<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Vanni Veronesi &#8211; imagazine.it</title>
	<atom:link href="https://imagazine.it/home_desk/author/veronesi/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://imagazine.it/home_desk</link>
	<description>imagazine la voce autentica</description>
	<lastBuildDate>Tue, 11 Feb 2020 23:00:00 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.9.4</generator>

<image>
	<url>https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/cropped-imagazine_icona-150x150.png</url>
	<title>Vanni Veronesi &#8211; imagazine.it</title>
	<link>https://imagazine.it/home_desk</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Nel nome della cultura</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/nel-nome-della-cultura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vanni Veronesi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Feb 2020 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=32468</guid>

					<description><![CDATA[<p>Domenico Rossetti de Scander</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/32813-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/nel-nome-della-cultura/">Nel nome della cultura</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Le origini</strong></p>
<p>Il <strong>14 marzo 1774</strong>, un giorno dopo lo sbarco di James Cook sull’Isola di Pasqua, nell’asburgica Trieste nasce <strong>Domenico Rossetti</strong>, rampollo di una delle più ricche famiglie della città. Il padre Antonio, facoltoso commerciante, è in trattativa per ricevere il titolo di conte, che otterrà un anno dopo da Maria Teresa d’Austria. Perché i soldi, che pure sono molti in casa Rossetti, non bastano: occorre un blasone per contare <em>davvero, </em>sicché l’aggiunta dell’attributo <strong>de Scander </strong>(dall’antica famiglia albanese degli Scanderberg, alla quale Antonio può risalire per via materna) rappresenta il coronamento del tipico sogno borghese di allora.</p>
<p>E se le nuove idee illuministe stanno facendo breccia in America (Guerra d’Indipendenza nel 1775) e in Francia (Rivoluzione nel 1789), nulla sembra invece scalfire Maria Teresa d’Austria, sensibile alle istanze di rinnovamento al punto da giocare d’anticipo: di qui la legge sull’istruzione primaria obbligatoria in tutti i territori asburgici e, per Trieste, la conferma e l’ampliamento dei privilegi di <strong>porto franco</strong>. Il giovane Domenico cresce quindi in una città che guarda da fuori i grandi eventi, in un ambiente internazionale dominato dal commercio, ma ancora povero dal punto di vista culturale: non è un caso che la sua vera formazione umanistica avverrà al Collegio Cicognini di Prato, dal 1785 al 1790, nel cuore di quella Toscana che ha dato i natali a Dante, Petrarca e Boccaccio, le «tre corone» simbolo della letteratura italiana. Nel 1790 Rossetti passa quindi a Graz, dove studia filosofia, per poi trasferirsi a Vienna nel 1792, dove si laurea in giurisprudenza nel 1800. Nel frattempo, però, è cambiato tutto: nel 1797 <strong>Napoleone </strong>ha occupato Trieste, dalla quale si è poi ritirato poco dopo. Il pericolo, però, è solo rinviato: la città vivrà altre due occupazioni napoleoniche (1805-1806 e 1809-1813).</p>
<p>Da vero uomo di ‘classe dirigente’, il neoavvocato Rossetti decide comunque di tornare a casa, per dare nuova linfa a un ambiente intellettuale fragile e ancora in formazione.</p>
<p><strong>La patria ideale</strong></p>
<p>Solo sette anni prima, nel 1793, l’Accademia d’Arcadia Romano-Sonziaca ha infatti istituito la ‘<strong>Pubblica Biblioteca Arcadica Triestina</strong>’ con il preciso scopo, come si legge nei documenti, di «formare l’intelletto della gioventù dello stato mercantile e procurare gli aiuti per l’estensione di quelle cognizioni che conducono all’ingrandimento dell’industria». La cultura come mezzo per migliorare l’economia e la politica: un’intuizione tipicamente liberale (negli anni Trenta dell’Ottocento sarà teorizzata da Alexis de Tocqueville nel quindicesimo capitolo della <em>Democrazia in America</em>) su cui Rossetti innesta un elemento ulteriore, ossia l’«amor di patria» che sta lentamente maturando in tutti i territori europei soggetti a dominazioni straniere.</p>
<p>Ma Rossetti non è e non sarà mai un rivoluzionario: la sua Italia, lontana da quella che propugneranno i risorgimentali di lì a qualche tempo, è un riferimento intellettuale, non politico. Fedele all’universalismo mitteleuropeo, Domenico crede in una patria prima di tutto interiore, in un’identità che non ha bisogno di bandiere per prosperare. Così, nel pieno dell’ultima occupazione napoleonica, nel 1810 eredita la tradizione dell’Arcadia Romano-Sonziaca, dismessa pochi mesi prima, e fonda la <strong>Società di Minerva</strong>, ospitata a Palazzo Pitteri, affacciato su quella che allora era Piazza Grande e oggi è Piazza Unità d’Italia.</p>
<p>L’associazione, che dal 1829 si doterà di una rivista prestigiosa (<em>L’Archeografo Triestino</em>, tuttora in attività), ha come intento quello di promuovere il sapere in chiave locale (la storia e le tradizioni di Trieste e dintorni), italiana (la grande letteratura dal Trecento in poi) e internazionale (le ultime novità da tutto il mondo): un progetto ambizioso che trova terreno fertile in una città che si scopre affamata di cultura e desiderosa di riscattarsi dal torpore intellettuale. Il passo successivo, dunque, non può che essere un monumento in memoria di <strong>Johann Joachim Winckelmann</strong>, interprete rivoluzionario dell’arte greca e ispiratore del Neoclassicismo, ucciso proprio a Trieste nel 1768: a questo progetto Rossetti dedicherà un libro (<em>Il Sepolcro di Winckelmann in Trieste</em>, Venezia 1823) e anni di lavoro instancabile, fino a quando il <strong>cenotaffio</strong>, scolpito da <strong>Antonio Bosa </strong>ma approvato da <strong>Canova </strong>in persona, sarà effettivamente inaugurato nel 1833, nell’area sotto la chiesa di San Giusto che di lì a poco sarebbe diventata <strong>Orto Lapidario romano </strong>con annesso <strong>Museo Civico</strong>.</p>
<p><a href="http://imagazinevideotruck.it/outlet/relink.html" target="_top" rel="noopener"><img fetchpriority="high" decoding="async" align="LEFT" height="250" src="http://imagazinevideotruck.it/outlet/outlet30.gif" width="300" alt="outlet30" title="Nel nome della cultura 1"></a></p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p><strong>Virtù civili e ispirazione letteraria</strong></p>
<p>È dunque un uomo colto Rossetti, come dimostrano anche i suoi contatti epistolari (basti il nome di <strong>Giacomo Leopardi</strong>), ma non per questo insensibile ai problemi quotidiani della città, di cui è Procuratore dal 1817: spetta proprio a lui il primo studio sistematico sull’idrografia del territorio triestino, argomento quanto mai importante in una città che ancora nei primi decenni dell’Ottocento affronta problemi di rifornimento d’acqua. Escono così l’<em>Indagine sullo stato del Timavo </em>(1827) e l’opuscolo <em>Pozzi artesiani, sorgenti ed acque correnti per Trieste e suo territorio </em>(1835), testimonianze significative del suo impegno di amministratore locale.</p>
<p>Questa doppia natura politico-letteraria è descritta dallo stesso Domenico con parole ispirate, in una missiva ad Andrea Mustoxidi del 5 aprile 1829 che ricorda la <em>Lettera a Francesco Vettori </em>di Machiavelli: <em>La massima parte del giorno è dedicata alla guerra forense od amministrativa e vi combatto con una grossa penna d’oca nera. La sera e qualche parte della nostra notte si consacrano alla pace degli studi con penna d’oca bianca, da poi che non volle il cielo donarmene né di cigno, né di colomba, né di aquila sublime.</em></p>
<p>È quindi naturale che una delle figure di riferimento del Conte sia <strong>Enea Silvio Piccolomini</strong>, vescovo di Trieste dal 1447 al 1449 e papa, con il nome di <strong>Pio II</strong>, dal 1458 al 1464: un intellettuale bibliofilo, mecenate delle arti e scrittore di razza, ma anche un politico che nel suo ruolo di pontefice tentò di dialogare con Maometto II, fresco conquistatore di Bisanzio, al quale promise il riconoscimento ufficiale in cambio della sua conversione al Cristianesimo; un papa, inoltre, che difese i triestini dalle mire espansionistiche di Venezia e ne confermò i privilegi fiscali. Su questo straordinario umanista Rossetti inizia ben presto a raccogliere materiali preziosissimi: nella sua collezione entrano quindi i manoscritti, finemente miniati, della <strong><em>Lettera a Maometto II</em></strong>, spregiudicato funambolismo diplomatico, e della <strong><em>Historia de duobus amantibus</em></strong>, curioso romanzo d’amore in forma epistolare.</p>
<p>Ma la vera passione di Rossetti è naturalmente il poeta civile per eccellenza: quel <strong>Francesco Petrarca </strong>che nel 1345 aveva scritto il carme <em>Italia mia, benché il parlar sia indarno</em>, accorato grido di dolore per una terra stritolata da mercenari stranieri e lotte intestine.</p>
<p>E del resto l’italo-mitteleuropeo Rossetti non può che guardare all’esempio di un poeta di statura internazionale, nato ad Arezzo ma cresciuto ad Avignone, fiero erede della romanità ma con lo sguardo ben puntato verso le Fiandre, la Germania e la Boemia. Così, nel giro di pochi decenni, la collezione del conte Domenico si arricchisce di incunaboli, pregiate edizioni a stampa e addirittura splendidi manoscritti quattrocenteschi.</p>
<p>Da questo flusso enorme di materiali petrarcheschi nascerà, nel 1828, il magistrale volume <strong><em>Petrarca, Giulio Celso e Boccaccio</em></strong>, che presenta due grandi conquiste esegetiche: il riconoscimento di Petrarca come autore di una biografia di Giulio Cesare (<strong><em>De gestis Caesaris</em></strong>), fino ad allora considerata opera di un autore romano (il che la dice lunga sulla qualità eccelsa del latino petrarchesco), e il riconoscimento di <strong>Donato degli Albanzani </strong>(inizio del Quattrocento) come autore del <strong><em>Libro degli huomini famosi</em></strong>, traduzione in volgare del <strong><em>De viris illustribus </em></strong>di Petrarca. Sul <em>Libro </em>di Albanzani (e quindi indirettamente sul <em>De viris</em>) Rossetti lavora quasi ossessivamente, comperandone ben <strong>tre manoscritti </strong>sul mercato antiquario, nonché due copie della <strong>prima edizione a stampa </strong>(Verona 1476): una rimane integra, mentre l’altra viene sfascicolata per poter avere delle pagine libere attorno alle quali incollare dei talloncini di carta, in modo da ampliarne i margini su cui apporre glosse e commenti.</p>
<p><strong>Alle origini del Museo Petrarchesco Piccolomineo</strong></p>
<p>Il 14 giugno 1838, alla soglia dei 64 anni, Rossetti stila il suo <strong>testamento</strong>, poi aggiornato il 2 giugno dell’anno successivo. La nomina ad esecutore di <strong>Giuseppe de Lugnani</strong>, direttore della Biblioteca Civica – erede di quella fondata nel 1793 –, prelude già i contenuti del testamento stesso: alla morte del Conte, tutta la sua collezione dovrà infatti passare alla Biblioteca. Il 28 settembre 1842 una malattia polmonare pone fine alla vita di Domenico: pochi anni dopo, come da accordi, la Civica riceve in eredità 7.845 pezzi fra manoscritti, incunaboli, stampe e opere d’arte. Questo patrimonio immenso è oggi meta di studiosi provenienti dal mondo intero, ma è anche a disposizione di tutti i visitatori: dal dicembre 2003, le due principali collezioni messe insieme da Rossetti sono valorizzate all’interno del <strong>Museo Petrarchesco Piccolomineo </strong>di via Madonna del Mare, piccolo scrigno di tesori indimenticabili.</p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fnel-nome-della-cultura%2F&amp;linkname=Nel%20nome%20della%20cultura" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_x" href="https://www.addtoany.com/add_to/x?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fnel-nome-della-cultura%2F&amp;linkname=Nel%20nome%20della%20cultura" title="X" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="https://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fnel-nome-della-cultura%2F&amp;linkname=Nel%20nome%20della%20cultura" title="WhatsApp" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_linkedin" href="https://www.addtoany.com/add_to/linkedin?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fnel-nome-della-cultura%2F&amp;linkname=Nel%20nome%20della%20cultura" title="LinkedIn" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_email" href="https://www.addtoany.com/add_to/email?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fnel-nome-della-cultura%2F&amp;linkname=Nel%20nome%20della%20cultura" title="Email" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fnel-nome-della-cultura%2F&#038;title=Nel%20nome%20della%20cultura" data-a2a-url="https://imagazine.it/home_desk/nel-nome-della-cultura/" data-a2a-title="Nel nome della cultura"></a></p><p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/32813-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/nel-nome-della-cultura/">Nel nome della cultura</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il diavolo sull&#8217;altopiano</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/il-diavolo-sullaltopiano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vanni Veronesi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 May 2019 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=29535</guid>

					<description><![CDATA[<p>Sir Richard Francis</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/29817-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/il-diavolo-sullaltopiano/">Il diavolo sull&#8217;altopiano</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Soldato, esploratore, geografo, poeta, saggista, linguista, antropologo, ambasciatore, avventuriero, spadaccino, conoscitore di 29 lingue: in questo articolo ripercorriamo l’affascinante vicenda di sir Richard Francis.</p>
<p><strong>Una giovinezza ribelle</strong></p>
<p>Il 19 marzo 1821, nella città inglese di <strong>Torquay</strong>, Joseph Burton e sua moglie Martha Baker festeggiano la nascita del figlio <strong>Richard Francis</strong>. Il lieto evento è solo una parentesi fra un viaggio e l’altro: Joseph, colonnello dell’esercito di Sua Maestà, è costretto a continui trasferimenti in ogni angolo d’Europa, con moglie e figlio al seguito. Il piccolo Richard cresce dunque fra Tours, Lione, Marsiglia, Livorno, Siena, Perugia, Firenze, Roma, Napoli, dimostrando da subito uno spiccato interesse per le lingue: ancora ragazzino, è già in grado di padroneggiare francese, tedesco, italiano e napoletano, nonché latino e greco. L’educazione del piccolo Richard, del resto, è una miscela esplosiva di assoluta anarchia e di studio feroce, tanto vasto quanto disordinato: così, quando a 19 anni viene spedito al Trinity College di <strong>Oxford</strong>, il suo animo ribelle lo porta prima a confliggere con i professori del Dipartimento, ancorati a metodologie di insegnamento per lui intollerabili, e poi a essere espulso dal College. Nessuno, però, può fermare Richard, ormai avviato allo studio del sanscrito, l’antico idioma dell’India storica che nel 1786 era stato riconosciuto come parente stretto di molte lingue occidentali: sono gli anni in cui nasce il concetto di ‘indoeuropeo’ e Burton non può certo guardare la scienza da lontano. Arruolatosi nella Compagnia delle Indie, sbarca dunque a <strong>Bombay </strong>nel 1842.</p>
<p><strong>Nei panni di Mirza Abdullah</strong></p>
