Il marchese mediatore

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Vanni Veronesi

29 Marzo 2019
Reading Time: 6 minutes

Eberardo del Friuli

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Il contesto storico

Nell’811 d.C., tre anni prima di morire, Carlo Magno detta il suo testamento. Fra i testimoni spicca Unroch II, fedele compagno di tante avventure militari in giro per l’Europa: a lui spettano ampi territori nel Ducato del Friuli, appena sottratto ai Longobardi. Carlo conosce bene questa regione: pochi anni prima, alla corte di Aquisgrana, ha accolto il musico Paolino di Aquileia e il cividalese Paolo Diacono, celebre autore della Historia Langobardorum («Storia dei Longobardi»). Ed è proprio ad Aquisgrana, in quel cenacolo di intellettuali passato alla storia come Schola Palatina, che in quegli anni si sta formando una nuova cultura di respiro europeo, sotto la guida del grande Alcuino di York. L’idea è tanto semplice quanto geniale: in tutti i territori del Sacro Romano Impero, da Amburgo a Benevento, viene imposta una sola liturgia per la messa, una sola scrittura (la cosiddetta ‘minuscola carolina’, ‘nonna’ del nostro Times New Roman), una sola lingua latina standard, finalmente depurata dai localismi, e un solo modello educativo per le classi dirigenti, basato sulla progressione dal ‘trivio’ (grammatica, retorica, dialettica) al ‘quadrivio’ (aritmetica, geometria, astronomia, musica).

L’attuazione di questo vasto programma culturale passa soprattutto per i monasteri, i veri custodi del sapere antico: da Corbie a Bobbio, da Lorsch a Nonantola, da Reichenau a Montecassino, l’epopea degli scriptoria contribuirà a salvare gli autori latini consegnandoli fino ai giorni nostri. Ma almeno in un caso passa anche per una biblioteca privata: quella di Eberardo del Friuli, figlio del già citato Unroch II, originario della città francese di Cynoing.

Il colto mediatore

Morto Carlo Magno e ritiratosi a vita monastica Unroch II, i rispettivi figli mantengono saldi i rapporti familiari: dopo le scorrerie dei Bulgari in Pannonia (828), l’imperatore Ludovico il Pio affiderà proprio a Eberardo la riorganizzazione del Friuli in marca. Il nome di questa nuova entità politica la dice lunga: marka, in lingua germanica, significa ‘confine’, e il Friuli (che in quest’epoca comprende anche l’Istria) è appunto l’ultimo baluardo dell’Italia, uno dei vari regni che formano il Sacro Romano Impero. Consapevole dell’enorme responsabilità, Eberardo non si accontenta di riorganizzare l’esercito per sbarrare la strada ai possibili invasori: già nell’830 è infatti dedicatario del Liber legum, il «Libro delle leggi» vergato per lui da Lupo di Ferrieres, uno dei massimi intellettuali dell’epoca. È la prova del riassetto politico del Friuli, ma anche dei rapporti internazionali che Eberardo sta tessendo, da buon allievo di quella Schola Palatina che cercherà, nel suo piccolo, di replicare per tutta la vita: di qui il suo amore per la letteratura, che lo porterà a frequentare i più importanti scrittori del tempo, da Lupo di Ferrieres al poeta Sedulio Scoto, che sottolinea come Eberardo puerilibus annis almae sophiae sacra fluentia bibit, «fin dagli anni della fanciullezza bevve le sacre acque della sapienza».

Fra i suoi amici spicca anche Rabano Mauro, autore del De laudibus sanctae crucis, una raccolta di poesie sacre ideate in modo tale da creare un nuovo componimento con una parte delle lettere disposte dentro un’immagine, secondo l’antica tecnica grecoromana del calligramma. È questo l’orizzonte culturale, e quindi politico, di Eberardo: un’Europa che tenga insieme Cristianesimo ed eredità classica, sotto l’egida dell’Impero costruito da Carlo Magno. La dialettica fra imperatore e sovrani, tuttavia, non è affatto piana: la scalata al potere, nel mondo carolingio, anima tutti i principali attori della politica. Fa eccezione proprio il marchese del Friuli, fedele a quell’idea di unità e armonia appresa ad Aquisgrana: così, quando il re d’Italia Lotario I, figlio di Ludovico il Pio e di fatto ‘co-imperatore’, entra in collisione con il padre per questioni  amministrative, il mediatore non può che essere Eberardo.

