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	<title>Alberto Vittorio Spanghero &#8211; imagazine.it</title>
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	<title>Alberto Vittorio Spanghero &#8211; imagazine.it</title>
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		<title>Un secolo di biancoazzurro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Vittorio Spanghero]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Nov 2022 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Turriaco Calcio 1922-2022</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p> 	Nel 1920 i soldati italiani disputarono a <strong>Turriaco </strong>una partita di calcio “fanti contro artiglieri” in un campo ricavato alla fine dell’attuale viale Gramsci. I ragazzi del paese, come sempre accade dopo i grandi eventi dei quali sono stati entusiasti spettatori, per imitazione iniziarono a creare pure loro i primi campetti di gioco nei prati e sulle strade.</p>
<p> 	La palla non poteva che essere di stracci, ma si conoscevano già le regole del calcio moderno che iniziò subito ad appassionare i giovani. In un’intervista registrata nel 1990, Leonardo Caneva ricordava: <em>All’inizio zugavisi tuti discolsi, de marzo fin a la Cunziziòn co i ne conprava i zocui novi </em>(all’inizio si giocava tutti scalzi da marzo fino alla Concezione quando ci compravano gli zoccoli nuovi).</p>
<p> 	Poi arrivarono le “<em>papuze</em>”, qualche zoccolo e infine le scarpe militari con le suole rinforzate da stringhe.</p>
<p> 	Nel paese si formarono le prime squadrette e si organizzarono i primi incontri “rionali” fra le squadre del “Santonego”, degli “Spangari” e quella della “Cossara” che era la squadra dei contadini e dei cestai, la quale aveva come portiere un ragazzo gigantesco di San Piero, soprannominato “King Kong”. Probabilmente le squadre nacquero all’interno di gruppi o bande preesistenti: la Piazza, via Aquileia, i Casoni, le Marcite, i Mureti, al borgo de Dodo, quello de le Tartare e al logo Vec’, che spostarono il campo della competizione-scontro dalle guerre a sassate alle partite di calcio.</p>
<p> 	Gli uomini solevano trovarsi la sera sotto il “<em>bobolar</em>” per raccontarsela mentre i ragazzi di tutte le età giocavano attorno alla chiesa o facevano capannello sugli scalini della porta del campanile. Naturalmente le discussioni cadevano sul nuovo gioco e, allora come oggi, dal calcio parlato si passava a quello litigato. Una sera che la discussione stava degenerando, il parroco don Eugenio, che stava ad ascoltare, credette opportuno intervenire e dire la sua: “<em>Mi piace che facciate dello sport invece di andare in giro a fare malegrazie</em>”.</p>
<p> 	Rassicurati nel cuore e nell’animo dall’insperata approvazione del parroco nei confronti del nuovo gioco nel quale invece molti genitori vedevano una perdita di tempo e un allontanamento dal lavoro nei campi, sotto il campanile della chiesa venne presa la decisione di fondare una società di calcio.</p>
<p> 	Nel giugno 1922 si decise all’unanimità di battezzare la neo costituita società con il nome di <strong>Unione Sportiva Isonzo Turriaco</strong>. Includendo la parola Isonzo attribuito alla società, i fondatori vollero sottolineare l’intensità del rapporto affettivo che da sempre ha congiunto al fiume la “nostra” gente.</p>
<p> 	Raccolte le adesioni, la prima assemblea dei soci venne fatta sotto il campanile i primi giorni di luglio del 1922. Si procedette all’elezione delle cariche tramite votazione palese con il seguente esito: all’unanimità venne eletto primo presidente dell’USIT <strong>Anselmo Gregorin</strong>, consiglieri <strong>Marino Perco, Giuseppe Taddeo, Ottavio Spanghero, Ferrante Mulattieri e Massimo Masat</strong>. Il direttivo era composto da ragazzi giovanissimi, basti pensare che Anselmo, il presidente, aveva sedici anni. Al momento della fondazione della Società nel luglio del 1922, <strong>Nicolò Tomasella</strong>, detto “Coleto”, oste di Turriaco, lasciò in eredità alla società 1.000 lire.</p>
<p> 	La prima spesa fatta con i contributi volontari, due lire al mese, fu quella di procurarsi le maglie e il pallone</p>
<p> 	con la “spigheta”, che furono comperati a Gradisca: grande emporio della zona dove si trovava di tutto. Il colore delle maglie prescelto fu bianco-azzurro a strisce verticali, ovvero i colori del Comune. L’allenamento veniva fatto senza ginnastica preparatoria. Si chiedeva il pallone ad Anselmo e si tirava subito in porta. All’inizio le partite venivano disputate dai giocatori della stessa squadra alla sera, allo scopo di divertirsi dopo la fine del lavoro. Non esisteva la figura dell’allenatore e all’inizio la tattica di gioco era solo una: i terzini facevano rimandi lunghissimi e tutti correvano là.</p>
<p> 	Si iniziarono a giocare partite amichevoli contro i paesi vicini, perché non esistevano ancora i campionati minori. Alla fine degli anni Venti, quando la squadra riportava una vittoria, calciatori e ragazzi per le strade cantavano: “<em>Turriaco è forte davvero, batte il San Piero per due a zero e batte il Pieris per tre a uno come il Turriaco non c’è nessuno</em>”.</p>
<p> 	Nel 1922 non esistevano ancora campionati dilettanti organizzati in categorie, ma gli incontri di calcio si svolgevano solo all’interno di festeggiamenti di tipo locale o di beneficenza. I primi gironi organizzati, se così si possono definire, portano la data 1926 e sono: il <strong>girone monfalconese</strong>, composto da quattro squadre (Audax Monfalcone, Cantiere, Ronchi dei Legionari e Turriaco); il <strong>girone cervignanese</strong>, composto da sei squadre: Cervignano, San Vito al Torre, Aiello, Aquileia, Grado e Fiumicello.</p>
<p> 	Nel 1928 la Società di calcio turriachese era formata da 50 soci, di cui 12 donne. Ma durante il fascismo tutte le forme associative preesistenti vengono sciolte di forza, snaturate nella loro identità a statuto e i loro nomi cambiati. La U.S.I.T. subisce la stessa sorte, passando a quella più generica di <strong>Dopo Lavoro Turriaco</strong>. Anselmo Gregorin, primo presidente del calcio turriachese, dal carattere buono e semplice, viene sostituito d’ufficio dal veterinario <strong>Mario Malagutti</strong>, originario di Ferrara. La radio diffonde i suoi programmi e la gente ascolta i discorsi del Duce e le cronache sportive.</p>
<p> 	In questo clima lo sport in genere e il calcio in particolare vivono un momento di particolare euforia. Le vittorie dei campionati mondiali di calcio del 1934, la vittoria olimpica del 1936 e la vittoria dei campionati mondiali del 1938 coincidono con il periodo di massimo splendore dell’idea fascista. Sotto la presidenza Malagutti tutte le cariche cessarono il loro mandato istituzionale passando sotto il controllo del Partito Nazionale Fascista.</p>
<p> 	La squadra negli anni Trenta partecipa a moltissime partite nei vari tornei e gironi dove vengono realizzate una infinità di reti di cui si sono persi ormai gli autori e le trame. Alla fine di quel decennio la canzone cantata in caso di vittoria sull’aria di “<em>macchinista, macchinista daghe oio&#8230;</em>” era: “<em>E la mamma, e la mamma mi ha detto chi ha vinto al pallone è Turriaco lo squadrone che nessuno batterà&#8230;</em>”</p>
<p> 	Il 10 giugno del 1940 scoppia la Seconda guerra mondiale che di fatto mette fine alla generale euforia imperial-proletaria. Nuove parole entrano nei discorsi della gente: carta annonaria, mercato nero, rifugio antiaereo, rastrellamento, deportazione, campo di concentramento. Appena scende il buio e le strade sono deserte per il coprifuoco, milioni di italiani smarriti ascoltano alla radio il “<em>ta-ta-ta-ta</em>” dell’immortale Quinta di Beethoven, conosciuta come la “<em>Sinfonia del destino</em>”: è il segnale di Radio Londra. Nell’estate del 1944 l’U.S.I.T. aveva una squadra composta da <strong>Francesco Cergoli, Ugo Gregorin, Ottavio Dreossi, Antonio Nonis, Lino Clama, Orlando Fabbro, Angelo Spanghero, Mario Furioso e Marino Minin </strong>che militò con il Siena in Serie B e che morì come partigiano nella Guerra di Liberazione.</p>
<p> 	L’angoscia dell’attesa dura, per la gente bisiaca, fino al 1° maggio del 1945 con l’arrivo nel territorio di Monfalcone delle truppe Anglo-Americane. Alla fine degli anni Quaranta venne eletto presidente dell’U.S.I.T. <strong>Giovanni Reatti</strong>. Con segretario <strong>Lino Farfoglia </strong>e <strong>Angelo Tomasella </strong>tesoriere, che rimasero in carica per più di vent’anni.</p>
<p> 	Da allora l’U.S.I.T. è stata per Turriaco un punto di riferimento per intere generazioni di giovani, ma soprattutto ha regalato una intensa vita sportiva fatta non solo da grandi gioie, ma anche da cocenti delusioni.</p>
<p> 	L’U.S.I.T. inoltre è stata una fucina di talenti sportivi che per un secolo ha sfornato calciatori che hanno militato nelle serie nazionali di A, B e C dando lustro, conoscenza e onore a tutta la comunità turriachese in generale e quella bianco celeste in particolare.</p>
<p> 	In tutto questo, molti meriti e un sincero ringraziamento deve essere reso pubblicamente non solo ai dirigenti attuali ma anche a quelli del passato che sacrificarono affetti e risorse personali, offrendo “<em>un raro esempio di passione sportiva, di oculata gestione economica, di generosa abnegazione, di ricchezza di sentimenti semplici, forse ai nostri giorni non facilmente ripetibili</em>”.</p>
<p> 	Questa breve ricerca è stata resa possibile grazie ai contributi di <strong>Mario Furioso, Livio Tonca e Raffaele Zorzi</strong>.</p>
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		<title>Le poste nel Monfalconese</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/le-poste-nel-monfalconese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Vittorio Spanghero]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Feb 2020 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalla Serenissima a oggi</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Al tempo della Serenissima la Repubblica percepiva, oltre ai proventi dell’appalto dato alla compagnia dei corrieri veneti, anche il dazio su ogni lettera trasportata. L’utente, a seconda della destinazione, aveva la possibilità di scegliere tra le Poste di Vienna e quella dei corrieri veneti. Il trasporto della corrispondenza veniva fatto per mezzo della diligenza o di corrieri a cavallo. Il tragitto che più interessava il territorio era quello che da Trieste andava a Venezia via terra.</p>