<p>Le occasioni per mettersi in mostra non mancano: Richard è alto e robusto, un talento naturale della boxe e della spada, ma è soprattutto la sua abilità nell’apprendimento dei dialetti locali a colpire il generale Charles James Napier, che lo assume come interprete al distaccamento di <strong>Karachi </strong>(oggi in Pakistan). Proprio per conto di Napier avvia una inchiesta su un bordello frequentato da molti ufficiali inglesi: sotto le mentite spoglie del mercante <strong>Mirza Abdullah</strong>, riesce a documentare abusi sessuali su bambini, attirandosi l’ira di molti settori dell’esercito di Sua Maestà. Censurato il faldone e stroncata la sua carriera, Burton torna a Londra nel 1849 e mette nero su bianco l’ostilità delle tribù locali nei confronti dei dominatori, ma il rapporto viene bloccato ancora prima di andare in stampa.</p>
<p>Forte di ulteriori undici lingue aggiunte a un già ricco carnet, riversa allora tutta la sua conoscenza sull’India in vari libri storico-antropologici, in cui descrive con assoluta libertà pratiche culturali e sessuali che scandalizzano la puritana società inglese. Questa fama di autore maledetto non impedisce alla nobile cattolica <strong>Isabel Arundell </strong>di innamorarsi di lui nel settembre 1850, ma a Richard l’Europa sta stretta: nel 1853 parte quindi per l’Egitto, dove veste nuovamente i panni di Mirza Abdullah per tentare un’impresa impossibile. È dal 629 che, per volere dello stesso Maometto, l’accesso alle città sante di <strong>Medina </strong>e <strong>La Mecca </strong>è proibito agli «infedeli», pena la conversione forzata o la condanna a morte: l’intento di Burton è quello di introdursi nel luogo più sacro dell’Islam per descrivere un’esperienza spirituale sconosciuta in Occidente. Dopo mesi di rocambolesche peregrinazioni, Richard-Mirza compie l’epica impresa. Il libro che ne deriva potrebbe finalmente riconciliare Burton con gli ambienti intellettuali della madrepatria, ma l’avventuriero inglese ha ben altri programmi: di ritorno in Egitto, un missionario rientrato dall’Africa centrale gli parla del mistero delle <strong>sorgenti del Nilo</strong>, dibattuto sin dai tempi di Erodoto.</p>
<p><strong>Le due spedizioni in Africa</strong></p>
<p>Reintegrato (con fastidio) nell’esercito della Compagnia delle Indie, gli viene assegnata una missione nel Corno d’Africa: Richard sceglie come compagni di viaggio i fidati W. Stroyan e G.E. Herne, ma le alte sfere gli affiancano pure <strong>J.H. Speke</strong>, al solo scopo di sorvegliare le sue mosse. Stroyan ed Herne dovranno esplorare la zona di Berbera e indagare sul traffico degli schiavi nell’area; Speke verrà inviato nel Wadi Nogal, alla ricerca di vene aurifere sotterranee; Burton cercherà di spingersi ad Harar, ennesima «città proibita» dell’Islam. Separatasi il 18 ottobre 1854 con l’accordo di ritrovarsi sulla costa yemenita, Stroyan, Herne e Burton si riabbracciano ad <strong>Aden </strong>il 9 febbraio seguente, mentre Speke arriverà settimane dopo, senza aver mai raggiunto il Wadi Nogal, con un esotico quanto inutile bottino di trofei di caccia. Tuttavia non c’è tempo per litigare: mentre Burton scrive il resoconto della sua spedizione, da Londra arriva finalmente il permesso per cercare le sorgenti del Nilo. I quattro, a capo di una delegazione piuttosto ampia, si rimettono in viaggio per l’Africa centrale e approdano nella città somala di Berbera, dove la notte del 19 aprile vengono sorpresi da un attacco delle truppe indigene: Herne, Speke e Burton riescono a salvarsi per miracolo, mentre Stroyan muore sotto i colpi di machete.</p>
<p><a href="http://imagazinevideotruck.it/outlet/relink.html" target="_top" rel="noopener"><img decoding="async" align="LEFT" height="250" src="http://imagazinevideotruck.it/outlet/outlet30.gif" width="300" alt="outlet30" title="Il diavolo sull&#039;altopiano 2"></a></p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>Fallita la spedizione, Richard torna a Londra e si rifugia fra le braccia di Isabel. I due si fidanzano, ma Burton riparte ancora una volta, prima alla volta della Guerra di Crimea e poi nuovamente in Africa, nel 1856, per riprendere la ricerca assieme a Speke. I due scoprono nel 1858 il <strong>lago Tanganica</strong>, ma il Nilo non nasce certo qui: in compenso, fanno la loro comparsa febbri malariche violentissime. Il primo a riprendersi è Speke, al quale Burton concede di ripartire da solo pur di non far naufragare la missione: un errore in buona fede che pagherà per tutta la vita. Speke, infatti, arriva al più grande bacino idrico del continente africano, riconoscendolo come effettiva sorgente del Nilo e chiamandolo <strong>lago Vittoria </strong>in onore della regina inglese. I due si ricongiungono a Zanzibar con l’accordo di divulgare assieme la straordinaria scoperta alla <strong>Royal Geographical Society di Londra</strong>, ma appena tornato nella capitale britannica Speke fa il suo annuncio da solo, arrogandosi tutto il merito della spedizione.</p>
<p><strong>Nel resto del mondo</strong></p>
<p>Richard chiede un confronto pubblico per rivendicare le sue ragioni: in attesa che la situazione si sblocchi, parte per gli Stati Uniti d’America, dove continua la sua personale ricerca sulle religioni del mondo studiando usi e costumi dei mormoni a <strong>Salt Lake City</strong>. Rientrato in Inghilterra, <strong>si sposa con Isabel nel 1861 </strong>all’insaputa della madre di lei, fortemente ostile allo scapestrato Burton, che ovviamente riparte pochi mesi dopo per una nuova missione diplomatica: console britannico presso l’isola di <strong>Fernando Poo (oggi Bioko)</strong>, al largo della Guinea Equatoriale. Nel frattempo le acque si sono mosse: il confronto con l’ex compagno di viaggio viene fissato per il 16 aprile 1864, ma proprio il giorno prima Speke muore in un misterioso incidente di caccia. Qualcuno penserà addirittura a un suicidio: una morte da scopritore delle sorgenti del Nilo anziché una vita da rinnegato. Burton, impossibilitato a sostenere le sue ragioni, precipita nella depressione, ma per fortuna arriva un nuovo incarico: console a <strong>Santos</strong>, in <strong>Brasile</strong>. Da qui si sposta a San Paolo e Rio de Janeiro, quindi in Amazzonia, Paraguay e Perù. A Lima viene raggiunto dalla notizia lungamente attesa: è stato nominato console a <strong>Damasco</strong>, finalmente con Isabel al suo fianco. Ma la permanenza è breve: nel 1871, entrato in collisione con il governatore turco, Burton viene richiamato in patria dal governo inglese, poco propenso allo scontro diplomatico con l’Impero Ottomano.</p>
<p><strong>L’ultimo atto</strong></p>
<p>Dopo un viaggio in <strong>Islanda</strong>, Burton riceve l’ultimo incarico della sua vita: console a <strong>Trieste</strong>, placido avamposto austroungarico sull’Adriatico, quasi una condanna a morte per un uomo come lui. È con questo spirito che Richard e Isabel</p>
<p>arrivano nella città giuliana alla fine del 1872, alloggiando prima all’<strong>Hotel de la Ville </strong>(attuale sede di Fincantieri sulle Rive), poi in due appartamenti in piazza Libertà, quindi all’<strong>Hotel Obelisco di Opicina </strong>e infine, dal 1883, a <strong>Villa Gossleth – Economo</strong>, in Largo del Promontorio, che diventerà una sorta di casa-museo stracolma di libri e oggetti raccolti in ogni angolo del mondo. A Trieste Burton inizia il secondo e ultimo tempo della sua vita: dopo aver dato alle stampe una serie di libri dedicati ai suoi viaggi passati, prende confidenza con una città e un territorio che pian piano fanno breccia nel suo cuore. Percorrendo in lungo e in largo i dintorni, scrive una quantità sterminata di articoli e libretti di argomento storico, antropologico, linguistico e archeologico, con interessanti lavori sulle terme romane di Monfalcone e i castellieri dell’Istria apprezzati da <strong>Arthur Evans </strong>e <strong>Heinrich Schliemann</strong>, scopritori rispettivamente di Creta e Troia, che verranno a trovarlo in città. Ed è sempre a Trieste che Burton traduce per la prima volta in una lingua occidentale <strong><em>Le mille e una notte </em></strong>e il celebre <strong><em>Kama Sutra</em></strong>: l’ennesimo scandalo di un uomo ormai condannato all’inferno.</p>
<p>La morte lo coglie il 19 ottobre 1890. L’amata Trieste accorre in massa ai suoi funerali, ma sua moglie ha altri piani. Il 27 ottobre, nel giardino di Villa Gossleth – Economo, si accende un apocalittico falò: per «salvare l’anima» del marito, la cattolica Isabel brucia migliaia e migliaia di pagine ancora inedite, compresa la traduzione dall’arabo del trattato erotico <em>Il giardino profumato </em>e altre opere compromettenti.</p>
<p>Eppure, dalle ceneri di questo gesto disperato divamperà un incendio opposto: quello che nella seconda metà del Novecento si propagherà in tutto il mondo con il nome di «rivoluzione sessuale». </p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fil-diavolo-sullaltopiano%2F&amp;linkname=Il%20diavolo%20sull%E2%80%99altopiano" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_x" href="https://www.addtoany.com/add_to/x?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fil-diavolo-sullaltopiano%2F&amp;linkname=Il%20diavolo%20sull%E2%80%99altopiano" title="X" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="https://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fil-diavolo-sullaltopiano%2F&amp;linkname=Il%20diavolo%20sull%E2%80%99altopiano" title="WhatsApp" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_linkedin" href="https://www.addtoany.com/add_to/linkedin?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fil-diavolo-sullaltopiano%2F&amp;linkname=Il%20diavolo%20sull%E2%80%99altopiano" title="LinkedIn" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_email" href="https://www.addtoany.com/add_to/email?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fil-diavolo-sullaltopiano%2F&amp;linkname=Il%20diavolo%20sull%E2%80%99altopiano" title="Email" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fil-diavolo-sullaltopiano%2F&#038;title=Il%20diavolo%20sull%E2%80%99altopiano" data-a2a-url="https://imagazine.it/home_desk/il-diavolo-sullaltopiano/" data-a2a-title="Il diavolo sull’altopiano"></a></p><p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/29817-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/il-diavolo-sullaltopiano/">Il diavolo sull&#8217;altopiano</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il marchese mediatore</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/il-marchese-mediatore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vanni Veronesi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Mar 2019 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=29173</guid>

					<description><![CDATA[<p>Eberardo del Friuli</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/29009-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/il-marchese-mediatore/">Il marchese mediatore</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il contesto storico</strong></p>
<p>Nell’811 d.C., tre anni prima di morire, <strong>Carlo Magno </strong>detta il suo testamento. Fra i testimoni spicca <strong>Unroch II</strong>, fedele compagno di tante avventure militari in giro per l’Europa: a lui spettano ampi territori nel Ducato del Friuli, appena sottratto ai Longobardi. Carlo conosce bene questa regione: pochi anni prima, alla corte di <strong>Aquisgrana</strong>, ha accolto il musico <strong>Paolino di Aquileia </strong>e il cividalese <strong>Paolo Diacono</strong>, celebre autore della <em>Historia Langobardorum </em>(«Storia dei Longobardi»). Ed è proprio ad <strong>Aquisgrana, </strong>in quel cenacolo di intellettuali passato alla storia come <em>Schola Palatina</em>, che in quegli anni si sta formando una nuova cultura di respiro europeo, sotto la guida del grande Alcuino di York. L’idea è tanto semplice quanto geniale: in tutti i territori del Sacro Romano Impero, da Amburgo a Benevento, viene imposta una sola liturgia per la messa, una sola scrittura (la cosiddetta ‘minuscola carolina’, ‘nonna’ del nostro Times New Roman), una sola lingua latina standard, finalmente depurata dai localismi, e un solo modello educativo per le classi dirigenti, basato sulla progressione dal ‘trivio’ (grammatica, retorica, dialettica) al ‘quadrivio’ (aritmetica, geometria, astronomia, musica).</p>
<p>L’attuazione di questo vasto programma culturale passa soprattutto per i monasteri, i veri custodi del sapere antico: da Corbie a Bobbio, da Lorsch a Nonantola, da Reichenau a Montecassino, l’epopea degli <em>scriptoria </em>contribuirà a salvare gli autori latini consegnandoli fino ai giorni nostri. Ma almeno in un caso passa anche per una biblioteca privata: quella di <strong>Eberardo del Friuli</strong>, figlio del già citato Unroch II, originario della città francese di <strong>Cynoing</strong>.</p>
<p><strong>Il colto mediatore</strong></p>
<p>Morto Carlo Magno e ritiratosi a vita monastica Unroch II, i rispettivi figli mantengono saldi i rapporti familiari: dopo le scorrerie dei Bulgari in Pannonia (828), l’imperatore <strong>Ludovico il Pio </strong>affiderà proprio a Eberardo la <strong>riorganizzazione del Friuli in marca</strong>. Il nome di questa nuova entità politica la dice lunga: <em>marka</em>, in lingua germanica, significa ‘confine’, e il Friuli (che in quest’epoca comprende anche l’Istria) è appunto l’ultimo baluardo dell’Italia, uno dei vari regni che formano il Sacro Romano Impero. Consapevole dell’enorme responsabilità, Eberardo non si accontenta di riorganizzare l’esercito per sbarrare la strada ai possibili invasori: già nell’830 è infatti dedicatario del <em>Liber legum</em>, il «Libro delle leggi» vergato per lui da <strong>Lupo di Ferrieres</strong>, uno dei massimi intellettuali dell’epoca. È la prova del riassetto politico del Friuli, ma anche dei rapporti internazionali che Eberardo sta tessendo, da buon allievo di quella S<em>chola Palatina </em>che cercherà, nel suo piccolo, di replicare per tutta la vita: di qui il suo amore per la letteratura, che lo porterà a frequentare i più importanti scrittori del tempo, da Lupo di Ferrieres al poeta <strong>Sedulio Scoto</strong>, che sottolinea come Eberardo <em>puerilibus annis almae sophiae sacra fluentia bibit</em>, «fin dagli anni della fanciullezza bevve le sacre acque della sapienza».</p>
<p>Fra i suoi amici spicca anche <strong>Rabano Mauro</strong>, autore del <em>De laudibus sanctae crucis</em>, una raccolta di poesie sacre ideate in modo tale da creare un nuovo componimento con una parte delle lettere disposte dentro un’immagine, secondo l’antica tecnica grecoromana del calligramma. È questo l’orizzonte culturale, e quindi politico, di Eberardo: un’Europa che tenga insieme Cristianesimo ed eredità classica, sotto l’egida dell’Impero costruito da Carlo Magno. La dialettica fra imperatore e sovrani, tuttavia, non è affatto piana: la scalata al potere, nel mondo carolingio, anima tutti i principali attori della politica. Fa eccezione proprio il marchese del Friuli, fedele a quell’idea di unità e armonia appresa ad Aquisgrana: così, quando il re d’Italia <strong>Lotario I</strong>, figlio di Ludovico il Pio e di fatto ‘co-imperatore’, entra in collisione con il padre per questioni  amministrative, il mediatore non può che essere Eberardo.</p>
