Immagini e parole per recuperare il filo della memoria

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redazione

3 Dicembre 2015
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I cento anni dell’Università Castrense

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Nascosta e quasi protetta da una siepe che la rende praticamente invisibile tra le case della località sangiorgina di Chiarisacco c’è una cappella, poco più di un piccolo cubo di mattoni faccia a vista, che porta ancora leggibile sul pavimento l’anno di fondazione: 1917. Si tratta di una cappella militare dalle linee austere, come le altre costruzioni simili figlie della Grande Guerra, eretta per volontà dell’allora Vescovo “da Campo” Angelo Bartolomasi, per le pratiche religiose (purtroppo servì spesso anche come cappella mortuaria) dei soldati ricoverati presso il grande ospedale da campo n. 234, allestito nel fondo e nelle case della famiglia Maran.  È la testimonianza di maggiore intensità emotiva del percorso segnaletico sui luoghi dell’Università Castrense, allestita dal Comune di San Giorgio di Nogaro.

Le diciassette nuove installazioni intendono segnalare (e restituire per immagini e parole), la vicenda e i volti di alcuni protagonisti dell’Università Castrense, insieme ai luoghi – talvolta profondamente mutati rispetto cent’anni fa – che ospitarono fisicamente le aule, i dormitori, le mense, le cliniche, gli ospedali, i laboratori scientifici di quella che a tutti i titoli fu la prima Facoltà universitaria moderna del Friuli.

Qui, in uno spazio di tempo breve e convulso (poco meno di otto mesi, scanditi in due annualità tra il 1916-1917), furono complessivamente radunati circa 1.500 studenti di medicina provenienti da tutte le Università italiane d’allora, e una classe docente di altissimo livello scientifico e professionale. Qui furono eseguite le prime pionieristiche sperimentazioni di microchirurgia cranica e midollare, le ricostruzioni dei volti scempiati dagli ordigni della guerra ‘tecnologica e industriale’. Qui arrivò dalle vicine trincee il primo flusso doloroso delle ondate di follia provocate dalla guerra, che riducevano i cervelli di tanti soldati – come ha scritto Emilio Lusso «a sciaguattare nella scatola cranica come l’acqua agitata in una bottiglia». Di questi corpi e di tante anime ferite, i 13/14 ospedali di guerra e l’Università Castrense di San Giorgio di Nogaro si fecero allora carico e cura, con la contraddizione dolorosa di doverli restituire «alla guerra».

L’emergenza sanitaria della Grande Guerra fatto di San Giorgio di Nogaro una sorta di “cenacolo” d’incontro fra i protagonisti di alcune fra le più avanzate esperienze sul piano della sperimentazione medica a livello nazionale, frutto di una stagione di grandi fermenti nella pratica scientifica, quale fu l’inizio del XX secolo.

Si trattò di un’esperienza inattesa e per alcuni versi esaltante: l’incontro tra “pionieri” delle nuove frontiere della medicina, le cui esperienze “sul confine” poterono senz’altro confrontarsi e proficuamente contaminarsi in una vicinanza fisica e ideale unica e singolare. È facilmente intuibile quale traccia profonda l’Università Castrense abbia potuto imprimere nella vita e nella formazione di una generazione di giovani medici uscita da una guerra sconvolgente e da una scuola, comunque e per tanti aspetti, davvero eccezionale.

Nell’aprile 1917 la Facoltà Castrense di Medicina e Chirurgia dell’Università di Padova laureò complessivamente 534 nuovi medici (67 della sede madre di Padova, e 467 alla sezione staccata di San Giorgio di Nogaro). Un numero molto significativo, tenuto conto che agli inizi della guerra gli iscritti nelle sedici Facoltà mediche d’Italia non superavano di molto le quattromila unità.

Dalla Prima guerra mondiale e dall’organizzazione militare la società civile italiana ha potuto acquisire un’intera generazione di medici. Tuttavia, per quei medici usciti da corsi accelerati, accreditarsi professionalmente nell’inquieto clima politico e sociale del dopoguerra richiese un surplus d’impegno e dedizione. Non dovette essere facile strapparsi di dosso quella fin troppo facile etichetta di “laureati di guerra”, cui alludono le parole di Giuseppe Prezzolini: «Quando essi avranno la madre ammalata, o i loro figlioli in pericolo di vita, io non so, per esempio, se affideranno la cura dei loro cari a un dottore laureato in quelle università di guerra, dove non si è mai veduta una donna o un bambino, e dove l’anatomia si è studiata sopra un librettino da tre soldi» (“Resto del Carlino”, 31 gennaio 1919). Sta forse in questa sfida, la chiave dei successi che costellarono i percorsi professionali di molti medici usciti dall’Università Castrense.

