Eroi della fede senza medaglie

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Alberto Vittorio Spanghero

17 Novembre 2016
Reading Time: 5 minutes

Sacerdoti nella Grande Guerra

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Con l’inizio della Grande Guerra, tutte le popolazioni dell’Impero si trovarono coinvolte, sotto varie forme, sul piano ideale e materiale del conflitto. La propaganda diventava lo strumento indispensabile per raggiungere gli scopi per i quali si combatteva. Per conseguire una possibile e più ampia condivisione e convincere le masse, venivano usati tutti i mezzi ritenuti validi, compresi quelli autoritari come la coercizione per l’adempimento di certi obblighi che lo Stato riconosceva necessari per esigenze belliche.

L’internamento forzato dei civili fu uno dei mezzi messi in atto sia all’inizio sia durante la guerra, non per chi aveva trasgredito la legge, ma come misura preventiva. Questa operazione l’Austria la iniziò già nell’estate del 1914: praticamente nello stesso mese dell’entrata in guerra. La stampa invitava la popolazione a stare in guardia contro gli elementi sovversivi e a collaborare con la polizia per senso di “dovere patriottico”. La sorveglianza dei sospetti, i primi arresti e i primi internamenti vennero fatti fra gli immigrati stranieri, ma anche contro gli stessi cittadini austro-ungarici. Gli internamenti dei cittadini austriaci sospettati per motivi politici avvenivano fra gli irredentisti italiani, ma anche fra gli anarchici e in alcuni casi fra i socialisti o fra persone ritenute pericolose di spionaggio e sabotaggio.

Con l’entrata in guerra dell’Italia e la conseguente occupazione italiana di parte del territorio della Contea di Gorizia e Gradisca, le popolazioni dei territori occupati subirono un trattamento influenzato dalla paura, dal sospetto dello spionaggio e dalle imboscate. Tutti questi elementi minarono, nella fase iniziale del conflitto, i rapporti dei militari con la popolazione. Fin dai primissimi giorni dell’occupazione, la polizia italiana diede inizio alle operazioni di arresto e di internamento. Esso consisteva nell’allontanare le persone giudicate insicure, quali anarchici, filo-austriaci, religiosi; per l’incriminazione era sufficiente sostenere in pubblico le ragioni del nemico o, per quanto riguarda i sacerdoti, aver pregato in chiesa per l’Imperatore. Uno venne internato per aver affermato in pubblico che gli austriaci erano forti, un altro per aver giudicato “fedifraghi” gli italiani. In totale furono 60 i sacerdoti della diocesi di Gorizia internati in Italia con accuse talvolta assurde, come quelle di aver fatto delle segnalazioni agli aerei nemici con candele, lumi e fuochi. E ancora di aver tenuto apparecchi telefonici nascosti nei tabernacoli o sotto i pavimenti delle chiese. All’epoca si era sparsa la voce che don Eugenio, il curato di Turriaco, fosse stato accusato di essere stato sorpreso con un lume a petrolio acceso sotto la gabbana a fare segnali luminosi di notte dal campanile…

Molte persone, fra cui anche sacerdoti, furono arrestate, ammanettate e, a piedi, condotte in catene nei centri di raccolta, lontani decine di chilometri, per essere deportate in luoghi dell’Italia centrale.

L’arresto del parroco di Staranzano Benedetto Drius evidenzia, per le barbare modalità in cui  è svolto, il clima di odio di quei momenti. Una pattuglia di militari italiani lo arrestò, gli strapparono il rosario che aveva attorno al collo e al grido di “pretaccio” lo pestarono a sangue. Fu costretto a salire in groppa a un cavallo che lo scaraventò a terra. Poi lo legarono alla coda del cavallo che gli diede un calcio: ciò gli provocò una vistosa ferita alla testa e una al labbro superiore, lasciandogli una cicatrice che sarebbe risultata poi permanente.