<p>E quando, alla morte di Ludovico il Pio (840), Lotario I ne eredita il titolo, a negoziare fra l’imperatore e i suoi familiari c’è nuovamente Eberardo, uno dei registi dell’<strong>accordo di Verdun (843)</strong>: l’Italia e il titolo imperiale vanno a Lotario I, le regioni tedesche passano al fratello Ludovico il Germanico e la Francia è assegnata al fratellastro Carlo il Calvo, di cui Eberardo sposa la sorella <strong>Gisella</strong>. Nell’<strong>855 </strong>Lotario I, ormai molto malato, si ritira in convento: con i nuovi <strong>accordi di Prüm </strong>entrano quindi in scena i figli Carlo, a cui viene concessa la Provenza, e <strong>Lotario II</strong>, a cui va un territorio esteso dalla Svizzera ai Paesi Bassi passando per la Francia orientale, e Ludovico II, che diventa imperatore e re d’Italia, mentre Ludovico il Germanico e Carlo il Calvo mantengono i loro precedenti territori.</p>
<p><strong>Relazioni pericolose</strong></p>
<p>L’ideale unitario di Eberardo si riflette anche in campo religioso. Da avido lettore dei padri della Chiesa, il marchese del Friuli sa che la dottrina è materia in movimento: attorno all’846 non si fa quindi problemi ad accogliere il monaco <strong>Gottschalk il Sassone</strong>, già da tempo in odore di eresia per la sua tesi della predestinazione. Secondo Gottschalk, la salvezza e la condanna nella vita eterna sono già stabilite da Dio, in un disegno imperscrutabile che Cristo sarebbe venuto ad annunciare non a tutti, bensì a pochi eletti in grado di comprenderlo, gli unici per i quali si sarebbe sacrificato morendo sulla croce: una teoria ferocemente osteggiata da Rabano Mauro, che farà pressioni sull’amico Eberardo per chiedergli di non ospitare più tale <em>scandalum</em>, ma al marchese friulano non sfugge il fatto che queste idee siano già presenti in S. Agostino e S. Isidoro di Siviglia.</p>
<p>Ci vorranno due concili e relative condanne per sottrarre Gottschalk, con la forza, all’ala protettrice di Eberardo, ma ormai tutti i fuggiaschi sanno che il Friuli è luogo sicuro: nell’849 arriva infatti ad Aquileia il coltissimo <strong>Anastasio, detto il Bibliotecario </strong>per il suo incarico alla corte vaticana, scappato da Roma e poi scomunicato per ragioni tuttora misteriose. Anastasio è uno dei pochissimi, nell’Europa di allora, a conoscere il greco e ad avere accesso diretto al mondo bizantino: non è dato sapere se il suo futuro reintegro nella chiesa di Roma come traduttore di opere greche sia anche opera di Eberardo, ma di certo l’appoggio del marchese friulano non verrà mai meno.</p>
<p><strong>Il testamento</strong></p>
<p>Dopo gli accordi di Prüm dell’855 e una serie di spedizioni militari contro Saraceni, Mori, Slavi e Normanni, Eberardo può godersi il meritato riposo. Attorno all’863, a Musestre sul Sile, redige il testamento assieme alla moglie Gisella: fra le tante disposizioni a favore dei loro nove figli, spiccano quelle relative alla divisione della poderosa biblioteca, composta da quasi 50 volumi, un numero immenso per un laico del medioevo. Troviamo testi patristici, svariati messali e salteri (raccolte di Salmi), le Storie di Orosio (un allievo di Agostino), biografie di santi, un volume del suo vecchio maestro Alcuino di York, libri di storia, geografia, giurisprudenza, medicina e scienze naturali.</p>
<p>A Unroch, il primogenito, spetta un trattato romano di arte militare, il <em>Liber legum </em>che Lupo di Ferrieres aveva confezionato per Eberardo nell’830 e un eccezionale Salterio che molti studiosi identificano nell’attuale <strong>codice Reginense latino 11</strong>, conservato alla Biblioteca Vaticana. Il manoscritto è ‘doppio’: sulla pagina di sinistra è riportata la traduzione latina dei Salmi compiuta da S. Girolamo a partire dal testo <em>greco </em>(la cosiddetta ‘Bibbia dei Settanta’), mentre su quella di destra è trascritta un’altra versione latina dei Salmi, sempre realizzata da S. Girolamo, ma stavolta a partire dal testo ebraico. Al secondogenito <strong>Berengario</strong>, nato a Cividale nell’850 circa, va invece un salterio scritto in lettere d’oro e il <em>De civitate Dei </em>(«La città di Dio») di S. Agostino, l’opera politico-religiosa più importante del medioevo latino: forse un presagio del futuro destino di Berengario, che diventerà prima marchese del Friuli (874), poi re d’Italia (888) e infine, come Carlo Magno, addirittura imperatore (915). Quasi un premio <em>post mortem </em>alla lealtà politica del padre Eberardo.</p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fil-marchese-mediatore%2F&amp;linkname=Il%20marchese%20mediatore" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_x" href="https://www.addtoany.com/add_to/x?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fil-marchese-mediatore%2F&amp;linkname=Il%20marchese%20mediatore" title="X" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="https://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fil-marchese-mediatore%2F&amp;linkname=Il%20marchese%20mediatore" title="WhatsApp" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_linkedin" href="https://www.addtoany.com/add_to/linkedin?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fil-marchese-mediatore%2F&amp;linkname=Il%20marchese%20mediatore" title="LinkedIn" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_email" href="https://www.addtoany.com/add_to/email?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fil-marchese-mediatore%2F&amp;linkname=Il%20marchese%20mediatore" title="Email" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fil-marchese-mediatore%2F&#038;title=Il%20marchese%20mediatore" data-a2a-url="https://imagazine.it/home_desk/il-marchese-mediatore/" data-a2a-title="Il marchese mediatore"></a></p><p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/29009-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/il-marchese-mediatore/">Il marchese mediatore</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La libertà della parola</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/la-liberta-della-parola/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vanni Veronesi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Jan 2019 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=28760</guid>

					<description><![CDATA[<p>Pierluigi Cappello</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/28044-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/la-liberta-della-parola/">La libertà della parola</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L’anno zero</strong></p>
<p>Il 10 settembre 1983 è un sabato. Un sedicenne di Chiusaforte scende a Udine: è il grande giorno della gara di corsa, per la quale si è duramente allenato. Accanto a lui, ai blocchi di partenza, ci sono altri quattro sfidanti; «al “pronti” i cinque ragazzi inarcano le schiene […]; al “via”, lo scoppio di cinque corpi levigati si alza nella mattina di settembre, e cinque armonici sistemi di leve, modellati per due anni al solo scopo di coprire una distanza nel più breve tempo possibile, aggrediscono il tartan, che sotto i passi corre via veloce».</p>
<p>Il sedicenne, però, ha una marcia in più: «La linea d’arrivo si avvicina, non vede nessuna schiena davanti a sé, passa il traguardo e procede ancora per una decina di metri, adesso è un arco scarico. […] Si guarda attorno, vede i suoi compagni, il corpo è docile, non dà pensieri, lui è felice». Non sa, il ragazzo, che la sera stessa si troverà catapultato sull’asfalto cadendo da una moto, assieme a un amico che morirà sul colpo. Non sa che dovrà rinunciare ai suoi sogni di aviatore. Non sa che la sua vita, sballottata da un ospedale all’altro, sarà per sempre inchiodata su una sedia a rotelle.</p>
<p>Il racconto dell’anno zero del poeta <strong>Pierluigi Cappello </strong>è affidato al suo unico, stupendo romanzo uscito nel 2013: <em>Questa libertà</em>. 173 pagine in cui l’autore ricorda la sua infanzia fino all’uscita dall’ospedale, quando «la porta automatica si spalancò su un continente ignoto », ovvero la vita <em>dopo </em>l’incidente; 173 pagine in cui Pierluigi − da qui in poi lo chiamerò così: unica concessione pubblica al nostro rapporto privato, che rimarrà tale – ricostruisce il suo universo di bambino e adolescente, in quella Chiusaforte che «non era l’Italia del Settanta [….] / ma una bolla, minuti raddensati in secoli / nei gesti di uno stare fermi nel mondo / cose che avevano confini piccoli, gli orti poveri, le cataste / di ceppi che erano state un’eco di tempo in tempo rincorsa / di falda in falda, dentro il buio» (<em>Ombre</em>).</p>
<p><strong>Le prime raccolte</strong></p>
<p>«Cominciai a disegnare alle medie, a Pontebba, quando la professoressa ci lesse la <em>Chanson de Roland </em>prima in originale e poi in traduzione: fu un impatto fortissimo. Disegnavo a china o matita – una passione che mi è rimasta – dame e cavalieri: disegnavo quando ancora non ero in grado di esprimere compiutamente l’eco che quelle letture avevano suscitato in me. Passato alla poesia, ero convinto che quella fosse la forma più semplice di letteratura: mi sbagliavo, era la più difficile». <u><a href="http://www.imagazine.it/notizie-trieste-gorizia-udine-friuli/264" target="_blank" rel="noopener">Così mi disse Pierluigi nel dicembre 2012</a></u>, ripercorrendo le tappe del suo apprendistato letterario, culminato nel 1994 con l’uscita della prima raccolta ufficiale: <em>Le nebbie</em>. Ma il vero principio, nel giudizio severo che egli riservava a se stesso, è la seconda raccolta (1998): <em>La misura dell’erba</em>. Il titolo, emblematico, riprende una delle poesie ‘manifesto’ del libro: «Attieniti alla misura dell’erba / di questo prato che è largo / quanto si stende di verde / è qui che sei approdato, adesso; / ti sei svegliato / hai inforcato gli occhiali / hai calzato le scarpe / hai camminato, perfino».</p>
<p>Il prato in cui Pierluigi può addirittura alzarsi e passeggiare è quello della letteratura, uno spazio mentale in cui le parole sono gambe che portano lontano: un cortile che ha limiti ben definiti, ai quali bisogna attenersi perseguendo una poesia limpida, un «cielo elementare / azzurro come i mari degli atlanti / la tersità di un indice che dica “questa è la terra, il blu che vedi è il mare”». Proprio la ricerca della purezza lo conduce alla poesia in friulano, la vera lingua ‘madre’ appresa quando ancora non si aveva paura di definirla ‘dialetto’, con tutta l’epica domestica racchiusa in questa parola: il focolare, la dignità dei genitori, il mondo rurale di Chiusaforte. Nascono così, nel 1999, le raccolte <em>Il me Donzel </em>e <em>Amôrs</em>, piccoli capolavori di vitalismo traboccante: «Tô la mê bocje amôr sul to savôr / la mê vergogne di vivi cumò / ch’o ti tocji ch’o ti sflori e o ti cor / come inte gnot un gjat adôr dai mûrs; / jo o ti cor come un gjat adôr dai mûrs / siben ch’o sai che intai conts di amôr / doi mancul un mancul di zeri al fâs / e un plui un un al varès di fâ, / siben che e reste cumò che tu vâs / la mê cerce di te su la tô piel / su la mê il risinâ dai tiei cjavei / e je dentri te tô la mê pôre / di smenteâmi di me» (<em>Tua la mia bocca, amore, sul tuo sapore, la mia vergogna di vivere adesso che ti tocco che ti sfioro e ti corro, come un gatto nella notte rade i muri; io ti corro come un gatto rade i muri, sebbene sappia che nei calcoli d’amore due meno uno dia meno di zero e uno più uno dovrebbe dare uno, benché resti, adesso che vai, il mio cercarti sulla tua pelle, sulla mia lo stillare dei tuoi capelli, è dentro la tua la mia paura di smemorarmi di me</em>).</p>
<p><strong>La consacrazione</strong></p>
<p>Il ritorno all’italiano con <em>Dentro Gerico</em>, nel 2002, segna una svolta nella poesia di Pierluigi, sempre più fluida e al contempo rigorosa, come nella preghiera laica di <em>Isola</em>: «Concedi loro di sopportare / per ogni ciglio sospeso alle tenebre / al tramonto di ogni palpebra sfinita / la pronuncia dell’alba e del crepuscolo / e il rombo immenso, che sale dall’uomo».</p>
<p>Nel 2004 la sezione friulana <em>Inniò </em>e quella in italiano <em>Ritornare </em>danno vita a <em>Dittico</em>, dove svetta <em>Assetto di volo</em>, la poesia dedicata alla memoria di Gino Lorio che darà il titolo alla prima antologia della sua produzione letteraria (2006): «E io vi vedo una bellezza di cimieri abbattuti / e dentro la parola andare la parola compimento / e sono sicuro che lui sogna baci pieni di vento / mentre la volontà conquista le giornate a morsi, / schiaffo dopo schiaffo perché venga la sera / schiaffo dopo schiaffo, chiglia in piena bufera». Ma è con <em>Mandate a dire all’imperatore </em>(2010) che Pierluigi assurge alla ribalta nazionale, inaugurando una lunga stagione di premi e riconoscimenti: 40 poesie sublimi, un mosaico di immagini che raccontano un mondo intero. Ed ecco <em>Campo Ceclis</em>, <em>1978</em>, istantanea sulle baracche del post terremoto, quando casa Cappello era ormai un ricordo, annientata dal sisma del 6 maggio 1976: «due cerchioni cromati, copertoni consumati / fino all’anima di metallo / un vecchio telaio Bianchi / una rete da materasso sfondata al centro / una quantità imprecisata di bottiglioni vuoti / un disordine slavo e un fusto di latta / un motore grippato su un cavalletto / la ruggine bagnata, il metallo di tubi Innocenti / addossati alla parete di legno / la libertà dei terremotati, / lo zenit dei prefabbricati».</p>
<p>E poi il Friuli della ricostruzione, con il traumatico arrivo delle comunicazioni veloci raccontate ne <em>L’autostrada</em>: «Se la montagna frana, la mia faccia frana un poco al giorno / se il fiume si dissecca, il mio cuore è pronto a disseccare / se l’autostrada mette ombra all’ombra della valle / ne trovi il taglio qui, poco sotto l’ombelico / com’è vero che il cerchio si aggiunge al cerchio nel mutarsi del tronco». E poi ancora il ricordo della figura paterna, con momenti altissimi: «e se c’è un’uscita, papà, anche se non posso dire domani, / la sua luce sulla soglia / è questo stare dei tuoi occhi dentro i miei / questo pensarvi vivi, liberi e scalzi / le tasche piene di sassi, la memoria di voi / che trema in noi / come una stella incoronata di buio» (<em>I vostri nomi</em>).</p>
<p>E in quel dicembre 2012, quando lo conobbi nella sua vecchia casa di Tricesimo (un prefabbricato donato dall’Austria ai terremotati del ’76), Pierluigi aveva già in cantiere il romanzo da cui siamo partiti: <em>Questa libertà </em>(2013), che deflagrò in me come una bomba, con la sua brutale e violentissima bellezza. Sapiente contraltare al delicato sguardo di <em>Parole povere</em>, il documentario che Francesca Archibugi ha dedicato al poeta di Chiusaforte nello stesso 2013.</p>
<p><strong>La purezza finale</strong></p>
<p><em>Questa libertà </em>segna il passaggio alla Rizzoli: è il grande salto nell’editoria popolare, la consacrazione definitiva che si concretizza nella silloge <em>Azzurro elementare</em>, comprendente tutte le precedenti raccolte da <em>La misura dell’erba a Mandate a dire all’imperatore</em>. Nel 2014 esce <em>Ogni goccia balla il tango</em>, dedicata alla nipotina Chiara: una deliziosa silloge di poesie per bambini, ma in fondo anche per adulti («Tutto tace e si fa notte / e dal manto delicato / fantasie sono tradotte / nel tuo sogno smemorato»). Nel 2015 arriva <em>Il dio del mare. Prose e interventi</em>, dove si distingue <em>Bosco di Courton</em>, 1918, stupenda lettura della lirica di Giuseppe Ungaretti «Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie»: è il Pierluigi esegeta che svela come nasce una poesia, con i suoi pieni e i suoi vuoti. Una riflessione sul mestiere del poeta che ritroviamo nella sua raccolta forse più matura, e proprio per questa più scabra ed essenziale: <em>Stato di quiete </em>(2016). Apriamo una pagina a caso: «Comincia con lo scrivere il tuo nome, / perché ne resti traccia, qualche segno di grafite / risonante nel bianco. Con poche lettere / sigla decenni di storia, il silenzio / della pagina pronto a spalancarsi, / ad accogliere e disperdere. / Spicca nel bianco e non è più bianco / ma voce la matita che attraversa il foglio, / e goccia a goccia qualcosa cede e ti si allarga dentro: / Pierluigi, e dopo Cappello, in un sussurro un nome; / e dentro un nome, l’uomo che non concede a sé / i suoi stessi lineamenti, protetti da un’ottusità misericordiosa. / Leggero, come la cenere. Fresco, come l’aria fra le dita. / Scomparso, come una nuvola».</p>