<p>Aveva una lunghezza di 119 miglia venete, 207 km, e attraversava sedici stazioni di posta. Questo servizio riusciva a coprire una vasta area che comprendeva le città di <strong>Trieste, Gorizia, Palmanova, Pordenone, Treviso, Mestre </strong>e naturalmente <strong>Venezia</strong>. Venivano servite inoltre, <strong>Gradisca, Monfalcone, Codroipo, Udine, Sacile </strong>e <strong>Conegliano</strong>.</p>
<p>Tra il monfalconese e il goriziano uffici postali erano dislocati anche nei paesi di <strong>Sagrado, Romans, Visco e Nogaredo </strong>luogo dove si superava il <strong>torrente Torre </strong>al famoso “Passo” e dove era stato fissato il cambio dei cavalli. Alla fine del ’700, mentre a Gorizia c’era un “Supremo ufficio di posta”, cui facevano capo diverse località, venne aperta una nuova corsa postale tra Trieste e Venezia con la costruzione della <strong>nuova strada che dal Vallone risaliva a Doberdò e raggiungeva poi Sagrado</strong>. Questa strada fu ideata con l’intento precipuo di evitare che le merci che dalla Carinzia scendevano a Trieste potessero attraversare il territorio veneto di Monfalcone.</p>
<p>Ogni città o paese doveva provvedere alla manutenzione delle strade di maggiore importanza, per togliere, come si legge in una relazione dell’epoca “<em>Li preacennati staloti letami et aquedoti immondi</em>”. La ripartizione dei tratti stradali da mantenere puliti era calcolata in base alla popolazione e agli animali da tiro dei singoli comuni.</p>
<p>La tariffa postale veniva pagata dal destinatario e variava in proporzione della distanza e del peso della lettera. Nel 1806 funzionava un <strong>servizio di collegamento marittimo-fluviale tra Venezia e Trieste </strong>con le soste intermedie di Duino, San Canzian, Grado, Porto Nogaro, Lignano, Caorle, Iesolo e Venezia.</p>
<p>Non ci è dato di sapere se, oltre al trasporto delle merci e dei passeggeri, in questo servizio venissero trasportati anche plichi postali. Difficile stabilire una datazione che possa indicare l’apertura o quantomeno l’esistenza di un ufficio postale nel Monfalconese risalente al periodo veneto. Gran parte degli studiosi di storia postale però sono concordi nell’indicare <strong>l’anno 1809 come la data più probabile della presenza di un ufficio postale a Monfalcone </strong>con la comparsa di un timbro recante la dicitura “MONFALCON – ILLYRIE” a testimonianza che in quel periodo tutto il territorio faceva parte delle Province Illiriche di napoleonica memoria e Monfalcone era uno dei capi comune.</p>
<p>La situazione politica instabile del periodo napoleonico e il cambiamento continuo delle linee di confine fra Stati &#8211; il cui attraversamento era occasione di abusi da parte dei doganieri e dei postiglioni &#8211; erano spesso causa di incomprensioni e dissidi. Il susseguirsi delle guerre napoleoniche portò brevi interruzioni al servizio postale, che terminarono nel 1813, quando, con il ritorno dell’Austria, venne fatta una ristrutturazione generale del servizio stesso, che decretò la fine di parecchie stazioni di posta del periodo veneto.</p>
<p>Il Monfalconese nel 1823 entrò a far parte integrante della Contea di Gorizia e Gradisca. Da quella data incominciò un lungo periodo di prosperità e pace, interrotto bruscamente nel 1914 con lo scoppio della Prima guerra mondiale. Negli anni Trenta dell’Ottocento si iniziarono i lavori per la costruzione di una nuova imponente rete stradale e per il potenziamento di quella vecchia. Il servizio postale venne riorganizzato e diventò uno strumento pratico e utile per tutti i cittadini. La strada che collegava Trieste con Udine venne chiamata con il nome di “Triestina”, quando nel 1847 la diligenza impiegava 12 ore per coprire l’intero percorso, mentre il tratto Treviso, Udine e Gorizia continuò a chiamarsi “Maestra d’Italia”, che corrisponderebbe nella prima parte del suo percorso all’attuale Statale 13 Pontebbana.</p>
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<p>Verso la metà del secolo la tariffa incominciò a essere pagata dallo speditore per mezzo del francobollo. Questa importante innovazione viene confermata a livello locale dalla presenza della lettera che il fonditore di Campane Sebastiano Broili di Udine spediva, via Monfalcone, “<em>Al Molto Reverendo Capellano Curato di Turiacco</em>” il 16 dicembre 1850, tuttora visibile in un archivio privato. Che le poste allora funzionassero davvero e non si trattasse solo di una diceria viene dimostrato dal fatto che la lettera in questione arrivò puntualmente a Monfalcone il giorno 17 dello stesso mese e probabilmente recapitata a Turriaco nel medesimo giorno.</p>
<p>Al posto delle amministrazioni postali superiori subentrarono nel 1850 le Direzioni postali, di tipo provinciale, dipendenti dal Ministero del commercio. La Direzione postale di Trieste comprendeva la Carniola e il Litorale con Gorizia e Gradisca. Al settore postale fu unito quello telegrafico e più tardi quello telefonico. Per questi servizi fu sempre competente l’ispettorato telegrafi co di Trieste. Gli organismi locali incaricati del servizio postale e telegrafico portavano le denominazioni di Ufficio Postale e Telegrafico. Negli uffici postali lavoravano impiegati pubblici mentre, per il settore telegrafico e non erariale il servizio era affidato a persone prive di rapporto con lo Stato.</p>
<p>Nel <strong>1860 </strong>venne aperta la <strong>linea ferroviaria Trieste-Monfalcone-Gorizia-Cormons</strong>, alla quale nel <strong>1894 </strong>venne allacciata la <strong>linea Monfalcone-Cervignano </strong>con la <strong>costruzione a Pieris di un ponte in ferro </strong>per l’attraversamento dell’Isonzo, che mise Trieste più direttamente in comunicazione con il Cervignanese e Grado. Alla costruzione di questo tratto ferroviario, lungo poco più di 18 km, seguì quella fra Cervignano in Austria e San Giorgio di Nogaro in Italia, che avvicinò di molto l’economia triestina a quella italiana. Il tutto richiese poi in tappe successive il completamento con una linea diretta Trieste-Venezia.</p>
<p>Il tratto Monfalcone-Cervignano, elaborato dagli ingegneri Giacomo Antonelli e Giulio Dreossi, e inaugurato il 10 giugno 1894, fu sovvenzionato con una prescrizione d’imposte a carattere privato fra i comuni del territorio interessati dall’opera per complessivi 22.349,89 fiorini.</p>
<p>L’intero capitale venne suddiviso in obbligazioni di 1.000 fiorini cadauna, che i Comuni interessati furono obbligati ad acquistare per rendere possibile la realizzazione dell’opera. Dopo la Grande Guerra il tratto della ferrovia privata “Friulana” venne confiscato dal governo italiano. Con l’apertura di queste due linee, tutto l’apparato postale si dovette adeguare alla nuova realtà con la spedizione dei dispacci non più per via stradale, ma quasi esclusivamente per via ferroviaria. <strong>Nelle stazioni ferroviarie di Monfalcone, Ronchi Nord e Sagrado veniva raccolta la corrispondenza da apposite cassette provenienti da tutta la Bisiacaria</strong>, che veniva poi smistata e timbrata nei vagoni postali in movimento appositamente attrezzati. In seguito questo servizio proseguì sulla tratta Monfalcone-Cervignano, dove <strong>la raccolta avveniva nelle stazioni di Ronchi Sud, Pieris, Villa Vicentina, Scodovacca, Cervignano, Aquileia-Belvedere e Grado</strong>.</p>
<p>Nel 1900 venne aperta una collettoria postale a Turriaco e nel 1903 un’altra a Begliano. L’incarico della raccolta e dell’inoltro della corrispondenza fi no al 1908, venne affidato a Gasparo Clemente di Turriaco che faceva anche l’agente per le Assicurazioni Generali. Successivamente tale incarico venne affidato a Giacomo Gregorin che lo ricoprì fino al 1912. In quell’anno, infatti venne aperto un ufficio postale anche a Turriaco. Il primo maestro di posta di Turriaco a tutti gli effetti fu la signorina Maria Ferluga con la qualifica di dirigente.</p>
<p>Con gli anni <strong>si formò una fitta rete di uffici postali </strong>che andava dalle grandi città ai piccoli centri rurali; questo fatto suggerì l’idea di affidare alla posta vari servizi bancari, quali i depositi a risparmio e i conti correnti, i pagamenti e la riscossione a distanza per mezzo dei vaglia postali. I collegamenti fra Stati vennero regolamentati da convenzioni internazionali. Questo fino all’inizio del XX secolo.</p>
<p>L’ufficio postale e telegrafico di Ronchi fu aperto nel 1870, quello di Pieris fu istituito nel 1885 con l’intento di servire anche i paesi di Turriaco, San Canzian e Papariano, mentre l’istituzione di quello di San Pier d’Isonzo, un tempo servito da quello di Sagrado, risale al 1898. L’ufficio postale di Fogliano fu attivo dal 1915, mentre quello di Staranzano lo era già dal 1913. Quello di Turriaco fu aperto tra il 1900 e il 1903 come collettoria (le collettorie postali venivano istituite in quei paesi dove il traffico postale era troppo modesto per giustificare l’apertura di un ufficio vero e proprio). Le collettorie, numerosissime il tutto lo Stato austriaco, venivano affidate a persone non di ruolo, ma di riconosciuta onestà solo dopo che queste avevano prestato giuramento di fedeltà allo Stato. Le collettorie avevano il compito di raccogliere la corrispondenza e portarla presso l’ufficio postale più vicino per la spedizione (riferimenti storici tratti da: Giorgio Cerasoli, <em>Quando le poste funzionavano davvero</em>, Il Territorio n° 14, e da Stefano Perini, <em>S</em><em>trade e Poste nel secolo XVIII..</em>. ALSA, Rivista storica della Bassa Friulana Orientale, n° 2, gennaio 1989).</p>
<p>Nel 1885 venne istituito per la prima volta a Turriaco il servizio di portalettere a piedi con partenza della gita dall’ufficio postale di Pieris. A ricoprire questo incarico venne assunto Luigi Spanghero in qualità di Agente Distributore delle Poste Austriache. Sicuramente fin dal periodo napoleonico esisteva per ogni paese della Bisiacaria una persona incaricata di eseguire abitualmente commissioni o di effettuare, oltre al trasporto di merci da un paese all’altro, anche quello dei plichi postali.</p>
