Icaro in Friuli Venezia Giulia

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Michele D'Urso

3 Novembre 2017
Reading Time: 5 minutes

Arduino Persello

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Voglio cominciare dalla fine. Il motto conclusivo dell’articolo sembra un adagio orientale: il timore viene vinto dalla gioia. E sono arrivato a questo concetto partendo da un dubbio che mi angustiava: possono attività che si somigliano essere completamente differenti, addirittura imparagonabili fra loro? Io avevo sempre pensato che lo sport del parapendio fosse una variante del più antico paracadutismo… «Assolutamente no!»

Arduino Persello, friulano originario di Majano e gemonese di adozione, classe 1968, al momento unico istruttore friulano di volo in parapendio per questo sport in Friuli Venezia Giulia, interviene a rendermi edotto in materia. «Sono due cose completamente differenti, non per niente noi siamo chiamati piloti e non paracadutisti».

Continui, continui…

«Il paracadute, in definitiva, serve solo a rallentare la caduta; la vela che noi usiamo è invece una vera e propria ala, manovrabile agevolmente, che permette a seconda del tipo usato anche delle mirabolanti acrobazie. Il paracadutista le acrobazie le fa, ma prima di aprire il paracadute. Noi decolliamo, non ci lanciamo, e dobbiamo fare i conti con tutte le leggi che regolano gli spazi aerei».

Quindi, concettualmente, siete più vicini all’aliante. Ma vi capita di incrociare aerei in volo?

«Succede. Voliamo negli spazi a noi consentiti, e difficilmente si va oltre, ma un aereo militare, ad esempio, va un po’ dove vuole. A me è successo di incrociarne uno che a una cinquantina di metri si è messo di ‘traverso’, per evitare che le sue scie andassero a interferire con il mio volo. E questa distanza è davvero minima; praticamente ho visto in faccia il ‘Top Gun’».

Lei da quanto tempo vola?

«Ho cominciato esattamente 23 anni fa. All’epoca si era ancora agli albori di questo sport, almeno qui, ma è stato amore a prima vista. Ho cominciato e non ho più smesso. Dopo un paio di anni ho fatto l’abilitazione al biposto e al deltaplano, e da allora scarrozzo un po’ di gente a spasso per i cieli, anche in compagnia di qualche grifone, animali stupendi che spesso ci accompagnano in volo».

Volare assieme alle aquile… Lo vedo uno sport da temerari; non ha mai avuto paura?

«No. È giusto che ci sia un po’ di tensione, perché alza il livello di attenzione, ma poi il timore viene vinto dalla gioia di quello che fai. Se mi chiedono: il suo è uno sport pericoloso? Rispondo di no. Perfino Valentino Rossi qualche volta è caduto, ma anche dal divano si casca».

Diciamo che se si è preparati si possono superare i propri limiti…

«Ho stabilito tre record del mondo, uno dei quali ancora imbattuto. Non ci si alza al mattino e si battono primati. Ho fatto una lunga, gioiosa e appassionante ‘gavetta’ che mi ha dato l’esperienza per affrontare qualsiasi situazione; ho fatto anche degli errori, perché imparando si sbaglia. Ho all’attivo otto ‘emergenze’, più due atterraggi senza perché la distanza dal suolo era troppo bassa».

Per emergenza intende l’apertura del paracadute? Scusi sa, ma io ho un po’ la fobia…

«Esatto. Come su ogni velivolo, può verificarsi una avaria che renda necessario l’apertura del paracadute di emergenza. In ogni caso è per ridurre ulteriormente la velocità di caduta; le vele non fanno la cosiddetta ‘fiammella’, perché sono già dispiegate, quindi mantengono sempre un minimo di portanza».

Mi racconta una di queste ‘disavventure’?

«Una volta ero decollato in situazioni limite e mi sono beccato, per inesperienza, un temporale. Si vola col bel tempo, perché così si hanno le condizioni migliori. Bisogna sempre stare attenti alle previsioni. Quella volta ho arrischiato un po’; la vela molto bagnata non è in grado di rispondere ai comandi e quindi o si va ‘alla deriva’ o si casca. Ma l’avventura più pericolosa mi è capitata senza dover ricorrere all’emergenza».

