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	<title>Michele Tomaselli &#8211; imagazine.it</title>
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	<title>Michele Tomaselli &#8211; imagazine.it</title>
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		<title>Mustang: l&#8217;antico regno proibito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Tomaselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Jul 2025 16:49:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TURISMO]]></category>
		<category><![CDATA[friuli]]></category>
		<category><![CDATA[mandi]]></category>
		<category><![CDATA[nepal]]></category>
		<category><![CDATA[solidarietà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra i distretti più remoti dell’«ultimo Tibet», opera da vent’anni una onlus friulana attiva in progetti di inclusione sociale nell’ambito scolastico per garantire un futuro migliore a migliaia di bambini nepalesi. Un viaggio nel tempo tra atmosfere medievali e solidarietà</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/07/OPENLa-delegazione-di-Friuli-Mandi-Nepal-Mandi-Namste-in-visita-ad-una-scuola.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/mustang-lantico-regno-proibito/">Mustang: l&#8217;antico regno proibito</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 10pt;"><em>La delegazione di Friuli Mandi Nepal Namastè in visita a una scuola </em></span></p>
<p>A pochi chilometri dal <strong>Tibet</strong>, incastonato nella catena himalayana, il <strong>Mustang </strong>– anche conosciuto come “L’ultimo Tibet” –, grazie ai suoi villaggi che conservano il fascino dell’antica cultura tibetana, costituisce uno dei distretti più remoti di tutto il <strong>Nepal</strong>.</p>
<p>Arrivarci è come affrontare un vero e proprio viaggio nel tempo.</p>
<p>Da qualche anno, tuttavia, l’isolamento non costituisce più un ostacolo insormontabile grazie alla costruzione della nuova strada per <strong>Lo Manthang </strong>(la capitale del suo antico Regno Proibito), tra <strong>Jomsom </strong>e il valico cinese di <strong>Kora La </strong>(4.600 m).</p>
<p>Di conseguenza le tradizioni e le condizioni di vita della popolazione stanno radicalmente cambiando.</p>
<p>Questa sterrata di 85 km, inaugurata nel 2013 e percorribile solo in jeep o mezzi 4&#215;4, in un continuo saliscendi, tra frane e ponti dissestati, raggiunge come destinazione finale la frontiera cinese, per ora comunque interdetta ai viaggiatori.</p>
<p>Lo sviluppo, lungo il confine del Kora La, dove la Cina avrebbe costruito una città con strutture doganali, centri di quarantena, alloggi e aree di parcheggio, dimostrerebbe le ambizioni geopolitiche di Pechino a trarre profitto da questi territori.</p>
<p>Alcuni abitanti della zona sostengono infatti che la Cina stia invadendo man mano il territorio nepalese; di certo le forze di sicurezza di Xi Jinping stanno facendo pressione sui nepalesi di etnia tibetana affinché non mostrino immagini del Dalai Lama, il leader spirituale tibetano in esilio in India.</p>
<p>Il Mustang costituisce un microcosmo della catena himalayana, che si insinua in profondità nell’altopiano tibetano ed è chiuso a sud dalle grandi e maestose vette dell’<strong>Annapurna </strong>(8.091 m) e del <strong>Dhalaugiri </strong>(8.167 m). Una vallata, quest’ultima, accessibile fino al 2013 solo a piedi o a cavallo – con lunghi e faticosi percorsi di almeno 6 giorni (solo andata) – e tagliata dal fiume Kali Gandaki, affluente del Gange.</p>
<p>Questa meraviglia naturale, chiamata anche <strong>Andha Galchi</strong>, ha scolpito il suo percorso creando una spettacolare spaccatura geologica conosciuta come <em>graben</em>. Un viaggio che richiede pazienza, tempi lunghi e un buon spirito di adattamento, ma che gratifica con viste panoramiche impareggiabili sulle cime circostanti e sui numerosi monasteri tibetani dalla grande spiritualità.</p>
<p>Per molti alpinisti il Mustang rappresenta una meta leggendaria. Il primo tra gli italiani ad arrivarci fu il tibetologo <strong>Giuseppe Tucci</strong>, che lo attraversò nel 1952, descrivendolo poi nel suo <em>‘Tra giungle e pagode”</em>.</p>
<p>Il regno di Mustang, o <strong>regno di Lo</strong>, nacque alla fine del Trecento e nei secoli successivi si sviluppò grazie alle rotte commerciali con la Cina. Nonostante il controllo imposto dal Nepal nel XVIII secolo, solo nel 2008, con la fine del regime monarchico nepalese, anche l’ultimo sovrano del Mustang, Jigme Dorje Palbar Bista (1930-2016) perse il suo titolo reale.</p>
<p>Oggi gli eredi della dinastia cercano di promuovere una “modernizzazione sostenibile” preservando l’identità millenaria dell’antico Regno.</p>
<figure id="attachment_66682" aria-describedby="caption-attachment-66682" style="width: 1000px" class="wp-caption aligncenter"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-full wp-image-66682" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/07/a-Katmandu.jpg" alt="a Katmandu" width="1000" height="750" title="Mustang: l&#039;antico regno proibito 1" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/07/a-Katmandu.jpg 1000w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/07/a-Katmandu-300x225.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/07/a-Katmandu-768x576.jpg 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption id="caption-attachment-66682" class="wp-caption-text">Una donna a Katmandu (ph. M. Tomaselli)</figcaption></figure>
<h3><strong>Katmandu</strong></h3>
<p>Siamo arrivati a in Nepal grazie alla <strong>Onlus Friuli Mandi Nepal Namasté </strong>(<em>www.mandinamaste.net</em>) e al suo vicepresidente <strong>Stefano Toscani</strong>: un’associazione con sede a Malborghetto &#8211; Valbruna, nata nel 2005 con lo scopo di favorire progetti di inclusione sociale nell’ambito scolastico per garantire un futuro migliore a migliaia di bambini nepalesi.</p>
<p>La storia di questo sodalizio è iniziata per caso dopo un trekking di un gruppo di amici, tutti ex alpini, appassionati viaggiatori che constatarono personalmente i forti disagi dei bambini nepalesi, dovuti soprattutto a povertà e soprusi. Fu così che queste ex penne nere costituirono Friuli Mandi Nepal Namasté.</p>
<p>L’associazione è riuscita così a dar corso a numerosi progetti a sostegno delle scuole locali, tra cui la realizzazione di orfanotrofi, scuole, case famiglie e collaborazioni con centri medici e di riabilitazione per giovani con disabilità. L’impegno del sodalizio non si è fermato nemmeno davanti al devastante sisma del 2015, che mise in ginocchio il Paese con oltre 9.000 morti e migliaia di edifici distrutti.</p>
<p>In quell’occasione l’Associazione intraprese un lavoro di ricostruzione, avviando diversi cantieri e organizzando raccolte fondi.</p>
<p>Il <strong>Tempio di Pashupatinath </strong>è il più importante tempio induista del Nepal. Si trova lungo il <strong>fiume Bagmati </strong>ed è consacrato al Dio Pashupati, manifestazione di Śiva. Il luogo è popolare soprattutto per le cerimonie funebri che si svolgono con i cadaveri che vengono cremati sulle pire prima della dispersione delle ceneri. Qui incontriamo Ånú giovane ragazza nepalese di un’eleganza sopraffina che insieme alla sorella ci propone di comprare delle collane.</p>
<h3><strong>Durbar Square</strong></h3>
<p>La Kumari di Katmandu, scelta tra le bambine fra i 3 e i 5 anni, è la divinità più venerata del Nepal.</p>
<p>Alla prima mestruazione torna mortale e l’energia femminile che governa l’universo passa a un’altra. Abbiamo modo di vederla alla finestra del cortile del Kumari Chowk.</p>
<p>Ma è fatto divieto di fotografarla. Si lascia ammirare senza mai guardare nessuno. Ed è un bene&#8230; Secondo la tradizione infatti ogni segno che potrebbe derivare dal suo volto non ha mai un’accezione positiva.</p>
<figure id="attachment_66683" aria-describedby="caption-attachment-66683" style="width: 1000px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="size-full wp-image-66683" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/07/Con-Gopal-in-arrivo-a-Pokhara.jpg" alt="Con Gopal in arrivo a Pokhara" width="1000" height="752" title="Mustang: l&#039;antico regno proibito 2" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/07/Con-Gopal-in-arrivo-a-Pokhara.jpg 1000w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/07/Con-Gopal-in-arrivo-a-Pokhara-300x226.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/07/Con-Gopal-in-arrivo-a-Pokhara-768x578.jpg 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption id="caption-attachment-66683" class="wp-caption-text">Michele Tomaselli con Gopal all’arrivo a Pokhara</figcaption></figure>
<h3><strong>Pokhara</strong></h3>
<p>Alle porte del Mustang, <strong>Pokhara </strong>è la terza città del Nepal, da visitare per il suo splendido <strong>lago Phewa</strong>. Ci arriviamo in aereo con la <em>Yeti Airlines</em>; qui siamo sempre più vicini ai colossi himalayani tanto che sembra di toccarli con mano.</p>
<p>Ci accompagna Gopal, <em>sherpa </em>d’alta quota che ha già salito il <strong>Dhaulagiri </strong>(8.167 m) e il <strong>Makalu </strong>(8.462 m). Ho l’impressione che questi ottomila del Nepal non sembrino essere poi così lontani dal Friuli grazie a Gopal che ogni anno trascorre 3 mesi al <strong>rifugio Marinelli</strong>, sopra Collina, nelle Alpi Carniche.</p>
<p>Da buon uomo di montagna, aiuta la gestrice Caterina Tamusin nella conduzione del rifugio. È stata proprio Caterina 20 anni fa, durante un suo viaggio a Katmandu, a convincerlo a lavorare da lei. E anche quest’anno ci tornerà. Gopal è cresciuto a Salleri, nel Solukhumbu, non lontano dal Monte Everest (8848 m) e grazie alle sue doti culinarie sa strabiliare ogni gruppo che accompagna.</p>
<figure id="attachment_66684" aria-describedby="caption-attachment-66684" style="width: 640px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="size-large wp-image-66684" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/07/Lo-Manthang-le-mura.-Dallalto-dei-tetti-1024x768.jpg" alt="Lo Manthang le mura. Dallalto dei tetti" width="640" height="480" title="Mustang: l&#039;antico regno proibito 3" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/07/Lo-Manthang-le-mura.-Dallalto-dei-tetti-1024x768.jpg 1024w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/07/Lo-Manthang-le-mura.-Dallalto-dei-tetti-300x225.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/07/Lo-Manthang-le-mura.-Dallalto-dei-tetti-768x576.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/07/Lo-Manthang-le-mura.-Dallalto-dei-tetti-1536x1152.jpg 1536w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/07/Lo-Manthang-le-mura.-Dallalto-dei-tetti.jpg 1772w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption id="caption-attachment-66684" class="wp-caption-text">Le mura di Lo Manthang, dall’alto dei tetti (ph. M. Tomaselli)</figcaption></figure>
<h3><strong>Il trekking nel Mustang</strong></h3>
<p>Dopo un altro viaggio aereo su un minuscolo velivolo dove scaramanticamente parlando ci facciamo il segno della croce, superiamo <strong>Jomsom </strong>e arriviamo a <strong>Ghami </strong>(3.510 m). Qui troviamo la possibilità di utilizzare il <em>wi-fi</em>.</p>
<p>Dopo pranzo andiamo al palazzo reale. Il <em>chorten </em>segna l’ingresso, si vede che è molto antico. Qui viveva fino a pochi anni fa la nipote del Re del Mustang. Visitiamo il Gompa, la collezione di antichi <em>Thangka </em>e le conchiglie sacre. Ci sono pezzi di artigianato davvero pregevoli. Ci raccontano della <em>Ghami Solar School</em>, scuola locale gestita dalla fondazione <em>Pietro Taricone Onlus</em>.</p>
<p>L’attrice Kasia Smutniak, con l’allora compagno Pietro Taricone, decise di visitare il Mustang. Ci vennero una volta sola, tanto bastò per innamorarsene, con la promessa di fare qualcosa di concreto per aiutare gli abitanti. In seguito alla tragica morte di Taricone nel 2010, Smutniak ritornò qui da sola con la figlia per costruire la scuola.</p>
<p>L’indomani, dall’alto dei 4.000 metri del <strong>passo di Lo</strong>, vediamo <strong>Lo Manthang </strong>(3.840 m), l’antica capitale del Mustang. Questa città fortificata, bastantemente risparmiata dal terremoto del 2015, è in mezzo alle dune di sabbia ed è circondata dai resti di antichi castelli. Appare dipinta da due colori: il rosso dei tre grandi monasteri e il bianco del palazzo reale. Traspare come una città magica, una favola d’oriente laddove il tempo si è fermato. Erano così le città nel Medioevo?</p>
<figure id="attachment_66685" aria-describedby="caption-attachment-66685" style="width: 1000px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-66685" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/07/La-bandiera-friulana-durante-una-visita-a-una-scuola-gestita-da-Friuli-Nepal-Mandi-Namaste-con-Gopal.jpg" alt="La bandiera friulana durante una visita a una scuola gestita da Friuli Nepal Mandi Namaste con Gopal" width="1000" height="667" title="Mustang: l&#039;antico regno proibito 4" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/07/La-bandiera-friulana-durante-una-visita-a-una-scuola-gestita-da-Friuli-Nepal-Mandi-Namaste-con-Gopal.jpg 1000w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/07/La-bandiera-friulana-durante-una-visita-a-una-scuola-gestita-da-Friuli-Nepal-Mandi-Namaste-con-Gopal-300x200.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/07/La-bandiera-friulana-durante-una-visita-a-una-scuola-gestita-da-Friuli-Nepal-Mandi-Namaste-con-Gopal-768x512.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/07/La-bandiera-friulana-durante-una-visita-a-una-scuola-gestita-da-Friuli-Nepal-Mandi-Namaste-con-Gopal-391x260.jpg 391w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/07/La-bandiera-friulana-durante-una-visita-a-una-scuola-gestita-da-Friuli-Nepal-Mandi-Namaste-con-Gopal-272x182.jpg 272w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption id="caption-attachment-66685" class="wp-caption-text">La bandiera friulana tra le mani di, da sinistra, Stefano Toscani, Alessia Vedovato, Punam Poudel, Lucia Fiumanò, Sapana Poudel, Michele Tomasaelli, Pralhad Bastola, accanto a Gopal</figcaption></figure>
<h3><strong>Le scuole</strong></h3>
<p>Concludiamo il viaggio visitando l’<strong>Istituto scolastico Pragati Patshala di Kurintar</strong>, a circa 4 ore da Katmandu, dove ci accolgono con una grande festa circa 180 bambini. Dal 2023 l’Onlus Friuli Mandi Nepal Namasté ne supporta l’attività, gestendo inoltre il progetto del vicino impianto di irrigazione.</p>