<p>Naturalmente a queste persone, chiamate procaccia, veniva affidato anche il compito di raccogliere la corrispondenza nelle località loro affidate e di portarla all’ufficio postale competente. Gli uffici ai quali appoggiarsi erano quelli di Monfalcone, Sagrado e Ronchi. A Luigi subentrò in qualità di postina a Turriaco nel 1911 la figlia Caterina “<em>la Catina de la posta</em>” (1877-1965), che svolse il servizio sotto l’amministrazione austriaca fino al maggio del 1915, quando Turriaco venne occupata dall’Esercito Italiano. Infatti, da quella data, il servizio postale della Bisiacaria occupata dall’Esercito Italiano era limitato ai civili ancora rimasti nel territorio e veniva sbrigato dalla posta militare dalla 27^ Divisione con sede a Ronchi. La corrispondenza diretta ai familiari combattenti austro-ungarici invece veniva fatta recapitare attraverso la Croce Rossa Svizzera.</p>
<p>Tutta la corrispondenza in partenza subiva il controllo della censura sia da parte italiana che da quella austriaca. Il 12 agosto 1916, il Commissario Militare ten. Nicolangelo Di Tullio, riconfermava Caterina Spanghero portalettere per il paese di Turriaco. Sicuramente disposizioni del genere furono adottate anche in tutti i paesi occupati del Monfalconese, del Cervignanese e in quelli del Gradiscano-Cormonese.</p>
<p>A seguito del conflitto e del relativo disfacimento dell’impero asburgico il Monfalconese passò all’Italia adeguandosi senza troppe difficoltà al sistema postale italiano. Sotto l’amministrazione italiana Caterina continuò il proprio lavoro fino ai primi anni Cinquanta quando ormai ultra settantenne andò in pensione. Vestita di nero con il fazzolettone sulla testa con o senza il sole e con la bolgetta di pelle a tracolla, senza mai mancare un giorno, la “mitica” Caterina, ormai diventata elemento tipico del paesaggio turriachese, svolgeva il proprio servizio con pioggia, neve, vento e sempre a piedi: infatti lei non sapeva andare in bicicletta. <strong>Fino a tutti gli anni Cinquanta il portalettere rurale veniva assunto anno per anno dalla direttrice dell’ufficio</strong>, la quale autorizzava anche la fruizione delle ferie, dopo che il portalettere stesso aveva garantito la sua sostituzione con una persona di fiducia, della quale doveva rispondere assumendosi la responsabilità del servizio. Non esistevano contributi e non esistevano assicurazioni per incidenti o malattie. I sindacati erano lontani “a da venire”.</p>
<p>Il postino di una volta veniva considerato dalla gente un tramite per poter comunicare con parenti e amici e, specie nei tempi di difficoltà come le guerre, era una persona con la quale confidarsi e scambiarsi notizie di vario genere. <strong>Il portalettere oltre al servizio postale faceva delle piccole commesse </strong>quali portare le pensioni in casa, procurare documenti, comperare le medicine in farmacia per i malati impossibilitati e altre cose. Allora era così.</p>
<p>Il figlio di Caterina, Giovanni (1901-1979), fece il postino dal 1922 al 1966, coprendo da solo in bicicletta una zona formata dai paesi di Pieris, Begliano e San Canzian. L’altro figlio di Caterina, Terzo, fece il postino a Turriaco per più di 10 anni, sostituito dalla cognata Giuseppina Jacumin, originaria di Aquileia. I figli di Giovanni, Vittorio e Alma, lavorarono in posta il primo come portalettere per 36 anni, la seconda come impiegata per 40. Il figlio di Alma, Andrea, lavora attualmente come portalettere in provincia di Udine. Le generazioni della famiglia Spanghero che lavorarono per le poste prima austriache e poi quelle italiane furono cinque. La famiglia Spanghero risulta essere, per continuità del servizio nelle Poste Italiane, la <strong>più longeva della provincia di Gorizia</strong>.</p>
<p>Il primo maggio del 1920 venne riaperto l’Ufficio Postale di Turriaco. Rinchiuso per scarso movimento nel 1923 l’ufficio venne riaperto definitivamente nel 1952.</p>
<p>Delle persone che ricoprirono l’incarico di capoufficio nei diversi anni mi sento di ricordare la figura del “maestro di posta” Lino Antonelli (1917-1988) originario di Levade in Istria, uomo di carattere mite, accompagnato da una composta educazione.</p>
<p><strong>Gli uffici postali periferici di oggi non hanno più il portalettere </strong>e la distribuzione della corrispondenza avviene, se tutto va bene, a giorni alterni, recapitata da postini tutti motorizzati che partono da uffici centrali. Le cartoline saluti e le lettere profumate che facevano sognare gli innamorati di un tempo sono tutte sparite e sostituite per via telematica da un linguaggio sbrigativo.</p>
<p>Le Poste di oggi si sono adeguate ai tempi e agli strumenti che la<br />
nuova tecnologia ha messo loro a disposizione. Il traffico postale di un tempo, inteso come comunicazione fra le persone, è quasi del tutto scomparso, sostituito da quello telematico delle e-mail (posta elettronica).</p>
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			</item>
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		<title>Né vincitori né vinti</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/ne-vincitori-ne-vinti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Vittorio Spanghero]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Nov 2018 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>1914-1918: l'inutile strage</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Era la mattina del 28 ottobre 1917 quando la gente del monfalconese prese coscienza della ritirata italiana e, nei paesi, non vi era più alcuna traccia di militari in divisa color grigio-verde. Le poche ore che precedettero l’arrivo delle truppe austro-ungariche furono dedicate dalla popolazione all’accaparramento e al saccheggio di buona parte del materiale abbandonato dall’Esercito italiano, materiale che poteva tornare utile. Furono pure messe a soqquadro le abitazioni di quelli che si erano compromessi con gli italiani e li avevano seguiti nella ritirata per paura di vendette e ritorsioni.</p>
<p>Dopo mezza giornata di spasmodica attesa, nel pomeriggio incominciarono ad arrivare, provenienti dal Carso via Ronchi e Soleschiano, i primi soldati austro-ungarici della X Divisione del XXIII Corpo d’Armata. Salutati da poche bandiere giallonere a lungo tenute nascoste, i soldati avevano le barbe lunghe dopo mesi di trincea. Sullo slancio attraversarono l’Isonzo e il Torre, il 29 entrarono a <strong>Ruda</strong>, il 30 liberarono <strong>Cervignano </strong>e <strong>San Giorgio di Nogaro</strong>, arrivando il 31 a <strong>Pocenia</strong>.</p>
<p>Un militare ungherese stanco e affamato, mentre camminava inquadrato, rivolto verso alcuni bambini di <strong>Turriaco </strong>che lo salutavano sogghignò tra i denti “Bruti taliani”. I bambini risero. Anna Cosma, che allora aveva sedici anni, raccontava che i militari austriaci, a differenza di quelli italiani, erano tutti magrissimi con le divise malridotte. Le campane della chiesa di Turriaco, l’unica rimasta ancora in piedi nel <strong>territorio di Monfalcone</strong>, suonarono per tre giorni di seguito, in segno di giubilo.</p>
<p>A iniziare dal gennaio del 1918, incominciarono a rientrare i primi profughi bisiachi provenienti dal campo di Wagna, in Stiria, da Graz e da altre località dell’interno della monarchia. Le varie fasi del rientro avvennero alla spicciolata e terminarono quasi del tutto nell’agosto dello stesso anno, quando la cifra segnalata raggiunse le 5.255 persone: quasi il totale di quelle partite nel 1915. Non ritornarono perché decedute più di 200 persone. Solo nel cimitero di Wagna furono sepolte 158 persone, 98 delle quali sotto i dieci anni. Le cause di morte registrate tra i minori furono il morbillo, la scarlattina, la difterite, la polmonite e la tubercolosi.</p>
<p>Il sindaci del Monfalconese, dove era possibile, ripresero possesso delle amministrazioni comunali e tutti gli uffici ritornarono nelle loro sedi naturali. I ritratti del re Vittorio Emanuele III e della regina Elena furono calpestati e bruciati, a incominciare da quelli appesi ai muri delle scuole elementari che riaprirono già nel novembre del 1917. Il Diciassette non fu solo l’anno della liberazione, ma fu ricordato soprattutto come l’anno della grande fame. In definitiva si stava ripetendo l’amara esperienza della carestia che aveva colpito l’Europa cent’anni prima a causa delle guerre napoleoniche. In conseguenza del blocco navale delle forze dell’Intesa, la situazione economica delle popolazioni degli imperi centrali diventò insostenibile, con risvolti drammatici anche nel Friuli e nel Veneto. Toccò questa volta al Friuli essere occupato da un esercito invasore di austro-tedeschi che, privi di risorse, intesero quelle terre di conquista soprattutto come un deposito inesauribile dal quale prelevare impunemente ogni cosa. Dapprima ci furono ruberie e violenze indiscriminate perpetrate da soldati affamati, in seguito il saccheggio cambiò nome diventando requisizione, asportazione, razionamento.</p>
<p>Invece, sul campo italiano, il generale Luigi Cadorna, a seguito della disfatta di Caporetto, fu sostituito in qualità di nuovo comandante dell’Esercito italiano dal generale Armando Diaz, il quale napoletano riempì lo Stato Maggiore dell’Esercito di ufficiali provenienti dalla città di Napoli o dalla regione Campania. In buona sostanza, Caporetto e Diaz furono gli elementi decisivi nella riorganizzazione dell’esercito e questo contribuì alla demolizione del monopolio dei conti e marchesi settentrionali. A differenza di Cadorna, che preferiva i contatti con l’aristocrazia dell’esercito, Diaz “non delegava le sue funzioni ad altri e sapeva usare parole buone con sobrietà di gesti senza urla che in certi momenti contavano per la truppa più della coercizione”. Gli ufficiali, pur temendolo, gli volevano tutti bene. Insomma, Diaz era l’immagine del generale buono che amava ripetere “che il segreto del suo mestiere stava nell’elemento uomo, e che si comandava col cuore, con la persuasione, con l’esempio, con la stima e la cortesia”.</p>
<p>Armando Diaz, quando fu scelto a sostituire Cadorna in qualità di comandante supremo, era uno degli oltre duecento tenenti generali operativi in quel momento nell’Esercito italiano. Di lui, il generale Enrico Caviglia, sicuramente non poco invidioso del fatto che Diaz venne nominato quale nuovo comandante supremo dell’Esercito, ebbe a dire che era un brav’uomo e un buon soldato, ma che per tutta la vita aveva svolto funzioni di segretario e che quello era il suo posto; “(…) non intese mai bene perché l’Italia abbia vinto a Vittorio Veneto ed al Piave ed è morto senza saperlo (…) ma aveva la più grande qualità che un uomo potesse desiderare: era fortunato!”</p>