<p>Niente è più complesso di questa semplicità, alla quale si arriva sporcandosi le mani e grondando sangue: è la conquista finale, l’ultima meta, il traguardo di una vita dedicata interamente alla parola. Fino a quel settembre 2017, quando il cancro era già in fase terminale e Pierluigi scriveva il suo testamento poetico: il sentiero sale […] e in cima piega a una svolta e non c’è modo di vedere cosa c’è al di là perché tu sei in basso e la salita in alto; ma quello che vedi oltre l’orlo del tracciato è un vuoto di colore, che lontano si fa giallino e più lontano ancora un infinito tutto e una gioia senza direzione*.</p>
<p> </p>
<p><em>* Dalla raccolta postuma </em>Un prato in pendio <em>(Rizzoli, 2018), comprendente tutte le poesie dal 1992 al settembre 2017.</em></p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fla-liberta-della-parola%2F&amp;linkname=La%20libert%C3%A0%20della%20parola" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_x" href="https://www.addtoany.com/add_to/x?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fla-liberta-della-parola%2F&amp;linkname=La%20libert%C3%A0%20della%20parola" title="X" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="https://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fla-liberta-della-parola%2F&amp;linkname=La%20libert%C3%A0%20della%20parola" title="WhatsApp" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_linkedin" href="https://www.addtoany.com/add_to/linkedin?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fla-liberta-della-parola%2F&amp;linkname=La%20libert%C3%A0%20della%20parola" title="LinkedIn" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_email" href="https://www.addtoany.com/add_to/email?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fla-liberta-della-parola%2F&amp;linkname=La%20libert%C3%A0%20della%20parola" title="Email" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fla-liberta-della-parola%2F&#038;title=La%20libert%C3%A0%20della%20parola" data-a2a-url="https://imagazine.it/home_desk/la-liberta-della-parola/" data-a2a-title="La libertà della parola"></a></p><p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/28044-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/la-liberta-della-parola/">La libertà della parola</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Una storia sbagliata</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/una-storia-sbagliata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vanni Veronesi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jan 2018 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=25894</guid>

					<description><![CDATA[<p>Napoleone, Foscolo e il FVG</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/23218-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/una-storia-sbagliata/">Una storia sbagliata</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il generale, il poeta e lo studente</strong></p>
<p><strong>Nizza, 27 marzo 1796</strong>: forte di una rapida carriera all’interno dell’esercito, negli anni rocamboleschi della Rivoluzione Francese, il giovane ufficiale <strong>Napoleone Bonaparte </strong>si insedia a capo di 38.000 soldati. Dopo aver difeso Parigi dai filomonarchici, ora può finalmente condurre un’operazione militare contro due delle potenze straniere che minacciano la Francia rivoluzionaria: l’Austria e il Piemonte. In Italia settentrionale, del resto, gli ideali della Rivoluzione hanno fatto breccia fra gli intellettuali seguaci dell’Illuminismo e del Romanticismo; fra loro c’è anche un ragazzo proveniente dall’isola greca di Zante: si chiama <strong>Ugo Foscolo </strong>e non è ancora il poeta che tutti impareranno a conoscere, ma è già protagonista nei salotti alla moda di <strong>Venezia </strong>e <strong>Padova</strong>, dove letteratura e politica sono una cosa sola.</p>
<p>Proprio a Padova, negli stessi giorni in cui Napoleone dà il via alla Campagna d’Italia, <strong>un ventitreenne friulano di Vito d’Asio</strong>, studente di medicina al <strong>Collegio Pratense</strong>, è barricato nella sua stanza in preda a una febbre fortissima. La <strong>notte fra il 28 e il 29 marzo </strong>il ragazzo viene visitato dal dott. Furlani, che gli prescrive un antiemetico. Quello che succede dopo l’ingerimento del farmaco è concentrato nelle poche righe che l’abate Gennari verga il giorno successivo: «Questa mattina […] si trovò immerso nel proprio sangue per due ferite un giovane friulano, scolare di medicina di quarto anno, le quali ferite si diede egli stesso con un coltellino, non si sa da quali cagioni mosso; se non che si sospetta che ciò gli sia intravvenuto per qualche ratto alla testa, essendo febbricitante da qualche dì». L’identità del giovane si ricava da una nota registrata dal parroco di Vito d’Asio una settimana dopo: «5 aprile 1796. In Padova morì il signor <strong>Girolamo </strong>di Domenico Giovanni Battista <strong>Ortis</strong>, ed in questo giorno si fecero le esequie». I particolari, invece, sono noti grazie a una lettera del 16 aprile, inviata da don Germanico Ciconi a Candido Ortis, fratello di Girolamo:</p>
<p><em>Imprudentissimamente il medico Furlani lunedì alle ore 23 gli ordinò uno scrupolo di epichequama (preparato galenico, </em>ndr<em>) in tre parti. Alle ore 24 ne prese due, ma senza niun effetto sino alle quattro ore di notte, che poi fu lasciato solo in camera. Dopo poi quella fatal polvere mise in tal orgasmo la macchina, che privato de’ sensi gli cagionò l’eccesso. Io colà non sapevo se prendermela con il medico per la sua imprudenza, se con il rettore (del Collegio, </em>ndr<em>) per la poca attenzione, se con il servitore per la poca cura. […] Erano disseminate alcune ciarle,  dicendo alcuni, che ciò era accaduto per amore, altri per debolezza di testa, coll’aver altre volte tentato di darsi la morte, ma falsa la prima, e falsissima la seconda. Feci tanto che ho voluto sapere il fonte, dal quale erano uscite simili ciarle, e ritrovai essere il signor medico Furlani, e ciò per coprire in qualche maniera la sua ignoranza ed imprudenza.</em></p>
<p><strong>Speranze e (dis)illusioni</strong></p>
<p>Mentre Vito d’Asio piange il giovane, Napoleone invade il Piemonte: i Savoia si arrendono già il <strong>21 aprile</strong>, ma la vera guerra è quella imminente contro l’Austria. Il <strong>21 maggio</strong>, dopo la vittoria a Lodi, nasce la <strong>Repubblica Transalpina</strong>, comprendente l’attuale Lombardia: sulle divise della Guardia militare appare una coccarda rossa, bianca e verde, preludio di quel tricolore che sarà la bandiera della <strong>Repubblica Cispadana </strong>(fondata il <strong>16 ottobre </strong>dopo la conquista dei territori emiliano-romagnoli) e che, attraverso varie modifiche, diventerà il vessillo d’Italia.</p>
<p>Foscolo segue con entusiasmo l’avanzata di Napoleone e in questo clima romantico redige un <em>Piano di studi </em>dove compare un progetto artistico altrimenti ignoto: un romanzo amoroso intitolato <strong><em>Laura. Lettere. </em></strong>Nel frattempo la guerra contro l’Austria continua: dopo le battaglie di <strong>Valvasone, Gradisca e Tarvisio</strong>, il <strong>17 aprile 1797 </strong>termina la Campagna d’Italia. Il <strong>12 maggio</strong>, minacciata dalle truppe francesi, Venezia si arrende prima ancora di combattere e Napoleone entra in città senza sparare un colpo. Infine, il <strong>29 giugno</strong>, Cispadana e Transalpina vengono unite nella <strong>Repubblica Cisalpina</strong>. L’entusiasmo dei filorivoluzionari è alle stelle; convinto, come tantissimi, che il generale francese spazzerà via il dispotismo dei vecchi regimi, Ugo Foscolo pubblica l’ode <em>A Bonaparte liberatore</em>.</p>
<p>L’illusione, tuttavia, dura pochi mesi: con il <strong>trattato di Campoformido, il 17 ottobre</strong>, la Francia cede Venezia e il Friuli all’Austria, ottenendo in cambio il dominio sui Paesi Bassi.</p>
<p><strong>La tragedia</strong></p>
<p>Per Foscolo, fedele al motto «libertà, uguaglianza, fratellanza», il voltafaccia di Napoleone è una mostruosità imperdonabile. Ne segue un travaglio interiore che porta a un ripensamento del suo vecchio progetto <em>Laura. Lettere</em>: accanto al tema amoroso, capisce che il romanzo dovrà muovere dalla storia contemporanea; un’opera <em>politica</em>, dunque, nella quale esprimere la frustrazione degli ideali traditi. Decisiva, da questo punto di vista, la scelta della forma epistolare: un’abile finzione artistica nella quale il lettore segue la vicenda attraverso una serie di lettere inviate dal protagonista a tal Lorenzo Alderani, da quest’ultimo pubblicate in onore dell’amico, morto suicida per la fine del suo amore impossibile, ma soprattutto per la fine ingloriosa della patria veneziana. Nel <strong>1798 </strong>l’opera va in stampa, ma nuove vicende belliche costringono Foscolo a interrompere la pubblicazione; per quanto deluso da Napoleone, il suo posto è comunque nella Guardia militare della Repubblica Cisalpina. Lo stampatore, però, ha fretta di uscire: si affida così ad <strong>Angelo Sassoli</strong>, che interviene sul testo sfrondando i contenuti politici. Il libro esce in due volumi nel <strong>1799 </strong>con il titolo <strong><em>Vera storia di due amanti infelici</em></strong>, ma Foscolo non ne saprà nulla fino al dicembre 1800.</p>
<p>Il <strong>3 gennaio 1801 </strong>interviene sulla <em>Gazzetta universale </em>di Firenze per denunciare il fatto, ma è di nuovo tempo di combattere: accanto a lui c’è anche il fratello minore <strong>Giovanni</strong>, la cui vicenda umana si chiuderà l’<strong>8 dicembre dello stesso anno</strong>, quando verrà trovato senza vita nella sua stanza a Venezia. «Certifico io sottoscritto che il sig. Giovanni Foscolo […], nativo di Zante, di anni venti circa, in giorni sei di letto, da febbre nervina perniciosa, morì il dì otto dicembre 1801, di sera, alle ore ventiquattro e sarà sepolto il nove detto, alle ore ventitré. Come da fede, medico chirurgo Paolo Visonà»: così recita il certificato di morte, ma diverse testimonianze parlano di suicidio – altra inquietante coincidenza, oltre alla febbre, con il caso di Girolamo Ortis – per debiti di gioco. Due anni dopo Ugo eternerà la memoria del fratello Giovanni in un sonetto bellissimo e struggente: <em>Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo / di gente in gente; mi vedrai seduto / su la tua pietra, o fratel mio, gemendo / il fior de’ tuoi gentili anni caduto: // la madre or sol, suo dì tardo traendo, / parla di me col tuo cenere muto: / ma io deluse a voi le palme tendo; / e se da lunge i miei tetti saluto, / sento gli avversi Numi, e le secrete / cure che al viver tuo furon tempesta; / e prego anch’io nel tuo porto quiete: / questo di tanta speme oggi mi resta! / Straniere genti, l’ossa mie rendete / allora al petto della madre mesta.</em></p>
<p><strong>La rivincita della letteratura</strong></p>
<p>Nel 1802 Foscolo termina il suo romanzo; archiviata l’ignobile operazione del Sassoli, esce finalmente la versione autografa dell’opera: <strong><em>Ultime lettere di Jacopo Ortis</em></strong>. Il nome del protagonista non passa inosservato: anche se trasformato in Jacopo per ragioni artistiche, l’evidente ispiratore della storia foscoliana (accanto alla triste vicenda del fratello Giovanni) è proprio quel <strong>Girolamo Ortis </strong>che aveva sconvolto, con la sua misteriosa fine, la Padova di fine Settecento. A svelarlo è lo stesso Foscolo in una lettera del 1808, dove la coloritura romanzesca non toglie nulla alla sostanza profonda dei fatti: <em>Iacopo Ortis friulano, studente dell’Università di Padova, si uccise di due pugnalate nel cuore della gioventù; &#8211; non si seppe il perché: scese sotterra senza lasciare né una parola scritta a’ suoi parenti, né una congettura a’ curiosi. Fra i molti che sentenziano le azioni dei mortali, lasciandosi spaventare dagli effetti anzi che persuadere dalle ragioni, alcuni compiangevano l’Ortis, gli altri lo esecravano; solo chi lo aveva conosciuto, lodava i costumi della sua </em><em>vita. Io era in Padova; ma non frequentando io le Scuole, non mi era toccato di vederlo mai: ammirai bensì nel mio secreto la filosofica tranquillità di un giovane che visse con modestia, e morì con coraggio. </em></p>
<p>Fatti che, a loro volta, non intaccano minimamente la potenza del romanzo e del suo formidabile incipit: <em>Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia. Il mio nome è nella lista di proscrizione, lo so: ma vuoi tu ch’io per salvarmi da chi m’opprime mi commetta a chi mi ha tradito? Consola mia madre: vinto dalle sue lagrime le ho ubbidito, e ho lasciato Venezia per evitare le prime persecuzioni, e le più feroci.</em></p>
<p>Parole dure, che suonano come un pugno in faccia a Bonaparte, agli Asburgo, al trattato di Campoformido e alla censura; un gesto di coraggio altissimo, come tanti altri nel corso della vita di Foscolo, da qui in poi sempre <em>contro</em>: contro Napoleone, contro il potere temporale della Chiesa, contro i regimi assolutistici. E quando, dopo <strong>Waterloo</strong>, gli Austriaci ritornati a Milano gli offriranno la direzione di una rivista letteraria, egli rifiuterà scegliendo la via dell’esilio in Svizzera e in Inghilterra, dove morirà in miseria nel 1827. Ma senza aver mai barattato i suoi ideali.</p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Funa-storia-sbagliata%2F&amp;linkname=Una%20storia%20sbagliata" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_x" href="https://www.addtoany.com/add_to/x?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Funa-storia-sbagliata%2F&amp;linkname=Una%20storia%20sbagliata" title="X" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="https://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Funa-storia-sbagliata%2F&amp;linkname=Una%20storia%20sbagliata" title="WhatsApp" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_linkedin" href="https://www.addtoany.com/add_to/linkedin?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Funa-storia-sbagliata%2F&amp;linkname=Una%20storia%20sbagliata" title="LinkedIn" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_email" href="https://www.addtoany.com/add_to/email?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Funa-storia-sbagliata%2F&amp;linkname=Una%20storia%20sbagliata" title="Email" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Funa-storia-sbagliata%2F&#038;title=Una%20storia%20sbagliata" data-a2a-url="https://imagazine.it/home_desk/una-storia-sbagliata/" data-a2a-title="Una storia sbagliata"></a></p><p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/23218-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/una-storia-sbagliata/">Una storia sbagliata</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Disegnare l&#8217;universo</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/disegnare-luniverso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vanni Veronesi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jan 2018 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=25798</guid>