<p>Chiudiamo visitando la <strong>Phulchoki School </strong>a <strong>Bhadikel</strong>: completamente ristrutturata e oggi fiore all’occhiello con oltre 260 studenti, la <strong>Phenday Care children’s</strong>, struttura casa famiglia con oltre 25 bambini, e la <strong>Splendid Valley Community School </strong>di <strong>Palubari </strong>che ospita 300 alunni, suddivisi tra l’asilo, le elementari e le medie.</p>
<p>Tutte strutture finanziate dalla onlus friulana.</p>
<p>Anche per questo, mentre risuona l’inno di Mameli, lo sventolio della bandiera del Friuli rappresenta l’immagine perfetta di questo viaggio speciale.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Nel cuore del Caucaso</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/nel-cuore-del-caucaso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michele Tomaselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jan 2024 10:50:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TURISMO]]></category>
		<category><![CDATA[caucaso]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[georgia]]></category>
		<category><![CDATA[viaggi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Borghi antichi incastonati tra montagne maestose, ai piedi di ghiacciai millenari. Ma anche arte e cultura, oltre al vino più antico del mondo. Con la ferita aperta dell’Abkhazia</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/a_MG_3757.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/nel-cuore-del-caucaso/">Nel cuore del Caucaso</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo 6 ore di <em>Marshrutka </em>e tre in jeep, siamo a <strong>Mestia</strong>, il capoluogo dello <strong>Svaneti</strong>, la regione montuosa più affascinante e misteriosa della <strong>Georgia</strong>.</p>
<p>Una Dubai medioevale con sfinite sentinelle di pietra, torri alte fino a venticinque metri che si stagliano sui ghiacciai verso il leggendario <strong>monte Ushba</strong>: il “<em>Cervino del Caucaso</em>”, così ribattezzato per la pittoresca guglia a forma di doppia cima svettante nei cieli.</p>
<p>Una tappa obbligata anche per raggiungere l’altra Manhattan dei tempi perduti: <strong>Ushguli</strong>, villaggio turrita, ancora più sperduto, tra Abkhazia, Kabardino-Balkarja e Ossezia del Sud, ai piedi dello <strong>Shkhara</strong>, la vetta più alta della Georgia (5.068 metri), seconda solo all’Elbrus russo (5.642 metri).</p>
<p>Quest’ultimo vulcano oramai estinto, inserito nell’elenco delle “<em>Seven Summits</em>” (le sette vette più alte di ogni continente), che ben ricordo perché nel 2017 mancai la sua cima per un soffio a causa di una forte tormenta di neve.</p>
<p>È uno scenario diverso da quello delle nostre Alpi, ma inutile dir lo è un amore a prima vista. Siamo nell’<strong>Alto Svaneti </strong>ai piedi di imponenti montagne innevate, alla scoperta del <em>trekking </em>più popolare della Georgia. Un tracciato che si snoda tra Mestia e Ushguli, da percorrersi normalmente in quattro giorni. Facile da organizzare, offre vedute eccellenti sui ghiacciai, altresì attraversa villaggi con torri <em>svan</em>, antiche centinaia di anni.</p>
<p>Causa i pochi giorni a disposizione, decidiamo di accorciare il tour sacrificando la tappa iniziale. Così, con un mezzo 4X4 raggiungiamo il <strong>grazioso villaggio di Adishi </strong>(2.040 metri), adagiato ai piedi del <strong>ghiacciaio di Tetnudi</strong>.</p>
<p>Qui ci vivono poche famiglie, secondo i locali 25 persone, ma d’inverno anche nessuna. Molte case sono in rovina, altre offrono servizi B&amp;B. Proseguiamo a piedi raccogliendo, di tanto in tanto, i numerosi lamponi presenti sul sentiero, fino ad arrivare ai piedi del <strong>ghiacciaio Adishi</strong>. Procediamo quindi sul greto di un torrente fino a incontrare delle frecce che ci impongono di attraversarlo. Un ponte però non esiste e considerate le acque impetuose è meglio affrontarlo a cavallo.</p>
<p>Siamo titubanti, ma fortunosamente due georgiani del luogo ci mettono a disposizione dei ronzini per l’attraversamento. Una breve galoppata quasi da emulare John Wayne in un film western.</p>
<p>Dietro il fiume riappare il sentiero. Dopo 2 ore di salita, in mezzo a campi di rododendri in fiore, raggiungiamo il <strong>passo Chkhunderi </strong>(2.655 metri): balcone panoramico che offre scorci a 360° sul <strong>Grande Caucaso</strong>, soprattutto sul vicino ghiacciaio Adishi. Il tempo è discreto così decidiamo di risalire la cresta nord-est, verso un altro ghiacciaio.</p>
<p>Ritornati al passo Chkhunderi scendiamo in picchiata verso <strong>Iprali</strong>, nella valle limitrofa. La flora è ricchissima, tutto è in fioritura, troviamo anche la <em>Panace di Mantegazza</em>, una pianta aliena invasiva che provoca gravi ustioni, purtroppo recentemente diffusasi in Friuli Venezia Giulia. Successivamente troviamo un alpeggio con baite, l’ideale per ripararsi in caso di maltempo.</p>
<p>Quindi, proseguiamo a destra, lungo una mulattiera parallela al <strong>fiume Khaldechala</strong>. A metà percorso, incontriamo il <strong>villaggio di Khalde</strong>, storicamente noto come il centro della rivolta antirussa del 1875-76 quando venne raso al suolo, perdendo per sempre le sue case torri. Oggi vi risiedono alcune famiglie che si occupano della gestione dei due <em>lodges</em>. Khlade rappresenta una valida alternativa ad Adishi per pernottare. Motivo per rifocillarci prima di continuare la marcia per Iprali.</p>
<p>In serata con un mezzo 4X4 partiamo con destinazione Ushguli. La rotabile sterrata ha doppio senso di marcia, anche se a malapena ci passa un veicolo. In più è a strapiombo, senza una minima protezione di guard rail. È bene che il nostro autista rimanga concentrato alla guida, soprattutto per evitare di investire le vacche che vagano errabonde. Quello del randagismo degli animali da allevamento è un problema che qui sembra impossibile da risolvere.</p>
<p>Ma ecco Ushguli. Situato lungo il corso superiore del <strong>fiume Enguri</strong>, è il paese stabilmente abitato più alto d’Europa. Dichiarato nel 1996 Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, comprende una settantina di case-torre in pietra. Grazie al suo lungo isolamento, è un esempio di insediamento medievale che riporta i visitatori a un tempo perduto. Le sue quattro frazioni si estendono su una distanza di circa 2 chilometri. Il villaggio più alto, <strong>Shibiani</strong>, si trova a 2.200 metri.</p>
<p>Nel corso del tempo, Ushguli ha resistito alle occupazioni arabe, mongole e persiane. La dominazione russa dalla metà del XIX secolo ha lasciato il segno, ma gli abitanti continuano a mantenere le proprie tradizioni. In particolare parlano una lingua che si ritiene più antica del georgiano. Noi pernottiamo a <strong>Chazhashi </strong>in una tipica abitazione. Consumiamo specialità locali come il <em>badrijani </em>(melanzana ripiena con pasta di noci), il <em>salguni </em>(formaggio fresco) e il <em>khachapuri </em>(focaccia farcita all’uovo e formaggio).</p>
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                <li style="display: block; width: 100%;" class="slide-51280 ms-image " aria-roledescription="slide" data-date="2024-02-12 11:55:50" data-filename="In-vetta-alla-Lamaliale-range-una-montagna-di-3.000-metri.jpg" data-slide-type="image"><img loading="lazy" decoding="async" width="1000" height="667" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/In-vetta-alla-Lamaliale-range-una-montagna-di-3.000-metri.jpg" class="slider-51270 slide-51280 msDefaultImage" alt="Georgia, nel cuore del Caucaso" rel="" title="Georgia, nel cuore del Caucaso" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/In-vetta-alla-Lamaliale-range-una-montagna-di-3.000-metri.jpg 1000w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/In-vetta-alla-Lamaliale-range-una-montagna-di-3.000-metri-300x200.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/In-vetta-alla-Lamaliale-range-una-montagna-di-3.000-metri-768x512.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/In-vetta-alla-Lamaliale-range-una-montagna-di-3.000-metri-391x260.jpg 391w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><div class="caption-wrap"><div class="caption">Michele Tomaselli in vetta ai 3000 metri della Lamalialerange</div></div></li>
                <li style="display: none; width: 100%;" class="slide-51281 ms-image " aria-roledescription="slide" data-date="2024-02-12 11:55:50" data-filename="Le-torri-di-Ushguli.jpg" data-slide-type="image"><img loading="lazy" decoding="async" width="1000" height="667" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Le-torri-di-Ushguli.jpg" class="slider-51270 slide-51281 msDefaultImage" alt="Le torri di Ushguli" rel="" title="_Le torri di Ushguli" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Le-torri-di-Ushguli.jpg 1000w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Le-torri-di-Ushguli-300x200.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Le-torri-di-Ushguli-768x512.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Le-torri-di-Ushguli-391x260.jpg 391w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px"><div class="caption-wrap"><div class="caption">Le torri di Ushguli (ph. M. Tomaselli)</div></div></li>
                <li style="display: none; width: 100%;" class="slide-51282 ms-image " aria-roledescription="slide" data-date="2024-02-12 11:55:51" data-filename="Panorama-verso-lo-Shkhara.jpg" data-slide-type="image"><img loading="lazy" decoding="async" width="1000" height="667" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Panorama-verso-lo-Shkhara.jpg" class="slider-51270 slide-51282 msDefaultImage" alt="Panorama verso lo Shkhara" rel="" title="_Panorama verso lo Shkhara" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Panorama-verso-lo-Shkhara.jpg 1000w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Panorama-verso-lo-Shkhara-300x200.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Panorama-verso-lo-Shkhara-768x512.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Panorama-verso-lo-Shkhara-391x260.jpg 391w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px"><div class="caption-wrap"><div class="caption">Panorama verso lo Shkhara (ph. Michele Tomaselli)</div></div></li>
                <li style="display: none; width: 100%;" class="slide-51283 ms-image " aria-roledescription="slide" data-date="2024-02-12 11:55:52" data-filename="Sulla-cresta-della-Lamaliale-range.jpg" data-slide-type="image"><img loading="lazy" decoding="async" width="1000" height="666" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Sulla-cresta-della-Lamaliale-range.jpg" class="slider-51270 slide-51283 msDefaultImage" alt="Sulla cresta della Lamaliale range" rel="" title="_Sulla cresta della Lamaliale range" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Sulla-cresta-della-Lamaliale-range.jpg 1000w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Sulla-cresta-della-Lamaliale-range-300x200.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Sulla-cresta-della-Lamaliale-range-768x511.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Sulla-cresta-della-Lamaliale-range-391x260.jpg 391w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px"><div class="caption-wrap"><div class="caption">Sulla cresta della Lamalialerange (ph. M. Tomaselli)</div></div></li>
                <li style="display: none; width: 100%;" class="slide-51284 ms-image " aria-roledescription="slide" data-date="2024-02-12 11:55:53" data-filename="Tblisi-Cattedrale-della-Santissima-Trinita.jpg" data-slide-type="image"><img loading="lazy" decoding="async" width="1000" height="667" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Tblisi-Cattedrale-della-Santissima-Trinita.jpg" class="slider-51270 slide-51284 msDefaultImage" alt="Tblisi Cattedrale della Santissima Trinita" rel="" title="_Tblisi Cattedrale della Santissima Trinità" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Tblisi-Cattedrale-della-Santissima-Trinita.jpg 1000w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Tblisi-Cattedrale-della-Santissima-Trinita-300x200.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Tblisi-Cattedrale-della-Santissima-Trinita-768x512.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Tblisi-Cattedrale-della-Santissima-Trinita-391x260.jpg 391w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px"><div class="caption-wrap"><div class="caption">Tblisi, Cattedrale della Santissima Trinità (ph. M. Tomaselli)</div></div></li>
                <li style="display: none; width: 100%;" class="slide-51285 ms-image " aria-roledescription="slide" data-date="2024-02-12 11:55:54" data-filename="Tblisi.jpg" data-slide-type="image"><img loading="lazy" decoding="async" width="1000" height="666" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Tblisi.jpg" class="slider-51270 slide-51285 msDefaultImage" alt="Tblisi" rel="" title="_Tblisi" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Tblisi.jpg 1000w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Tblisi-300x200.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Tblisi-768x511.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Tblisi-391x260.jpg 391w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px"><div class="caption-wrap"><div class="caption">Tblisi (ph. M. Tomaselli)</div></div></li>
                <li style="display: none; width: 100%;" class="slide-51286 ms-image " aria-roledescription="slide" data-date="2024-02-12 11:55:54" data-filename="Ushguli.jpg" data-slide-type="image"><img loading="lazy" decoding="async" width="1000" height="667" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Ushguli.jpg" class="slider-51270 slide-51286 msDefaultImage" alt="Ushguli" rel="" title="_Ushguli" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Ushguli.jpg 1000w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Ushguli-300x200.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Ushguli-768x512.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Ushguli-391x260.jpg 391w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px"><div class="caption-wrap"><div class="caption">Ushguli (ph. M. Tomaselli)</div></div></li>
                <li style="display: none; width: 100%;" class="slide-51287 ms-image " aria-roledescription="slide" data-date="2024-02-12 11:55:55" data-filename="Adishi.jpg" data-slide-type="image"><img loading="lazy" decoding="async" width="1000" height="667" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Adishi.jpg" class="slider-51270 slide-51287 msDefaultImage" alt="Adishi" rel="" title="_Adishi" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Adishi.jpg 1000w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Adishi-300x200.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Adishi-768x512.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/Adishi-391x260.jpg 391w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px"><div class="caption-wrap"><div class="caption">Adishi (ph. M. Tomaselli) </div></div></li>
