Emozioni sui pedali

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Livio Nonis

19 Luglio 2023
Reading Time: 4 minutes

A 18 anni vinse il titolo mondiale junior nell’inseguimento a squadre. A un passo dall’ingresso tra i pro, lasciò il ciclismo per lavorare in banca. “Il rimpianto più grande? Le Olimpiadi”

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Gooik (Belgio), 7 luglio 1976. I ciclisti dei diversi team nazionali si stanno riscaldando prima della partenza della gara a inseguimento a squadre del Campionato mondiale Juniores. Un percorso di 70 km nel quale le compagini dell’Est Europa sono le grandi favorite.

Sui “rulli” a preparare la corsa ci sono anche i componenti della formazione italiana: Corrado Donadio, Gianni Giacomini, Ivano Maffei e il bisiaco (anche se nato in Sicilia) Alessandro Primavera.

Subito dopo lo start, per gli azzurri si mette bene: cambi regolari, ogni venti/trenta secondi. Passano i chilometri, aumentano fatica e sudore ma le forze non calano, sorrette dalla consapevolezza che l’impresa è dietro l’angolo. A certificarla nella storia è il cronometro ufficiale al traguardo finale: 1h 22’ 36”.

Nessuno farà meglio di loro, l’Unione Sovietica arriva seconda, a 1’ 29”, mentre la Polonia terza ha un ritardo di 2’ 53”. Un trionfo.

Alessandro Primavera conquista così il titolo mondiale, uno dei pochi che possono vantarsi, nell’ex provincia di Gorizia, di aver indossato la maglia iridata di colore bianca con le cinque bande colorate intorno al torace, il simbolo del campione del mondo di ciclismo.

L’apice di una brillante carriera ricca di numerosi successi che tra il 1970 e il 1980 ha visto Primavera salire sul podio molte volte come vincitore, occupando in altre occasioni gli altri gradini con medaglie.

Memorabili anche le quaranta vittorie a carattere regionale, quando Alessandro correva con il Pedale Ronchese. Ingaggiato successivamente da squadre di levatura nazionale e internazionale, tra i suoi successi impossibile non citare il primo posto nell’ultima tappa della “Corsa della Pace” in Cecoslovacchia (con la seconda posizione nella classifica generale a soli 39” da Lipa Cecos), il Gran Premio Industria del Cuoio e delle Pelli a Santa Croce sull’Arno, il Gran Premio Chianti Colline d’Elsa (Toscana), il Giro delle Due

Provincie – Marciana di Cascina, il Gran Premio San Pancrazio, il Trofeo delle Regioni, la Coppa Lanciotto Ballerini, il G.P. Banca Popolare di Foligno.

Primavera si è inoltre piazzato sempre sul podio nel Giro della Bulgaria e della Jugoslavia, confrontandosi

con i forti atleti dell’U.R.S.S. e della D.D.R.: un curriculum di tutto rispetto.

Nel 1980, a soli 22 anni e quattro anni dopo il successo mondiale, Alessandro Primavera chiude la sua carriera a un passo dal diventare professionista, per dedicarsi al lavoro come impiegato in banca.

Ora Alessandro, in pensione, vive a Fiumicello e incontrandolo abbiamo parlato naturalmente di ciclismo.

Riavvolgiamo il nastro: cosa ricorda di quella corsa mondiale in Belgio?

«È un ricordo indelebile che vive ancora in me, una gara dove con i miei compagni di squadra abbiamo dato più di quello che potevamo dare. Avevamo un affiatamento incredibile, non abbiamo mai sbagliato un cambio e ci siamo sostenuti a vicenda. Non abbiamo tradito la grande fiducia del nostro commissario tecnico, Giosuè Zenoni. Peccato che nella prova in linea io sia caduto, ero in perfetta forma, ma sono ugualmente tornato a casa, nella mia famiglia all’epoca a Ronchi dei Legionari, come campione del mondo».

Com’è cambiato il ciclismo dagli anni ’70/80 a oggi?

«Oggi il ciclismo è enormemente cambiato rispetto ai miei tempi. La preparazione atletica è molto più specifica, ci sono preparatori che elaborano programmi per sviluppare le caratteristiche di ogni singolo atleta. I materiali sono completamente diversi e le biciclette, con la costante ricerca tecnologica, sono mezzi sempre più performanti. I test su strada di nuovi componenti e l’utilizzo dei concetti della biomeccanica nella progettazione dei telai hanno stravolto completamente il design e il concetto della bicicletta. Oltre a tutto il resto…»

Per esempio?

«La tattica è completamente cambiata, certi corridori preparano la stagione per partecipare a un numero di gare specifiche, qualcuno anche a una sola. Le comunicazioni sono cambiate ci sono le radioline che hanno rivoluzionato tutto, le ammiraglie possono comunicare con i vari atleti, definire o modificare le tattiche di corsa, cose che ai miei tempi non esistevano, tutto o quasi veniva preparato prima della gara».

Ora è tornato da dove era partito, al Pedale Ronchese, in qualità di dirigente allenatore. Quali sono i suoi compiti?

«Assieme a Giuliano Furlan e Luca Moratti prepariamo i ragazzi della categoria giovani e esordienti. Stiamo lavorando molto bene, preparando queste giovani promesse, lavorando innanzitutto in palestra. Con la bella stagione portiamo i più giovani ad allenarsi, in sicurezza, nella pista del campo sportivo di calcio, mentre i più grandi si vanno a preparare in strada, naturalmente scortati. È una nuova esperienza che mi ha fatto piacere: il ciclismo è il mio sport ed è stato un po’ ritornare giovane».

In una carriera ricca di soddisfazioni c’è anche qualche rammarico per qualcosa che poteva fare e che non ha fatto?

«Qualche rammarico c’è. Innanzitutto non essere diventato professionista, anche se fu una mia scelta. Ma mi dispiace soprattutto la mancata partecipazione alle Olimpiadi di Mosca nel 1980: le voci mi davano in partenza per la Russia, peccato che poi non se ne fece nulla. È stato un dispiacere, ma rivangare il passato non ha senso: sono soddisfatto della mia carriera da ciclista».

Ha mantenuto i rapporti con gli avversari e i compagni di squadra?

«In gara il rapporto con i miei avversari era naturalmente molto competitivo, ma dopo aver tagliato il traguardo le nostre relazioni sono sempre state positive. Ancora oggi, dopo molti anni, ci sentiamo al telefono e ogni tanto ci scambiamo le visite. Anche con il quartetto del Mondiale abbiamo un gruppo Whatsapp e ci sentiamo quotidianamente, insomma un’esperienza che prosegue nonostante le carriere siano da tempo concluse».

 

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