					<description><![CDATA[<p>Gli anticipatori di Copernico</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/22980-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/disegnare-luniverso/">Disegnare l&#8217;universo</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dalla Mesopotamia ad Alessandria d’Egitto</strong></p>
<p>In principio furono i <strong>Sumeri</strong>: tre millenni prima di Cristo studiarono per primi i movimenti degli astri sulla volta celeste. Così anche gli <strong>Egizi</strong>, gli <strong>Assiri </strong>e i <strong>Babilonesi</strong>, e altrove la civiltà indiana e cinese. Tutti, a ogni latitudine e in ogni tempo, hanno alzato gli occhi al cielo cercando di misurare il tempo attraverso il passaggio delle stelle e dei pianeti: nessuno, però, aveva trasformato questa attività in <em>scienza </em>prima dei <strong>Greci</strong>. Ciò che accadde ad <strong>Alessandria d’Egitto </strong>a partire dal <strong>IV sec. a.C. </strong>è infatti qualcosa di completamente nuovo: per la prima volta un potere politico sovvenzionava la cultura, la ricerca e l’indagine in ogni campo del sapere, nell’ambizioso tentativo di raccogliere in un solo luogo tutta la conoscenza del mondo. Un posto particolare spettava proprio all’astronomia, la cui etimologia ne rivela la funzione originale: mettere ordine, stabilire una ‘regola’ (<em>nomos</em>) nella grande massa degli astri. Fra gli studiosi più influenti di tutti i tempi, un nome svetta sugli altri: <strong>Claudio Tolomeo</strong>, attivo fra il 100 e il 175 proprio ad Alessandria.</p>
<p>A lui dobbiamo la più grande opera di astronomia del mondo antico: la <em>Sintassi matematica</em>, meglio nota con il termine arabo di <strong><em>Almagesto</em></strong>, monumentale sintesi di tutti gli studi precedenti e, soprattutto, opera ‘definitiva’ per 1500 anni. In essa viene messa a punto quella che, da Pitagora ad Aristotele passando per Platone, era stata la visione dominante dell’universo: Terra al centro, Sole e altri pianeti in orbita attorno a essa. Una struttura confermata da osservazioni e calcoli matematici che in molti casi sono validi ancora oggi, per quanto le cose – lo sappiamo – stiano diversamente: ma se la scienza è una conquista collettiva, Tolomeo non può essere liquidato solo come il canonizzatore dell’errata teoria geocentrica. Perché la scienza è soprattutto una storia di sbagli compiuti da giganti, che però hanno reso possibili indagini successive alla ricerca di <em>altre </em>verità. E ciò che leggiamo in un autore oggi misconosciuto, ossia <strong>Marziano Capella</strong>, ne è la conferma.</p>
<p><strong>Un autore misterioso</strong></p>
<p>Cosa sappiamo di Marziano Capella? Le uniche informazioni (avvocato vissuto a Cartagine) si ricavano dalla sua stessa opera: <strong><em>Le nozze di Filologia e Mercurio</em></strong>, scritta probabilmente fra il 410 e il 429 (ma c’è chi la data alla fine del V secolo). Su questo titolo, così singolare e misterioso, sono state formulate le ipotesi più disparate, ma la verità sta nella natura profonda dei vocaboli: se Filologia è la scienza che ricostruisce la parola, Mercurio è il dio che questa parola è chiamato a interpretare (‘ermeneutica’ deriva da Ermes, nome greco di Mercurio). Nella cornice mitologica dell’opera l’unione spirituale e carnale delle due divinità diventa quindi <strong>metafora della conoscenza</strong>, sintesi di metodo e interpretazione, rigore e fantasia, studio e intuito: una cornice all’interno della quale sette vergini  dottissime, rispettivamente Grammatica, Logica, Retorica, Geometria, Aritmetica, Astronomia e Musica, espongono le materie di cui sono personificazione. <em>Le nozze di Filologia e Mercurio</em>, con i loro nove libri, mettono quindi in scena lo scibile umano: la lezione di Alessandria d’Egitto è ancora viva.</p>
<p>Perduto l’originale, per ricostruire la storia delle Nozze nella cultura europea dobbiamo affidarci a metodi da investigatore. I primi manoscritti risalgono al IX secolo, quattrocento anni dopo Marziano: un lungo periodo di buio che però ha lasciato delle tracce, prima fra tutte una sottoscrizione (miracolosamente sopravvissuta) che ci informa di un lavoro correttorio sull’opera marzianea compiuto a Roma da tale <strong>Securus Melior</strong>, quasi certamente nel <strong>498</strong>. La sottoscrizione, però, è sempre riportata alla fine del primo libro e non, come ci aspetteremmo, alla fine del nono. Sei decenni dopo Securus, nel <strong>560</strong>, il grande intellettuale calabrese <strong>Cassiodoro</strong>, nelle sue <em>Institutiones</em>, si riferisce all’opera di Marziano chiamandola «Le sette discipline», rammaricandosi del fatto che «non potè arrivare nelle nostre mani». Poi però accade qualcosa; un gruppo consistente di manoscritti, copie di un originale sicuramente databile al <strong>562</strong>, riporta una seconda versione delle <em>Institutiones </em>nella quale appare un’intera sezione del terzo libro delle <em>Nozze</em>: i capitoli 300-309 e 312-324. Nel 562, due anni dopo la sua dichiarazione sconsolata, Cassiodoro ha quindi trovato Marziano: ma solo il terzo libro o tutti i nove? Passano altri centocinquant’anni e nella lontana Inghilterra il vescovo <strong>Tatwine </strong>e un <strong>Anonimo </strong>(<strong>detto ‘Ad Cuimnanum’</strong>) scrivono due manuali grammaticali in cui riappaiono gli stessi capitoli 312-324; poco tempo dopo il monaco anglosassone <strong>Beda </strong>compone un <em>De temporum ratione </em>dove l’influsso dell’astronomia marzianea è evidente.</p>
<p><strong>L’astronomia di Marziano Capella</strong></p>
<p>Tutto cambia sotto il regno di Ludovico il Pio (morto nell’840), figlio di Carlo Magno, quando finalmente Marziano riaffiora con la sua opera completa: una <strong>esplosione di codici </strong>che denuncia un grande interesse degli intellettuali carolingi per questo autore enigmatico. Ed ecco che dalla seconda metà del IX secolo i monaci amanuensi copieranno senza sosta – con tanto di disegni – <em>le Nozze di Filologia e Mercurio</em>, adottandolo come vera e propria <strong>enciclopedia </strong>da leggere, rileggere e commentare. Due passi su tutti desteranno l’attenzione dei lettori medievali: il capitolo 854, dove Marziano dichiara che: «Venere e Mercurio, in verità, non ruotano attorno alla Terra», e il capitolo 857, dove l’autore puntualizza che: «Mercurio e Venere, sebbene mostrino levate e tramonti quotidiani, tuttavia non percorrono le loro orbite attorno alla Terra, ma girano attorno al Sole in un corso più largo. Perciò hanno nel Sole il centro delle loro orbite».</p>
<p>Se è vero che anche per Marziano il Sole ruota attorno alla Terra, nondimeno <strong>egli ritiene che Mercurio e Venere ruotino attorno al Sole</strong>: un embrione di teoria eliocentrica che non ha paralleli in altri autori latini, ricollegandosi direttamente ai secoli eroici dell’astronomia alessandrina, quando <strong>Aristarco di Samo </strong>(310 – 210 a.C.) postulò una struttura cosmica con il Sole al centro e <em>tutti </em>i pianeti attorno, non solo Mercurio e Venere. O quando un altro gigante come <strong>Eratostene </strong>(276 – 194 a.C.) riuscì a calcolare la misura del meridiano terrestre (con un errore dello 0,8%) attraverso una serie di misurazioni effettuate con un vaso-meridiana a fasce concentriche: un oggetto chiamato <strong><em>skaphe</em></strong>, con uno gnomone al centro per segnare l’ora del giorno mediante la sua ombra proiettata sulle pareti del vaso. E non è certo un caso che uno dei disegni più importanti delle <em>Nozze </em>sia proprio una <em>skaphe</em>: un omaggio a Eratostene che conferma la posizione autorevole di Marziano Capella nella scienza occidentale.</p>
<p><strong>Grafiche cosmiche</strong></p>
<p>Questi contenuti singolarissimi delle <em>Nozze </em>suscitano curiosità nel Medioevo; fra le illustrazioni a corredo dell’opera spicca infatti un grafico che illustra tre possibili interpretazioni delle orbite di Venere e Mercurio attorno al Sole: spezzate, intersecate o concentriche. Un commento visivo che si affianca ad altri, raffiguranti eclissi di sole e di luna, orbite planetarie, rotazioni della volta celeste: un corredo d’immagini degno dei nostri migliori manuali scolastici. Il vero trionfo, però, si manifesta nei manoscritti del XII secolo, quando l’Europa delle prime <strong>università </strong>produce capolavori assoluti: ed ecco che i manoscritti marzianei si riempiono di miniature, con l’iconografia delle sette arti che si diffonde in tutto il continente. Grammatica, Logica, Retorica, Geometria, Aritmetica, Astronomia e Musica prendono vita sui portali delle chiese gotiche, sulle vetrate delle cattedrali e sugli affreschi dei palazzi pubblici: una febbre lunga tre secoli che contagia tutti, da Chartres a Foligno, dove all’inizio del Quattrocento Gentile da Fabriano dipinge un’intera stanza di Palazzo Trinci ispirandosi alle <em>Nozze di Filologia e Mercurio</em>. Una copia manoscritta dell’opera arriva anche nella biblioteca di Guarnerio d’Artegna, a <strong>San Daniele del Friuli</strong>, sulla scia di un interesse che nel 1499 porta alla prima edizione a stampa dell’opera proprio nel Nord Est italiano, a Vicenza. L’anno successivo viene ripubblicata a Modena, mentre a <strong>Padova</strong>, <strong>Bologna </strong>e <strong>Ferrara </strong>è certamente materia d’insegnamento, proprio mentre sui banchi di quelle università sedeva un giovane monaco polacco chiamato Mikołai Kopernik. E quando nel 1543, in punto di morte, pubblicherà il suo <em>De revolutionibus orbium coelestium</em>, il frate Mikołai, ormai per tutti ‘Niccolò</p>
<p>Copernico’, non esiterà a dimostrare il suo antico debito nei confronti delle <em>Nozze</em>: «Per questo motivo credo che non bisogna affatto disprezzare ciò che Marziano Capella, autore di una enciclopedia, e altri fra i Latini sapevano bene. Ritenevano infatti che Mercurio e Venere ruotassero attorno al Sole, posto in mezzo alle loro orbite».</p>
<p>La rivoluzione era iniziata. Ma con solide radici nella tradizione.</p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fdisegnare-luniverso%2F&amp;linkname=Disegnare%20l%E2%80%99universo" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_x" href="https://www.addtoany.com/add_to/x?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fdisegnare-luniverso%2F&amp;linkname=Disegnare%20l%E2%80%99universo" title="X" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="https://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fdisegnare-luniverso%2F&amp;linkname=Disegnare%20l%E2%80%99universo" title="WhatsApp" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_linkedin" href="https://www.addtoany.com/add_to/linkedin?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fdisegnare-luniverso%2F&amp;linkname=Disegnare%20l%E2%80%99universo" title="LinkedIn" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_email" href="https://www.addtoany.com/add_to/email?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fdisegnare-luniverso%2F&amp;linkname=Disegnare%20l%E2%80%99universo" title="Email" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fdisegnare-luniverso%2F&#038;title=Disegnare%20l%E2%80%99universo" data-a2a-url="https://imagazine.it/home_desk/disegnare-luniverso/" data-a2a-title="Disegnare l’universo"></a></p><p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/22980-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/disegnare-luniverso/">Disegnare l&#8217;universo</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il teatro della memoria</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/il-teatro-della-memoria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vanni Veronesi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Jul 2017 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=23838</guid>

					<description><![CDATA[<p>Giulio Camillo</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/20334-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/il-teatro-della-memoria/">Il teatro della memoria</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Un personaggio oscuro</strong></p>
<p>Il mistero, nella biografia di Giulio Camillo, è un dato stabile fin dalla nascita, avvenuta a <strong>Zoppola </strong>oppure a <strong>Portogruaro</strong>, forse nel 1480, forse no. Persino sul nome ci sono dubbi di autenticità, secondo alcuni troppo carico di reminiscenze romane (Giulio Cesare, Furio Camillo…) per non essere uno pseudonimo. Sappiamo poco anche della sua infanzia, probabilmente trascorsa fra <strong>San Vito al Tagliamento </strong>e Portogruaro, dove compie i primi studi «di umanità » per poi trasferirsi a <strong>Venezia</strong>; si sposta quindi all’Università di <strong>Padova</strong>, ma nessuno sa se abbia completato o meno gli studi. Quest’aura di mistero sulle proprie origini, sapientemente confezionata dallo stesso Camillo che per tutta la vita ‘costruirà’ il suo personaggio come una leggenda, si somma alla singolarità dei suoi interessi: lingua ebraica «e altre orientali difficilissime» dice il Liruti, nonché le «cose astrusissime della cabala ebraica, o delle mistiche loro tradizioni, e […] de’ dogmi misteriosi ed oscurissimi degli Egiziani, de’ Pitagorici, e de’ Platonici».</p>
<p><strong>L’armonia del cosmo</strong></p>
<p>Dietro questi «dogmi misteriosi ed oscurissimi », a dire il vero, si cela una tradizione ben nota sin dalla tarda antichità greco-romana, quando la dottrina di matrice pitagorica, che vedeva nel cosmo un sistema ordinato ‘matematicamente’, si saldò con i mille rivoli dell’Ermetismo e con l’idea concepita da Platone nel <em>Timeo</em>, dove un Demiurgo plasmava l’universo dandogli una forma ‘intelligente’. Questa concezione verticale della realtà, dove si arriva a capire la natura più profonda dell’esistente solo dopo un progressivo innalzamento cognitivo e spirituale, è da sempre una delle due possibili chiavi di lettura del mondo, contrapposta – ma talvolta fusa assieme – a quella aristotelica, che invece guarda all’essere secondo un’ottica ‘orizzontale’, composita ed empirica: un binomio che <strong>Raffaello </strong>eternerà nell’affresco vaticano della <em>Scuola di Atene</em>, con il dito di Platone rivolto al cielo e la mano di Aristotele puntata verso la terra. Il dipinto viene realizzato attorno al <strong>1509</strong>; sarà pure una coincidenza, ma è lo stesso anno in cui anche Giulio Camillo è a <strong>Roma</strong>, proprio accanto ai due ‘ideologi’ della <em>Scuola di Atene</em>: lo scrittore <strong>Tommaso Inghirami </strong>e il cardinale <strong>Egidio da Viterbo</strong>. Ed è proprio in questo ambiente coltissimo che egli inizia a imporsi come oratore e intellettuale, dividendosi fra la città papale, il suo Friuli e la familiare Venezia, nella quale stringe amicizie importanti – su tutti <strong>Erasmo da Rotterdam </strong>– accasandosi presso il celebre editore <strong>Aldo Manuzio</strong>.</p>
<p><strong><em>L’Idea del Theatro</em></strong></p>