                <li style="display: none; width: 100%;" class="slide-51288 ms-image " aria-roledescription="slide" data-date="2024-02-12 11:55:56" data-filename="In-marcia-verso-Iprali.jpg" data-slide-type="image"><img loading="lazy" decoding="async" width="1000" height="667" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/In-marcia-verso-Iprali.jpg" class="slider-51270 slide-51288 msDefaultImage" alt="In marcia verso Iprali" rel="" title="_In marcia verso Iprali" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/In-marcia-verso-Iprali.jpg 1000w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/In-marcia-verso-Iprali-300x200.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/In-marcia-verso-Iprali-768x512.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/In-marcia-verso-Iprali-391x260.jpg 391w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px"><div class="caption-wrap"><div class="caption">In marcia verso Iprali (ph. M. Tomaselli)</div></div></li>
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<p>L’indomani saliamo a piedi in circa 2 ore e mezza sul <strong>Lamaliale range</strong>, una montagna di 3.000 metri da cui è possibile godere di un panorama mozzafiato. Al rientro visitiamo la <strong>chiesa fortificata di Lamaria</strong>, con pitture risalenti al Xll &#8211; XIII sec. Un luogo d’intensa spiritualità che domina la vallata.</p>
<p>Più tardi con un mezzo 4X4 raggiungiamo <strong>Latali</strong>, un piccolo borgo agricolo, non lontano da Mestia, dove pernottiamo all’<em>Eco Hause</em>. Grazie all’uso del legno si ha la parvenza di soggiornare in Austria.</p>
<p>Per guardare le stelle si consiglia di riservare la camera con il grande lucernaio. Chiudiamo il tour dello Svaneti compiendo un altro <em>trekking </em>con panorama sui <strong>ghiacciai del Lahili</strong>; infine visitando il Museo di Storia ed Etnografia di Mestia. Quest’ultima è una struttura moderna che ripercorre la storia e i costumi delle popolazioni svan. È allestita una mostra per omaggiare il fotografo e alpinista biellese <strong>Vittorio Sella</strong>, il quale lasciò un’importante eredità fotografica della Georgia settentrionale dopo le sue spedizioni in Caucaso (1889, 1890, 1896): scatti ancor oggi considerati tra i migliori della storia dell’esplorazione.</p>
<p><strong>A spasso per Tblisi</strong></p>
<p><strong>Kakha Kaladze</strong>, ex terzino del Milan, è arrivato alla carica di primo cittadino di <strong>Tblisi </strong>con il sostegno di stampa e televisioni. La capitale della Georgia supera il milione di abitanti ed è attraversata dal <strong>fiume Mtkvari </strong>(o Kura). Città multietnica, multiculturale e multireligiosa, è una delle capitali extra europee da visitare, dove costruzioni realizzate da grandi architetti si alternano a monumenti antichi. Tra gli edifici storici si segnalano la <strong>Cattedrale di Sioni</strong>, risalente al V secolo e la <strong>Cattedrale della Santissima Trinità</strong>, costruita tra il 1995 e il 2004, principale cattedrale ortodossa della città.</p>
<p>Infine la <strong>Fortezza di Narikhala </strong>che sorge su una collina dalla quale si domina tutta la capitale. Il vino georgiano recentemente è stato riscoperto come uno dei migliori al mondo. Non tutti sanno però che è anche il più antico. Prodotto per la prima volta, forse casualmente, tra 9 e 10.000 anni fa nella zona del Caucaso. Sembra infatti nato accidentalmente per la fermentazione di uva dimenticata in un recipiente.</p>
<p>Il primo posto dove scoprire i metodi di vinificazione tradizionale per degustare il nettare georgiano è sicuramente Tbilisi. Noi abbiamo partecipato a una degustazione privata, in un negozio del centro. È stato amore al primo assaggio.</p>
<p><strong>Zugdidi</strong></p>
<p><strong>Zugdidi </strong>è un crocevia obbligato per i viaggiatori che si spostano sia a ovest verso il Mar Nero, sia a nord-est verso Mestia. Chi ci giunge per la prima volta, senza conoscere la storia recente della Georgia, non può sospettare di trovarsi in una zona di conflitto seppure, per il momento, congelato. Non ci sono militari per le vie della città e neppure mezzi blindati. La vita scorre paciosa nella Avenue intitolata a Zviad Gamsakhurdia, primo presidente della Repubblica di Georgia, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, sebbene a pochi isolati si trovi la <strong>Repubblica dell’Abkhazia</strong>, territorio appartenente alla Georgia, situato sul Mar Nero ai confini con la Russia, autoproclamatosi Repubblica indipendente nel luglio 1992.</p>
<p>La Federazione Russa è stato il primo Stato al mondo a riconoscerla. <strong>Sukhumi </strong>(capitale dell’Abkhazia) ha siglato con Mosca un accordo per conferire all’armata rossa la sicurezza e la protezione dei propri confini. Per questo motivo il distretto abcaso di <strong>Gali </strong>si è trasformato, a poco a poco, in una base militare, i cui abitanti, tutti di etnia georgiana, rappresentano un ostacolo al controllo del territorio e alla strategia espansionistica della Russia. Dei sei passaggi di frontiera, recentemente quattro sono stati chiusi, obbligando i residenti a lunghe deviazioni. Il valico principale resta comunque sul ponte che attraversa il <strong>fiume Enguri</strong>.</p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Piçul Friûl</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/picul-friul/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michele Tomaselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Mar 2023 11:15:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<category><![CDATA[argentina]]></category>
		<category><![CDATA[emigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[friulano]]></category>
		<category><![CDATA[friuli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Colonia Caroya è una vera città friulana, dove feste, tradizioni e identità rimandano da oltre un secolo alla terra d’origine degli emigranti che la fondarono nel 1878. Qui si parla friulano e si mangia friulano. E i piatti della tradizione attirano persone dall’intera provincia di Córdoba</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/03/low_apertura.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/picul-friul/">Piçul Friûl</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><span style="font-size: 10pt;">Da sinistra Michele Tomaselli del Comitato Friulano Difesa Osterie, Dario Zampa e Mauro Tonasso presidente del Fogolâr Furlan di Santo Domingo</span></em></p>
<p>COLONIA CAROYA (Argentina) &#8211; La festa della vendemmia a <strong>Colonia Caroya</strong>, nella provincia di Córdoba in <strong>Argentina</strong>, è un appuntamento che mantiene solidi legami con la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia.</p>
<p>La locale comunità, infatti, è costituita, per la stragrande maggioranza, da <strong>discendenti di emigrati friulani</strong>, qui arrivati alla fine del XIX secolo dopo aver lasciato la propria terra. Nel 2023 la consueta kermesse dedicata all’uva si è svolta il 13 marzo, data individuata per rendere omaggio al 15 marzo 1878, anniversario di fondazione della città.</p>
<p><strong>Un tuffo nella storia</strong></p>
<p>Da un manifesto affisso in Friuli nel 1877, sappiamo che a bordo dei vapori “<em>Sud America</em>”, “<em>Europa</em>” e “<em>Nord America</em>” partirono numerosi gruppi friulani. Il viaggio, da Genova a Buenos Aires, durava 26 giorni e i passeggeri imbarcati erano oltre il migliaio.</p>
<p>Nel volume “<em>Coloni friulani in Argentina: 1877-1880</em>” di Gino e Alberto di Caporiacco, si riporta la testimonianza di Giuseppe Miani, partito nel novembre del 1877, che scrisse «<em>di aver compiuto felicemente la traversata e di non aver sofferto nulla né in mare né in terra. Il mare era stato sempre tranquillo, fuorché un giorno in cui vi fu </em><em>una piccola burrasca (…)</em>».</p>
<p>Giuseppe Del Negro afferma «<em>di aver fatto un viaggio bellissimo e molto ben trattato (…). Quelli che  partirono il 1° febbraio con il vapore “Nord America” scrissero di aver fatto buon viaggio. Soffrirono di stomaco solo il primo giorno. Erano a bordo 1.500: vi fu una nascita e un decesso. Compirono il viaggio in 23 giorni</em>».</p>
<p>Dopo lo sbarco gli emigranti friulani venivano ospitati nelle “Case dell’emigrazione”, secondo quanto disposto dall’art. 42 della Legge 817/1876. Il periodo di sosta variava a seconda dei luoghi da raggiungere, ma quasi mai superava i venti giorni. Le principali rotte migratorie si dislocavano tra il <strong>Paraná</strong>, fino all’altezza di <strong>Santa Fe </strong>in direzione Córdoba, Jesús María e Colonia Caroya, e tra <strong>Reconquista </strong>e <strong>Resistencia</strong>.</p>
<p>Le colonie erano di due tipi: governative e provinciali. Colonia Caroya era governativa. Un gruppo di emigranti friulani qui giunse il 15 marzo 1878.</p>
<h3><strong>Breve diario di viaggio</strong></h3>
<p>Ho avuto l’onore di partecipare alla rinomata festa provinciale della 53ª Vendemmia e della 44ª Sagra nazionale dell’Uva di Colonia Caroya, in Argentina, tra l’11 e il 12 marzo 2023, assieme all’amico <strong>Vincenzo </strong><strong>Venchiarutti </strong>e al cantautore friulano <strong>Dario Zampa</strong>.</p>
<p>Colonia Caroya è vera “città friulana”, che i suoi abitanti chiamano affettuosamente “<em>Piçul Friûl</em>” (piccolo Friuli). Del Friuli, infatti, mette in risalto aspetti tipici: le feste, le tradizioni e l’identità culturale. Qui si parla friulano, si mangia friulano…</p>
<figure id="attachment_52698" aria-describedby="caption-attachment-52698" style="width: 640px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-52698 size-large" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/03/foto2-1024x614.jpg" alt="Da sinistra il sindaco di Colonia Caroya, Gustavo Brandán, Vincenzo Venchiarutti e la consolegenerale Giulia Campeggio" width="640" height="384" title="Piçul Friûl 5" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/03/foto2-1024x614.jpg 1024w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/03/foto2-300x180.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/03/foto2-768x460.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/03/foto2.jpg 1366w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption id="caption-attachment-52698" class="wp-caption-text">Da sinistra il sindaco di Colonia Caroya, Gustavo Brandán, Vincenzo Venchiarutti e la console<br />generale Giulia Campeggio</figcaption></figure>
<p>Come anticipato, qui si celebrano: la festa della vendemmia, la sagra dall’uva, ma anche la festa del salame, della polenta e del “<em>Codeguín</em>”. Il vino e i salami del territorio sono conosciuti oltre la provincia di Córdoba e richiamano visitatori, che, sempre numerosi, non disdegnano la cucina friulana tanto da ricercarla nei ristoranti della città.</p>
<p>Sabato 11 marzo si è tenuta la cerimonia con la sfilata di apertura della 53ª “Festa provinciale della vendemmia”. Presentazione dello spettacolo “<em>Herederos de nestre tiare</em>” ed esibizione del gruppo musicale <strong>Furlan di Doman </strong>con incoronazione di miss Regina Provinciale della Vendemmia.</p>
<p>L’indomani, nella Casa del Friuli, albergo e ristorante costruito dall’<strong>impresario tramontino Domenico Facchin</strong>, si è svolta la riunione con i rappresentanti dei <em>Fogolârs </em>giunti a Colonia, guidata dal presidente del locale sodalizio, <strong>Luis Grion</strong>. Presenti una decina di delegati fra i quali: i giovani presidenti dei <em>Fogolârs </em>di Apostoles (Misiones) e San Francisco (Córdoba), nuove realtà venute alla luce pochi anni fa.</p>
<p>Poi ha preso avvio la grande festa che si è concentrata lungo il viale alberato con un palco allestito davanti alla Casa del Friuli, dove autorità, ospiti, cori, complessi, balletti folcloristici, hanno proposto le loro esibizioni fino a tarda sera. L’amico Dario Zampa si è esibito sul palco. Inimitabile cantautore friulano qual è, non ha tradito le aspettative, regalando al pubblico uno spettacolo ricco di emozioni.</p>
<figure id="attachment_52700" aria-describedby="caption-attachment-52700" style="width: 640px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-52700 size-large" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/03/Dario-Zampa-1024x646.jpg" alt="L&#039;esibizione di Dario Zampa " width="640" height="404" title="Piçul Friûl 6" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/03/Dario-Zampa-1024x646.jpg 1024w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/03/Dario-Zampa-300x189.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/03/Dario-Zampa-768x485.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/03/Dario-Zampa.jpg 1366w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption id="caption-attachment-52700" class="wp-caption-text">L&#8217;esibizione di Dario Zampa</figcaption></figure>
<h3><strong>Il baule dei migranti</strong></h3>
<p>Le loro storie si assomigliano tutte e hanno le radici in coloro che un bel giorno decisero di partire stipando sogni e speranze dentro un baule. Il padre di Julio, Elvino Di Poi, cugino di Vincenzo Venchiarutti, aveva combattuto dapprima nella guerra civile spagnola e poi nella campagna del Nord Africa, tra Egitto, Libia, Tunisia, Algeria e Marocco. Durante un combattimento, ferito, venne catturato e quindi fatto prigioniero.</p>
<p>Alla guida di un’ambulanza, riuscì a fuggire e a riparare in luogo sicuro. Il 22 ottobre 1950 lasciò il Friuli per raggiungere l’Argentina, assieme alla moglie Maddalena, ai figli Sergio di 5 anni e Julio di 5 mesi. Di professione fabbro, qui fondò una carrozzeria tutta sua.</p>
<p>All’ingresso della casa di Julio è ben in mostra il <strong>baule di legno </strong>con cui la famiglia Di Poi attraversò l’Oceano Atlantico a bordo della nave “<em>Corrientes</em>”.</p>
<figure id="attachment_52699" aria-describedby="caption-attachment-52699" style="width: 640px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-52699 size-large" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/03/IMG_1619-1024x683.jpg" alt="Il baule di legno della famiglia Di Poi" width="640" height="427" title="Piçul Friûl 7" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/03/IMG_1619-1024x683.jpg 1024w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/03/IMG_1619-300x200.jpg 300w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/03/IMG_1619-768x512.jpg 768w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/03/IMG_1619-391x260.jpg 391w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/03/IMG_1619.jpg 1366w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption id="caption-attachment-52699" class="wp-caption-text">Il baule di legno della famiglia Di Poi</figcaption></figure>
