Il sogno americano

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Vanni Veronesi

1 Luglio 2013
Reading Time: 4 minutes

Marten Gasparini, astro del baseball

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Sedici anni appena fatti e ti trasferisci da solo in America. Ma come hai fatto?

«Sono i tempi del baseball. Entrato in Accademia, l’obiettivo è quello di arrivare a firmare un contratto con una squadra americana proprio a sedici anni, massimo diciotto: io ci sono riuscito e ne sono felicissimo».

Non è comune, specie in Italia, che un ragazzo della tua età si separi dai genitori…

«Nella mia famiglia è invece normale: mia sorella Kristen, che ha un anno più di me, andrà presto a studiare negli USA, io la anticipo di qualche mese… e sono convinto che mio fratello minore Darren (6 anni, ndr) intraprenderà la sua avventura in piena autonomia una volta arrivato alla nostra età».

Un’apertura che deriva dalla vostra particolare condizione, immagino: tuo padre friulano, tua madre caraibica.

«Sì, e mia madre mi ha spinto moltissimo. L’essere una famiglia così ‘internazionale’ è stato determinante, anche con i vari osservatori americani che abbiamo incontrato: con loro abbiamo parlato inglese senza problemi, instaurando un rapporto personale difficile da creare altrimenti».

Chi sono questi osservatori?

«In gergo si chiamano scout: girano il mondo alla ricerca di talenti da portare in USA. Nel mio caso, erano presenti al Torneo delle Accademie d’Europa, in Repubblica Ceca, due anni fa: sulla carta sono partite ‘amichevoli’, ma in realtà fai di tutto per vincere… e noi ci riuscimmo. La mia fu una buona prestazione e così suscitai l’interesse degli osservatori. Ho avuto la fortuna, poi, di partecipare ai Mondiali Under 15 in Messico e a quelli Under 18 a Seul e in entrambi i casi gli scout hanno confermato il loro interesse».

In Italia il baseball non è molto radicato: tu come ci sei arrivato?

«Provai il calcio, ma non mi trasmetteva nulla. Un giorno – ero alle medie – si presentarono a scuola alcuni rappresentanti dei Tigers di Cervignano: m’interessai subito, in fondo l’America è sempre affascinante, e mi iscrissi a undici anni. Di solito si comincia a sei: io quindi ero già in ritardo, ma in breve tempo ho recuperato le distanze e dopo due anni sono diventato vicecampione nazionale nella categoria allievi. Nel 2011 sono entrato in Accademia di Baseball a Tirrenia, in Toscana, ma ho comunque continuato a giocare con i Tigers… e ora sto per firmare un contratto per l’America. È un sogno che si realizza».

Qual è il livello generale del baseball italiano?

«Sta crescendo, sia per numero sia per qualità di atleti. La nostra Nazionale ha persino battuto il Messico: abbiamo tutte le risorse per fare bene».

E come siamo visti all’estero?

«Destiamo sempre grande interesse. Forse non ci considerano molto forti, ma siamo ritenuti ‘belli’: ovunque ci guardano con simpatia e curiosità. Solo a Seul ci siamo trovati nell’indifferenza più totale, ma questo è capitato anche a Canada e Stati Uniti, che si sono sfidate in una finale quasi senza pubblico; i coreani seguono solamente le formazioni più vicine alla loro cultura, come Cina e Giappone».

C’è un giocatore a cui ti ispiri o che prendi a modello?

«Sicuramente Derek Jeter, capitano degli Yankees di New York: un esempio, dentro e fuori dal campo. In anni in cui molti atleti prendevano steroidi e doping per aumentare le loro prestazioni, Jeter ha dimostrato che si vince con l’onestà e la forza di volontà. Non ha mai lottato per primati personali: ha sempre giocato per la squadra ed è così che ha conquistato cinque titoli».

Il doping colpisce anche il baseball, dunque.

«Ora si sta correndo ai ripari con dei controlli più rigidi, ma ci sono paesi in cui fi n da piccolo ti somministrano sostanze per aumentare le prestazioni, spacciandole per normali ‘vitamine’. Aggiungi a questo la pressione enorme del pubblico, dei soldi, del tempo che avanza ed ecco che per cadere nella trappola basta un passo. Ci sono lanciatori che sono passati da un lancio di 120 a uno di 160 km/h in un anno, solo cambiando squadra: non è possibile senza un ‘aiuto’».

Si è polemizzato sul tuo ingaggio: un contratto da un milione di dollari per un ragazzino di sedici anni… Cosa rispondi?

«La scelta dell’ingaggio è stata fatta dal Kansas City: è una decisione dei dirigenti, non mia, e per loro è un investimento. In realtà si tratta di un contratto della durata di sette anni: significa che il milione è suddiviso mensilmente. Avrò uno stipendio regolare, perché da ora in avanti il mio sarà un lavoro vero e proprio».

Com’era la tua giornata tipo in Accademia?

«Ti descrivo una particolarmente intensa. Ore 5: sveglia. 5.15: corsa o palestra fi no alle 6.30. 7: colazione. 7.30-8: preparazione per andare a scuola. 8-13: scuola. Pranzo alle 13 e alle 14.30 in campo per gli allenamenti fino alle 19. Cena alle 19.30 e, dopo cena, tentativi – poco riusciti – di studiare per la scuola…»

Che scuola hai frequentato?

«Un liceo scientifico a Livorno, indirizzo tecnologico. Avrei potuto scegliere qualcosa di più semplice: la scuola italiana non è preparata ad accogliere casi particolari come i miei, a differenza di quella americana. Negli USA, oltretutto, il baseball è disciplina scolastica e se a scuola vai male non ti fanno giocare».

Emerge una disciplina ferrea, comunque.

«Sì, ed è indispensabile: il calcio è fatto di una sessantina di partire all’anno, noi invece ne disputiamo 162».

Ti sei formato nei Tigers di Cervignano, dove hai giocato cinque anni: quanto devi a questa esperienza?

«Sono arrivato quando era allenatore Sandro Fontanot, forse il migliore in tutta la regione: ha cambiato lamia attitudine allo sport, mi ha formato come atleta e come persona. Ha tutta la mia gratitudine».

Ti mancherà ciò che lasci quaggiù?

«Dico sempre che vorrei trasferire casa mia, così com’è, in America! Tornerò ogni anno in Friuli, ma so che mi troverò bene laggiù e spero di rimanerci per sempre».

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