Si formavano tristi e meste colonne di arrestati, legati due a due, fra i quali spesso si notavano le tonache nere dei sacerdoti. Don Martino Chiaruttini fu visto in mezzo ai soldati mezzo nudo e con la testa fasciata, mentre una signora di Pieris, mossa a compassione, gli procurò una camicia. Nelle stazioni ferroviarie, in territorio italiano, questi malcapitati erano spesso bersaglio di insulti, sputi e percosse da parte di persone ostili che accorrevano incuriosite. Vedendoli ammanettati e non sapendo chi fossero, li credevano dei delinquenti autori di chissà quali infamie e orrendi delitti.

I sacerdoti del Monfalconese internati furono: Luigi Baroncini, vicario di Begliano, internato a Zubiena (Piemonte); Eugenio Brandl, curato di Turriaco, internato ad Asti; Benedetto Drius, curato di Staranzano, internato a Firenze; Giovanni Kren, parroco-decano di Monfalcone, internato a Firenze; Domenico Veliscig, parroco di San Pier d’Isonzo, internato nella Fortezza del Belvedere a Firenze. I sacerdoti del Cervignanese, del Cormonese e del Gradiscano internati in Italia, dall’Esercito italiano, furono una sessantina circa e ne ricordiamo alcuni: Francesco Ballaben, parroco di Villa Vicentina; Giuseppe Calligaris, parroco di Aiello; Giuseppe Camuffo, parroco-decano di Fiumicello; Giovanni Meizlik, arciprete di Aquileia; Bernardo Mijolin, guardiano a Barbana; Enrico Sartori, parroco di Romans; Desiderio Spagnul, beneficiato di Cormons; Carlo Stacul, parroco decano di Gradisca; Sebastiano Tognon, parroco di Grado; Giuseppe Viola parroco di Capriva.

Queste persone venivano arrestate, schedate e portate in luoghi dell’interno dello Stato lontani dalle zone di guerra, dove il controllo da parte delle autorità era ritenuto più facile e sicuro. L’Italia aveva organizzato il controllo degli internati disperdendoli in gruppi dal numero limitato sull’intero territorio, per lo più in Sardegna e Sicilia, ma anche in piccole isole come Ustica, Lipari, Ventotene e in molte altre località della penisola. Decine di religiosi, ritenuti sostanzialmente contrari all’occupazione, furono internati a Firenze, Avellino, Lucca, Cremona, Napoli, Caserta, ma anche a Potenza, Pesaro, Ascoli Piceno, Caltanissetta, Marsala, Teramo.

Ma è giusto ricordare anche quei sacerdoti isontini, della Diocesi di Gorizia, che nel 1915 furono allontanati dalle loro sedi per un provvedimento delle autorità austriache, perché ritenuti ex regnicoli o regnicoli o di origine slovena di sentimenti russofili o antiasburgici. Da ricerche fatte sembra che il loro numero fosse soltanto di otto; tra gli altri ricordiamo Giovanni Bressa, beneficiario di Aquileia; Beniamino Bianche, vicario di Pieris; Luigi Pavlin, vicario di Malchina e Giovanni Scaparone, del convitto San Luigi di Gorizia.

Dalla parte italiana la decisione dell’internamento di una persona era di competenza esclusiva del Comando Supremo, che delegava ai comandi inferiori il compito di autorizzare e organizzare il fermo. L’esecuzione del provvedimento spettava invece ai Regi Carabinieri su ordine dei  Commissariati Civili istituiti appositamente nei territori occupati.

In conclusione, ricordiamo che quasi tutti i sacerdoti internati in Italia e in Austria fecero ritorno alle proprie parrocchie d’origine già nei primi mesi del 1919. Ma come ebbe a dire il vescovo Pietro Cocolin, “Ciò che conta maggiormente in tutte queste storie, sono state le qualità morali che i nostri preti seppero dimostrare in quelle tristi circostanze”.

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