<p>Proseguo il viaggio e raggiungo in aereo <strong>San Juan</strong>, capitale dell’omonima provincia nella regione del <strong>Cuyo</strong>, qui ospite della cugina di Vincenzo, <strong>Susanna-Venchiarutti</strong>, e di suo marito <strong>Alberto Aubone</strong>. Una famiglia conosciuta anche perché <strong>Anna Fabiola</strong>, che è una delle loro figlie, è deputata della Nazione Argentina, eletta dopo aver ricoperto il ruolo di ministro del governo di San Juan.</p>
<p>Le cantine ai piedi delle Ande si chiamano <em>bodegas </em>e sono tantissime, potreste tranquillamente passare una settimana intera, visitandone decine al giorno, senza mai ritornare nelle stesse. La provincia di San Juan è patria del vino più famoso dell’Argentina: il delizioso <strong><em>Malbec</em></strong>. Un vino rosso, corposo, ma morbido, ha note di frutta matura e confettura, con prevalenza di frutta nera.</p>
<p>Una giornata è dedicata alla visita del <strong>Parco di Ischigualasto</strong>, area inserita nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’Unesco. Si estende per 603 chilometri quadrati a un’altitudine di circa 1.300 metri. La vegetazione è tipica dei paesaggi desertici (arbusti, cactus e rari alberi). Un territorio arido, dunque, che ha portato alla definizione di <strong>Valle della Luna </strong>a causa dell’aspetto aspro e lunare.</p>
<h3><strong>Buenos Aires</strong></h3>
<p>L’ultima parte del viaggio la passo a <strong>Buenos Aires</strong>, ospite della “Sociedad Friulana”, detta “<em>la none</em>” per essere il <strong>più antico </strong><strong><em>Fogolâr Furlan </em></strong><strong>dell’Argentina</strong>, fondato nel 1927. La calorosa accoglienza del presidente <strong>Eduardo Dino Baschera </strong>mi ha fatto apprezzare questo angolo di Friuli ai confini del mondo, grazie alle molteplici attività che porta avanti, corso di lingua friulana compreso.</p>
<p>La domenica successiva partecipo alla festa del 58° anniversario di fondazione dell’“<strong>Unione Friulana Castelmonte</strong>”: <em>fogolâr </em>gestito dal presidente <strong>Giovanni Chialchia</strong>, sodalizio che opera in sinergia con la parrocchia di <em>Nuestra Señora de Castelmonte</em>. Questa chiesa è gestita dalla <strong>Diocesi di Udine </strong>e custodisce una <strong>copia della statua della Madonna di Castelmonte</strong>.</p>
<p>Grazie a <strong>don Claudio </strong><strong>Snidero</strong>, prete originario di Sant’Andrat dello Judrio (Corno di Rosazzo), la missione riesce ad andare avanti.</p>
<p>Per concludere non posso altro che confermare quanto mi scrive Zampa: «Quello che mi è rimasto impresso, alla fine di questo viaggio, è l’orgoglio dei discendenti friulani d’Argentina nel mantenere i valori e le tradizioni trasmesse dai padri, dove sono ancora ben radicate le radici identitarie di un Friuli che diversi di loro conoscono solamente per sentito dire».</p>
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		<title>Una vita tra le auto</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/una-vita-tra-le-auto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michele Tomaselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Mar 2021 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=38062</guid>

					<description><![CDATA[<p>Claudio Comelli</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> 	<strong>M</strong><strong>olin </strong><strong>di Ponte </strong>è una località in comune di <strong>Cervignano del Friuli </strong>che ospita un’azienda agricola, vi sono pochi caseggiati e nessun abitante. È il risultato di un improponibile intervento di trasformazione edilizia commissionato negli anni’70 dalla compagnia di assicurazioni Lloyd Adriatico che, di fatto, ha cancellato una delle architetture rurali più tipiche del territorio.</p>
<p> 	Lo storico Stefano Perini sulla rivista <em>Cervignano Nostra </em>lo ricorda così: “<em>Un abitato di grande suggestione per la sua collocazione e per le acque scorrenti che lo incorniciavano, segnalato da diverse case, anche affrescate all’esterno, da una torre portaia, da stalle, da un mulino e da un’elegante </em><em>fontana (per fortuna sopravvissuta). Vi vivevano diverse famiglie contadine. Il censimento del 1910 ricorda infatti la presenza di ben 107 abitanti. Anche in seguito, comunque, il loro numero sarà discreto</em>”.</p>
<p> 	Proprietà della famiglia Fabris, appartenne all’ingegner Luciano Cam piuti, che nel 1901 lo donò all’Associazione Agraria Friulana di Udine per costituire una scuola d’agricoltura. Ciò nonostante l’Associazione poco fece, passando poi sotto il controllo della Provincia di Udine. Anche se l’istituto non fu mai realizzato, si aprì una piccola scuola, grazie all’interessamento proprio di Campiuti (morto nel 1934). Una sezione scolastica che però ebbe vita breve.</p>
<p> 	Arriviamo nel 1946, quando in una casa del luogo nasce <strong>Claudio Comelli</strong>, oggi noto e stimato imprenditore. Il 25 aprile 1970, assieme al <strong>fratello Paolo</strong>, avvia l’omonima e conosciuta rivendita d’auto di viale Venezia a Cervignano, che nel 2020 ha festeggiato i cinquant’anni di attività. Un traguardo considerevole per un’azienda che da decenni è punto di riferimento per il mercato di automobili oltre che servizio di carrozzeria e officina.</p>
<p> 	In occasione di questo speciale compleanno siamo andati a trovarlo.</p>
<p> 	<strong>Claudio, ci conosciamo bene anche per tutte quelle volte che le ho portato l’auto ad aggiustare… Che ricordi ha della sua infanzia legata a Molin di Ponte?</strong></p>
<p> 	«Era appena finita la Seconda guerra mondiale e la vita si svolgeva in completa autosufficienza, anche se si avvertivano i primi segni di cambiamento dovuti al progresso. Ciò nonostante l’esistenza scorreva lenta, scandita dai ritmi naturali delle stagioni. I miei genitori erano dei mezzadri a servizio degli eredi della famiglia Campiuti che coltivavano la terra e allevavano gli animali. Vivevamo con i prodotti che raccoglievamo quasi come vivessimo nel medioevo, ma nonostante tutto eravamo felici. Io peraltro mi divertivo giocando sopra il letamaio e camminavo scalzo lungo le strade bianche e impolverate del borgo».</p>
<p> 	<strong>Un luogo in cui visse anche suo nonno Luigi.</strong></p>
<p> 	«Mio nonno Luigi, ex gendarme austriaco, che abitava a Molin di Ponte, mi raccontava le vicissitudini della Grande Guerra nella quale fu inviato sul fronte orientale in Galizia. Alla fine delle ostilità raggiunse New York e infine il Regno d’Italia. Qui trovò tutto cambiato, a parte Molin di Ponte che aveva mantenuto intatta quella sua identità».</p>
<p> 	<strong>Si dice che il lavoro nobiliti l’uomo, ma lei ha iniziato a fare il meccanico ad appena 14 anni. Oggi gli </strong><strong>stili di vita sono cambiati e iniziare a lavorare così presto è raro. Quale consiglio darebbe a un giovane in cerca di una prima occupazione nel suo settore?</strong></p>
<p> 	«Chi entra nel mondo del lavoro deve farlo con serietà e professionalità, ogni impiego deve svolgersi con piacere, senza imposizioni dall’alto, in base alle proprie attitudini personali. È importante avere umiltà e ascoltare chi ne sa più di te. Non voglio scoraggiare nessuno, ma fare il nostro mestiere oggi è complicato, anche perché circolano più di 23.000 modelli di automobili e di conseguenza ordinare i pezzi di ricambio richiede conoscenze approfondite della componentistica <em>automotive</em>, oggi peraltro sempre più dipendente dai sistemi elettronici. Per chi volesse aprire un’officina, invece, sconsiglio di fare “la cresta” sui prodotti in vendita, perché è sbagliato pensare solo al proprio profitto: un pezzo di ricambio deve costare il meno possibile anche perché vige la regola che il cliente deve andare via sempre soddisfatto».</p>
<p> 	<strong>Il primo giorno di lavoro è un po’ come il primo giorno di scuola: batticuore e anche un po’ di paura per non sapere che cosa ti aspetta… Il primo giorno di Claudio Comelli come fu?</strong></p>
<p> 	«In quel primo giorno di scuola non ebbi timori, d’altra parte vivevo ancora nell’età della spensieratezza. Era il 12 ottobre 1960 quando iniziai a fare il garzone nella carrozzeria Riva e Degano, allora ubicata in via Carnia, tra Muscoli e Cervignano, dove oggi si trova la pizzeria Chichibio. Per giungerci era necessario attraversare il quadrivio “la Rotonda”, una rudimentale intersezione stradale, nota perché nel mezzo si trovava un’isola spartitraffico a forma circolare. Era talmente pericolosa che fu sostituita qualche anno dopo da un in crocio semaforico. All’epoca c’erano diverse rivendite di auto e carrozzerie che davano lavoro a quasi cento persone. Oltre a Riva e Degano, con 20 operai, esistevano le officine Breggion (40 dipendenti), Crespan (15 dipendenti) e l’elettrauto Guerino Zia con una forza lavoro di 5 persone. In dieci anni di lavoro da Riva Degano ho imparato il mestiere senza mai prendere un giorno di ferie».</p>
<p> 	<strong>Dietro a ogni impresa di successo c’è sempre qualcuno che ha preso una decisione coraggiosa. Anche lei evidentemente…  Quando ha deciso di fare il grande salto e mettersi proprio?</strong></p>
<p> 	«Nel 1965 andai a lavorare dai fratelli Burba. Avevo deciso di cambiare officina grazie a mio fratello Paolo che da tempo lavorava con loro, ma anche per via del miglior trattamento economico che mi veniva riconosciuto. Il 25 aprile del 1970, sempre con mio fratello Paolo, decisi di aprire in viale Venezia il servizio autorizzato dei marchi Fiat e Lancia e un’officina con servizio di soccorso stradale».</p>
<p> 	<strong>L’inizio di una lunga avventura. </strong></p>
<p> 	«Nel 1992 inaugurammo il nuovo capannone. Una festa durata 3 giorni, a cui parteciparono il giornalista Bruno Pizzul e il senatore Paolo Micolini: contammo più di 1.500 presenze. E nel 2020 abbiamo festeggiato i 50 anni di attività. Tempi duri, ma siamo ancora qui anche grazie a mio figlio Francesco e mio nipote Samuele».</p>
<p> 	<strong>In tanti anni di attività ne avrà viste di cotte e di crude. Ne condivide qualcuna?</strong></p>
<p> 	«Una sera d’autunno di più di vent’anni fa, soccorsi un’automobile portando assistenza al suo conducente. Era un signore trasandato, sporco di vino, ma per fortuna non aveva subito traumi rilevanti, così come la sua automobile pronta nuovamente a circolare. Tuttavia l’uomo si trovava in un grave stato confusionale, tanto che voleva perfino suicidarsi. Seppure a disagio, lo accompagnai all’albergo “Al Cervo” di Cervignano, facendogli prendere una camera per dormire. L’indomani era ritornato in sé e non ricordava più nulla della notte brava. Più di trent’anni fa invece…»</p>
<p> 	<strong>Cosa accadde?</strong></p>
<p> 	«Soccorsi un ingegnere di Budapest che non parlava una parola d’italiano. Era grave e bisognoso di cure, per questo motivo in ospedale chiamai la contessa Marion Oltay Strassoldo, mamma di Marzio e Raimondo, che, madrelingua ungherese, si rese subito disponibile a fare da interprete. Comunicò con i medici del reparto aiutando il ricoverato magiaro ad avere le necessarie terapie. Ma il suo supporto non si fermò qui e proseguì, tanto che informò l’ambasciata ungherese del grave episodio e che lo stesso ingegnere non poteva rientrare in patria. All’epoca, al tempo del blocco sovietico, era necessario ottenere un’autorizzazione consolare su ogni minima variazione di entrata e uscita dal visto del passaporto. Passò qualche giorno e poi finalmente ripartì, anche grazie al biglietto del treno che gli acquistai. Per questo motivo mi fu doppiamente riconoscente. Tanto che mi invitò a raggiungerlo in Ungheria. Anche se non seguì mai una mia visita».</p>
<p> 	<strong>Quello che oggi si dice “Audi”, una volta si scriveva “Lancia”. Un marchio che ha fatto la storia dell’automobile italiana: la Stratos, la Beta Montecarlo, la Delta Integrale, la Thema 8.32, tanto per citare alcuni modelli. Quel marchio oggi vive un sonno profondissimo. Lei è da sempre un servizio autorizzato della Lancia: che effetto le fa vedere questo declino?</strong></p>
<p> 	«Tristezza infinita per la decadenza del simbolo della tecnologia, dello sport e della qualità dell’auto italiana che è Lancia».</p>
<p> 	<strong>Siamo arrivati alla fine. “Da grande voglio lavorare alla Ferrari e sentire l’emozionante rombo delle rosse fiammanti del Cavallino” è un sogno spesso ricorrente in tanti appassionati di motori. Anche per Claudio Comelli…</strong></p>
<p> 	«Sì… Nel 1966 il sogno di toccarle per mano si stava avverando, perché ricevetti una proposta di lavoro per il nuovo stabilimento di automobili di Quercianella di Livorno, in quella stessa città dove era nato Giotto Bizzarrini, il famoso ingegnere e collaudatore italiano progettista delle leggendarie 250 GTO e della Testa Rossa. Ma decisi di intraprendere altre strade».</p>
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		<title>Il profumo della brina</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/il-profumo-della-brina/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michele Tomaselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Sep 2020 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=34444</guid>

					<description><![CDATA[<p>Franco Giordani</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/35927-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/il-profumo-della-brina/">Il profumo della brina</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Franco Giordani</strong>, una nostra vecchia conoscenza, il musicista originario di <strong>Claut in Valcellina</strong>, polistrumentista (chitarre, bouzouki, mandolino e banjo), da diversi anni è protagonista indiscusso della canzone friulana. In una mano il plettro, nell’altra la penna per scrivere i testi delle canzoni.</p>
<p>Dalla musica ai libri, il passo per diventare scrittore non è poi così lungo, soprattutto per chi come lui conosce il valore delle parole. E dalle parole ai fatti. Franco ha recentemente dato alle stampe <em>Il profumo della brina</em>, un gustosissimo libro in cui racconta storie e avvenimenti della sua infanzia. Una raccolta di testimonianze allegre e divertenti al ritmo delle quattro stagioni e delle antiche tradizioni della valle, oramai scomparse, dove regnava la pace tra uomo e natura. <u><a href="http://www.imagazine.it/notizie-trieste-gorizia-udine-friuli/5696" target="_blank" rel="noopener">Dopo l’intervista dedicatagli per l’album <em>Truòisparìs </em>del 2018</a></u>, abbiamo avuto modo di rincontrarlo nuovamente.</p>