<p>I suoi collaboratori più stretti, Badoglio e lo stesso Caviglia, dichiararono talvolta di dubitare che il loro superiore avesse un pensiero qualsiasi. Diaz però seppe riconoscere la validità del piano elaborato dal generale Cavallero riguardo all’offensiva di Vittorio Veneto e lo accettò totalmente. Un giorno, mentre guardava con la lente d’ingrandimento la carta geografica della battaglia, in napoletano disse: “Ma ‘sto Vittorio Veneto, addò sta?”. Però bisogna ammettere che Diaz, a differenza di Cadorna, nel primo semestre del 1918 fece fucilare soltanto (si fa per dire) 114 soldati italiani colpevoli di diserzione, insubordinazione, vigliaccheria, abbandono del posto, contro i 173 del quadrimestre maggio-agosto 1917 fatti fucilare da Cadorna. Non si può dire però che questo fosse un progresso, anche perché le fucilazioni del 1918 in realtà riguardavano un periodo di stasi operativa.</p>
<p>Le due settimane che intercorsero tra la rottura delle linee italiane a Tolmino e a Plezzo e la loro ricomposizione dietro il Piave furono le più drammatiche, non solo della Prima guerra mondiale, ma di tutta la storia dal Risorgimento in poi. Con la precipitosa fuga delle truppe italiane dalla Bisiacaria e dai territori occupati, terminarono le violenze sulle donne e altre porcherie ignominiose come l’abitudine obbligo da parte di certa soldataglia sporcacciona dedita al sesso orale da parte dei bambini per un bicchiere di zucchero (testimonianza di Mario Spessot di Turriaco, classe 1907).</p>
<p>L’esercito italiano sembrava in totale disfacimento, una grossa porzione di territorio era stata conquistata dagli austro-tedeschi. Se gli austriaci avessero attaccato dalle Valli Giudicarie, persino Milano sarebbe stata in pericolo. Caporetto fu una frustata per tutto il popolo italiano e la guerra divenne improvvisamente e veramente un fatto nazionale di tutti, di chi l’aveva voluta, di chi non l’aveva voluta e persino di chi ancora non la voleva. Bisognava lavare l’onta di Caporetto e quindi si doveva tener duro e vincere a ogni costo. Si realizzò una tensione, un collante che permise all’Italia di superare un momento critico, di resistere e di arrivare, seppur con il fiato corto, alla vittoria finale. La guerra italiana si decise militarmente sul Piave, ma dopo Caporetto si decise pure il dopoguerra che segnò la vittoria di qual nazionalismo che doveva portare l’Italia, di lì a qualche anno, al fascismo.</p>
<p>La sconfitta e il dissolvimento dell’esercito austroungarico fu determinato da molti fattori, in primo luogo dalla penuria di cibo e dalla forza crescente del socialismo, che furono alla base dei fermenti politici nei territori dell’Impero; in secondo luogo dalle aspirazioni di autogoverno delle minoranze etniche di Cechi, Bosniaci, Italiani, Polacchi, Serbi, Slovacchi e Romeni. A seguito di questi fatti l’impero asburgico si disintegrò, a prescindere dalla firma dell’armistizio con l’Italia del 3 novembre 1918. Per quanto riguarda le azioni militari che dettero il colpo di grazia alla “<em>finis Austriae</em>” furono in senso stretto coordinate dalla IV armata sul <strong>monte Grappa </strong>a ovest e dall’VIII armata sul <strong>Piave </strong>che ebbero il compito di accerchiare e isolare la VI armata austro-ungarica. A queste armate italiane si aggiunsero 11 divisioni britanniche, americane e francesi. Dopo aver attraversato il Piave il 26 e 27 ottobre 1918, l’Esercito italiano il 28 successivo, quando i segni di disgregazione interna del grande impero cominciarono a ripercuotersi anche sul fronte, iniziò il vero sfondamento. Il 29 l’VIII Armata entrava a <strong>Vittorio Veneto </strong>e il 3 novembre il tracollo austriaco si rivelava definitivo sia in Veneto sia in Trentino.</p>
<p>La battaglia finale costò agli austro-ungarici 30.000 perdite tra morti e feriti e un numero stratosferico di prigionieri. Mentre l’Italia ebbe un totale di 38.000 perdite. All’Italia questa vittoria fu necessaria per assicurarsi non solo le sue rivendicazioni territoriali, ma anche il diritto di essere considerata alla pari dei cobelligeranti al tavolo delle trattative di pace che si sarebbero tenute a Parigi nel 1919. Nella famosa conferenza infatti si fecero i conti e si tirarono le somme dell’“Inutile Strage”, frutto dall’imbecillità umana. L’Italia era presente come paese vincitore, consapevole di aver fornito un grande contributo alla vittoria finale. Ma venne subito emarginata, quando si vide che lo sforzo di Francia e Inghilterra oscurava per numero di caduti quello italiano. In quel mondo di pazzi furono mandati a combattere quasi 70 milioni di maschi adulti. Le perdite furono semplicemente oscene: più di 5 milioni di morti negli stati dell’Intesa e tre milioni e mezzo quelli degli Imperi centrali.</p>
<p>La Conferenza di pace di Parigi si aprì il 28 gennaio del 1919 e rispetto agli accordi di Londra l’Italia chiese la città di Fiume. Le aspirazioni italiane furono definite imperialistiche e la delegazione italiana abbandonò, per protesta, la conferenza. Dopo ripensamenti la delegazione rientrò, ma politicamente indebolita. Definiti gli accordi, la Germania firmò senza riserve il trattato di pace, seguito il 10 settembre da quello austriaco. All’Italia fu riconosciuto il confine stabilito dal trattato di Londra del 26 aprile del 1915 per cui le vecchie province di Trento, Gorizia e Trieste passarono all’Italia. In buona sostanza si erano realizzate le istanze strategiche che già furono dell’Impero romano, della Repubblica Veneta e del Regno Italico in modo di assicurarsi l’intero controllo di tutto l’asse geopolitico dell’Isonzo.</p>
<p>L’ordinata amministrazione austriaca fu subito sostituita da quella borbonico-clientelare. La frittata era fatta e, per certi aspetti, cent’anni dopo non è ancora terminata. Tutto quello che poteva ricordare la storia austriaca venne rimosso e sostituito con la storia italiana, iniziando dalla nomenclatura di vie, piazze, scuole e giardini. I monumenti asburgici furono distrutti e sostituiti con altri che inneggiavano al sacrificio dei soldati italiani.</p>
<p>Negli anni Venti il fascismo si sarebbe impossessato della storia e della memoria della Grande Guerra. Così i vari eroi come Enrico Toti, Luigi Rizzo, Francesco Baracca e tanti altri, vennero mitizzati e utilizzati come potente arma di propaganda che l’Italia proletaria e fascista tenterà di imporre come propri. Alla fine di una guerra dove tutti avevano perduto si tirarono le somme. Senza contare i morti civili, il numero dei soldati austro-ungarici di lingua italiana (bisiachi e friulani) e parte di quelli dei paesi della Contea di Gorizia e Gradisca che hanno dato la loro vita per una causa forse condivisa ma che non hanno mai compreso, lo si può osservare in anteprima nello specchietto, ancora incompleto, che segue.</p>
<p>Specchietto di estrema importanza realizzato dopo anni di ricerche dallo storico <strong>Giorgio Milocco </strong>di Saciletto. Noi lo proponiamo così come ci è pervenuto con alcuni dati ancora parziali o in via di ultimazione e con le singole tipologie espositive.</p>
<p> </p>
<p><strong><em>Comune, Tipo di esposizione, n° caduti</em></strong></p>
<p>Aiello del Friuli, Monumento, 36</p>
<p>Aquileia, , 80</p>
<p>Belvedere, Targa, 12</p>
<p>Begliano, Targa,</p>
<p>Brazzano ?</p>
<p>Campolongo, Lapide, 37</p>
<p>Capriva, Lapide mista, ?</p>
<p>Cervignano, 42</p>
<p>Chiopris, Lapide, 35</p>
<p>Cormons, Dati da aggiornare</p>
<p>Doberdò, ?</p>
<p>Dolegna del Collio, 40</p>
<p>Farra, ?</p>
<p>Fiumicello, 88</p>
<p>Fogliano Redipuglia, Lapide</p>
<p>Gorizia, ?</p>
<p>Grado, 132</p>
<p>Gradisca, Monumento, ?</p>
<p>Isola Morosini, Targa, 29</p>
<p>Joannis, Lapide, 19</p>
<p>Lucinico, Monumento, 84</p>
<p>Mariano, Lapide mista, ?</p>
<p>Medea, ?</p>
<p>Monfalcone, Incompleto, 27</p>
<p>Moraro, ?</p>
<p>Mossa, ?</p>
<p>Muscoli Strassoldo, 39</p>
<p>Perteole, Targa, 46</p>
<p>Pieris, Targa, ?</p>
<p>Romans d’Isonzo, Lapide, 50</p>
<p>Ronchi, 90</p>
<p>Ruda, Targa, 46</p>
<p>Sagrado, ?</p>
<p>San Canzian d’Is., Targa, 34</p>
<p>San Floriano, 22</p>
<p>San Lorenzo Is., ?</p>
<p>San Pier d’Is, 20</p>
<p>San Vito, 42</p>
<p>Savogna, Libro, ?</p>
<p>Scodovacca, 14</p>
<p>Staranzano, 38</p>
<p>Tapogliano, 22</p>
<p>Terzo d’Aquileia, Targa, 60</p>
<p>Turriaco, Targa, 33</p>
<p>Versa, Lapide, 18</p>
<p>Villesse, Monumento, ?</p>
<p>Visco, Lapide, 17</p>
<p>Villa Vicentina, Lapide, 39</p>
<p><strong><em>Dati aggiornati a giugno 2018</em></strong></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Un romagnolo tra i bisiachi</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/un-romagnolo-tra-i-bisiachi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Vittorio Spanghero]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jan 2018 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Matteo Albonetti</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Potrebbe risultare operazione difficile e forse inutile il fatto che la Storia, a cent’anni dalla fine della Grande Guerra, si faccia ancora comprendere dalla massa della gente e che la memoria stia arrancando faticosamente con il disperato tentativo di diventare un momento da tutti accettato e condiviso. Queste considerazioni, seppur discutibili nel loro complesso, presentano il proprio conto derivante dalla melensa retorica utilizzata dal fascismo del mito della vittoria. Non si può non riconoscere che una propaganda del genere non possa aver influenzato la formazione delle idee, deformando palesemente le coscienze di un intero popolo.</p>
<p>Il risultato è stato fi n troppo evidente: i vent’anni di regime fascista più altri trenta di storia della Repubblica hanno sicuramente contribuito a livello celebrativo, scolastico, culturale a far apparire gran parte della storia di quegli anni sotto un’ottica eroica, infarcita da una politica patriottarda risorgimentale. Storia riconducibile soltanto alle mitiche imprese dei vari Baracca, Toti, Cadorna, Diaz, Rizzo, D’Annunzio, di cui tutto si sa. Mentre sulle storie di milioni di fanti, quelli sì eroi, che combatterono una guerra che non volevano e sono caduti per la patria senza capirne il perché, fu steso il velo pietoso del Milite Ignoto. Di loro poco e niente si sa. Storie di anonimi contadini, pastori, braccianti, operai e di giovani illusi, sono rimaste sepolte nell’oblio per un secolo, ignorate dalla “Grande Storia”, tanto che ancora oggi fanno fatica a parlarci.</p>
