questo luogo arido eppure tra i più visitati al mondo il tempo pare essersi fermato.

La strada torna in discesa fino ai 2500 metri di altitudine di San Pedro de Atacama, paese magni fico e punto di partenza di escursioni senza eguali. Una di queste è la meta dell’indomani: la Laguna Altiplanica. Attraverso un paesaggio lunare, dove i tralicci della corrente sono l’unico segnale che ci conferma di essere ancora sul pianeta Terra, raggiungiamo il paesino di Toconao, le cui abitazioni, tutte basse, sono costruite in pietra vulcanica (liparite), a differenza del misto di argilla (adobe) di quelle di San Pedro. Il tempo di scattare alcune foto al campanile e alla chiesetta costruita 200 anni fa, e già ripartiamo verso un’altra meraviglia: il Salar di Atacama, che gli abitanti del posto considerano la salina più grande al mondo.

Una certezza per tutti, invece, è il fascino dei fenicotteri che pasteggiano indifferenti della nostra presenza. Con la loro immagine negli occhi, a bordo del nostro bus iniziamo la salita verso gli altipiani. Raggiungiamo prima Socaire, dove ammiriamo i terrazzamenti tipici del popolo Inca, ancora ben conservati, e la chiesetta di chiara impostazione spagnola; quindi proseguiamo per le lagune Miscanti e Miniques, a quota 4200 metri di altitudine. Nonostante l’aria pesante, lo spettacolo è impagabile.

L’indomani altra levataccia alle 4.30. Dopo un’ora e mezza raggiungiamo la zona del Geyser del Tatio. È ancora buio. Mangiamo uno spuntino veloce cercando di acclimatarci al meglio. Dopo i 35°C del giorno prima, qui il termometro indica -5°C. Eppure attorno a noi la terra fuma e ribolle, eruttando acqua calda a una temperatura di 85 gradi. Un cartello indica quota 4320 m sul livello del mare: siamo nella zona di geyser più alta al mondo.

Alle prime luci lo spettacolo diventa qualcosa di irreale. Girovaghiamo lungo i sentieri appositamente predisposti alla ricerca dello scatto migliore. I più temerari si avventurano nelle calde acque di una piscina tra brividi di freddo e ricerca di conferme per la scelta fatta. Intanto il sole inizia a far capolino tra i monti e il primo tepore incomincia a farsi sentire. Riprendiamo il cammino fino a Vado Putana, dove ammiriamo specie di uccelli tra le più disparate: dalla Tagua Cornuda al Vofedal de Putana alla Guhaiata Andina. Da qui proseguiamo per Vada Machaca. Due uomini sono impegnati attorno a una griglia primitiva, facendola funzionare con un ventaglio d’altri tempi; una signora sta aprendo la sua bottega: è un’anziana che gestisce i bagni pubblici. Fuori dal paesino, un piccolo gruppo di lama bruca l’erbetta incurante della nostra presenza. Solo uno di loro, in modo distratto, ci degna di uno sguardo. L’ultimo ricordo prima del rientro a San Pedro, per un paio d’ore di riposo. Alle quattro del pomeriggio siamo di nuovo in viaggio: destinazione Valle della Luna. Di nome e di fatto. Ci ritroviamo infatti nel deserto di Atacama, affascinati dall’asprezza della Cueva del Canyon, dalla simbologia degli spuntoni di roccia delle “Tre Marie” e dalla vista emozionate in cima alla Duna Mayor. Il tramonto suggestivo diventa lo sfondo ideale per la foto ricordo al mirador, in mezzo alla bolgia dei turisti. Ultima cartolina prima del rientro a Salta.

Dopo alcuni giorni di riposo e di visita alla città, ripartiamo in autobus alla volta di Cafayate, per un tour nella zona Quebrada (Canyon) del Rio delle Conchiglie. Il Castillo della Montagna dei sette colori, la Ventana, l’anfiteatro dove alcuni giovani improvvisano semplici concerti favoriti dalla magnifica acustica: è un alternarsi continuo di luoghi straordinari. Cafayate è invece un pullulare di mercati e botteghe artigiane, ma anche di ristoranti tipici (da non perdere il Cabrito alla Cazuela, capretto in brodo dal sapore marcato). Per il bere le usanze locali sono particolari: Coca Cola con il Fernet e tanto ghiaccio viene considerato un ottimo digestivo.

Un’istituzione, invece, è il ritardo. Come quello dell’autobus che ci porta a Tucuman. Il paesaggio attorno a noi è costituito in gran parte dalle vigne ordinate e ben curate, da cui uscirà l’ottimo vino del posto. È da questa vegetazione che, all’improvviso, escono spesso persone con il braccio alzato, facendo cenno all’autista di farle salire. Altre, invece, chiedono di scendere. In entrambi i casi in mezzo al nulla. Dal finestrino cerco con lo sguardo un’abitazione: non si vede anima viva. Solo vegetazione (arbusti e numerosi cactus) e animali (greggi di pecore, cavalli e mandrie di bovini). Arrivati a Tucuman abbiamo giusto il tempo di acquistare nuovi biglietti di autobus: altre quattro ore di viaggio verso Catamarca dove arriviamo in serata.