<p><strong>Nei primi anni ’70 a Claut vivevano quasi 2.000 persone, oggi meno della metà. Anche rimarcando l’invito di Mauro Corona, nella sua introduzione ai contenuti del libro, Giordani va a caccia di buoni ricordi. Quanto è importante salvare la memoria storica della montagna?</strong></p>
<p>«Come dice Corona ho agito sotto la spinta del ricordo, senza vanità o ambizioni letterarie, raccontando quell’infanzia, per me magica, vissuta a Claut. È un tentativo di salvare la memoria. Sono convinto che sia sempre importante ricordare ciò che siamo stati, per fare meglio».</p>
<p><strong>Le vette, i boschi, i silenzi, le storie, i paesaggi, la quiete, le tradizioni. È un invito alla riflessione o un piccolo omaggio alle bellezze di Claut?</strong></p>
<p>«Entrambe le cose, direi. Un invito ai giovani a capire come vivevamo in quegli anni e un omaggio a una valle meravigliosa, aspra e selvaggia».</p>
<p><strong>“</strong><strong><em>Quando le temperature si sono abbassate e le piogge si fanno più fitte, la mattina si sente il profumo dell’aria fresca e la brina colora i campi di un candido manto…</em></strong><strong>” Il profumo della brina è un deterrente per riscoprire quegli attimi che rendono l’infanzia un’età magica che mai si vorrebbe finisse?</strong></p>
<p>«L’infanzia è un’età magica per tutti, però è giusto che finisca, poi bisogna crescere. Forse non tutti riescono a slegarsi da quei ricordi. La mia non vuole essere un’operazione nostalgica. Mi piace l’idea di tramandare la memoria ai più giovani».</p>
<p><strong>“</strong><strong><em>Ma anche quando i fiocchi cadono dietro le finestre ci sembra di tornare bambini e ci si ricorda di quando la neve era sinonimo di gioco e spensieratezza</em></strong><strong>”. Franco ha mai marinato la scuola per scendere con una slitta?</strong></p>
<p>«Nessuno di noi marinava la scuola. Nella migliore delle ipotesi sarebbero piovuti i peggiori rimproveri e una bella punizione. Nella peggiore delle ipotesi, meglio scappare per non prenderle! Andavamo a sciare nei pomeriggi, senza impianti di risalita».</p>
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<p><strong>Sembra strano ma nel mondo “giordaniano” di Claut i bambini si sentivano grandi e volevano essere trattati da grandi… Può condividere alcuni aneddoti raccontati nel suo libro?</strong></p>
<p>«Siamo cresciuti in mezzo a tanta libertà ma anche a una certa crudezza. Gli adulti non ci nascondevano i problemi del vivere quotidiano. C’era poca psicologia e poca delicatezza, forse questo ci ha reso un po’ più forti. Ma può essere vero anche il contrario. Se uno era debole, veniva travolto. Per gli aneddoti, invito a scoprirli leggendo direttamente il libro».</p>
<p><strong>Il 6 maggio 1976 l’</strong><strong><em>Orcolat </em></strong><strong>devastò il Friuli. Da allora inevitabilmente molte cose cambiarono: il sisma spazzò via buona parte delle architetture spontanee, oltre a quel piccolo mondo antico fatto di tradizioni e usanze legate alla montagna. Che cosa cambiò esattamente a Claut?</strong></p>
<p>«A Claut fortunatamente non ci furono crolli e tutte le case più antiche furono restaurate, scongiurandone la loro scomparsa. Quasi nessuno le avrebbe recuperate. All’epoca tutti volevano la comodità delle case moderne. L’architettura del mio paese è molto affascinante, così come quella degli altri paesi della Valcellina, Andreis in particolare. Il terremoto ha cambiato più che altro i modi di vivere. Gli anni dell’apparenza, insomma gli anni ottanta, erano alle porte».</p>
<p><strong>Oggi parliamo di tecnologia 5G ma fa specie che fino a qualche decennio fa, a Claut, si poteva vedere un solo canale in TV. È colpa della politica se la montagna friulana si trova in questo stato?</strong></p>
<p>«Senz’altro è colpa della politica. Tutta la montagna, non solo la Valcellina, soffre. Sta bene solo qualcuno, in Trentino direi. Sono stati più furbi e determinati. Ovunque in Italia i piccoli comuni soffrono, soprattutto quelli di montagna. Per questo nel 2017 ho dedicato il mio album <em>Truoisparis </em>interamente alla mia terra. Ma continuo a non nutrire alcuna stima nei confronti dei nostri governi centrali».</p>
<p><strong>Si dice che l’osteria è qualcosa di sacro che viene dopo la Chiesa e a Claut c’erano diverse osterie. Che ricordi ha di questo mondo genuino?</strong></p>
<p>«Nel mio libro ricordo in particolare tre vecchie osterie. All’ingresso del paese a Pinedo la “Carota”, in centro “Càcio” e alla fine del paese, a Lesis, “Dante”. Tre osterie bellissime, semplici e accoglienti, dove si poteva cantare, giocare a carte, a morra, scambiarsi opinioni, stringere affari, a volte anche fare un po’ di baruffa. Sono state chiuse tutte e tre. Nel libro “ringrazio” la miopia dei nostri governanti, che con leggi inique equiparano Roma, Cortina e Taormina a Claut, Erto, Cimolais. Una condotta dannosa e incomprensibile e l’Europa non ha migliorato per niente le cose, anzi&#8230;»</p>
<p><strong>Non ha certo problemi di calvizie vista la folta capigliatura. È forse per questo motivo che al suo paese c’erano ben 4 parrucchieri e 1 barbiere&#8230;</strong></p>
<p>«Quando ero piccolo a Claut sulle quattro vie della frazione capoluogo (Basùa) c’erano 37 attività commerciali. In quegli anni in tutto operavano circa 80 attività commerciali (escluse le imprese artigiane), e quasi una trentina erano bar, ristoranti, trattorie. Al di là delle doverose battute relative all’elevato rapporto bar/abitante, ci rendiamo conto di cos’è successo? Hanno distrutto un tessuto socio-economico che difficilmente si potrà ricreare».</p>
<p><strong>Lo scorso 27 gennaio si è tenuta la Giornata della Memoria per commemorare le vittime dell’Olocausto. Leggendo il suo libro scopriamo che nel suo paese risiedeva un sopravvissuto a un campo di sterminio. “Perché la storia non si ripeta” quanto è importante parlarne?</strong></p>
<p>«È fondamentale ricordare questi avvenimenti perché non si ripetano più. Gli orrori del Novecento sono una ferita che non si potrà mai rimarginare. Soprattutto bisogna raccontarli ai bambini, senza retorica o ideologia. È strano per me pensare di essere nato solo 20 anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale. A noi pareva tutto normale. I bambini hanno una vitalità infinita».</p>
<p><strong>Il calcio è sempre un’emozione specie quando si è al debutto. Che emozioni ha provato a giocare contro il Real Madrid delle valli (il Cimolais)?</strong></p>
<p>«Il Real Madrid delle Valli era il Claut! Spero che i miei amici cimoliani non si arrabbino, ma è la verità. Nel libro racconto la mia prima partita ufficiale “con le maglie”. Per noi fu un’emozione indimenticabile, un’impresa titanica! Nessun genitore ci aiutò, ci arrangiammo da soli. Naturalmente la partita si disputò nel campo sportivo dedicato a Ruggero Grava, campione del Grande Torino scomparso nella tragedia di Superga nel 1949. Vincemmo due a zero e segnai un gol».</p>
<p><strong>Prima della conclusione può svelare ai nostri lettori i suoi prossimi impegni?</strong></p>
<p>«Si sono fatti vivi in tanti chiedendomi di presentare <em>Il profumo della brina</em>. Spero di avere molte altre occasioni per raccontare il libro, sempre in compagnia della mia chitarra, però. Mi sento molto più a mio agio quando canto e suono. A volte parlare mi mette un po’ in imbarazzo. Penso: “Ma saranno interessati?”. Il mio modo più naturale per esprimermi resta la musica».</p>
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		<title>I gioielli dei Balcani</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/i-gioielli-dei-balcani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michele Tomaselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Dec 2019 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TURISMO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=30577</guid>

					<description><![CDATA[<p>Albania, Montenegro e Kosovo</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/32185-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/i-gioielli-dei-balcani/">I gioielli dei Balcani</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Destinazione il cuore dei <strong>Balcani </strong>per scoprire storie e culture diverse di due dei tre Stati più giovani al mondo, il Montene­gro e il <strong>Kosovo</strong>, nazioni nate dopo l’implosione del­la ex Jugoslavia, senza però far mancare una visita al Paese delle Aquile, l’<strong>Albania</strong>: una terra per lungo tempo chiusa agli stranieri.</p>
<p>Un viaggio per attraversare alcuni luoghi che fu­rono teatro di feroci combattimenti, in particolare le zone contese tra serbi e kosovari durante la guer­ra del Kosovo, combattuta tra il 1996 e il 1999. Un conflitto cessato grazie al <strong><em>Patto di Kumanovo</em></strong>, dopo i violenti bombardamenti delle forze NATO su Bel­grado. Conseguenza che portò il Kosovo a staccar­si unilateralmente dalla Repubblica di Serbia e a di­chiararsi poi indipendente nel 2008, sull’esempio del Montenegro che, già nel 2006, dopo un referen­dum, si era autoproclamato autonomo dall’Unione delle Repubbliche di Serbia e Montenegro, facendo così naufragare il progetto di Slobodan Milošević di costituire una Grande Serbia. Tuttavia la Serbia e altri Stati membri dell’ONU non hanno mai rico­nosciuto l’indipendenza del Kosovo tanto che oggi continuano a verificarsi tensioni tra la popolazione albanese e la minoranza serba per la ridefinizione dei confini.</p>
<p>Malgrado il clima politico, questi luoghi si rive­lano mete affascinanti grazie all’influsso culturale delle varie religioni che nei secoli hanno mutato sti­li e rapporti sociali. Sono territori di grande e sel­vaggia bellezza che racchiudono scenari unici, fatti di montagne impervie e fiumi primitivi; quasi come quelli descritti dallo scrittore Ivo Andrić più di set­tant’anni fa.</p>
<p>Addentrarsi significa godere di paesag­gi incontaminati, non toccati dal turismo di mas­sa. Oltretutto gli appassionati del trekking potran­no godere di un paradiso per compiere magnifiche escursioni: in particolare a nord di <strong>Scutari</strong>, non lon­tano dal confine con il Kosovo e con il Montenegro dove si trova la <strong>Valle di Valbona</strong>, che include deci­ne di chilometri di percorsi per ogni grado di pre­parazione. Un ambiente dove si trovano abbarbica­ti villaggi alpini, quasi sperduti in mezzo al niente.</p>
<p><strong>Dal diario di viaggio</strong></p>
<p>È da tempo che voglio vi­sitare le montagne di confine dell’Albania. Mi incu­riosiscono queste guglie anche dopo aver letto una rivista inglese che le indica come una meta ambi­ta per fare trekking. Prendo un volo per <strong>Tirana</strong>, ma nella capitale vado incontro ai primi intoppi&#8230; No­leggiare un’auto senza farsi fregare sembra facile, invece provo sulla mia pelle cosa voglia dire appog­giarsi a un autonoleggio <em>low cost</em>. Un vero percor­so a ostacoli con costi aggiuntivi: la cauzione rad­doppiata, strani calcoli sul carburante, imposizio­ne di polizze accessorie spacciate per obbligatorie&#8230; Ma la Dea Bendata fortunosamente mi viene in soc­corso, perché al momento del pagamento il plafond della carta di credito non garantisce la cauzione ri­chiesta, così l’operatore per non perdere il noleg­gio oramai certo mi propone di ritirare l’auto con condizioni molto più favorevoli.</p>
<p>Visitare Tirana è un buon modo per iniziare a scoprire i Balcani e anche per conoscere la sto­ria di Enver Hoxha, dittatore violento e truce che privò il popolo albanese di ogni forma di libertà, di espressione e di pensiero. Tuttavia, molto più interessante si rivela la vicina città di <strong>Berat</strong>, in­serita nel patrimonio dell’UNESCO, o la picco­la <strong>Kruja</strong>. A differenza di <strong>Durazzo</strong>, inoltre, Tira­na non si trova sul mare, che dista oltre 40 chilo­metri. Però una particolarità è molto gradita: qui in tanti parlano l’italiano. Dopotutto gli albanesi si sintonizzano sui canali delle nostre TV che qui si prendono un po’ ovunque. La nostra influen­za culturale è evidente, quasi naturale, visto che stiamo parlando di una ex colonia occupata dai fascisti. Al Regime del Littorio si deve infatti la costruzione di una parte delle strade e la moder­nizzazione delle infrastrutture, opere per buona parte utilizzate ancora oggi.</p>
<p>Tirana è una città caotica da 3 milioni di abi­tanti che mi fa subito trovare imbottigliato nel traffico al di sopra di una strada con tratti sterra­ti e buche profonde. Ai lati vedo ecomostri in ce­mento armato. Qui per guidare bisogna aver co­raggio, pazienza, decisione. Non esistono rego­le, la segnaletica è pressoché inesistente. Per far­si strada è necessario suonare costantemente il clacson e procedere vagando a zig zag, da destra a sinistra, nelle varie corsie di marcia. Per non parlare di quando si devono attraversare incroci o rotatorie, in questi casi è indicato buttarsi nel­la mischia e procedere verso lo stop – inesistente – quasi impattando gli altri veicoli. Ma quando il botto sembra una cosa certa ecco che l’autovettu­ra riesce a trovare un pertugio e a uscire dall’in­gorgo. Sembra strano, ma ci si abitua a queste re­gole, come a parcheggiare in terza o in quarta fila. Se questi metodi sono normali in Albania, si consiglia tuttavia di ritornare alle vecchie abitu­dini di guida una volta rientrati in Italia…</p>
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<p>Scutari, che raggiungo dopo ore di coda lun­go la E72, è la città più importante nel nord. Fu la capitale del Regno Illirico nel III secolo a.C., mentre oggi rappresenta il principale centro della minoranza cristiana albanese, religione che qui si è sviluppata dopo l’arrivo della Serenissima. D’altronde gli influssi delle architetture venezia­ne sono evidenti così come quelli che riferisco­no al periodo della dominazione dell’Austria Un­gheria.</p>