Cosa successe?

«Eravamo nel Nord-Est del Brasile con una spedizione creata ad hoc, con tanto di staff tecnico di assistenza. In quelle terre ci sono venti ottimali e correnti atmosferiche che rendono possibile ricoprire adeguate distanze, eppure mi ritrovai costretto ad atterrare, poco prima di mezzogiorno, nel bel mezzo della foresta. Ho camminato tutto il giorno verso la direzione imposta dal GPS; ho finito l’acqua, le piccole scorte di cibo e mi stavo rassegnando a passare la notte fra le fiere. Per fortuna, verso le 9 di sera, mi hanno ritrovato. Lì, ho avuto un po’ di paura».

Spesso accompagna con il biposto la gente a volare; almeno loro, paura ce l’hanno?

«Non mi è mai successo, e ne ho accompagnati tanti, che qualcuno si sia fatto prendere dal panico. È successo invece che abbiano avuto qualche nausea, ma mai per paura. La persona più ‘anziana’ che ho portato in volo superava gli 85 anni, la più giovane 6 compiuti da poco. Di episodi particolari ne succedono, ma piacevolissimi; l’ultimo, una richiesta di matrimonio in volo».

Addirittura?

«Il mio collega e io dovevamo portare in volo una coppia, e lui, prima del decollo, ci ha avvisato della sua intenzione; così, di nascosto da lei, abbiamo preso con noi un megafono e al momento opportuno ci siamo affiancati. Lui ha tirato fuori la sua dichiarazione d’amore e l’ha letta in volo con tanto di richiesta finale. Per me era ‘sì’. E anche per la signora è stato così».

Per onor di cronaca, parliamo un po’ dei suoi titoli…

«Sono stato più volte campione friulano nelle gare di velocità, e anche campione italiano e mondiale in quelle di distanza. Soprattutto nei primi anni le competizioni rivestivano un ruolo determinante, anche perché rappresentano una spinta a migliorarsi, a prepararsi. Poi l’agonismo classico ha lasciato il posto alla ricerca dell’essenza di questo sport, e mi sono dedicato alla ricerca dei record. Oggi qualche volta gareggio ancora, ma principalmente svolgo attività promozionale e di insegnamento. Prima eravamo una ‘succursale’ di un aeroclub veneto, da poco abbiamo il nostro Aero Club Volo Libero Friuli A.s.d., del quale sono anche presidente. Organizziamo manifestazioni a tutti i livelli; la più famosa è l’ACROMAX, la coppa del mondo di volo acrobatico che si tiene sul Lago di Cavazzo in agosto».

Ci sono anche altre specialità?

«In definitiva ce ne sono di due tipi: le acrobatiche e quelle di distanza. All’interno di ognuna troviamo delle sottospecialità».

La vostra è una attività con interessanti ricadute sul territorio.

«Le nostre richieste sono sempre state supportate, aiutati anche dal fatto che Gemona ha una vocazione fortemente sportiva, partendo dalla Facoltà di Scienze Motorie per arrivare al progetto SPORTLAND: qui lo sport viene giustamente considerato una vera attività».

Mi ha colpito molto una sua frase: “il timore viene vinto dalla gioia di fare ciò che fai”. È l’Arduino uomo che parla?

«Amo quello che faccio. In ambito lavorativo sono socio di minoranza in una piccola industria, ma abbiamo comunque 35 dipendenti; se hai amore per quello che fai lo puoi trasmettere agli altri».

Conosco qualche ragazzo dell’Aeroclub e lei è considerato una specie di leggenda. Qualcuno dice che ogni volta che la vede lei sembra più giovane… Forse volando il tempo scorre diversamente?

«Tutte leggende metropolitane. Per quello che faccio mi preparo sia fisicamente che mentalmente. Corro e faccio palestra cercando di sviluppare le doti di propriocettività che mi servono in volo. E bevo un bicchiere con gli amici».

I maestri sono fatti così; semplici, diretti, pragmatici, ma non per questo privi di emozioni. E Arduino ha trasmesso tutto questo spiegandomi il suo sport. Non so se proverò ad andare a volare con lui, ma la tentazione è forte. E non ditemi che per voi non è la stessa cosa!

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