<p>Ciò che può attirare l’attenzione è il fatto che spesso i sopravvissuti di quell’immane massacro siano stati indotti a rifugiarsi nel silenzio. Solo una minoranza, nei loro scritti, lettere o diari che fossero, hanno raccontato una mezza verità, quasi volessero cancellare quella parte della loro vita.</p>
<p>La verità di questo atteggiamento, secondo noi, va ricercata almeno in un paio di motivi. Il primo è quello della censura militare, da cui il povero soldato, una volta scoperto, veniva accusato di disfattismo e punito duramente.</p>
<p>Secondo motivo: non bisogna ignorare il fatto che allora la maggior parte dei soldati erano analfabeti e che per  loro era impossibile comunicare. In terzo luogo, venivano quelli che sapevano a malapena scrivere, ai quali però mancavano gli “strumenti linguistici” necessari per tradurre in parole tutto l’orrore cui erano costretti ad assistere. Infine veniva tutta la propaganda postbellica prima e fascista poi a inibire quel poco di verità che ancora era rimasto. La stampa ufficiale piena di retorica, il cinema, i discorsi e i proclami, le scritte sui monumenti e sui sacrari, tutti inneggiavano al sacro suolo, alla vittoria, agli eroi caduti, alle madri, ai fi gli e ai mutilati: erano lo specchio che rifletteva la politica di quei tempi. Dimenticando nello stesso tempo i morti di serie B, quelli fucilati solo per una parola di troppo o per aver imprecato contro la guerra o, come per un certo Ruffini, fucilato perché aveva salutato il generale Luigi Cadorna senza togliersi il sigaro di bocca.</p>
<p>Dal 2015 alla Camera dei deputati giace un <strong>disegno di legge per la riabilitazione di soldati fucilati</strong>, come quelli di Santa Maria la Longa e di Cercivento (vedi “Prima dell’alba” di Paolo Malagutti). Sono tragedie di piccoli uomini che non sono riuscite a intrecciarsi con la storia del nostro Paese per il semplice fatto che evocavano liberamente gli strazi della battaglia e i silenzi della morte. Quante volte al giorno nella più nera disperazione hanno maledetto la guerra, i generali che li mandavano a morire: per loro c’era solo il silenzio, la cieca obbedienza e non potevano né gridarlo, né dirlo, né tanto meno scriverlo, ma solo pensarlo nel silenzio della propria mente.</p>
<p>Quando il senso innato della sopravvivenza aveva la meglio sugli orrori della battaglia e sulla paura della morte e i soldati rinnegavano i valori militari e lo spirito dell’obbedienza, entravano in funzione i sistemi repressivi militari. Dalle fonti statistiche possiamo osservare che dal 24 maggio 1915 al 3 novembre 1918 <strong>i procedimenti penali a carico dei soldati italiani furono complessivamente 262.481</strong>, di cui 170.064 conclusi con una condanna.</p>
<p>Nell’Esercito austriaco le fucilazioni sono state un decimo di quelle italiane. I reati più comuni erano la diserzione, ribellione, autolesionismo, indisciplina, resa o sbandamento, codardia, abbandono del posto di combattimento, mancata difesa, ammutinamento, rivolta e saccheggio. A completare il quadro dell’orrore arrivavano le decimazioni e le mitragliatrici “amiche” che sparavano alle spalle della truppe italiane per spingere all’assalto i soldati più riottosi.</p>
<p>La diserzione in presenza del nemico, o diserzione con passaggio al nemico, erano reati che prevedevano la pena di morte. Pena che venne comminata in 1.000 casi circa, di cui soltanto 750 effettivamente eseguite nel corso dell’intero conflitto. Altre 3.000 condanne a morte furono inflitte in contumacia a soldati per essere passati volontariamente al nemico, graziati però dopo la guerra nel 1919 dall’intervento dell’amnistia per i disertori, decretata dal Governo Nitti. Da tutte queste considerazioni relative all’organizzazione burocratico-militare italiana nella Grande Guerra traspare evidente la sciatteria di un esercito, quello italiano, che era lo specchio di un paese arretrato. <strong>Erwin Rommel</strong>, quando era generale dell’<em>Afrika Korps</em>, ebbe a dire a proposito dell’Esercito Italiano: “Gli italiani sono ottimi soldati comandati da mediocri ufficiali e pessimi generali”.</p>
<p>Argomento delle mie ultime ricerche sono state le lettere, le cartoline e i diari scritti dai soldati al fronte. Le lettere raccolte ammontano ad oltre un centinaio, mentre, per quanto riguarda i diari, sono riuscito ad averne al momento soltanto sei, di cui uno scritto da una donna di Turriaco fuggiasca in Carinzia, assieme a quattro figli (“La casa di Bice” pubblicato nel 2015). Ultimo diario rinvenuto in ordine di tempo, al quale ho inteso prestare particolare attenzione è quello del caporale <strong>Matteo Albonetti</strong>, classe 1893, inquadrato nel 1° Reg.to &#8211; 1° Bat. Re &#8211; 12 Comp. Bersaglieri ciclisti. Nella Prima Battaglia dell’Isonzo, scatenata da Cadorna dal 23 giugno al 7 luglio 1915, Matteo riuscì a sopravvivere a due assalti alla baionetta. Battaglia che si concluse con la perdita per l’Italia di 42.000 uomini tra morti e feriti, mentre l’Austria ne perdette meno di 20.000.</p>
<p>Una premessa. Leggendo attentamente il diario, tra le righe e cercando di captare ciò che non dice, si possono fare alcune osservazioni. La prima riguarda lo stile in cui Matteo descrive gli avvenimenti senza mai lamentarsi o imprecare contro qualcosa o qualcuno. La seconda è suggerita dal modo espressivo che risulta dotato di buoni “strumenti linguistici”, con ampio uso di termini ricercati, derivanti da un’istruzione che potremmo definire per quei tempi superiore. Un’ultima considerazione: la brevità dello scritto, che va dal 5 giugno al 22 settembre 1915, non permette al lettore di farsi un’idea esaustiva della complessità delle operazioni. Si evince però che Matteo Albonetti fu sicuramente un soldato esemplare sia nelle idee sia nel comportamento, ligio al dovere, obbediente e fedele ai valori della patria.</p>
<p>Altri quattro quaderni sono andati perduti nella Seconda guerra mondiale. Del diario in nostro possesso citiamo solo alcune parti, adattando il testo originale alla brevità dello spazio concesso e rimanendo nel contempo fedeli nella sostanza. Una precisazione s’impone. I soldati in trincea scrivevano le lettere, le cartoline e i diari normalmente a matita. Con la penna e l’inchiostro lo potevano fare solo se si trovavano in zone lontane dal fronte.</p>
<p>Il 5 giugno 1915 Matteo Albonetti parte in treno da Napoli, sede del Reggimento. Dopo quattro giorni di viaggio, pieni di incognite e contrattempi, la sera del 7 giugno scende a <strong>San Vito al Torre</strong>, dove gli viene consegnata una bicicletta da bersagliere. La corsa di avvicinamento al fronte riprende in “macchina”, così Matteo chiamava la bicicletta, attraversando i paesi di <strong>Codroipo</strong>, <strong>Rivolto</strong>, <strong>Palmanova</strong>, <strong>Visco </strong>e <strong>Tapogliano</strong>.</p>
<p>L’11 giugno si ferma con la propria compagnia a <strong>Villesse </strong>per accantonarsi, dove rimane dal 15 al 27 giugno. Come scrive il nipote Andrea, il dramma dei “<em>Fassinars</em>” fu causato da un ufficiale italiano, un certo maggiore Cittarella, che aveva fatto fucilare per spionaggio sei abitanti del paese, poi dopo la guerra in sede processuale risultati innocenti. Quando suo nonno – racconta Andrea – arrivò in paese, il crimine era già avvenuto ed egli era all’oscuro di tutto. Rimase sorpreso però da come la gente lo guardava con diffidenza. Infatti nel suo diario scrive: <em>&#8230; giro da una parte all’altra del paese, ma ovunque nulla trovo di quello sperato, senonché facce scure, sguardi sospettosi, il che mi fa capire come essi poco ci amino. E sono italiani! Sono persone per le quali noi soldati di tutta le città d’Italia siamo qua per difendere i loro campi, le loro case, le quali pochi giorni addietro, come del resto anche oggi, possono da un minuto all’altro cadere in mano nemica.</em></p>
<p>Queste poche righe ci dicono che Matteo era già stato catechizzato dalla propaganda di quel periodo. È sufficiente pensare che Matteo in quel momento si trovava quindi in territorio ex austriaco e che loro non erano i liberatori, ma gli invasori. Il 28 giugno, dopo aver passato <strong>Ruda</strong>, a <strong>Villa Vicentina </strong>Matteo attraversò l’Isonzo e fece tappa a <strong>Turriaco</strong>, entrando per la prima volta in terra Bisiaca. Percorse la “strada della morte” – così veniva chiamata la strada che collegava Turriaco al Carso – e il 4 giugno si trovò in trincea a <strong>Fogliano-Redipuglia</strong>, sulle pendici delle cosiddette quote 111 e 96. Il 5 luglio avvenne il battesimo del fuoco. Il 12 luglio scese nuovamente a Turriaco dove rimase fi no al 19. Nel diario annotò: <em>Fogliano 14 luglio 1915. Ci mettiamo dietro ad un dosso e siamo più di 400 fucili. Una voce si fa sentire per la seconda volta e grida: “Bersaglieri alla baionetta. Savoia, Savoia, Savoia! Questo grido viene ripetuto dalla voce di 400 giovani i quali balzano in avanti ad unisono con i fucili spianati. In un batter d’occhio sono sulla trincea austriaca abbandonata. Proseguono e cacciano il nemico fino alla seconda linea. Gli austriaci contrattaccano e noi li fulminiamo. Il terreno è pieno di austriaci cadaveri. Poi l’artiglieria austriaca apre il fuoco e una granata scoppia in mezzo di una squadra dei nostri bersaglieri e di loro non rimane più nulla. </em></p>
<p>Alla fine, Matteo fa la conta dei morti. <em>&#8230; su quattrocento che eravamo al mattino mancano all’appello cento bersaglieri tra cui sette ufficiali. </em>Il 6 luglio il battaglione si rintana nelle trincee fino all’11. <em>&#8230; il terreno avanti a noi è pieno di cadaveri di militari italiani e austriaci gonfi neri e puzzolenti. </em></p>
<p>L’operazione militare descritta da Matteo altro non è che una infinitesima parte della Prima delle Dodici battaglie dell’Isonzo. Era iniziata la mattanza di operai e contadini.</p>