<p>L’indomani parto per il trekking. Sono seduto su un furgone diretto verso l’imbarcadero di <strong>Ko­man</strong>. Dopo due ore di viaggio la strada si trasfor­ma: è piena di buche quasi come una gruviera, si salta su ogni curva, ma quando i muscoli dei glu­tei sembrano presi dalla sindrome del sedere ad­dormentato ecco apparire la grande <strong>diga di Ko­man</strong>. Scendo dal mezzo e, a piedi, lungo un tun­nel scavato nella roccia, arrivo al pontile da dove prendo il traghetto per <strong>Fierze</strong>. Il <strong>Lago Koman </strong>è lungo e stretto e si sviluppa per oltre 40 km; sulle sue sponde si trovano alcuni villaggi e <em>guest hou­se </em>raggiungibili solo in barca. Questo lago esiste solo dal 1983, si tratta infatti di un bacino arti­ficiale voluto dal dittatore Hoxha per potenziare la produzione elettrica dell’Albania. Ma una vol­ta completati i lavori idraulici e riempito il grande invaso di acqua, il volto della vallata venne cam­biato per sempre e con esso le vite delle perso­ne che qui vivevano secondo le antiche tradizio­ni. Un migliaio, più o meno, gli albanesi che oggi abitano queste montagne e che lottano quotidiana­mente per sopravvivere dovendo camminare deci­ne di chilometri al giorno per raggiungere la stra­da asfaltata.</p>
<p>Dopo quasi 3 ore di navigazione ecco compa­rire il <strong>pontile di Fierze</strong>. Mi sembra di rivivere l’approdo vissuto tanti anni fa sul fiume Mekong, quando arrivai sulla sponda laotiana di Luang Prabang. Come allora l’imbarcazione compie di­verse manovre d’attracco e tanti a terra sono i lo­cali pronti a offrire alloggi e servizi. Tornano uti­li perché mettono a disposizione dei mezzi di tra­sporto per raggiungere <strong>Valbona</strong>.</p>
<p>Il trekking che attraversa la Valle di Valbona sale su un passo e poi scende nella <strong>Valle di Theth</strong>. Con i suoi quasi 1.000 metri di dislivello (da 900 metri s.l.m. a oltre 1800 metri di quota) è consi­derato un miracolo delle <strong>Alpi Albanesi </strong>che offre una varietà di forme, colori, flora e fauna. L’indo­mani, abbandonato l’asfalto, percorro con lo zaino in spalla i primi chilometri sul greto di un torren­te. È qui che conosco <strong>Kola</strong>. È un uomo di monta­gna, generoso nello spirito, cultore di valori e tra­dizioni. Nonostante l’età avanzata e il sorregger­si su un bastone, accompagna giornalmente i tu­risti lungo il sentiero. Un sacrificio anche alla me­moria del padre morto su queste vette dopo essere scivolato in un burrone. Per tre ore procedo lungo una salita impegnativa fino a raggiungere il pas­so dove contemplo il panorama tra le due valla­te. Discendo lungo il versante ovest, nella Valle di Theth, attraversando boschi di pini bosniaci e di faggi. Poi incontro il secondo punto di ristoro, dove faccio una sosta. Kola mi racconta del per­ché l’Albania sia chiamata <em>Shqipëri </em>(la terra del­le aquile). Dopotutto l’aquila a due teste domina la bandiera ed è il simbolo albanese. La leggenda vuole che un coraggioso cacciatore, durante una battuta di caccia, avvistò una grande aquila con in bocca un serpente morto che lasciò cadere sul nido, vicino al suo piccolo. Il giovane cacciatore raggiunse quel punto trovando il serpente ancora in vita mentre cercava di mordere l’aquilotto che, invece, il cacciatore riuscì a salvare: da allora, per gratitudine, l’aquila continua a proteggere il po­polo albanese.</p>
<p>Il programma dei giorni successivi prevede di raggiungere il Kosovo dal Montenegro, percorrendo il mitico <strong>Cakor pass</strong>, il passo più alto della ex Jugo­slavia, scendendo poi nelle magnifiche <strong>gole di Ru­gova</strong>, in uno dei percorsi più panoramici e avven­turosi dei Balcani, un luogo selvaggio frequentato dalle rotte degli <em>Hippies </em>che qui venivano per rag­giungere Istanbul. Tuttavia l’amara scoperta&#8230; il pas­so è chiuso. Non è percorribile da quando nel 1999 il KFOR chiuse la <strong>strada Peć-Čakor-Murino </strong>ponen­do ostacoli e piramidi al confine. La riapertura era prevista nel 2011 grazie ad alcuni lavori poi effettua­ti sulla Katun Road (la strada che proviene dal Mon­tenegro) con l’asfaltatura fino al confine. Tuttavia, nonostante <em>Google maps </em>indichi la frontiera acces­sibile, oggi rimane invalicabile. È comunque possi­bile arrivare in auto fino ai blocchi di cemento: oltre si può proseguire solo a piedi o in bici.</p>
<p>Per entrare in Kosovo torno indietro fino a <strong>Roza­je</strong>, la cittadina più a nordest del Montenegro, percor­rendo cento chilometri in più. La strada parte da <strong>Za­bljak </strong>e si snoda lungo il <strong>canyon del Tara</strong>, quasi pa­rallela al tracciato della nuova autostrada. Sono di­verse le imprese cinesi che qui lavorano per realiz­zare infrastrutture a dir poco impressionanti.</p>
<p>Dopo Rozaje la strada inizia a salire su un go­mitolo di curve, circondata ai lati da foreste di abe­ti e da alti minareti. Sono in mezzo alle montagne che formano il confine. Il Montenegro e il Kosovo l’hanno definito ufficialmente solo nel 2015 e forse per questo motivo ci sono undici chilometri tra le due frontiere. Dopo aver passato la prima dogana la strada scende notevolmente. Subito s’incontrano ba­racche abitate da sinti e, poco oltre, pastori che con­ducono un gregge di pecore. Superata “la terra di nessuno” ricevo sul passaporto il timbro del Koso­vo. È illeggibile, ma forse è meglio così, perché non avrò sicuramente problemi alla frontiera della Ser­bia caso mai decidessi di entrare. Passato il casel­lo inizio la discesa per <strong>Pejë </strong>(Peć). Faccio gasolio a un prezzo bassissimo (circa 1 euro al litro), e final­mente giungo a destinazione. Qui si trova la sede del patriarcato serbo-ortodosso, fondato nel XIII secolo quando Sava, fratello del principe Stefan Nemanja, si separò per la prima volta dal patriarcato greco di Costantinopoli e pose le basi dell’autocefalia serba. Per entrare nella chiesa sono costretto a lasciare i documenti ai soldati dell’Eufor. Sono tre le chiese che compongono il complesso: la più antica è quel­la di San Salvatore, costruita agli inizi del tredicesi­mo secolo. Ho ancora il tempo di visitare Prizren, considerata la capitale culturale del Paese e che, no­nostante la recente guerra, ha conservato degli edi­fici di stile ottomano, le antiche moschee oltre che <strong>Kalaja, la fortezza che domina dall’alto la città</strong>. Come in qualsiasi viaggio è arrivata la fine e al rien­tro in Italia mi accorgo di essermi ammalato del mal di Balcani&#8230; Un morbo che mi resterà per sempre.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Un borgo, tante meraviglie</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/un-borgo-tante-meraviglie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michele Tomaselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Sep 2019 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TURISMO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=30120</guid>

					<description><![CDATA[<p>Alla scoperta di Clauiano</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I <strong>Borghi più Belli d’Italia </strong>sono custodi del grande patrimonio di cultura e tradizioni del nostro Paese. Una ricchezza unica che va preservata, custodita e rispettata. Un impegno che l’omonimo Club, nato dall’impulso della Consulta del Turismo dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI), porta avanti dal marzo 2001 per promuovere e valorizzare i piccoli centri abitati italiani che hanno una storia da raccontare. Sono molti i comuni che ambiscono a conquistare il marchio di Borgo più Bello d’Italia ma l’ingresso nell’omonimo Club non è garantito. Ci sono oltre 30 parametri da rispettare. In Friuli Venezia Giulia sono tredici i borghi ad avere aderito, tra cui <strong>Clauiano, Cordovado, Fagagna, Gradisca d’Isonzo, Poffabro, Polcenigo, Sappada, Sesto al Reghena, Toppo, Valvasone Arzene, Venzone, Palmanova </strong>e <strong>Strassoldo</strong>, appena entrato a farne parte.</p>
<p>Tra i borghi friulani che hanno saputo conservare e valorizzare una particolare architettura rurale spicca Clauiano, frazione del Comune di Trivignano Udinese. La borgata ha mantenuto l’originario assetto urbanistico a pianta medievale. Ne parliamo con il suo assessore alla cultura, l’avvocato <strong>Vanessa Colosetti</strong>, il cui entusiasmo è la testimonianza più concreta del legame con la propria terra.</p>
<p><strong>Assessore Colosetti, a proposito di territorio, qual è il suo ricordo più lontano di Clauiano?</strong></p>
<p>«Ritengo il borgo in cui vivo da sempre e che ritengo sia una vera oasi di pace e tranquillità. I miei primi ricordi di Clauiano  mi riportano al periodo dell’infanzia quando con mia sorella e i bambini che vivevano vicino a noi trascorrevamo ore e ore in bicicletta, tra le vie del paese e nei campi circostanti a caccia di frutta, di mais, di insetti e di fiori. Ricordo distintamente che da sempre, da quando la mattina percorrevo a piedi via Palma (ora via della Filanda) per raggiungere la fermata della corriera che ci portava a scuola, il mio sguardo andava e va al campanile della nostra chiesa di San Giorgio Martire. A ogni rientro dall’università, o ancora oggi a ogni rientro da un viaggio il mio sguardo cerca il nostro campanile e in quel momento so che sono a casa».</p>
<p><strong>Il suo Comune ha creduto fin da subito al progetto “Borghi più Belli d’Italia”, aderendovi dal 2004; pochi allora avrebbero scommesso su un circuito di promozione delle borgate. Come è nata l’idea di farne parte?</strong></p>
<p>«L’amministrazione comunale di allora in maniera lungimirante aveva capito che associarsi a un circuito di promozione turistica nazionale avrebbe certamente portato visibilità al nostro piccolo borgo, valorizzandone gli aspetti turistici e le caratteristiche e peculiarità architettoniche nonché enogastronomiche locali».</p>
<p><strong>Dopo il 2004 tutto è venuto da sé o sono stati adottati sistemi per recuperare il patrimonio architettonico e contrastare lo spopolamento? </strong></p>
<p>«In realtà, in controtendenza rispetto ad altre piccole realtà, il nostro borgo ha registrato un aumento della popolazione proprio perché le persone sono state attirate dalla valorizzazione ricevuta da questo riconoscimento, nonostante o anche grazie al fatto che vi siano degli obblighi circa la costruzione o la manutenzione urbanistica degli immobili del borgo, poiché sottoposti al vincolo della Soprintendenza dei Beni Culturali, nonché alle indicazioni previste dallo Statuto dell’Associazione dei Borghi più Belli d’Italia. Le opere di recupero di alcuni immobili sono quindi state svolte su iniziativa e a carico dei privati interessati, nel rispetto dei vincoli di cui sopra, mentre l’amministrazione si è occupata del rifacimento dell’arredo urbano, anch’esso vincolato come sopra dal punto di vista progettuale».</p>
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<p><strong>Tanto che Clauiano è sempre più meta ambita di visitatori italiani ed esteri&#8230;</strong></p>
<p>«Si assiste da anni ormai a un continuo afflusso di “cicloturisti”, provenienti soprattutto dalla vicina Austria, atteso anche il collegamento diretto tra Clauiano e la ormai ben nota Alpe Adria, passando attraverso un’altra delle nostre frazioni, Merlana. In tutte le stagioni è ormai consuetudine incrociare gruppi di ciclisti che si aggirano tra le nostre piccole vie; ed è imminente l’esecuzione di un’opera attigua a una aerea verde che insiste proprio nel nostro borgo, relativa all’installazione di postazioni di ricarica elettrica per E-bikes e connesse aree di sosta attrezzate».</p>
<p><strong>Che attività commerciali gravitano nella borgata?</strong></p>
<p>«Le attività commerciali principali sono strettamente connesse alla ricettività turistica. Si tratta infatti di B&#038;B, di agriturismi, di aziende vitivinicole con annessa cantina di mescita, di alcuni esercizi commerciali tipo bar, panificio, caffetteria, pub, e ancora di una trattoria di prossima inaugurazione».</p>
<p><strong>Nelle vicinanze di Palmanova e Aquileia, due città simbolo d’arte e di storia e oggi inserite nella lista del patrimonio  mondiale dell’Umanità, l’Italia nascosta è anche il fascino di Clauiano?</strong></p>
<p>«Come ogni cosa piccola, delicata e forse un po’ nascosta, anche il nostro piccolo borgo suscita enorme curiosità e interesse, soprattutto per le persone che più amano il turismo lento, in bicicletta o a piedi, a contatto diretto con la natura e con i produttori locali, che utilizzano tutte le risorse offerte dal nostro territorio per le loro attività. Quale valore assume assaggiare un miele prodotto in loco dalle api che qui si nutrono dei nostri fiori? O sorseggiare gli ottimi vini che le nostre aziende producono con uve coltivate proprio qui, a km zero, dalla cantina di mescita? Aggiungiamo inoltre un giro in calesse con i cavalli attraverso le piccole vie di case fatte di <em>pieris </em>e <em>claps </em>(pietre e sassi) e il quadro bucolico è completato».</p>
<p><strong>Un borgo rurale con le case di sassi spaccati, i portali di pietra con le chiavi di volta figurate, le insegne seicentesche dei calzolai&#8230;. Per trasportare i nostri lettori verso le bellezze dei luoghi può descriverci l’itinerario di visita più intrigante?</strong></p>
<p>«Provenendo da Palmanova, parcheggiando nei pressi dell’inizio del borgo, la passeggiata potrebbe partire dalla Villa Manin Guerresco, pregevole dimora nobiliare settecentesca della pianura friulana. Oggi la Villa ospita eventi, cerimonie e visite guidate. Intorno alla struttura principale si aprono poderi, granai e strutture rustiche, e gli interni sono affrescati e decorati secondo lo stile tipico veneto. Appartenuta a uno dei più importanti casati della Serenissima, era un grande centro produttivo, come rivelano i fabbricati che dovevano servire all’attività agricola, tra i quali il foledôr, l’enorme tinaia a lato dell’abitazione padronale. La villa, di forme classiche, è preceduta dalla corte d’onore. Qui come altrove – casa Menotti, casa de Checo, casa Marcuzzi Zanuttini, casa Zof Piano – gli splendidi portali e le finestre riquadrate in pietra confermano la dignità del luogo e delle persone. Proseguendo lungo la via principale del borgo si trova Villa Ariis, costruita nel 1600, che rappresenta un tipico complesso padronale di ambito veneto-friulano del secolo XVIII, composto dall’abitazione, dai rustici annessi e da un grande orto cintato da una muraglia merlata con due colonne in pietra».</p>
<p><strong>Recentemente Strassoldo è entrato a far parte dei “borghi più belli d’Italia” grazie a un’idea partita nel 2012  dall’Associazione “Cervignano Nostra”. Così, a poca distanza, si trovano in un colpo solo Clauiano, Strassoldo e Palmanova. Potremmo dire turismo e qualità a misura di borgo? </strong></p>
<p>«Il turista che volge il suo interesse a queste realtà è un curioso della storia e delle tradizioni dei piccoli centri, un amante dell’architettura e senza dubbio del lento fluire del tempo attraverso i percorsi culturali ed enogastronomici che i nostri bellissimi borghi sanno offrire, tutti diversi anche se molto vicini geograficamente».</p>
