Il diamante di Grado

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Margherita Reguitti

5 Maggio 2022
Reading Time: 3 minutes

Il nuovo giallo di Paolo Pichierri

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È appena uscito in libreria il giallo “Il diamante di Grado” del giornalista e scrittore triestino Paolo Pichierri, pubblicato per i tipi della goriziana Leg Edizioni per la collana La pergola. Una narrazione ambientata in un albergo di lusso dell’Isola del Sole, con protagonisti un’anziana signora di origini austriache, la sua “impegnativa” famiglia e un commissario quasi cieco in vacanza. Un racconto intriso di atmosfere, nel quale la scrittura pulita ed elegante abbraccia e tiene il lettore, morbida come un tramonto sulla laguna.

Un triestino che ambienta un giallo di atmosfere mitteleuropee a Grado, come mai?

“Amo Grado e la sua spiaggia. Trieste è la passione, Grado è il relax, il placido abbandono alla laguna”.

Dopo alcuni saggi che rimandano ai tuoi studi filosofici e al tuo stile pacato e garbato, molto bon ton, un giallo: come è stato il passaggio?

““Philosophia non facit saltus”, si potrebbe dire. I temi morali escono ancora meglio e in maniera più vivida in un giallo rispetto al saggio. Con la differenza che nel saggio l’autore controlla sempre il testo mentre in un romanzo le sue stesse tesi o certezze possono essere minacciate dalla ribellione dei personaggi”. 

Che stile di narrazione troviamo in “Il diamante di Grado”: che cosa incontriamo di te nei colori, ambienti e profumi dell’Isola d’Oro?

“Poiché l’investigatore – un ex commissario – è cieco c’è una grande attenzione alla percezione tattile e olfattiva e la visione è spinta verso l’immaginazione realistica. Ho cercato di immedesimarmi in una persona che ha perso la vista e mi sono trovato immerso in un forte potenziamento sensoriale. Dal punto di vista stilistico sono debitore di due fari: il latino e il giornalismo. Quindi, essenzialità”.

Il tuo giallo è un confronto fra generazioni, tema sempre più aperto, quali i tratti degli agées e quali dei “giovani” nella storia?

“I vecchi della storia sono eredi dei “grandi racconti” cementati da famiglia/scuola/televisione monocanale, e sono ancora accomunati, nel bene e nel male, da un super-io collettivo. I giovani si dividono in maniera più netta tra morali e amorali, proprio come vediamo nei nostri ragazzi di oggi, figli della “disseminazione””.

Perché a questo punto della tua carriera di giornalista e scrittore un classico sempre attraente “giallo”?

“Perché il giallo pone una sfida: funziona o no, on/off. È scritto per chi lo legge, non per chi lo scrive. Non è una comunicazione testuale emotiva, ma un piatto preparato per essere pregustato e gustato (con il dessert alla fine)”.

Un testo nato come radio giallo ora mutato in libro: in cosa si è arricchito e cosa non è stato possibile mutare dall’interpretazione attoriale radiofonica?

“La versione radiofonica realizzata per la Rai del Friuli Venezia Giulia aveva puntato molto sulla dimensione acustica, curata minuziosamente dal regista Mario Mirasola. Il testo scritto scommette invece sulla dimensione di immaginazione visiva e tattile e sulla dinamica olfattiva, impervio passaggio che ho cercato di avvicinare al lettore con la forza delle parole”.

Quali le reazioni del pubblico alle presentazioni: quali sorprese per te per anni anchorman televisivo?

“La reazione è stata ottima, partecipe e interessata. Ne sono davvero felice. Come anchorman ho sempre pensato non a una platea, ma un singolo telespettatore – o meglio a una singola telespetattrice – da guardare negli occhi. Sono stato quindi facilitato nell’approccio”.

Da amica, collega e estimatrice vorrei mi confessassi se ti sei divertito scrivendo questo libro dove le atmosfere e l’eleganza prevalgono in un clima di villeggiatura Mitteleuropea?

“Sì, mi sono divertito molto cara Margherita. Il problema non è mai scrivere, ma correggere e limare. Quello è meno divertente!”

Prossimo cimento letterario?

“I personaggi del giallo mi stanno premendo per un sequel, vogliono continuare a vivere. Non so se riuscirò a tenerli a bada”.

 

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