<p>Una considerazione. Il 23 giugno il generale Cadorna lanciava la prima offensiva sull’Isonzo con l’obiettivo di conquistare <strong>Gorizia</strong>. Il fronte si dispiegava lungo il <strong>monte Podgora</strong>, poi ad est di <strong>Gradisca</strong>, <strong>Redipuglia </strong>e <strong>Monfalcone</strong>. In questo “battesimo del fuoco”, i militari italiani, privi di esperienza, furono massacrati in scontri all’arma bianca e scaraventati giù dai torrioni carsici.</p>
<p>Il 12 luglio Matteo Albonetti fu di nuovo a Turriaco, dove rimase in riposo fi no al 19. In quel lasso di tempo più volte andò a fare il bagno nel fiume Isonzo, tra le istruzioni sull’uso della mitragliatrice e le cannonate austriache che martellavano le postazioni. Poco disse del paese, dei suoi luoghi e della gente. Fece la conta di chi mancava, fra morti e feriti. Il 16 luglio infatti annotò: <em>&#8230; a Turriaco siccome è abitato da qualche donna e qualche bambino quando scoppia un grosso proiettile sono tutti impauriti. Dalle stalle giunge il muggito delle vacche e il nitrito dei cavalli terrorizzati pure essi. Chi non vede non crede e nemmeno può farsi un concetto della paura che produce lo scoppio di un grosso calibro.</em></p>
<p>Matteo Albonetti rimase a Turriaco fi no al 19 luglio del 1915. Il 20 era già a <strong>Castelnuovo </strong>sopra <strong>Sagrado</strong>. Si spostò prima a <strong>Fogliano </strong>e poi a <strong>Polazzo</strong>. Si rintanò infine il 25 luglio in una trincea del <strong>Monte Sei Busi</strong>, dove rimase fi no al 24 agosto. In quel mese, tutto sommato senza significativi attacchi sia da una parte che dall’altra, Matteo descrisse la vita di trincea tra scambi di fucileria, cannonate, barbe lunghe, terra rossa, patimenti per il caldo e soprattutto per la sete e in compagnia di milioni di pidocchi. Matteo raccontò come la guerra fosse un grande spettacolo dove si moriva in un minuto: <em>&#8230; questo spettacolo non è finzione teatrale. Ciò che stiamo osservando o per meglio dire rappresentiamo, chi muore, muore sul serio. Quindi non si vede l’ora di calare la tela del sipario.</em></p>
<p>Poi il ricambio. Ritornò a Turriaco, dove attraversò nuovamente l’Isonzo abbandonando per sempre la terra Bisiaca. Il 26 agosto lo troviamo a <strong>Villa San Gallo </strong>a trascorrere il suo meritato riposo. A San Gallo il riposo terminò il 3 settembre e continuò a <strong>Campolongo al Torre</strong>. <em>Il 21 settembre 1915 il battaglione viene passato in rivista dal Ten. Gen. Grandi, il quale si congratula con noi per la nostra azione del 5 luglio.</em></p>
<p>A Campolongo Matteo rimase fi no al 22 settembre 1915. In quella data il diario finisce. Matteo Albonetti era nato a Bagnara di Romagna il 5 giugno 1893. Sposò Maria Battilega di Bagnara. La coppia ebbe sei figli. Morì nello stesso paese dov’era nato il 14 agosto 1958. Con quest’ultima notizia termina pure la nostra escursione sulla più grande tragedia della storia contemporanea dove scienza e tecnologia furono applicate per la prima volta allo sterminio su grande scala.</p>
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		<title>Gli sguardi sul conflitto</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/gli-sguardi-sul-conflitto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Vittorio Spanghero]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Aug 2017 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Osservatori bellici</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel periodo della Prima guerra mondiale l’esercito italiano nelle sua avanzata approntò una serie di punti o piazzole per seguire a distanza le varie operazioni militari. I luoghi destinati a questo compito erano di preminenza sopra elevati come alture, campanili, torrette di palazzi e ville o quelli più comuni sistemati su colline o montagnole. Alcuni impianti erano fissi mentre altri erano sistemati su postazioni occasionali. Quelli fissi disponevano di uno o più cannocchiali e di binocoli che potevano garantire una discreta visibilità riguardo i movimenti e la sistemazione difensiva delle prime linee e lo svolgersi degli attacchi sui campi di battaglia. Gli osservatori più famosi e conosciuti della III Armata erano sistemati a una decina di chilometri dalla linea del fuoco e si trovavano disseminati sui campanili delle chiese in territorio bisiaco e friulano, fuori dalle gittate dei medi e grossi calibri austriaci. Tutti gli osservatori erano collegati con le centrali operative di Armata e di Corpo d’Armata attraverso un’ampia rete telefonica.</p>
<p>Poi ogni comando di Corpo d’Armata ne aveva uno proprio. Il <strong>re Vittorio Emanuele III </strong>era convinto, come tutti i suoi consiglieri di Stato Maggiore, che l’Inghilterra, la Francia, la Russia e l’Italia alleate fra loro, costituissero un tale complesso di forze da non poter dubitare sull’esito vittorioso del conflitto. Tutti erano convinti che la guerra, viste le forze in campo, sarebbe durata al massimo due, tre mesi. Per questo motivo il re e tutto il suo seguito non volevano perdersi l’occasione di vivere un simile irripetibile evento storico. Arrivato da Roma con un treno speciale, il 25 maggio allestì il suo quartier generale nella <strong>villa Brunelli alla Corti</strong>, a nord di Treviso. Era composto da alcuni generali, un contrammiraglio, alcuni  colonnelli, diversi aiutanti di campo, scudieri, corazzieri, cucinieri, autisti e due automobili “Fiat Mod. 4, carrozzata Torpedo” a sei posti denominata “Saetta del Re”, un omnibus e un furgone a disposizione della Real casa e alcune donne di servizio per un totale di 23 persone.</p>
<p>Il 30 maggio 1915, il re si spostò con tutto il suo seguito nella <strong>villa Linussio a Torreano</strong>, frazione di Martignacco a 8 chilometri da Udine. La villa venne battezzata per l’occasione “Villa Italia”. Il primo giugno del 1915 il re iniziò il suo incessante peregrinare. Incontrava persone, visitava paesi, istituzioni, ospedali, soldati al fronte, popolazioni e tutti i Comandi di Armata e di Corpo d’Armata. Vittorio Emanuele III venne chiamato il “Re soldato”, perché aveva effettivamente seguito la guerra da vicino vivendo quasi la stessa vita del fante. Indossava la divisa grigioverde e mangiava in maniera frugale il suo rancio. Portava con sé poche cose, qualche effetto personale e l’inseparabile macchina fotografica. Pur tenendosi a debita  distanza di sicurezza dalla linea del fronte, più di una volta fu invitato a desistere nell’avanzare verso luoghi ritenuti pericolosi per la sua incolumità. Dal giugno 1915 all’ottobre 1917, Vittorio Emanuele III si fermò a <strong>Turriaco </strong>dodici volte e lo attraversò, passando oltre, altre quattordici.</p>
<p>Le visite terminarono bruscamente a <strong>Cividale </strong>il 24 ottobre 1917. Il 26 dello stesso mese, a causa della <strong>disfatta di Caporetto</strong>, il re abbandonò definitivamente le nostre zone per rientrare in treno speciale a Roma dove l’attendeva una crisi ministeriale.</p>
<p>Questo, in estrema sintesi, il quadro della situazione in generale. Ora veniamo all’oggetto del nostro discorso. Dal diario di <strong>Francesco degli Azzoni Avogadro</strong>, nominato dal re il 22 maggio 1915 Aiutante di Campo effettivo – carica che gli permise di seguire il sovrano in tutti i suoi spostamenti lungo la linea dei vari fronti – possiamo ricostruire, con una certa approssimazione, la posizione dei tanti “Osservatori” che il re e altre personalità politiche e militari del momento visitavano abitualmente. Oltre ai famosi osservatori posti sul <strong>colle di Medea</strong>, quello nel <strong>boschetto di S. Antonio</strong>, quello della <strong>Subida</strong>, quello sul <strong>Monte Quarin </strong>quello della <strong>Cascina Marcolina fra Romans e Villesse </strong>(preferito dal comandante del VII Corpo d’Armata, generale Tettoni) e quello di <strong>S. Lorenzo</strong>, per citare alcuni, c’erano molti altri posti sui vari campanili: per esempio quello della <strong>chiesa di Villesse </strong>e quello approntato sul campanile della <strong>chiesa di Turriaco </strong>in funzione antiaerea.</p>
<p>Non mancarono gli osservatori di marina e quelli sistemati nelle trincee e sulle diverse alture, come quello di <strong>Monte Calvario </strong>a quota 184 e quello di <strong>Bosco Cappuccio </strong>a quota 151. C’erano poi osservatori di grande prestigio come quello di <strong>villa Mangilli </strong>a Turriaco, sede prima del XIII Corpo d’Armata del generale <strong>Giuseppe Ciancio </strong>e poi del XXIII Corpo d’Armata del generale <strong>Armando Diaz</strong>.</p>
<p>Ormai sono rimaste poche le scritte che testimoniano la presenza nel nostro territorio di osservatori risalenti al periodo della Grande Guerra. Una per tutte quella murata nel 1931 sul campanile della chiesa di Campolongo al Torre, che recita:</p>
<p>DA QUESTO CAMPANILE</p>
<p>RIDOTTO A OSSERVATORIO MILITARE</p>
<p>S.M. VITTORIO EMANUELE III</p>
<p>NEL GIUGNO 1915 SEGUIVA</p>
<p>LE OPERAZIONI GUERRESCHE CHE</p>
<p>RIDIEDERO ALL’ITALIA LE CIME DEL CARSO</p>
<p>NEL SETTORE DI SAGRADO</p>
<p>1931 IX</p>
<p>Con l’intensificarsi dei bombardamenti sul paese, il 25 maggio 1917 il generale Ciancio spostò il comando di Corpo d’Armata nelle trincee di fronte al <strong>cimitero di Turriaco</strong>. Ciancio rimase là per poco, perché dieci giorni dopo, il 6 giugno, fu sostituito dal generale Armando Diaz che, vista la scomodità del luogo, il 7 luglio si trasferì con tutto il comando nella <strong>villa Prandi a Cassegliano</strong>. Mentre la villa Mangilli fu declassata a solo comando di reggimento.</p>
<p>Situato sulla torretta della villa omonima, l’osservatorio fu luogo d’incontro per tutte le grandi personalità militari e civili che transitarono in quel periodo. La villa si presenta tuttora nelle stesse condizioni in cui si trovava durante la Grande Guerra. Fa spicco la sua massiccia torre in mattoni rossi, alta una quindicina di metri, compresa la cuspide. Sufficiente a sovrastare tutte le case del paese. Costruita a forma quadrata, la torre domina la piazza e caratterizza l’intero complesso. Sulla sommità risaltano le ampie vetrate disposte nel verso dei quattro punti cardinali. Il lato est appare esattamente in linea parallela con i frontoni carsici che vanno dal <strong>monte San Michele </strong>al <strong>monte Sei Busi </strong>e alla <strong>Rocca di Monfalcone</strong>. Il lato ovest è rivolto verso il <strong>fiume Isonzo</strong>: posizione ideale per una osservazione militare a distanza. Dalla torretta, infatti, si potevano controllare tutti i movimenti della truppa, sia quella che transitava sui ponti dell’Isonzo, sia quella di ricambio che si avviava verso il fronte carsico. Intorno al paese erano dislocati una serie di attendamenti, la linea delle trincee, oltre alle colonne dei prigionieri che venivano concentrati nel “Curtivòn” di villa Priuli.</p>