<p><strong>Siamo arrivati alla fine. Può illustrare ai nostri lettori i prossimi progetti che coinvolgeranno la borgata?</strong></p>
<p>«Il Borgo di Clauiano sarà interessato dall’ampliamento dell’offerta commerciale, nello specifico con l’apertura a breve di altre due attività di ristorazione e accoglienza rispetto a quelle già esistenti. Molto importante sarà la realizzazione dell’opera di sistemazione dell’area verde dell’ex scuola elementare, il progetto è in fase esecutiva. Naturalmente per rimanere aggiornati sulla programmazione degli eventi è sufficiente consultare la pagina FB del Comune di Trivignano Udinese».</p>
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		<title>La Costa Verde</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/la-costa-verde/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michele Tomaselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jul 2019 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TURISMO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sardegna</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In un periodo in cui il sentiero del Selvaggio Blu stava raggiungendo la giusta fama, nasceva l’idea di creare un percorso alternativo, nel sud ovest della <strong>Sardegna</strong>, lungo la selvaggia <strong>Costa Verde</strong>; un luogo ricco di profumi e colori che preserva la macchia mediterranea più tipica. Qui, tra il mare cobalto e l’entroterra, si trova uno dei litorali più selvaggi e incontaminati della Sardegna; un luogo che racchiude paesaggi mozzafiato e che si contraddistingue per le ampie scogliere, le spiagge dorate, i promontori granitici, le falesie strapiombanti e i deserti di sabbia. Si scorgono lunghi arenili e onde impetuose che in primavera si trasformano e richiamano gli amanti del surf di tutto il mondo. Ma la Costa Verde non è solo il mare, il silenzio e la natura, è la storia del lavoro e dalla fatica di tanti uomini nati e cresciuti attorno alle miniere. In questa zona sono state scritte pagine memorabili di storia mineraria, ne sono testimonianza i monumenti di archeologia industriale, i ruderi dei villaggi e le gallerie dei minatori. Questi insediamenti, che si estendono lungo l’interno e la costa, ospitano ruderi di case, impianti e pozzi, enormi cumuli di materiali di scarto e carrelli arrugginiti e hanno le sembianze dei luoghi descritti nei film western di Sergio Leone.</p>
<p>La Costa Verde è singolare per i <strong>fenomeni geologici </strong>che qui trovano traccia fino a 550 milioni di anni fa. Un tesoro inestimabile che ha dato origine al <strong>Parco geominerario storico e ambientale della Sardegna</strong>. Il 17 novembre 2015 l’UNESCO l’ha riconosciuto (anche se inglobato ad altri ambiti minerari) annoverandolo nella lista del patrimonio mondiale dell’umanità. Il Parco, che si estende <strong>da Serbariu a Montevecchio</strong>, è stato istituito per tutelare il contesto storico e naturale, nonché per ricordare l’epopea mineraria che per secoli ha contraddistinto l’economia isolana. Una forma di tutela dettata per preservare il contesto geologico e paleontologico che oggi è al centro di numerosi studi scientifici.</p>
<p>Uno scenario unico dove vivere intense emozioni e anche il motivo che ha portato il <strong>Sentiero della Costa Verde </strong>a diventare un trekking molto frequentato. Il percorso inizia nei pressi delle <strong>spiagge desertiche di Piscinas </strong>e prosegue per oltre sessanta chilometri, lungo antichi camminamenti di pastori e carbonai, sino a raggiungere le <strong>località di Masua e Nebida</strong>, note per l’<strong>ex miniera di Porto Flavia </strong>e per una laveria in mattoni e pietra con scorci suggestivi, sul <strong>ciclopico faraglione di Pan di Zucchero</strong>, alto 132 metri.</p>
<p>Il trekking è lungo, ma per chi volesse effettuarlo a pezzi è consigliabile iniziarlo a <strong>Buggerru </strong>nei pressi della <strong>Galleria Henry </strong>e del villaggio “fantasma” di <strong>Planu Sartu</strong>. Al tour non può mancare la visita di <strong>Porto Flavia</strong>, la straordinaria opera ingegneristica costruita su progetto dell’ingegnere Cesare Vecelli tra il 1922 e il 1924. La sua realizzazione fu conseguenza degli alti costi di trasporto legati al materiale estratto e all’uso di carri, barche a vela (<em>galanze</em>) e alla necessaria manodopera: il motivo che spinse Vecelli a brevettare un nuovo sistema capace di movimentare meccanicamente il minerale. Tale impianto sfruttava speciali carrelli su rotaia che, collegati ad aree di stoccaggio, terminavano la corsa su alcune griglie poste a strapiombo sul mare. Queste ultime aprendosi facevano defluire il materiale sulle stive delle navi che, posizionate al di sotto, una volta caricate, partivano verso il continente.</p>
<p>Sebbene la miniera fosse nota già nel 1600, l’inizio dell’attività risale a metà del XIX secolo, mentre è del XX secolo la modernizzazione a impianto industriale. Tuttavia, nonostante l’impiego di oltre 700 maestranze e il passaggio alla società belga <em>de la Vieille Montagne</em>, iniziò una fase di declino che portò alla cessazione dell’attività. Per chi ama i viaggi zaino in spalla, la Costa Verde ha in serbo altre sorprese: come la <strong>spiaggetta di Cala Domestica</strong>, un fiordo di rara bellezza che si trova a sud di Buggerru. Attraverso una galleria scavata dai minatori si accede a una piccola spiaggia denominata “<strong>La Caletta</strong>”. Qui il mare ha un colore verde smeraldo, il fondale è riempito da una sabbia finissima e sullo sfondo troneggia una torre spagnola d’avvistamento.  Caratteristiche che ne fanno un angolo di paradiso che in passato è già stato utilizzato come location per set cinematografici.</p>
<p>Un’altra meta da  non perdere sono le <strong>dune di Piscinas </strong>che ricordano le immense distese sahariane. Alte fino a sessanta metri e modellate dal maestrale, sono formate da spiagge di sabbia dorata lambite da un mare cristallino. Al <strong>lido di Scivu </strong>si arriva dall’alto, percorrendo una pensilina di legno che poi si affaccia su una delle spiagge più belle e selvagge della Sardegna. Sul bagnasciuga è possibile noleggiare canoe, pattini e gommoni mentre sull’arenile ci sono due chioschi e un servizio di affitta ombrelloni e sdraio.</p>
<p>Non molto lontano si può visitare l’<strong>antico borgo minerario di Ingurtosu </strong>che addietro costituiva una delle miniere più importanti della Sardegna dove si estraevano piombo, zinco e argento. È strano ma fino agli anni ’60 ospitava 6.000 persone; oggi è un villaggio abbandonato. Una passeggiata ci fa scoprire il suo fascino, in particolare rimaniamo colpiti dal bel palazzo denominato il “<strong>Castello</strong>”, un tempo sede della direzione della miniera.</p>
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<p><strong>Montevecchio </strong>è un altro sito minerario che s’incontra nelle <strong>montagne dell’Arburese</strong>, fino a cinquant’anni fa costituiva una delle realtà industriali più importanti d’Europa, dando lavoro a più di 2.000 operai. Oggi è una città semi fantasma dove vivono 300 persone o poco più; propone un tuffo nel passato quando uomini e attrezzi scavavano il filone bronzo-zincifero. La storia del giacimento è documentata nel 1628 quando Giacomo Esquirro iniziò le attività di scavo. Viceversa nel 1848 Giovanni Antonio Sanna, dopo essersi aggiudicato la nuova concessione, costruì l’attuale paese. La crisi finanziaria del 1929 colpì duramente la produzione e in seguito, dopo alcuni passaggi societari, si arrivò nel 1991 alla chiusura definitiva. Dopo anni di silenzio, l’impianto è stato riaperto al pubblico proponendo visite guidate ai complessi di archeologia industriale e alla ex palazzina della direzione, oggi trasformata a museo. Altresì offrendo la possibilità di ammirare le abitazioni degli ex dipendenti, l’ex ospedale, gli ex alberghi, l’ex complesso liberty della foresteria e infine le vecchie scuole.</p>
<p>Ma per scoprire l’atmosfera di queste terre non c’è cosa migliore che salire su qualche vetta, le montagne dopotutto regalano occasioni per vivere la natura e per godere di panorami inconsueti che ripagano dagli sforzi di salita. Il <strong>Monte Arcuentu </strong>ne è la conferma: dalla sua vetta si gode un panorama a 360 gradi sull’entroterra e sul tratto di costa. Una cima selvaggia incastonata in una lunga linea di creste vulcaniche che presentano le forme più aspre e strane. Il massiccio risale all’era Cenozoica ed è formato da vere e proprie muraglie di pietra squadrata e liscia. Sull’Arcuentu sopravvive un bosco primario di lecci, inoltre si trovano i resti di un antico maniero.</p>
<p>Quello che segue è il racconto della  nostra ascensione, un viaggio poi proseguito a <strong>Carloforte</strong>. Pernottiamo all’agriturismo “La Cresta”. La nostra stanza affaccia sul verde, mentre in lontananza si vede il mare; la sera, seduti sulla terrazza, godiamo del cielo stellato. Il luogo è selvaggio e regna la pace più assoluta. I gestori <strong>Sergio, Lucilla e il figlio Giacomo </strong>pensano a tutto rendendo il nostro soggiorno speciale. A colazione Giacomo ci prepara delle torte e dei biscotti e come se non bastasse ci serve la ricotta e la marmellata fatta in casa. Le cene &#8230; beh, quelle sono speciali! Tornando dalla spiaggia mangiamo a tavola con Sergio e Lucilla in un clima molto familiare. Nelle diverse serate ci vengono offerti dei piatti irripetibili, come il capretto allo spiedo, il cinghiale e il cardo selvatico Quest’ultimo una squisitezza che qui si serve come antipasto.</p>
<p>Sergio è un uomo d’altri tempi che trasuda valori e tradizioni, ci mostra come mungere una pecora o come produrre la ricotta. E mentre ci offre un buon bicchiere di mirto dà prova della proverbiale ospitalità sarda, che in questa famiglia è cosa antica e diffusa. L’indomani, su consiglio di Sergio, decidiamo di salire il Monte Arcuentu alto 785 metri. Dopo aver studiato l’itinerario di salita, percorriamo la mulattiera che ci porta in direzione delle creste. Purtroppo il sentiero non è tracciato e ogni tanto ci fermiamo per mettere qualche “omino” di pietra affinché non ci siano sorprese al ritorno nel caso scendesse la nebbia.</p>
<p>Dopo esserci inventati il percorso raggiungiamo l’Arcuentu dove troviamo alcuni altari e un crocifisso in ricordo del frate Nazareno che nell’estate del 1987 si ritirò sulla cima per 15 giorni. Le gambe vengono messe a dura prova ma qui ci aspetta il meritato riposo all’ombra di una diffusa lecceta. La stanchezza lascia posto alla bellezza, appena godiamo del panorama sulle aree minerarie e del lunghissimo tratto di costa. Narrano le leggende che la montagna, dalla cima a forma di arco, non sia altro che la testa di un guerriero proveniente dall’Africa e che proprio quassù sarebbe stato edificato un tempio in onore di Ercole, il famoso eroe greco noto per la sua forza. Nel complesso il trekking è facile e dà la possibilità di osservare cervi e rapaci.</p>
<p>Per concludere il viaggio visitiamo la cittadina di Carloforte, situata sull’<strong>Isola di San Pietro</strong>, a circa 50 km dalla Costa Verde, che assieme alla vicina <strong>Isola di Sant’Antioco </strong>e altri isolotti fa parte dell’<strong>arcipelago del Sulcis</strong>. Qui si parla il tabarchino, un dialetto simile al genovese, ancora parlato dall’87% degli abitanti. Questo patrimonio linguistico affonda le radici nel ’500, quando 300 famiglie pegliesi migrarono nell’isola di Tabarca dell’odierna Tunisia. Nel 1737 fu chiesto al re di Sardegna, Carlo Emanuele III, di farli rientrare e di destinarli ad alcune isole, tra cui quella di San Pietro, allora disabitata. Così, quando la raggiunsero, fondarono la città di Carloforte.</p>
<p>Molti studiosi si sono occupati di questa lingua, ma anche il cantautore Fabrizio De Andrè che proprio qui compose il   capolavoro <em>Creuza de mà</em>. La vacanza è finita, inutile dire che la mente è già alla prossima isola da visitare!</p>
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		<title>Il paese delle meridiane</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/il-paese-delle-meridiane/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michele Tomaselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Apr 2019 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TURISMO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Grande festa il 27 e 28 aprile</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Domenica 28 aprile 2019 Aiello del Friuli </strong>ospiterà <u><a href="http://www.imagazine.it/eventi/27752" target="_blank" rel="noopener">la diciannovesima <strong>Festa delle Meridiane</strong></a></u>, con un programma ricco di incontri, mostre, mercatini, esposizioni, giochi popolari e spettacoli. Dopo un lungo lavoro di ricerca, il Comune di <em>Dael </em>(in friulano, <em>ndr</em>), che per secoli fu controllato dagli Asburgo, assurgendo a salotto buono della <em>Belle Epoque </em>ma poi ridimensionato dall’annessione all’Italia, è rifiorito grazie a un’elegante iniziativa. Un progetto ideato per riportare in vita gli orologi solari coinvolgendo l’intera cittadinanza, diverse abitazioni e ben 65 artisti.</p>
<p>La meridiana (o orologio o quadrante solare) non è altro che uno strumento col quale si può misurare lo scorrere del tempo, tramite l’ombra generata dal sole, proveniente da un bastoncino, noto come <strong>gnomone</strong>. Esistono meridiane di diversa forma: orizzontale, verticale, equatoriale, a dittico, a elevazione, a riflessione. In un susseguirsi di creazioni e sperimentazioni, il loro innesto ha mutato scenari di vie e piazze, creando suggestivi e fecondi sodalizi tra l’architettura, la scultura e la pittura. Sono diversi i modelli dipinti o scolpiti sulle facciate delle case e che presentano motti dedicati al sole, al tempo e alla vita e che inoltre, grazie a particolari scritte in italiano, friulano, latino, greco e arabo, inducono l’osservatore alla riflessione filosofica. Un repertorio iconografico singolare, dalle svariate forme, unico e incomparabile: studiato peraltro su ogni singolo edificio.</p>
<p>Oggi, grazie al <strong>Circolo culturale Navarca </strong>e al suo presidente <strong>Aurelio Pantanali</strong>, Aiello ha conquistato la fama di “<strong>paese  delle meridiane</strong>”, un patrimonio gnomonico ricchissimo che annovera <strong>oltre 100 meridiane </strong>(circa una ogni venti abitanti), ma il numero è in continua crescita. Non esiste nessun luogo al mondo che presenta tanti orologi solari in uno spazio così contenuto.</p>