<p>Gli anni Dieci del Cinquecento sono nuovamente avvolti nell’oscurità, ma in questo lungo periodo il letterato friulano matura l’opera che lo renderà celebre in tutta Europa: <strong><em>L’Idea del Theatro </em></strong>(uscita postuma nel 1550). Per capire di cosa si tratta bisogna tornare al <em>Timeo</em>, dove Platone costruisce una cosmogonia basata su valori numerici, a ognuno dei quali corrisponde un astro celeste che ruota attorno alla Terra ‘suonando’ una determinata nota musicale. Tali astri coincidono con le divinità del pantheon greco-romano, per l’appunto Ermes/Mercurio, Afrodite/Venere, Ares/ Marte, Zeus/Giove, Poseidone/Saturno, alle quali si sommano Artemide/Diana in associazione alla Luna e Apollo in abbinamento al Sole. Su questi dei-pianeti, com’è noto, la mitologia classica aveva costruito un gigantesco repertorio di racconti attraverso cui interpretare la realtà. Giulio Camillo parte da qui e tenta una operazione incredibile: associare alle sette divinità greche altrettanti livelli di ‘lettura’ del mondo, in modo da formare 49 ‘caselle’ nelle quali suddividere l’intero scibile umano.</p>
<p>L’immagine è quella del <strong>teatro</strong>: nel primo dei sette anelli, in quanto fondamento dell’universo, ci sono Diana/Luna, Ermes/Mercurio, Afrodite/Venere, Apollo/Sole, Ares/Marte, Zeus/Giove e Poseidone/Saturno; la seconda fila è rappresentata dal convivio che Oceano offrì agli dei, momento di unione e quindi simbolo delle Idee, che nella filosofia platonica sono i princìpi che stanno a monte di tutte le cose; il terzo livello è formato dall’«antro», la caverna nella quale le Ninfe tessono e le api producono il miele, a simboleggiare gli elementi della natura e le loro combinazioni; il quarto stadio è quello delle Gorgoni, che con le loro tre teste indicano le anime dell’uomo (razionale, irascibile, concupiscibile); nel quinto c’è invece Pasifae, la ninfa che si unì a un toro, a simboleggiare la dimensione fisica dell’uomo; nel sesto troviamo i calzari alati di Mercurio, emblema delle azioni umane ‘naturali’ (mangiare, bere, dormire etc.); il settimo e ultimo anello spetta invece a Prometeo, rappresentante di arti e scienze.</p>
<p>La combinazione fra le sette colonne divine e i sette anelli teatrali forma appunto 49 settori, ognuno dei quali conterrà una parte del mondo: ed ecco che, ad esempio, la colonna della Luna (n. 1) incrociata con l’anello di Prometeo (lettera A) forma l’immagine di Diana (divinità lunare) con l’arco (strumento prometeico), simbolo della cacciagione. Il posto 1A spetterà quindi a miti, opere letterarie, quadri, sculture e semplici azioni legate alla caccia: un gioco vertiginoso da ripetere, variato e caricato di ulteriori rimandi alla cabala, per le rimanenti 48 caselle, che accoglieranno in questo modo ogni aspetto dell’esistenza.</p>
<p><strong>L’illusione francese</strong></p>
<p>Nel frattempo, il 3l ottobre 1517, Martin Lutero affigge sulle porte della cattedrale di Wittenberg le sue 95 tesi: è l’inizio della Riforma Protestante. Ne arriva solo un’eco lontana alle orecchie di Giulio, interamente rivolto a un solo scopo: costruire <em>materialmente </em>il suo teatro della memoria. Gli anni Venti, però, trascorrono senza che il progetto si concretizzi; alla ricerca di una cattedra di retorica, troviamo il Nostro a Bologna nel 1521, a <strong>Padova </strong>nel 1524, a <strong>Genova </strong>nel 1525, a <strong>Pordenone </strong>nel 1527, a <strong>Venezia</strong>, <strong>Portogruaro</strong>, <strong>San Vito al Tagliamento </strong>e <strong>Gemona del Friuli </strong>nel 1528. Nel 1530 è di nuovo a Bologna per assistere all’incoronazione imperiale di Carlo V, poi ancora in Friuli, quindi in Francia, alla corte del re Francesco I, ben lieto di finanziare la realizzazione del <em>Theatro</em>: un successo personale del Camillo che, tuttavia, gli aprirà le porte dell’inferno. Le invidie degli intellettuali di mezza Europa, infatti, si mettono in moto: iniziano a fioccare le derisioni feroci, le accuse di follia, il disprezzo per la sua adesione totale al modello retorico di Cicerone, che in quegli anni viene contestato da Erasmo da Rotterdam nel suo <em>Ciceronianus</em>.</p>
<p>Si capisce così la nota maligna di Viglio Zwichem che, in una lettera datata «Padova, 8 giugno 1532», rivolgendosi proprio a Erasmo afferma di aver visto <strong>un modellino del </strong><strong><em>Theatro </em></strong><strong>di Camillo</strong>: «L’opera è in legno, ornata da molte immagini e gremita in ogni parte di cassettini; in essa ci sono vari ordini e gradi. Egli ha assegnato a ogni singola figura e ornamento il proprio luogo e mi ha mostrato una tale mole di carte che, sebbene io abbia sentito dire che Cicerone è la fonte più feconda dell’eloquenza, difficilmente avrei pensato che un solo autore potesse contenere tante materie […]. Il nome dell’autore te l’ho già scritto: si chiama Giulio Camillo. È assai balbuziente e parla un  latino faticoso». Polemiche letterarie a parte, la missiva dimostra che nel 1532 il progetto è già convertito in un plastico, quasi certamente destinato a Francesco I, da cui Giulio torna nel 1534. L’atmosfera a corte, tuttavia, è cambiata: d’improvviso il suo <em>Theatro </em>non interessa più. La Riforma di Lutero avanza e occorre tornare all’ordine: basta con gli esperimenti esoterici.</p>
<p><strong>Alchimia ed eresia</strong></p>
<p>Ossessionato dall’idea di trasformare la sua ‘macchina’ in realtà, Camillo gira le corti di mezza Italia per trovare un mecenate, ma nessuno sembra interessato; ridotto in miseria, si volge alle pratiche alchemiche nel disperato tentativo di trovare il suo posto nel mondo. E di nuovo si scatenano le leggende, come quella che lo vorrebbe autore di un <em>homunculus</em>, un essere vivente creato ‘in vitro’. Voci incontrollate che lo inseguono fino a Ginevra, nei territori già convertiti al Calvinismo, dove lo troviamo nel 1542; anche qui, tuttavia, ermetismo, astrologia e cabala sono dottrine in odore di eresia. Giulio rientra quindi nel suo Friuli, dove riceve una notizia insperata: Alfonso d’Avalos, marchese del Vasto e governatore di <strong>Milano</strong>, vuole commissionargli la costruzione del <em>Theatro</em>. È il sogno che finalmente si fa realtà, eppure troppo bello per essere vero: arrivato nella città lombarda, muore improvvisamente il <strong>15 maggio 1544</strong>. Inizia allora una caccia forsennata ai suoi manoscritti, che finiscono nei luoghi più disparati. Di uno, in particolare, lamentiamo la scomparsa: una copia autografa dell’<em>Idea del Theatro </em>con 201 fogli di pergamena dipinti da <strong>Tiziano</strong>, conservata nella Biblioteca dell’Escorial di Madrid fino al 1671, quando andò distrutta in un incendio.</p>
<p>Di questo progetto visionario, oggi, conserviamo solo ricostruzioni congetturali, ma una cosa è certa: lungi dall’essere una riedizione delle mnemotecniche dell’antichità, quando si recitava a memoria un’orazione percorrendo con la mente uno spazio noto nel quale inserire, stanza per stanza, un diverso argomento, il teatro di Giulio Camillo ambiva a classificare il mondo intero. Fino all’ultimo traguardo: costruire, tramite l’immaginazione,</p>
<p>nuovi mondi possibili. In altre parole: acquisire il potere di Dio. Il terreno per i voli intellettuali di Giordano Bruno era già dissodato.</p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fil-teatro-della-memoria%2F&amp;linkname=Il%20teatro%20della%20memoria" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_x" href="https://www.addtoany.com/add_to/x?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fil-teatro-della-memoria%2F&amp;linkname=Il%20teatro%20della%20memoria" title="X" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="https://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fil-teatro-della-memoria%2F&amp;linkname=Il%20teatro%20della%20memoria" title="WhatsApp" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_linkedin" href="https://www.addtoany.com/add_to/linkedin?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fil-teatro-della-memoria%2F&amp;linkname=Il%20teatro%20della%20memoria" title="LinkedIn" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_email" href="https://www.addtoany.com/add_to/email?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fil-teatro-della-memoria%2F&amp;linkname=Il%20teatro%20della%20memoria" title="Email" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fil-teatro-della-memoria%2F&#038;title=Il%20teatro%20della%20memoria" data-a2a-url="https://imagazine.it/home_desk/il-teatro-della-memoria/" data-a2a-title="Il teatro della memoria"></a></p><p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/20334-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/il-teatro-della-memoria/">Il teatro della memoria</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Al varco dell&#8217;Oriente</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/al-varco-delloriente/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vanni Veronesi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Apr 2017 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=23229</guid>

					<description><![CDATA[<p>San Marco in FVG</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/19006-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/al-varco-delloriente/">Al varco dell&#8217;Oriente</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Brandelli di notizie</strong></p>
<p>«Allora Gesù disse loro: “Come contro un brigante, con spade e bastoni siete venuti a prendermi. Ogni giorno ero in mezzo a voi a insegnare nel tempio, e non mi avete arrestato. Si adempiano dunque le Scritture!”. Tutti allora, abbandonandolo, fuggirono. Un giovanetto però lo seguiva, rivestito soltanto di un lenzuolo, e lo fermarono. Ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo». Così il Vangelo di <strong>Marco </strong>(14, 48-52), il più antico dei quattro, descrive l’arresto di Gesù nell’orto del Getsemani; assente in Matteo, Luca e Giovanni, il ragazzino è stato identificato da alcuni studiosi con lo stesso evangelista. Vera o meno che sia, l’ipotesi si incastra con un altro dato: in <em>Atti degli Apostoli </em>12, 12 si ricorda che nella casa di Marco, o meglio dei suoi genitori, si riunivano gli apostoli dopo la resurrezione di Cristo, poiché – stando al <em>De situ Terrae Sanctae </em>(p. 141)  dell’arcidiacono Teodosio – lì si sarebbe svolta l’<strong>Ultima Cena</strong>, nonché la discesa dello Spirito Santo durante la <strong>Pentecoste</strong>. Quest’ultimo evento, raccontato in <em>Atti </em>2, 1-4, spingerà i primi testimoni di Cristo a uscire dalla clandestinità e a iniziare la predicazione della ‘buona novella’: fra loro ci sarà anche Marco, giovane cugino dell’apostolo Barnaba. Ed è da qui che comincia la nostra storia.</p>
<p><strong>Fra Pietro e Paolo</strong></p>
<p>In ogni grande vicenda di fede c’è un momento di crisi: per Marco, compagno di <strong>S. Paolo </strong>nel suo primo viaggio missionario, è l’arrivo a <strong>Perge</strong>, sulla costa meridionale della Turchia. La prospettiva di una vita dedita al proselitismo lo fa tornare a <strong>Gerusalemme</strong>; così, quando Barnaba propone di richiamare Marco per il suo secondo viaggio missionario, la risposta è glaciale: «Paolo riteneva che non si dovesse prendere uno che si era allontanato da loro […] e non aveva voluto partecipare alla loro opera.</p>
<p>Il dissenso fu tale che si separarono l’uno dall’altro; Barnaba, prendendo con sé Marco, s’imbarcò per Cipro; Paolo invece scelse Sila e partì […]» (<em>Atti </em>15, 38-40). La frattura si ricompone a partire dal 61 d.C., quando Paolo, che sta scontando la sua prima prigionia a <strong>Roma</strong>, in <em>Colossesi </em>4, 10 nomina Marco fra i pochissimi «che hanno collaborato con me per il regno di Dio e mi sono stati di consolazione »: il futuro evangelista è dunque nella capitale dell’Impero, in quel momento guidato da <strong>N</strong><strong>erone</strong>. Uno o due anni più tardi lo ritroviamo accanto a <strong>S. Pietro</strong>, sempre nell’Urbe: nella prima epistola il futuro papa lo definisce «figlio mio» (5, 13), tanta è la vicinanza fra i due. Ma nel 64 le circostanze portano Marco a tornare in Oriente: in seguito a un grave incendio che manda in fumo mezza Roma, l’imperatore «fece passare per colpevoli e sottomise a torture raffinate coloro che per i loro delitti il popolo detestava e chiamava Cristiani» (Tacito, <em>Annali</em>, XV 44). Nel 66, durante la sua seconda prigionia, Paolo scrive a Timoteo (II 4, 11), reggente della chiesa di Efeso, per chiedergli di venire a Roma e portare con sé Marco. Ma ormai è tardi: dopo la comune detenzione all’interno del <strong>Carcere Mamertino</strong>, il 29 giugno del 67 Paolo viene decapitato alle <strong><em>Aquae Salviae</em></strong>, dove oggi si estende il complesso abbaziale delle Tre Fontane, mentre Pietro viene crocifisso a testa in giù presso il <strong>Vaticano</strong>, laddove sorgerà, secoli dopo, la basilica più importante del mondo.</p>
<p>La morte dei due futuri santi lascia un vuoto nelle prime comunità cristiane; a colmarlo è proprio Marco, intraprendendo la scrittura della «buona novella di Gesù Cristo, figlio di Dio»: nasce così il primo Vangelo della storia, base di partenza per gli stessi Matteo e Luca, mentre Giovanni farà storia a sé. Meno di un secolo dopo, i quattro evangelisti saranno così famosi che <strong>Ireneo di Lione </strong>(130 – 202), nel suo <em>Contro gli eretici</em>, li identificherà nelle quattro figure attorno al trono celeste descritte in una delle visioni dell’<em>Apocalisse </em>(4, 6-7): «Intorno al trono vi erano quattro esseri viventi pieni d’occhi davanti e di dietro. Il primo vivente era simile a un leone, il secondo aveva l’aspetto di un vitello, il terzo aveva l’aspetto di un uomo, il quarto era simile a un’aquila mentre vola». Marco è appunto il leone, poiché il suo Vangelo si apre con la <em>vox clamantis in deserto </em>di Giovanni Battista, che si leva come un ruggito.</p>
<p><strong>La leggenda medievale</strong></p>
<p>Anno del Signore 828. Due mercanti veneziani sbarcano ad <strong>Alessandria d’Egitto </strong>per fuggire da una tempesta: si chiamano <strong>Bono da Malamocco </strong>e <strong>Rustico da Torcello</strong>. Di fronte alla situazione precaria dei cristiani nella città ormai islamizzata, decidono di compiere un gesto estremo: trafugare il <strong>corpo di San Marco</strong>, sepolto proprio nella metropoli egizia, e trasferirlo nella sicura <strong>Venezia</strong>, sorta quattro secoli prima e già diventata potenza marittima. Con l’aiuto dei due custodi greci, Saturanzio e Teodoro, ben felici di fuggire dalle razzie e dalle violenze del Califfo, viene quindi forzato il sepolcro, estratto il corpo e posto in una cesta, ricoperto da foglie di cavolo e quarti di maiale: un ottimo stratagemma per ingannare i controlli delle guardie musulmane, che infatti si ritirano immediatamente alla vista della carne, ritenuta impura. Arrivate in una Venezia entusiasta, le spoglie dell’evangelista vengono poste all’interno di Palazzo Ducale, mentre inizia da subito la costruzione della <strong>Basilica </strong>che ancora oggi porta il suo nome. Si avvera così, quasi otto secoli dopo, la profezia dell’angelo che, secondo la leggenda, sarebbe apparso a Marco, approdato sulle isole della laguna durante un viaggio <strong>da Aquileia a Ravenna</strong>, e gli avrebbe detto: <em>Pax tibi Marce Evangelista meus, hic requiescet corpus tuum</em>, «Pace a te o Marco, mio Evangelista, qui riposerà il tuo corpo».</p>