Sabato scorso si è svolta la cerimonia di inaugurazione che, dal Municipio ha toccato Villa Dora e lo storico parco di Villa Vucetich (con l’esibizione del Coro ANA “Ardito Desio” di Palmanova), per concludersi all’ex cinema Maran con la lettura teatrale Il Silenzio e la sillaba. Frammenti sulla Grande Guerra del Teatro Zero Meno.

Il percorso open air è supportato da una mappa che funge da “filo d’Arianna” per i vari punti che raccontano i luoghi della guerra e quelli della cura di San Giorgio di Nogaro, alla scoperta di un’inedita vicenda di uomini, case, ferite, soldati, studenti, crocerossine e insegnanti, fra le più interessanti e sconosciute della storia sociale della Grande Guerra.  

Chi volesse percorrerla dovrà farsi guidare dalle suggestioni dei pannelli e ricostruire mentalmente realtà non più visibili, se non virtualmente attraverso le immagini fotografiche d’epoca. Bisogna, infatti, ricordare che il campus universitario fu una realtà effimera, fatta di baraccamenti e strutture di legno, costruite febbrilmente in una quindicina di giorni, tra gennaio e febbraio del 1916 dal Genio militare.

Prendendo come punto di partenza la Cappella Maran, ci si trova nei luoghi dell’ospedale 234 (ora Case Maran), attorno al quale gravitava una vasta galassia di poli sanitari minori disseminati in storiche abitazioni del paese: casa Marcon; casa ora Sguazzin, sede dell’ospedale n. 50 specializzato in interventi di chirurgia maxillo-facciale e oculistica; il Palazzat di via Emilia (ex ospedale n. 34) che fu deputato alla cura (e detenzione) di alienati gravi e pericolosi che le condizioni estreme della guerra avevano fatto ammalare e impazzire. Più oltre Villa Dora (allora Canciani), scelta come residenza temporanea di “guerra” dalla Duchessa “di ferro” Elena d’Oreans, moglie del comandante della Terza Armata Emanuele Filiberto Duca d’Aosta. Quindi Villa Vucetich con i suoi molti ospiti illustri, tra i quali il re Vittorio Emanuele Terzo, il generale Porro, ministri e sottosegretari di stato.

Proseguendo, s’incontrano il Salone Maran e su via Ammiraglio Canciani, la Clinica Pediatrica, il Laboratorio Batteriologico, i dormitori del primo anno dei corsi. Il Municipio (inaugurato solo il 4 ottobre 1903) era stato sgomberato dagli uffici comunali per fare spazio alla Clinica chirurgica del prof. Giuseppe Tusini, ai due ospedali del piano terra (negli spazi delle scuole elementari) vere e proprie cliniche universitarie a supporto delle lezioni teoriche, agli uffici di direzione e segreteria. L’ultimo tratto del percorso conduce alla zona ex PEEP, all’epoca un grande vuoto, che nel settembre-ottobre 1916 fu parzialmente riempito dalle nuove, mastodontiche costruzione in legno (una seconda aula magna, una mensa e ancora dormitori) per poter ospitare una popolazione studentesca più che raddoppiata rispetto ai corsi dell’anno precedente (passata da 466 a 812 unità). Nei locali della Fornace Foghini fu trasferito (dalla sede originaria di Casa Margreth accanto alla attuale Finanza sulla statale 14), il grande ospedale n. 238. Da ultimo dietro il cimitero, già da primo anno l’ennesimo effimero padiglione in legno «dall’apparenza di una elegante villa padronale» ospitava la grande aula di anatomo-patologia dove il prof. Antonio Dionisi in pochi mesi effettuò a scopo didattico-dimostrativo per gli studenti ben 357 autopsie: un numero enorme, tristemente prodotto da una guerra-macello, ma che esorbitava le capacità di studio e di sperimentazione di tutte le sedici facoltà universitarie di medicina italiane di allora. 

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