<p>La presenza è tale da poter organizzare dei veri e propri itinerari alla loro scoperta. Motivo per cui il paese viene idealmente <strong>diviso in sette zone</strong>. La zona 1, chiamata “Banda Crauì”, lungo le vie Marconi, Alfieri e Casa Bianca ne include 12; la zona 2, detta “La Vila”, vicino alla Chiesa, ne annovera 11, tra cui la particolare <strong>sfera armillare</strong>; la zona 3, soprannominata “Borc dai Fraris”, tra via Battisti e via dai Fraris ne registra 10; la zona 4, denominata “Pascut”, tra via Petrarca e via Alighieri ne contiene 33, di cui 20 inserite nel <strong>Museo della Civiltà Contadina del Friuli Imperiale</strong>; la zona 5, nominata “Moravissa”, ne accoglie 12, distribuite tra via Manzoni e via Cavour; la zona 6, denominata “Banda Uànis”, ne comprende 15 lungo via Cavalleria, tra cui il <strong>complesso gnomonico Meridiana Universale</strong>; infine la zona 7, detta “Uànis”, nella frazione di Joannis, ne custodisce 15.</p>
<p>Ma da dove nasce questa peculiarità? In realtà non è mai esistita una tradizione storica e tutto è nato, un po’ per caso, quando agli inizi degli anni Novanta i <strong>professori Franco e Carlo Bressan</strong>, grazie al coinvolgimento di alcuni studenti, realizzarono sul muro della scuola il primo quadrante solare (anche se in realtà il primato spetta al mulino Brandis o Sardon nell’800). Successivamente Carlo ne costruì altri: uno a <strong>Molin Novacco </strong>e l’altro sulla <strong>cantina Perini</strong>. Fino a giungere al 1993, quando Aurelio Pantanali, incuriosito e allo stesso tempo attratto dalle meridiane, decide di realizzarne una, sulla casa di famiglia, dovendola dipingere. A questo punto, dopo averla completata, la gente inizia a fermarlo, proponendogli di realizzarne anche delle altre sui muri di abitazioni private.</p>
<p>Tra le richieste pervenute anche quella di <strong>Andrea Bellavite </strong>(l’attuale sindaco) che gli commissiona una per la canonica. D’allora, grazie al Circolo culturale Narvarca, ai cittadini, a tanti artisti e gnomonici di tutta la regione, si è costituito un progetto artistico, sociale e culturale di ampio respiro, che ha trasformato Aiello nel “paese delle meridiane”.</p>
<p>Per dare continuità al piano di lavoro, nel 2001 è stata istituita la Festa delle Meridiane, che propone diverse iniziative, tra cui l’assegnazione del premio per la migliore nuova meridiana dell’anno. Un appuntamento immancabile per poter esplorare questo luogo del tempo.</p>
<p>Info: <u><a href="http://www.ilpaesedellemeridiane.com" target="_blank" rel="noopener"><strong>www.ilpaesedellemeridiane.com</strong></a></u></p>
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		<title>Una perla nell&#8217;Adriatico</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/una-perla-nelladriatico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michele Tomaselli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Apr 2019 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TURISMO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=29195</guid>

					<description><![CDATA[<p>L'isola di Unije</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/29083-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/una-perla-nelladriatico/">Una perla nell&#8217;Adriatico</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Esistono delle isole da scoprire, luoghi dove la modernità e la tecnologia faticano ad arrivare, nonostante ci siano solo pochi chilometri a separarle dall’Italia. I nostri occhi sono puntati sull’arcipelago chersinolussignano, a sud della penisola istriana, dove si distingue un’isola su tutte che è <strong>Unije</strong>.</p>
<p>Qui l’esistenza scorre lenta, scandita dall’alba e dal tramonto, al ritmo di gesti e tradizioni dettati dalla vita del mare e dalla presenza di una macchia mediterranea incontaminata. Le strade sono quelle di un tempo e le autovetture sono bandite: camminare e andare in barca diventano i modi migliori per trascorrerci una vacanza. Il suo unico villaggio, adagiato sotto il <strong>monte Kalk</strong>, è costellato da strade che s’inerpicano tra il verde degli uliveti e dei querceti. Questo abitato prende il nome della stessa isola ed è costituito da un centinaio di case, forse duecento o poco più: decisamente troppe &#8211; si potrebbe dire &#8211; per ospitare un’ottantina di residenti fissi. Ma il nostro dubbio è presto fugato, perché agli inizi del Novecento questo paesello di pescatori era popolato da più di 800 persone, mentre in seguito, a causa di emigrazioni negli Stati Uniti, buona parte dei suoi abitanti si trasferì a New York alla ricerca di condizioni di vita migliori. Impossibile raccogliere testimonianze sulla vicenda, mentre scopriamo che qui ancora sopravvive il ricordo della dominazione italiana, quando l’Istria faceva parte del Regno d’Italia. Tutt’oggi ne è prova il dialetto parlato, anche se contiene influssi di altre lingue, derivate dagli Stati che hanno controllato l’isola: da Venezia all’Impero Ottomano, dall’Italia alla Jugoslavia, fino all’odierna Repubblica croata. Inoltre, in tempi più recenti, è stato reintrodotto l’insegnamento dell’alfabeto glagolitico nella piccola scuola elementare, oggi frequentata da appena 3 bambini. L’antico logogramma del popolo slavo nacque dalla stilizzazione dei caratteri corsivi greci verso la metà del IX secolo, grazie al suo creatore San Cirillo.</p>
<p>Così, appena sbarcati, non è fuori luogo vedere una scritta incomprensibile sul molo, che ci dicono significare proprio Unije in glagolitico. Di sicuro suscita la curiosità dei turisti che qui arrivano sempre più numerosi alla ricerca di strutture ricettive; ed è per questo motivo che molte delle antiche abitazioni sono state rimodernate, preservando le caratteristiche costruttive tipiche dell’isola. Come la dislocazione urbanistica, distribuita parallelamente al porto, con la forma di un anfiteatro a mezza luna, mantenendo peraltro la flora locale come il rosmarino, i fichi e le palme. Non c’è da stupirsi se nei mesi di luglio e agosto l’isola si riempie, dando ospitalità a più di cinquecento persone tra emigrati e diversi turisti alla ricerca di relax e natura in mezzo al profumo dell’elicriso, al mare cristallino e alle insenature.</p>
<p>Queste casupole di pietra e legno non hanno neanche l’acqua corrente e possono contare solo sulle cisterne di acqua piovana. Analogamente ci sono i serbatoi pubblici che vengono riforniti periodicamente con una grossa nave cisterna. Una sicurezza in più, ci dicono, per far fronte ai lunghi periodi di siccità. Per questo motivo bisogna preservare le risorse idriche, evitando il più possibile gli sprechi.</p>
<p>Difficile vivere qui, anche perché Unije è molto isolata: lo sanno bene i pochi giovani residenti che per proseguire gli studi devono recarsi fino a <strong>Lussino</strong>, una volta terminata la scuola elementare. Ogni mattina li attende una lunga traversata in nave di oltre un’ora. Al ritmo lento del camminare, nelle vie del borgo scopriamo la presenza della <strong>chiesa di Sant’Andrea </strong>col suo alto campanile, un market, una posta, un panificio e una pasticceria che funge da punto di ritrovo; mentre per dormire individuiamo numerose <em>guest house</em>. Viceversa per gustare i sapori del mare ci sono due ristorantini: la <em>konoba </em>in riva al mare, dove è possibile gustare il pescato del giorno e godere del tramonto, e il consigliatissimo locale (anche affittacamere) di <strong>Romanela Gicić</strong>, ubicato in mezzo a un intricato dedalo di viuzze e case di pietra, in un suggestivo insieme di nicchie e rientranze. Qui vengono preparati piatti di pesce, ma anche grigliate di carne e magari la nota <strong>cucina alla peka </strong>(sotto la campana), il piatto più famoso del litorale: un arrosto che si prepara con carne o pesce e verdure varie in una teglia con coperchio a campana, il tutto cotto sulle braci.</p>
<p><a href="http://imagazinevideotruck.it/outlet/relink.html" target="_top" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" align="LEFT" height="250" src="http://imagazinevideotruck.it/outlet/outlet30.gif" width="300" alt="outlet30" title="Una perla nell&#039;Adriatico 12"></a></p>
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<p>Ma a Unije ci sono anche una biblioteca con annesso centro di lettura, un piccolo aeroporto per voli privati e commerciali (che collega Unije all’aeroporto di <strong>Lussinpiccolo</strong>, anche se attualmente è chiuso fino a data da destinarsi) e una piccola infermeria per l’assistenza medica di base, anche se per curarsi è spesso necessario spostarsi sulla vicina isola di Lussino, utilizzando una barca a motore, sempre pronta in caso di emergenze.</p>
<p>Questi edifici isolani sorprendono perché sono più larghi che lunghi, orientati verso ovest, non hanno spioventi e presentano dalle tre alle sei finestre sul lato verso il mare. Ma anche il porto ha una sua particolarità e così in caso di brutto tempo costringe le navi a ripiegare nella <strong>baia di Maračuol</strong>, nella parte orientale dell’isola, poiché non sarebbe sicuro attraccare dinnanzi al paese, in mare aperto. Nel bel mezzo di questa insenatura di ripiego si trova l’ex fabbrica per la lavorazione delle sardine e dei calamari, che all’epoca del Regno d’Italia prendeva il nome di “Arrigoni”.</p>
<p>Un’industria che ha funzionato fino al 1963 e che dava lavoro a oltre 60 persone fintantoché fu trasformata in una caserma di frontiera dell’ex esercito jugoslavo. Poco fuori dall’abitato, invece, si trova una spiaggetta dedicata agli amanti dell’abbronzatura integrale, celata tra gli scogli e a cui si accede attraverso un sentiero non proprio agevole. Una folta vegetazione la ricopre di alberi e spianate di lavanda e rosmarino. Al profumo delle erbe aromatiche si aggiunge un mare trasparente e cristallino, ideale per tuffarsi e fare <em>snorkelling</em>. La conformazione rocciosa dell’isola rende l’acqua subito molto alta e, grazie all’assenza di sabbia, consente una limpidezza del mare fuori dal comune. Il fondo è ben visibile anche a profondità di trenta o quaranta metri e i suoi colori variano dall’azzurro cristallino al verde al bianco.</p>
<p>Ma le meraviglie non sono finite qui. A sudovest del villaggio si trova la piccola <strong>penisola di Polje</strong>, una striscia di terreno molto fertile (grazie a una sorgente di acqua) che lambisce la <strong>punta Vnetak</strong>, luogo dove si trova il caratteristico faro. Una radura che peraltro offre il pascolo a numerosi animali tra pecore, capre, cavalli e vacche, ma ci stazionano pure fagiani, pernici e lepri. È qui che conosciamo <strong>Robert Nikolić</strong>, rappresentante dell’amministrazione locale, nonché referente del <strong>presidio Slow Food</strong>. Faccia larga, sguardo affabile, ci racconta che dopo anni trascorsi in mare come capitano di lungo corso e dopo aver fatto perfino parte della Nazionale croata di pesca subacquea, ha deciso di ritornare sulla sua isola, ristrutturando l’antica casa paterna.</p>
<p>Qui vive con la moglie e con i due figli. Ci propone di accompagnarlo nell’harem di vacche e vitelli della <strong>piana di Polje</strong>. Saliti su un carrello e trainati da un trattorino borbottante, da lui stesso guidato, ci avviciniamo alla mandria mansueta di “<em>boscarin</em>”, ovvero i bovini istriani della razza podolica, un tempo diffusi fino al Friuli, e che Robert ci spiega oramai ridotta a una reliquia genetica. Mentre gli dà da mangiare ci svela che nell’attuale territorio istriano ce ne sarebbero poco più di duecento, a differenza degli inizi del XX secolo, quando invece raggiungevano le sessantamila unità. Un tempo il “boscarin” era indispensabile non solo per il latte e la carne, ma anche perché veniva utilizzato come mezzo di trazione animale per la lavorazione dei campi. La reintroduzione del “boscarin” sull’isola è opera sua e, sempre grazie a lui, si è riprodotto in quasi quaranta unità. Un successo inaspettato, anche perché la carne dei capi allevati è richiesta da diversi ristoratori croati. Ma non è tutto: ci spiega che l’altro risultato ottenuto riguarda il recupero degli ulivi abbandonati dell’area meridionale di Unije, ai piedi dei pendii pietrosi del monte Kalk, grazie agli investimenti della curia e di diversi privati.</p>
<p>Anche le feste hanno rivitalizzato l’isola. Ogni 30 novembre – ma è bene accertarsene perché lo svolgimento dipende dal tempo – in occasione della <strong>festa del patrono di San Andrea</strong>, il team locale di Slow Food organizza la “<strong><em>Lignjada</em></strong>”, gara di pesca ai calamari a cui partecipano non solo barche locali, ma anche svariati turisti provenienti dalla Slovenia e dall’Italia. Il tutto si conclude con la mangiata dei calamari raccolti (di solito 60 chili) senza dover pagare una <em>kuna</em>.</p>
<p>Che cosa volere di più? Magari fare una passeggiata in stile <em>wilderness</em>. Così, decidiamo di addentrarci nell’isola. Dal paese ci sono più sentieri. Uno sale sulla collina e poi scende nella baia di Maračuol, l’altro – quello di sinistra e che prendiamo – compie il periplo meridionale dell’isola arrivando alla <strong>punta Arbit </strong>p rima e alla baia di Maračuol poi. L’inizio del trekking avviene nei pressi di un cimitero. Spinti dalla curiosità, lo visitiamo; all’interno ci sono delle tombe che riportano cognomi italiani, uno dei quali è Nadalin, diffuso anche nella bassa friulana. Successivamente, superiamo l’aeroporto, una fattoria e, dopo 40 minuti di cammino tra gli uliveti, arriviamo alla punta meridionale.</p>
<p>Davanti a noi un grande spettacolo. Si vedono le <strong>isole Canidole </strong>(Grande e Piccola, Vele e Male Srakane), <strong>Sansego </strong>(Susak) e <strong>l’isola di Lussino </strong>(Lošinj). Continuiamo lungo i muretti a secco e poi in riva al mare con i piedi nell’acqua. Il sentiero è incerto, ma dopo diversi chilometri arriva alla baia di Maračuol, unendoci al percorso che proviene dal villaggio. Sopra di noi si trova una piccola cappella, da dove si osserva una vista magnifica sull’arcipelago. Un paesaggio incantevole che si adombra lungo la vecchia strada romana che raggiunge la spiaggia di ciottoli della <strong>baia di Goligna</strong>, punto estremo a nord dell’isola. Un luogo ideale per nuotare e concludere la vacanza. Ora il viaggio è davvero finito, ma la mente è già alla prossima avventura…</p>
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