<p>Questa vicenda, assieme ad altre riguardanti 182 santi, è narrata nel più celebre <em>best seller </em>del Medioevo: la <strong><em>Legenda Aurea</em></strong>, capolavoro in latino di <strong>Iacopo da Varazze </strong>(1228 – 1298), che con le sue 1.400 copie manoscritte, le sue dieci versioni in italiano, diciotto in alto tedesco, sette in basso tedesco, diciassette in francese, quattro in inglese, tre in ceco e dieci in olandese, ha letteralmente spopolato in tutta Europa. Secondo Iacopo (cap. 59) «Pietro, vedendo Marco saldo nella sua fede, lo destinò ad <strong>Aquileia</strong>, dove, predicando il verbo di Dio, convertì alla fede in Cristo un numero incalcolabile di persone. Si dice, inoltre, che lì abbia scritto il suo <strong>Vangelo</strong>: ancora oggi è esposto nella chiesa di Aquileia ed è oggetto della devozione che merita. Ancora in qualità di beato, Marco inviò da Pietro, a Roma, il cittadino aquileiese <strong>Ermacora</strong>, che aveva convertito alla fede in Cristo, affinché Pietro lo consacrasse vescovo di Aquileia. Perciò, avendo ottenuto Ermacora l’ufficio del vescovado, con il quale avrebbe governato ottimamente la chiesa aquileiese fino alla cattura da parte dei pagani e al suo martirio, Marco fu inviato ad <strong>Alessandria d’Egitto </strong>dal beato Pietro e laggiù predicò per primo il Verbo di Dio». Ed ecco che il cerchio si chiude: ma se la storia di Ermacora (e del suo diacono <strong>Fortunato</strong>) è descritta nei dipinti della <strong>Cripta degli Affreschi</strong>, all’interno della <strong>Basilica di Aquileia, </strong>che fine ha fatto il mitico manoscritto ancora noto ai tempi della <em>Legenda Aurea</em>?</p>
<p><strong>L’Evangeliario Forogiuliese</strong></p>
<p>Quel libro esiste ancora, ma è stato scritto 500 anni dopo la morte di Marco: particolare importante solo per noi moderni, perché ancora nel XVII secolo era, per tutti, il Vangelo redatto dal Santo in persona. Forte di questo prestigio, per secoli fu oggetto di venerazione: fra le sue pagine sono ancora leggibili le firme dei pellegrini medievali, venuti da ogni dove per ammirare il manoscritto e proseguire la loro visita a <strong>San Canzian d’Isonzo</strong>, dov’erano sepolti i martiri Canzio, Canziano e Canzianilla, uccisi nel 304 assieme a <strong>Proto </strong>e <strong>Crisogono</strong>. Oltre alla gente comune, non mancano i messaggi dei prìncipi e sovrani europei che, dal Medioevo all’Età Moderna, hanno messo le mani sulla più preziosa reliquia del Patriarcato di Aquileia: da Carlo IV di Lussemburgo (1316 – 1378), Sacro Romano Imperatore, a Francesco I d’Austria (1768 – 1835). Il volume è oggi conservato nella Biblioteca del Museo Archeologico di <strong>Cividale</strong>, città che lo ospita dal Quattrocento: per questo è detto <strong><em>Evangeliario Forogiuliese </em></strong>(ms. CXXXVIII).</p>
<p>Il manoscritto, il più antico fra quelli conservati in Friuli Venezia Giulia, secondo gli ultimi studi fu vergato a <strong>Ravenna </strong>negli anni della conquista di Giustiniano, imperatore di Bisanzio dal 527 al 565. Compilato in una meravigliosa scrittura detta ‘onciale’, riporta il Vangelo di Luca, di Matteo e di Giovanni nella versione latina di S. Girolamo, la cosiddetta <em>Vulgata</em>: quello di Marco, proprio in virtù del suo immenso valore simbolico, nel 1420 fu staccato dai Veneziani e portato nella loro Basilica (dove si trova tuttora), subito dopo la conquista del Friuli. Dal punto di vista testuale, l’<em>Evangeliario </em>è ancora tutto da scoprire: l’ultima edizione critica della <em>Vulgata </em>(Weber – Gryson, 1994), fondata su oltre 70 manoscritti, non lo prende nemmeno in considerazione, nonostante sia accreditato come uno dei testimoni più fedeli della Bibbia latina di Girolamo. Confrontandolo in alcuni passi con l’edizione Weber – Gryson, in effetti, le sorprese non mancano: non di rado il codice cividalese si discosta dal testo comunemente accettato e lo migliora sensibilmente. Emblematico <em>Matteo </em>1, 24, dove la congiunzione <em>ergo</em>, ‘dunque’, spiega meglio di <em>autem</em>, ‘appunto’, la conseguenza del sogno di Giuseppe: dopo che un angelo del Signore gli aveva ordinato di prendere in sposa Maria, egli si svegliò e «dunque» fece quanto richiesto da Dio. Ma al di là delle questioni filologiche, sfogliare l’<em>Evangeliario Forogiuliese </em>è una esperienza impagabile: un tuffo nella storia e nella leggenda in quel Friuli che, anche grazie alla predicazione cristiana di Marco, è stato porta dell’Occidente e varco per l’Oriente.</p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fal-varco-delloriente%2F&amp;linkname=Al%20varco%20dell%E2%80%99Oriente" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_x" href="https://www.addtoany.com/add_to/x?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fal-varco-delloriente%2F&amp;linkname=Al%20varco%20dell%E2%80%99Oriente" title="X" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="https://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fal-varco-delloriente%2F&amp;linkname=Al%20varco%20dell%E2%80%99Oriente" title="WhatsApp" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_linkedin" href="https://www.addtoany.com/add_to/linkedin?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fal-varco-delloriente%2F&amp;linkname=Al%20varco%20dell%E2%80%99Oriente" title="LinkedIn" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_email" href="https://www.addtoany.com/add_to/email?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fal-varco-delloriente%2F&amp;linkname=Al%20varco%20dell%E2%80%99Oriente" title="Email" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fal-varco-delloriente%2F&#038;title=Al%20varco%20dell%E2%80%99Oriente" data-a2a-url="https://imagazine.it/home_desk/al-varco-delloriente/" data-a2a-title="Al varco dell’Oriente"></a></p><p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/19006-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/al-varco-delloriente/">Al varco dell&#8217;Oriente</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Le conseguenze dell&#8217;amore</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/le-conseguenze-dellamore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vanni Veronesi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Jan 2017 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=22456</guid>

					<description><![CDATA[<p>Guarnerio d'Artegna</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/17584-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/le-conseguenze-dellamore/">Le conseguenze dell&#8217;amore</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ambizioni e tentazioni</strong></p>
<p>Un imprecisato inizio del Quattrocento (forse il 1410), a <strong>Portogruaro </strong>o a <strong>Zoppola</strong>: è avvolta nell’oscurità la nascita di <strong>Guarnerio</strong>, che non a caso si prodigherà per ripristinare il titolo di conte d’Artegna, assegnato dal Patriarcato di Aquileia alcuni secoli prima ed evidentemente perduto dalla sua famiglia. Assicurarsi un albero genealogico di elevata schiatta, all’epoca, è fondamentale per avanzare nella società, tanto più che le ambizioni del giovane Guarnerio sono evidenti sin dalle prime testimonianze sul suo conto: l’immancabile laurea in legge all’Università di <strong>Padova </strong>e, soprattutto, la sua presenza a <strong>Roma </strong>a partire dal 1428, alle dipendenze del cardinale <strong>Antonio Panciera</strong>, nella sua residenza presso <strong>San Biagio degli  Armeni</strong>.</p>
<p>L’ambiente dell’Urbe è quanto di meglio possa offrire la cultura italiana dell’epoca: proprio qui, a contatto con umanisti e intellettuali, Guarnerio matura il gusto per la letteratura latina, una delle poche certezze a cui appigliarsi in tempi travagliatissimi. Le prime avvisaglie della crisi si manifestano nel <strong>marzo del 1431</strong>, quando <strong>papa Martino V </strong>muore subito dopo aver convocato un concilio a <strong>Basilea</strong>. Il successore, <strong>Eugenio IV</strong>, è un tipico cittadino della Repubblica di Venezia, erede di un casato borghese arricchitosi con il commercio; facile, con un simile retroterra, spiegare la sua insofferenza nei confronti di un concilio piombatogli addosso contro la sua volontà, nonché il suo astio verso l’ambiente romano, che ha un emblema perfetto nel motto della famiglia Colonna: <em>mole sua stat</em>, «sta ferma sul suo peso».</p>
<p>Lo scontro non tarda ad arrivare; sul fronte conciliare, i cardinali riuniti a Basilea conducono un’opposizione serrata, che culminerà nell’elezione di un <strong>antipapa </strong>(1439); sul fronte romano, proprio i Colonna danno vita a un governo autonomo della città. Messo spalle al muro, nel maggio 1434 il pontefice è costretto a una rocambolesca fuga sul Tevere, a bordo di una barca a remi. Sei mesi dopo  Roma è ricondotta all’ordine, ma Eugenio ne rimarrà lontano fino al 1443, preferendo risiedere fra Bologna e Firenze. È in questo clima infuocato che Guarnerio sceglie di riparare in <strong>Friuli </strong>e prendere i voti, unico trampolino possibile per un nobile decaduto come lui. La fede in Dio è forte, non altrettanto la vocazione: a testimoniarlo è la nascita di sua <strong>figlia Pasqua</strong>, negli stessi mesi in cui egli avvia la carriera ecclesiastica (1435). Il neo chierico non può riconoscerla, ma non viene meno ai suoi doveri di padre: inizia così un sostegno clandestino alla figlia che durerà per oltre vent’anni.</p>
<p><strong>Tra sacro e profano</strong></p>
<p>Il <strong>16 settembre 1438</strong>, nel duomo di <strong>Udine</strong>, Guarnerio viene consacrato ufficialmente sacerdote, ma i suoi veri interessi sono orientati altrove. Ereditata una parte della collezione libraria del cardinal Panciera e acquistati altri codici sul mercato, l’umanista friulano si ritrova fra le mani una serie di manoscritti religiosi di straordinario valore, fra cui la leggendaria <strong>Bibbia ‘Bizantina</strong>’. Il manoscritto, che si apre con il libro del profeta Daniele e dunque presuppone un primo volume perduto, parla già con i suoi numeri sbalorditivi: 34,8 cm di base e 52,8 cm d’altezza, 21 grandi iniziali figurate o istoriate, 1.144 piccole iniziali con decorazioni altrettanto raffinate e 175 testate miniate. Sull’origine di questo capolavoro assoluto dell’arte libraria gli studiosi dibattono da decenni: alcuni lo riconducono allo <em>scriptorium </em>del Santo Sepolcro di Gerusalemme e pensano a un arrivo in Italia attraverso i Crociati; altri lo collocano in Italia Meridionale, in un’area influenzata dalla cultura bizantina.</p>
<p>Il manoscritto, di contenuto sacro, si affiancherà ben presto a quelli di contenuto profano: <em>Philippicae</em>, <em>Paradoxa </em>e <em>De amicitia </em>di <strong>Cicerone</strong>, copiati per Guarnerio a <strong>Lavariano </strong>dal canonico <strong>Nicolò di San Vito al Tagliamento</strong>; il <em>De officiis </em>sempre di Cicerone, copiato <em>raptissime </em>(«rapidissimamente ») dallo stesso Guarnerio; i riassunti dell’opera di <strong>Tito Livio</strong>, anch’essi trascritti <em>raptim</em>. Tra una lettura e l’altra, tuttavia, il chierico è costretto a fare il suo dovere ecclesiastico: lo troviamo quindi al concilio, nel frattempo spostato a <strong>Ferrara </strong>(1438) e poi a <strong>Firenze </strong>(1439). Le ambizioni dei porporati sono altissime: di fronte alla minaccia degli Ottomani, ormai da anni alle porte di <strong>Bisanzio</strong>, le chiese ortodossa e cattolica dovranno riunirsi per affrontare il nemico comune.</p>
<p>La delegazione bizantina è un concentrato di giganti: al seguito dell’imperatore Giovanni VIII Paleologo, infatti, arrivano il cardinale <strong>Bessarione</strong>, il filosofo <strong>Giorgio Gemisto Pletone </strong>e lo scrittore <strong>Giovanni Argiropulo</strong>. Nomi che oggi parla no solo agli studiosi di filologia, eppure di importanza capitale nella storia dell’Europa, poiché assieme a loro giunge un vero e proprio fiume di manoscritti greci. Così, dopo secoli di oblio, in Occidente ricompaiono i ‘classici’: un flusso librario che aumenterà esponenzialmente dopo il 1453, quando Bisanzio cadrà definitivamente in mano turca – sancendo la velleità delle ambizioni conciliari – e gli ultimi intellettuali fuggiranno proprio in Italia. Guarnerio non riuscirà mai ad imparare il greco, ma il contatto con queste figure straordinarie avrà un influsso determinante, tanto da indurre Guarnerio a raccogliere e commissionare traduzioni latine di autori come <strong>Basilio di Cesarea</strong>, <strong>Tucidide</strong>, <strong>Luciano</strong>, <strong>Plutarco</strong>, <strong>Eschine</strong>, <strong>Senofonte </strong>e <strong>Demostene</strong>.</p>
<p><strong>Ascesa, declino e nuove sfide</strong></p>
<p>Questa seconda fase nella costruzione della sua biblioteca, databile a partire dal 1444, è anche la più feconda: Guarnerio, divenuto vicario del Patriarca di Aquileia (carica che gli consentirà, nel 1445, di essere il vero protagonista delle trattative fra la Serenissima e il Patriarcato dopo la conquista veneziana), cementa i suoi rapporti intellettuali legandosi a <strong>Giovanni da Spilimbergo </strong>e <strong>Francesco Diana</strong>, rettori della scuola di Udine, che gli mettono a disposizione i migliori studenti per la copiatura dei classici latini e greci. Accanto al già ricordato Nicolò da San Vito, dunque, compaiono <strong>Giovanni Belgrado</strong>, <strong>Nicolò de Collibus</strong>, <strong>Marco di Giovanni da Spilimbergo</strong>, <strong>Michele Salvatico</strong>; copisti provetti, ma comunque inferiori alla vera stella dello <em>scriptorium </em>di Guarnerio: <strong>Battista da Cingoli</strong>, un analfabeta. Paradossalmente, l’incapacità di comprendere il senso delle parole è il suo punto di forza: non potendo fraintendere alcunché, Cingoli riproduce i testi che deve copiare esattamente come li vede, creando una grafia che sconfina nel disegno artistico, così bella da fare invidia a qualsiasi stampatore.</p>
<p>Questo stuolo di professionisti confezionerà manoscritti preziosissimi, con opere di <strong>Aulo Gellio</strong>, <strong>Valerio Massimo</strong>, <strong>Curzio Rufo</strong>, <strong>Cornelio Nepote</strong>, <strong>Svetonio</strong>, <strong>Nonio Marcello, S. Agostino</strong>, <strong>S. Girolamo</strong>, l’immancabile Cicerone, svariati <strong>autori greci </strong>(tradotti in latino), ma anche <strong>umanisti </strong>precedenti o contemporanei a Guarnerio. Ma ci sono anche presenze inattese, apparentemente incompatibili con la biblioteca di un serio vicario patriarcale, eppure tipiche di un animo mosso da una curiosità senza limiti: il poeta <strong>Marziale</strong>, autore di epigrammi in cui non mancano volgarità ed erotismo, e il commediografo <strong>Plauto</strong>, le cui opere sono infarcite di gustose scurrilità e situazioni imbarazzanti. Nel frattempo la figlia Pasqua è diventata maggiorenne.</p>
<p>Ormai in età da marito, la sua scelta cade su <strong>Giovanni Baldana</strong>, figlio di <strong>Bartolomeo</strong>, amico di Guarnerio fin dagli anni romani. Perché il matrimonio sia valido, tuttavia, occorre avere il riconoscimento ufficiale della paternità di Pasqua, sicché Guarnerio è posto di fronte a un bivio: ignorare le aspirazioni della figlia, mantenendo una posizione privilegiata all’interno della curia, oppure riconoscerla una volta per tutte, assicurandole un avvenire a scapito della propria carriera. Guarnerio non ha dubbi: sceglie la seconda strada. Il riconoscimento di <strong>Pasqua </strong>suscita scandalo nel Friuli dell’epoca: privato del titolo di vicario, ridimensionato a semplice pievano di <strong>San Daniele del Friuli</strong>, dal 1454 Guanerio si ritrova senza copisti qualificati. Si affida così a maestri di provincia, i cui scritti presentano tanti e tali errori da suggerire all’umanista friulano una nuova, eccitante sfida: la creazione di una scuola di grammatica, nella quale mettere a disposizione i libri della propria raccolta. Quella che era nata come semplice collezione privata, gelosamente custodita dal suo coltissimo proprietario, diventa così uno strumento didattico formidabile.</p>