E quando, alla morte di Ludovico il Pio (840), Lotario I ne eredita il titolo, a negoziare fra l’imperatore e i suoi familiari c’è nuovamente Eberardo, uno dei registi dell’accordo di Verdun (843): l’Italia e il titolo imperiale vanno a Lotario I, le regioni tedesche passano al fratello Ludovico il Germanico e la Francia è assegnata al fratellastro Carlo il Calvo, di cui Eberardo sposa la sorella Gisella. Nell’855 Lotario I, ormai molto malato, si ritira in convento: con i nuovi accordi di Prüm entrano quindi in scena i figli Carlo, a cui viene concessa la Provenza, e Lotario II, a cui va un territorio esteso dalla Svizzera ai Paesi Bassi passando per la Francia orientale, e Ludovico II, che diventa imperatore e re d’Italia, mentre Ludovico il Germanico e Carlo il Calvo mantengono i loro precedenti territori.

Relazioni pericolose

L’ideale unitario di Eberardo si riflette anche in campo religioso. Da avido lettore dei padri della Chiesa, il marchese del Friuli sa che la dottrina è materia in movimento: attorno all’846 non si fa quindi problemi ad accogliere il monaco Gottschalk il Sassone, già da tempo in odore di eresia per la sua tesi della predestinazione. Secondo Gottschalk, la salvezza e la condanna nella vita eterna sono già stabilite da Dio, in un disegno imperscrutabile che Cristo sarebbe venuto ad annunciare non a tutti, bensì a pochi eletti in grado di comprenderlo, gli unici per i quali si sarebbe sacrificato morendo sulla croce: una teoria ferocemente osteggiata da Rabano Mauro, che farà pressioni sull’amico Eberardo per chiedergli di non ospitare più tale scandalum, ma al marchese friulano non sfugge il fatto che queste idee siano già presenti in S. Agostino e S. Isidoro di Siviglia.

Ci vorranno due concili e relative condanne per sottrarre Gottschalk, con la forza, all’ala protettrice di Eberardo, ma ormai tutti i fuggiaschi sanno che il Friuli è luogo sicuro: nell’849 arriva infatti ad Aquileia il coltissimo Anastasio, detto il Bibliotecario per il suo incarico alla corte vaticana, scappato da Roma e poi scomunicato per ragioni tuttora misteriose. Anastasio è uno dei pochissimi, nell’Europa di allora, a conoscere il greco e ad avere accesso diretto al mondo bizantino: non è dato sapere se il suo futuro reintegro nella chiesa di Roma come traduttore di opere greche sia anche opera di Eberardo, ma di certo l’appoggio del marchese friulano non verrà mai meno.

Il testamento

Dopo gli accordi di Prüm dell’855 e una serie di spedizioni militari contro Saraceni, Mori, Slavi e Normanni, Eberardo può godersi il meritato riposo. Attorno all’863, a Musestre sul Sile, redige il testamento assieme alla moglie Gisella: fra le tante disposizioni a favore dei loro nove figli, spiccano quelle relative alla divisione della poderosa biblioteca, composta da quasi 50 volumi, un numero immenso per un laico del medioevo. Troviamo testi patristici, svariati messali e salteri (raccolte di Salmi), le Storie di Orosio (un allievo di Agostino), biografie di santi, un volume del suo vecchio maestro Alcuino di York, libri di storia, geografia, giurisprudenza, medicina e scienze naturali.

A Unroch, il primogenito, spetta un trattato romano di arte militare, il Liber legum che Lupo di Ferrieres aveva confezionato per Eberardo nell’830 e un eccezionale Salterio che molti studiosi identificano nell’attuale codice Reginense latino 11, conservato alla Biblioteca Vaticana. Il manoscritto è ‘doppio’: sulla pagina di sinistra è riportata la traduzione latina dei Salmi compiuta da S. Girolamo a partire dal testo greco (la cosiddetta ‘Bibbia dei Settanta’), mentre su quella di destra è trascritta un’altra versione latina dei Salmi, sempre realizzata da S. Girolamo, ma stavolta a partire dal testo ebraico. Al secondogenito Berengario, nato a Cividale nell’850 circa, va invece un salterio scritto in lettere d’oro e il De civitate Dei («La città di Dio») di S. Agostino, l’opera politico-religiosa più importante del medioevo latino: forse un presagio del futuro destino di Berengario, che diventerà prima marchese del Friuli (874), poi re d’Italia (888) e infine, come Carlo Magno, addirittura imperatore (915). Quasi un premio post mortem alla lealtà politica del padre Eberardo.

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