<p>Fra tutti questi movimenti risaltava il triste spettacolo delle colonne dei mezzi portaferiti che, dopo ogni battaglia, a passo lento, venivano a riempire gli ospedali militari di Turriaco (undici realtà ospedaliere fra ospedali, ospedali da campo e Sezioni di sanità) e, purtroppo, anche il cimitero comunale dove furono sepolti i corpi di 2.500 militari italiani. Con quattro cannocchiali di diversa grandezza e potenza, disposti uno per lato, si poteva controllare un’area visiva che spaziava di 360 gradi. Non trascurabile e costantemente tenuta sotto controllo, la presenza dell’intero ciclo per il funzionamento del <strong><em>Drachenballon</em></strong>, per l’osservazione aerostatica a grandi altezze.</p>
<p>A livello tattico l’osservazione diretta delle operazioni belliche era di estrema importanza per coordinare il tiro dell’artiglieria, che poteva essere svolto sia da aerei da ricognizione sia da palloni aerostatici. Ma questi palloni avevano un punto debole: se veniva colpita la camera d’aria piena di gas idrogeno, altamente infiammabile, era praticamente impossibile che l’operatore, sistemato nelle cesta sotto il pallone, pur munito di un rudimentale paracadute, potesse salvarsi. Il pallone era tenuto frenato da terra ed era azionato da un verricello a motore con un cavo d’aggancio in acciaio, lungo fino a 500 metri. Il personale di terra necessario al funzionamento e alla preparazione delle varie sortite era composto da un centinaio di soldati, che provvedevano sia alla produzione sul luogo del gas idrogeno, sia allo spostamento manuale e al parcheggio dell’aerostato in appositi hangar mimetizzati.</p>
<p>Nella cesta di vimini sistemata sotto il pallone trovava posto un addetto alle comunicazioni munito di binocolo, il quale era collegato direttamente via telefonica con il Comando di villa Mangilli, dove uno staff di ufficiali dirigeva le operazioni. Dall’osservatorio gli alti ufficiali, attraverso potenti cannocchiali sistemati opportunamente sulla torretta della villa, potevano seguire in tempo reale lo svolgersi della battaglia, distanti e al sicuro dai luoghi di sangue e di morte. In un’intervista rilasciata nel 1982, la <strong>marchesina Bianca Mangilli </strong>ricorda che nel frenetico andirivieni di quegli anni le personalità di spicco che visitarono la villa furono, oltre al re Vittorio Emanuele III, il duca Filiberto d’Aosta, i generali Cadorna, Cappello, Giardino, Cigliana, Grandi, Ciancio, Badoglio e Diaz, gente famosa come Gabriele d’Annunzio e pure Benito Mussolini che con la bicicletta da bersagliere gironzolava per i paesi (in proposito la marchesina Bianca ricorda che sua madre, marchesa Orsola Mangilli, nata Guanin, prese a Mussolini il cappello da bersagliere e andò a vedersi allo specchio). In seguito giunsero pure giornalisti e fotografi famosi, accreditati dai vari ministeri.</p>
<p>Un aneddoto: una sera all’ora di cena, il generale Ciancio volle mescolare la polenta e la marchesa Orsola, osservandolo gli disse: «Generale, generale, se foste così bravo in battaglia come mescola la polenta sareste a Trieste già da un bel pezzo». Gelo totale. Finché il generale, uomo di spirito, scoppiò in una fragorosa risata che trascinò quella di tutti gli altri ufficiali presenti. Quasi inaspettatamente arrivò poi Caporetto. In 48 ore l’esercito austro-ungarico spazzò via l’esercito italiano, costringendolo a una disastrosa ritirata. Sul campo, nelle trincee e negli accampamenti abbandonati in fretta furono rinvenute grandissime quantità di armi e munizioni, oltre a 300 mila prigionieri.</p>
<p>Villa Mangilli fu velocemente sgomberata e lasciata alla mercé degli sciacalli che la svuotarono di ogni cosa, comprese le maniglie delle porte. Anche la famiglia Mangilli, per timore di ritorsioni, seguì l’esercito italiano in ritirata. Al suo ritorno, nel gennaio del 1919, buona parte del materiale trafugato le venne restituito e iniziò la ricostruzione sotto l’Italia.</p>
<p>Per anni nelle nostre zone continuarono ad apparire qua e là, nei campi e nelle case, abbondanti e pericolose tracce di materiali bellici abbandonati. Dell’osservatorio rimase, oltre al ricordo, solo un cannocchiale forse trascurato nel fuggifuggi generale. Del cannocchiale, per anni usato come gioco dai ragazzi, con il passare del tempo si persero le tracce. Lasciato là e  dimenticato, si ossidò fino a diventare un corpo unico quasi irriconoscibile: le varie parti mobili, come l’obiettivo, la canna e l’oculare si fusero assieme tanto da non potersi più aprire.</p>
<p>Grazie al <strong>marchese Massimo Mangilli-Climpson</strong>, pochi mesi fa il cannocchiale è stato recuperato e, dopo un lungo e attento restauro eseguito da mani esperte, è ritornato perfettamente funzionante al suo antico splendore. Come quando, attraverso il suo oculare, misero i propri occhi buona parte delle più grandi personalità militari e civili italiane della Prima guerra mondiale.</p>
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		<title>La corsa per Trieste</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/la-corsa-per-trieste/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Vittorio Spanghero]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Apr 2017 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>1 maggio 1945</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Erano da poco passate le 13.30 di martedì 1° maggio 1945, quando, attraversato il paese di <strong>Papariano </strong>e arrivate al <strong>ponte sull’Isonzo </strong>della statale 14, le autoblindo di testa del 12° Lancieri britannico, in forza di copertura alla Seconda Divisione Neozelandese dell’Ottava Armata angloamericana, dovettero arrestarsi di colpo: il ponte era minato. L’esplosivo era sistemato tutto sotto l’arcata centrale ed era ben visibile. Un gruppo di genieri si affrettò a rimuovere i detonatori e la colonna si rimise in moto. Alle 14 o poco più, oltrepassato il ponte, il generale sir Bernard Freyberg dalla sua jeep rispondeva con un leggero cenno della mano al saluto di manifestanti provenienti da <strong>Pieris</strong>, <strong>Turriaco </strong>e <strong>San Canzian</strong>, che si erano organizzati per l’evento esponendo cartelli e sventolando bandiere rosse e jugoslave. Il Reggimento alleato “Survey”, chiamato <em>Gazzelle</em>, era costituito approssimativamente da trenta ufficiali e 650 soldati. Quando attraversò l’Isonzo non aveva alcuna conoscenza del territorio che andava a occupare.</p>
<p>Un caporale inglese annotò sul suo diario personale: <em>“… Siamo sempre stati accolti calorosamente dalle popolazioni civili che mostravano i loro sentimenti applaudendoci, esponendo improvvisate bandiere inglesi e americane; ma quando raggiungemmo il territorio monfalconese non ci fu alcuna manifestazione entusiastica, né le solite bandiere. La gente ci guardava stando immobile ai lati delle strade&#8230; pensammo che la nostra avanzata fosse stata troppo fulminea e che li avevamo sorpresi impreparati al nostro arrivo”</em>.</p>
<p>Un passo indietro. Nell’agosto del 1944 il maresciallo Tito aveva ottenuto dagli Alleati il riconoscimento di unico leader jugoslavo, per cui non aveva bisogno di trattare alcunché con gli italiani. Di conseguenza, l’annessione di Trieste e del suo territorio sembrava poter essere solo una questione di pura formalità. Il problema, che si era creato nelle formazioni partigiane formate da italiani che combattevano nella Venezia Giulia e nel Friuli Orientale, era diventato un fatto secondario di scarsa importanza. Mentre il 20 aprile successivo gli Alleati avevano praticamente liberato tutta l’alta Italia, l’esercito jugoslavo con l’operazione <em>Trieste </em>cercava di conquistare la regione giuliana con chiare intenzioni di annessione. Gli Alleati, accortisi delle intenzioni del maresciallo Tito, che erano quelle di metterli di fronte al fatto compiuto, il 27 aprile si diressero pure loro verso Trieste. Il 29 aprile ci fu la resa del Terzo Reich, che divenne ufficiale il 2 maggio, data che di fatto mise la parola fine alla Seconda guerra mondiale.</p>
<p>Questo, in estrema sintesi, il quadro della situazione strategico militare che si presentava nel territorio di Monfalcone alla fine di aprile del 1945. Ai combattenti delle formazioni partigiane italiane venne data l’opportunità di scegliere di combattere o per la Jugoslavia con il Fronte di liberazione sloveno (OF) o per l’Italia. Le forma zioni partigiane del monfalconese scelsero di combattere a fianco del Fronte sloveno. Altrettanto fecero i comunisti triestini dell’Unità operaia, che uscirono in massa dal C.l.n. italiano per entrare a far parte delle formazioni comuniste filo-jugoslave.</p>
<p>E così Trieste, il porto più importante dell’Adriatico, era là come una pera cotta che aspettava che qualcuno andasse a prenderla. Era iniziata quella che fu definita da alcuni storici dell’epoca “la Corsa per Trieste”. Dalla Croazia infatti, puntando verso Trieste, risalivano a marce forzate le brigate della 20a e della 43a divisione jugoslava; da est i battaglioni del nono Corpus partigiano. Da ovest l’8a Armata Britannica, partita da Padova, risaliva velocemente l’Italia del Nord puntando decisamente, senza trovare alcuna resistenza, <strong>Mestre</strong>, <strong>Latisana</strong>, <strong>San Giorgio di Nogaro</strong>, <strong>Cervignano </strong>e la città dei cantieri: <strong>Monfalcone</strong>.</p>
<p>Nel frattempo a Trieste alcuni presidi tedeschi continuavano a resistere, convinti che la loro vita fosse in gioco: volevano arrendersi agli angloamericani che sapevano essere vicini. Questa situazione diede agli Alleati l’opportunità di infilare, come disse Churchill, un piede nella porta prima che gliela chiudessero in faccia.</p>
<p><strong>L’arrivo degli Alleati in Bisiacaria</strong></p>