<p><strong>L’ultimo atto</strong></p>
<p>All’appressarsi della morte, dopo aver riconosciuto sua figlia, il 7 ottobre 1466 Guarnerio compie il secondo gesto più importante della sua vita: nel dettare le sue ultime volontà testamentarie, lascia alla <strong>chiesa di San Daniele </strong>«tutti li suoi libri che si ritrovava havere con obligo alla Chiesa di far fabricare in loco honesto et condecente una libraria et in quella tutti l’istessi libri ponere, con sue catene ligati, et ivi conservarli per uso dell’istessa Chiesa et che non siano mai levati di detta libraria per accomodar altri. Et se alcuno volesse sopra detti libri legere o studiare et al Consilio et Comunità piacesse, possa sopra detti libri e nell’istessa libraria e non altrove legere et studiare con licenza del Consiglio et Comunità di San Daniele». È l’atto di nascita di una delle prime biblioteche pubbliche del mondo: la <strong>Guarneriana</strong>, appunto, dove ancora oggi possiamo ammirare la collezione del suo fondatore, arricchita dai lasciti dei secoli successivi. Uno scrigno di tesori che continua a tramandare il ricordo di un umanista, ma soprattutto di un vero <em>uomo</em>.</p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fle-conseguenze-dellamore%2F&amp;linkname=Le%20conseguenze%20dell%E2%80%99amore" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_x" href="https://www.addtoany.com/add_to/x?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fle-conseguenze-dellamore%2F&amp;linkname=Le%20conseguenze%20dell%E2%80%99amore" title="X" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="https://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fle-conseguenze-dellamore%2F&amp;linkname=Le%20conseguenze%20dell%E2%80%99amore" title="WhatsApp" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_linkedin" href="https://www.addtoany.com/add_to/linkedin?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fle-conseguenze-dellamore%2F&amp;linkname=Le%20conseguenze%20dell%E2%80%99amore" title="LinkedIn" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_email" href="https://www.addtoany.com/add_to/email?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fle-conseguenze-dellamore%2F&amp;linkname=Le%20conseguenze%20dell%E2%80%99amore" title="Email" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Fle-conseguenze-dellamore%2F&#038;title=Le%20conseguenze%20dell%E2%80%99amore" data-a2a-url="https://imagazine.it/home_desk/le-conseguenze-dellamore/" data-a2a-title="Le conseguenze dell’amore"></a></p><p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/17584-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/le-conseguenze-dellamore/">Le conseguenze dell&#8217;amore</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;Apocalisse dimenticata</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/lapocalisse-dimenticata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vanni Veronesi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Nov 2016 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=20853</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il "Pastore di Erma"</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/16694-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/lapocalisse-dimenticata/">L&#8217;Apocalisse dimenticata</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Negli anfratti della storia</strong></p>
<p>Questa storia inizia fra le pagine del <strong><em>Chronographus anni 354</em></strong>, un curioso testo compilato nel 354 da <strong>Furio Dionisio Filocalo</strong>, calligrafo di papa Damaso I. L’opera è divisa in diciassette sezioni comprendenti testi e immagini, nonché una <em>Depositio Martyrum </em>in cui si legge una nota di grande interesse: <em>viii kal Ian natus Christus in Betleem Iudeae</em>, «8 giorni prima delle Kalendae di gennaio Cristo nacque a Betlemme, in Giudea». Considerato che le Kalendae equivalgono al primo giorno del mese, da includere nella sottrazione prevista dal macchinoso sistema romano, il calcolo non lascia spazio a dubbi: siamo di fronte alla prima testimonianza assoluta della <strong>nascita di Cristo </strong>fissata al <strong>25 dicembre</strong>. Il valore di questa notizia è accresciuto da un altro particolare registrato nello stesso <em>Chronographus</em>: nella sesta sezione dell’opera, laddove è riportato l’intero calendario romano, il 25 dicembre presenta ancora la tradizionale dicitura <em>Natalis Invicti</em>, «Nascita del <strong>Sole Invitto</strong>». Filocalo, dunque, fotografa perfettamente la transizione in atto nell’Impero durante il IV secolo: la festa pagana sta cedendo il passo a quella cristiana, che ha gioco facile nel sostituire il Sole, rinato dopo il solstizio d’inverno, con la figura storica di Gesù, luce del mondo e futuro risorto.</p>
<p>Un’altra sezione del <em>Chronographus</em>, il <strong><em>Catalogus Liberianus</em></strong>, è composta invece da brevi biografie di tutti i papi, da Pietro a Liberio, in carica dal 352. Arrivati a Pio I (metà del II sec.), il <em>Catalogus </em>scrive:</p>
<p><em>«Pio fu papa per 20 anni, 4 mesi e 21 giorni. Fu papa negli anni di Antonino Pio, dal consolato di Claro e Severo […]. Sotto il suo episcopato </em><strong><em>suo fratello Erma scrisse un libro </em></strong><em>nel quale è contenuto l’incarico che a lui prescrisse l’angelo del Signore, quando venne da lui sotto forma di pastore».</em></p>
<p>Qualcosa di più emerge da un’altra opera di eccezionale importanza per la storia della Chiesa: il <strong><em>Liber Pontificalis</em></strong>, il cui primo nucleo risale alla metà del VI secolo ed è un ideale ampliamento del <em>Catalogus Liberianus</em>. Destinato a una vita lunghissima, tanto da essere aggiornato di volta in volta con le vite di tutti i papi fino al 1464, alla voce ‘Pio I’ il <em>Liber </em>riporta un particolare inedito: il pontefice e il fratello Erma provenivano <em>de civitate Aquilegiae</em>. Ancora una volta una testimonianza eccezionale: vera o meno che sia (non c’è accordo fra gli studiosi), è la prima attestazione di una <strong>presenza cristiana ad Aquileia</strong>, appena un secolo dopo la leggendaria predicazione di San Marco.</p>
<p><strong>Fra scandalo e nuova morale</strong></p>
<p>Difficile credere che l’attualmente ignoto <strong><em>Pastore di Erma </em></strong>– il libro citato dal <em>Catalogus Liberianus </em>– sia stato uno dei <em>best seller </em>del mondo antico, studiato e citato dai più importanti Padri della Chiesa come Ireneo, Clemente Alessandrino e Origene. Al di là della sua origine aquileiese, di Erma conosciamo solamente le scarne notizie che ci riporta egli stesso, in <strong>apertura della sua ope</strong><strong>ra </strong>(scritta in <strong>greco</strong>, lingua ufficiale del Cristianesimo delle origini):</p>
<p><em>Colui che mi aveva nutrito mi vendette come schiavo a una certa donna, Roda, nella città di Roma. Dopo molti anni feci la sua conoscenza e iniziai a volerle bene come a una sorella. Trascorso del tempo, la vidi bagnarsi nel Tevere e le porsi la mano per aiutarla a uscire dal fiume. Avendo scorto la bellezza delle forme, presi a fantasticare in cuor mio, dicendo: “Come sarei felice se avessi una moglie di tale bellezza e costume!”. Questo pensai, e nient’altro. </em></p>
<p>L’ingresso immediato nel cuore dei fatti, l’assenza di invocazioni a divinità, l’ambigua relazione fra un servo e la sua padrona, l’accenno alla nudità della donna, la fantasia sessuale: un <em>incipit </em>come questo, nel mondo antico, non si era mai vi sto. Uno scandalo alla Pasolini con diciotto secoli di anticipo, che dimostra il carattere profondamente rivoluzionario del Cristianesimo originale, vero e proprio schiaffo all’ipocrisia della società romana. Il racconto prosegue con le peripezie di Erma, che nel frattempo viene liberato dalla sua vecchia padrona, morta poco dopo; affranto per il suo amore impossibile, Erma è costretto a sposare una ragazza rozza e volgare, che gli darà dei figli perfidi al punto da denunciarlo in quanto cristiano. Allontanatosi dalla famiglia e privato di tutti i suoi beni, si rifugia in una stamberga sulla via Appia, dove assiste a <strong>cinque visioni divine</strong>, nelle quali la Chiesa appare come una matrona prima vecchissima e poi sempre più giovane, fino a diventare una vergine vestita di bianco; in mezzo, l’immagine della <strong>torre costruita sull’acqua</strong>, simbolo di una comunità cristiana salda nei suoi mattoni (cioè nei suoi principi), ma costretta ad affrontare i marosi delle persecuzioni; al termine, l’Angelo della Penitenza che si presenta ad Erma sotto forma di pastore e lo invita a seguire la vera fede. Terminate le visioni, l’opera si trasforma in una sorta di trattato morale, con dodici precetti e dieci parabole ricche di allegorie, fino alla provvidenziale riunione della famiglia di Erma nel nome del Signore. Ma sullo sfondo rimane il messaggio della prima apparizione: la <strong>fine del mondo</strong>, con il suo giudizio finale, è vicina. Come nell’<em>Apocalisse </em>di Giovanni.</p>
<p><strong>Ascesa e caduta</strong></p>
<p>La fortuna del <em>Pastore di Erma </em>è da subito immensa: dapprima <strong>tradotta in latino</strong>, inizia a  percorrere le strade dell’Impero, diventando punto di riferimento per i cristiani dell’intero  Mediterraneo in un viaggio trionfale lungo due secoli. Finché nel 313 Costantino dichiara la libertà di culto, dando il via a un repentino cambiamento di fronte che culmina nel 380 con l’editto di Teodosio: il Cristianesimo diventa religione di stato. Arrivata al potere, la Chiesa ha ora la necessità di mantenerlo: occorre regolare la liturgia ed arrivare a una sola fede. Ed eccoci quindi al <strong>382</strong>, quando papa <strong>Damaso I </strong>chiude il Concilio di Roma con il <strong><em>De explanatione fidei</em></strong>, nel quale elenca le opere che, da quel momento, formeran no il <strong><em>Novum Testamentum</em></strong>, da affiancare al <strong><em>Vetus </em></strong>in comune con gli Ebrei: il <em>Pastore di Erma</em>, nonostante la sua enorme popolarità, è assente. Un secolo dopo, il decreto di <strong>papa Gelasio </strong>lo definirà con un termine destinato a diventare inequivocabile: <strong><em>apocryphus</em></strong>.</p>
<p>Il motivo è di ordine squisitamente dottrinale: presentato ora come un angelo, ora come Spirito Santo, ora come figlio di Dio, il Cristo del <em>Pastore </em>resta comunque d istinto d alla figura di Gesù <em>uomo</em>, secondo una tesi che la Chiesa ha da tempo bollato come <strong>eretica</strong>. L’opera dello scrittore aquileiese è dunque esclusa dal canone della Bibbia, ma la sua storia prosegue: fioriscono versioni in <strong>etiope</strong>, <strong>copto </strong>e <strong>pahlavi </strong>(con un frammento trovato addirittura in Cina), fino ad arrivare alle traduzioni medievali in <strong>arabo </strong>e <strong>georgiano</strong>. Un’opera aperta a revisioni, riscritture e contaminazioni, che nonostante la censura continuerà ad essere copiata, trasformandosi però in un testo per pochi eletti, fino a scomparire progressivamente dalla memoria collettiva. Almeno fino al <strong>1740</strong>, quando alla <strong>Biblioteca Ambrosiana di Milano </strong>accade l’incredibile.</p>
<p><strong>La riscoperta</strong></p>
<p>È un tardo pomeriggio di un Settecento ormai illuminista quello in cui <strong>Ludovico Antonio Muratori</strong>, uno dei massimi intellettuali italiani del tempo, scopre <strong>tre fogli anomali </strong>inseriti fuori contesto in un manoscritto medievale. La scrittura latina è di <strong>VII secolo</strong>, ma il contenuto risale alla <strong>fine del II</strong>: con enorme sorpresa, Muratori si ritrova di fronte alla prima fissazione assoluta di un <strong>canone biblico</strong>, duecento anni prima rispetto a papa Damaso e, soprattutto, a una o due generazioni di distanza dalla scrittura del <em>Pastore di Erma</em>. Che infatti è puntualmente citato, ma con una precisazione:</p>
<p><em>«Erma scrisse </em>Il Pastore <em>recentemente, ai nostri tempi, nella città di Roma, mentre il vescovo Pio, suo fratello, occupava la sede episcopale della città. E perciò conviene che sia letto, ma non pubblicamente al popolo in chiesa, come se fosse tra i Profeti, perché il loro numero è completo, né fra gli Apostoli, perché è successivo al loro tempo».</em></p>
<p>Se è vero che una prescrizione serve a risolvere un problema contingente, il Canone Muratoriano ci racconta qualcosa di straordinario: a pochi decenni dalla sua pubblicazione, il libro dello scrittore aquileiese era letto durante i <strong>riti cristiani </strong>esattamente come i testi dei Profeti e gli <em>Atti degli apostoli</em>, provocando l’imbarazzo delle gerarchie ecclesiastiche, già alle prese con la piaga delle eresie. Duecento anni più tardi, papa Damaso lo eliminerà definitivamente dal culto.</p>
<p>Oggi però sappiamo che la sorte del <em>Pastore di Erma </em>avrebbe potuto essere diversa: in un altro elenco di libri per la liturgia cristiana, risalente al IV secolo e chiamato <strong><em>Catalogus Claromontanus</em></strong>, il <em>Pastore </em>è infatti registrato fra i <strong>libri canonici</strong>. Senza contare che il più antico manoscritto al mondo comprendente Antico e Nuovo Testamento, ossia il venerando <strong><em>Codex Sinaiticus </em></strong>del 330-350, lo riporta nei suoi ultimi fascicoli: una scoperta ancora una volta eccezionale, avvenuta nella metà dell’Ottocento presso il <strong>Monastero di Santa Caterina del Sinai</strong>, fra ladri, falsari e monaci votati al silenzio. Ma questa è davvero un’altra storia. L’ennesima scatola cinese contenuta nell’affascinante vicenda dell’<em>Apocalisse </em>dimenticata.</p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Flapocalisse-dimenticata%2F&amp;linkname=L%E2%80%99Apocalisse%20dimenticata" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_x" href="https://www.addtoany.com/add_to/x?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Flapocalisse-dimenticata%2F&amp;linkname=L%E2%80%99Apocalisse%20dimenticata" title="X" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="https://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Flapocalisse-dimenticata%2F&amp;linkname=L%E2%80%99Apocalisse%20dimenticata" title="WhatsApp" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_linkedin" href="https://www.addtoany.com/add_to/linkedin?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Flapocalisse-dimenticata%2F&amp;linkname=L%E2%80%99Apocalisse%20dimenticata" title="LinkedIn" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_email" href="https://www.addtoany.com/add_to/email?linkurl=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Flapocalisse-dimenticata%2F&amp;linkname=L%E2%80%99Apocalisse%20dimenticata" title="Email" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fimagazine.it%2Fhome_desk%2Flapocalisse-dimenticata%2F&#038;title=L%E2%80%99Apocalisse%20dimenticata" data-a2a-url="https://imagazine.it/home_desk/lapocalisse-dimenticata/" data-a2a-title="L’Apocalisse dimenticata"></a></p><p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/16694-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/lapocalisse-dimenticata/">L&#8217;Apocalisse dimenticata</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