Dopo una notte da dimenticare in un albergo fatiscente, ci addentriamo nel centro cittadino, caotico e piuttosto inquinato. La nostra è una ricerca di bottega in bottega per trovare la pietra nazionale: la Rodocrosita (o Pietra degli Inca), estratta dalla miniera di questo territorio. Ma tutte quelle che ci vengono proposte appaiono di qualità scadente.

Con l’amaro in bocca partiamo verso Cordoba, dove arriviamo in previsto ritardo e, appena scesi dal bus, veniamo alleggeriti del portamonete. La città in compenso è bella e pulita. Tra una visita ai monumenti e una alle bancarelle artigiane, trovo il tempo per saggiare le abilità di un peluchero (barbiere) locale: barba e capelli, qualche taglio in faccia, cinque euro di conto. Ora possiamo dirigerci verso un incontro tanto atteso. Quello con gli amici argentini di origini friulane presenti alla Festa Nacional del Vino a Colonia Carroya. Ci sentono parlare in friulano e si stringono subito attorno a noi. C’è anche Daniel, ormai un amico, conosciuto nei precedenti viaggi in Sudamerica. Ci presenta numerose persone, tutte desiderose di avere notizie dalla loro patria d’origine. A un certo punto una giovane cantante intona l’inno argentino e, a ruota, quello italiano. Tutti i presenti cantano con orgoglio entrambi. Un’immagine di fronte a cui è impossibile non emozionarsi.

Ci diamo tutti appuntamento a qualche giorno più tardi, in un luogo speciale. Nel frattempo puntiamo verso Alta Gracia, cittadina di 45 mila abitanti famosa per la casa-museo di Che Guevara. Dopo un interminabile viaggio in bus e qualche chilometro a piedi, giungiamo di fronte all’edificio. Vicino all’ingresso un gruppo di persone discute animatamente. Chiediamo informazioni sull’orario di apertura, ma ci rispondono che il museo è chiuso. Ripensiamo al lungo viaggio sobbarcato e proviamo a insistere. Acconsentono senza troppe esitazioni: ci fanno entrare invitandoci anche a scattare fotografie.

Ora possiamo raggiungere Santa Fe, attraversando paesaggi caratterizzati da immense distese di soia e di mais, intervallate ogni tanto da grandi mandrie di mucche. In città rivediamo Valentina, salutiamo la famiglia che la ospita e trascorriamo la serata tutti assieme in un locale tipico della zona, gustando l’ottimo pesce del Rio Paranà.

L’indomani raggiungiamo il luogo speciale, Avellaneda. Città di 25 mila abitanti nella Provincia di Santa Fe, abitata per il 75% da friulani che la fondarono alla fine del 1800 durante la grande emigrazione dei nostri corregionali verso l’Argentina.

È una sera di festa, assieme ad amici e amministratori locali. Ci viene servita dell’ottima picada (antipasto a base di salumi e diversi tipi di formaggi), seguita da un sublime asado de vaca e de cerdo, il tutto accompagnato da dell’ottimo vino.

Il giorno seguente Marianela, Gustavo e Nilse ci accompagnano con l’auto in una tipica Estancia Argentina (fattoria), di proprietà della famiglia Paduan, i cui antenati immigrati nell’800 provenivano da Villa Vicentina. Il padrone di casa è una persona anziana, dall’aspetto austero ma di una grande umanità. Ci accoglie assieme alla sua famiglia in una stanza utilizzata come cucina. È mattino presto, ma stanno già cucinando il pane su uno sparger a legna. Gustavo intanto mi ha preparato una sorpresa: una passeggiata a cavallo. Un’esperienza che non scorderò mai.

È l’ultimo giorno con i nostri amici. I saluti sono toccanti: l’umanità e l’accoglienza che ci hanno riservato rimarranno per noi indimenticabili.

Ci restano due grandi città da visitare prima del rientro in Italia. La prima è Rosario, a modo suo patria dell’Argentina. Qui infatti si erge il Monumento alla Bandiera, che ospita la salma del generale Manuel Belgrano colui che, nel 1812, disegnò l’attuale vessillo del Paese.

La tappa conclusiva, e non potrebbe essere altrimenti, è Buenos Aires. Il centro della capitale è un susseguirsi di negozi alla moda e botteghe di souvenir. Visitiamo la Cattedrale di Nostra Signora di Buenos Aires e poi la Casa Rosada, centro operativo del Presidente della Repubblica. Dai luoghi del potere raggiungiamo quelli del popolo: barrio Caminito, nel rione della Boca. Un posto variopinto, affollato di mercanti e di turisti.

L’indomani è il 24 marzo, giornata di commemorazione per le vittime della dittatura del generale Vileda. Nonostante me lo sconsiglino, mi avvicino alla Plaza de Majo. Attorno a me vedo migliaia di persone. Ci sono attimi di tensione. All’improvviso scruto del fumo. Ma l’odore mi fa passare ogni paura. Proviene da un carretto ambulante, dove il proprietario scalda carne alla griglia da vendere ai manifestanti.

Un successo. Con il sorriso sulle labbra ci allunghiamo fino al quartiere residenziale Recoleta. Visitiamo il cimitero che aveva ospitato la tomba di Evita Peron, recentemente trasferita in un altro mausoleo assieme alla salma del marito Juan.

La giornata volge al termine. Trascorriamo la serata assieme ad alcuni amici e al presidente del Fogolâr Furlan di Buenos Aires. Il Friuli, l’Italia, l’Argentina. E una storia da non dimenticare.

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