<p>Dopo questa breve digressione ritorniamo al ponte di Pieris. Il Comitato di Liberazione Nazionale del Monfalconese era uscito dalla clandestinità il 30 aprile e ora teneva sotto controllo armato tutti i punti strategici della zona. Infatti, ai lati della strada, s’intravedevano alcuni partigiani di guardia che presiedevano il ponte sull’Isonzo in abiti borghesi, con il fazzoletto rosso attorno al collo e il fucile in mano. L’esercito alleato era entrato nella terra bisiaca al saluto, secondo le direttive diramate dai vari comitati filo-titini del Monfalconese, di “Zivio Tito” e “Zivio Stalin”. Spesso si leggeva anche “Tukaj je Jugoslavia”: “questa è Jugoslavia”.</p>
<p>Una colonna lunga chilometri, composta da carri armati, mezzi di trasporto, autocarri, cannoni, ambulanze, mezzi con le vettovaglie procedeva in perfetto ordine e sincronismo mantenendo una velocità stimata fra i 30-40 K/h. La gente, attirata da quel rumore continuo e assordante, correva verso <em>l’stradòn </em>(lo stradone). Abitanti di Pieris dissero che la cosa sarebbe durata un paio d’ore. Durò otto giorni. Il sottoscritto, che allora aveva otto anni, ricorda così quell’evento eccezionale.</p>
<p><em>Era sicuramente il 1° maggio 1945. (Lo seppi solo alcuni anni dopo). Verso le 14 corsi a perdifiato, assieme ad alcuni miei compagni, verso lo stradone di Pieris da dove giungeva un rumore potente e continuo che mi attirava irresistibilmente. Man mano che mi avvicinavo, questo rumore, che non avevo mai sentito prima, aumentava d’intensità. Con il fiato corto arrivai sulla strada e finalmente vidi di che cosa si trattava: una colonna lunghissima di carri armati, camion, jeep, “cingolette” e ancora camion, autoblinda, camion, carri armati, auto della croce rossa e jeep, si snodava in una immensa fila color verde, striata di marrone e grigio. Distanziati l’uno dall’altro di buoni cento metri, i carri armati erano immensi, inarrestabili e paurosi fra le lunghe ali dei platani già verdi di nuove foglie. I soldati dei carri nelle loro divise color kaki, fuori dalle torrette, con gli orecchianti, ci guardavano sorridendo: sembravano dei super uomini venuti da un altro mondo. La forza dell’emozione era tale e tanta da farti dispiccare il cuore. I cingoli mordevano sferragliando senza pietà l’asfalto, cigolando rabbiosi. La velocità era sostenuta e sembrava più a quella di una tappa di trasferimento che a un’azione di occupazione. Arrivavano dal ponte di Pieris e sparivano oltre Begliano rimbombando come un temporale che non vuole andarsene. Della colonna non si riusciva a vedere né il principio né la fine. Una coltre di fumo azzurrognolo serpeggiava sopra le macchine portando con sé l’odore acre dei carburanti. Ai lati della strada c’erano uomini e donne frastornati e tantissimi bambini assiepati che gridavano con le mani tese verso i soldati sorridenti fuori a mezzo busto dai carri armati e dai camion scoperti. I soldati rispondevano ai saluti e ogni tanto gettavano verso i bambini caramelle, arance, dolciumi e cioccolata, provocando furibonde zuffe sia fra i grandi sia fra i piccoli. Io riuscii a prendere due caramelle. Dopo due ore, intontito ma felice, dovetti fare ritorno a casa, dove raccontai tutto quello che avevo visto. Stranamente quella volta mia madre non sembrò preoccupata della mia lunga assenza. Mi ricordo anche, che dei quattro miei compagni ad aver gridato sullo stradone “viva gli inglesi”, “viva gli alleati” ero stato solo io.</em></p>
<p>Passati di slancio i paesi di <strong>Pieris e Begliano</strong>, un quarto d’ora dopo il generale Freiberg arrivò a <strong>Ronchi dei Legionari</strong>, dove incontrò alcuni ufficiali in uniforme dell’esercito regolare jugoslavo. Non ci furono né baci né abbracci né strette di mano, ma un semplice saluto a distanza, freddo e distaccato, privo di una qualsiasi formalità. A Ronchi, in mezzo a bandiere rosse e jugoslave spiccava, sventolata da un bambino, una bandierina italiana con lo stemma della Croce sabauda.</p>
<p>Dieci minuti dopo la colonna alleata entrava in piazza a Monfalcone dove si stava svolgendo una manifestazione pro Jugoslavia. Fra bandiere rosse e jugoslave si distinguevano tanti cartelli con le scritte: “Viva Monfalcone nella Jugoslavia di Tito”, “Viva l’Armata Rossa”, “Viva Tito” e “Viva Stalin”. Gli Alleati ormai erano coscienti che l’obiettivo principale non era rappresentato dalla liberazione della città dei cantieri, ma dalla presa di Trieste. A Monfalcone gli Alleati persero mezza giornata perché, una volta arrivati in piazza, alcuni ufficiali jugoslavi si precipitarono immediatamente da loro per avvertirli che Trieste era stata già liberata dalle loro armate e che potevano fermarsi e mettersi tranquilli. Gli Alleati scoprirono ben presto che si trattava di un tranello e che quanto dicevano gli ufficiali jugoslavi era totalmente falso. Nel frattempo, le armate jugoslave stavano risalendo a tappe forzate la costa dalmata puntando decisamente sulla città giuliana: la corsa poteva concludersi al <em>photofinish</em>.</p>
<p>Non c’era tempo da perdere. Per cui gli Alleati all’alba del 2 maggio ripresero velocemente la marcia verso Trieste. Nei pressi di Duino ci fu un breve rallentamento dovuto a uno scontro a fuoco: allora si disse che a sparare furono truppe tedesche in ritirata.</p>
<p>Alcuni storici e testimoni del tempo hanno avanzato l’ipotesi che la sequela dei fatti come quello del ponte di Pieris, minato maldestramente, l’incontro freddo di Ronchi, la menzogna di Monfalcone che Trieste era già stata liberata e il proditorio attacco di Duino, altro non furono che il tentativo messo in atto dai comunisti jugoslavi per fermare, o quantomeno ritardare, la marcia degli Alleati verso Trieste.</p>
<p>Alle 15 in punto del 2 maggio i carri armati del 20° Reggimento Corazzato Neozelandese arrivarono nel centro delle città alabardata. Nello stesso momento furono circondati dalla fanteria e dai carri armati jugoslavi. L’incontro fra i due eserciti si era concretizzato, ponendo fine alla “corsa per Trieste” che per il momento poteva dirsi conclusa in parità.</p>
<p>Oggi, con il senno di poi, si può affermare che furono solo poche ore di differenza a decidere il destino dei triestini e dei giuliani tra sogno di libertà e incubo. Infatti, mentre i soldati alleati arrivarono come liberatori senza alcuna rivendicazione territoriale, gli Jugoslavi invece sarebbero arrivati come conquistatori con la sicura volontà di annettere Trieste e il suo territorio alla Jugoslavia.</p>
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		<title>Soldato bisiaco prigioniero dei Russi</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/soldato-bisiaco-prigioniero-dei-russi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Vittorio Spanghero]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Jan 2017 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Angelo Portelli (1888-1973)</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Presentiamo una parte del diario di guerra, scritto a posteriori, di <strong>Angelo Portelli</strong>, soldato bisiaco che ha vissuto l’esperienza della prigionia in Russia durante la Prima guerra mondiale. Portelli nacque a Turriaco il 17 gennaio del 1888. La sua classe fece la leva militare a Monfalcone il 20 maggio 1915 e tre giorni dopo fu arruolato nel 27° fanteria composto soprattutto da austriaci di madre lingua tedesca e spedito al <em>Kader </em>di <strong>Graz</strong>, una specie di centro addestramento reclute. Fatta una brevissima istruzione militare, fu inviato al fronte in <strong>Galizia</strong>. Dopo qualche mese, Angelo nel suo primo battesimo di fuoco sui Carpazi, senza sparare un colpo, fu fatto prigioniero dai russi. Era il novembre del 1915.</p>
<p>Dopo una lunga marcia i prigionieri furono portati all’interno e subito divisi: quelli austriaci di lingua italiana da una parte e quelli ungheresi dall’altra. I russi non trattavano i prigionieri tutti allo stesso modo: mentre austriaci, ungheresi e germanici erano “il nemico”, gli austriaci di lingua italiana godevano di una certa simpatia. Per non parlare di quelli di lingua slava, che venivano considerati pressoché fratelli.</p>
<p>Quanti fossero lo sappiamo solo con approssimazione: pensiamo più di 25-30.000. Dopo alcuni giorni di marcia i prigionieri fecero una sosta in un campo nelle vicinanze di <strong>Kiev</strong>. I russi, saputo che Angelo era falegname, gli diedero da fare tutti i serramenti della stazione ferroviaria, con vitto e alloggio e pochi <em>kopeki </em>al giorno. Angelo rimase lì per quasi due anni, mentre nel frattempo incominciarono a giungere brutte notizie dovute alla Rivoluzione che generalmente veniva allora chiamata “Rivoluzione per la pace”.</p>
<p>In breve tempo i prigionieri furono nuovamente raccolti e disseminati senza ordine in grandi campi, dove le condizioni sanitarie erano notevolmente peggiorate. Le baracche siberiane erano zeppe di soldati prigionieri i quali vivevano anche a 50° sotto zero. Impossibile descrivere la situazione: aria viziata e infetta, prigionieri con i piedi gonfi, altri con i denti che si distaccavano dalle gengive, vestiti e abiti stracciati e puzzolenti, corpi divorati dalle malattie, dagli insetti e indeboliti dalle ferite. I morti di tifo congelati venivano accatastati all’aperto come la legna per essere sepolti solo con l’avvento della buona stagione.</p>
<p>Poco prima che finisse la guerra, in considerazione del fatto che gli irredenti si erano dimostrati ottimi lavoratori, tramite ufficiali militari italiani, diventati nel frattempo alleati, fu organizzato il loro rimpatrio. Per agevolare le operazioni di smistamento fu creato un campo soltanto per loro nelle vicinanze di <strong>Kirsanov</strong>. Si calcola che gli irredenti radunati, provenienti dal Trentino e dal Friuli austriaco, si aggirassero sulle 3.000 unità. Furono intraprese diverse iniziative da parte delle Autorità militari italiane che cominciarono a occuparsi attivamente dei prigionieri italiani, assistendoli in vario modo, compreso quello di trasportarli in Italia. Fu scelta la via orientale: partire da Kirsanov e attraversare tutta la <strong>Siberia </strong>fino a <strong>Vladivostok </strong>sulla costa del Pacifico. All’inizio i russi erano favorevoli al rimpatrio dei nostri. Poi nel 1917, quando i russi stipularono l’armistizio con gli Imperi Centrali, improvvisamente da amici gli italiani diventarono quasi nemici o quantomeno gente sospetta. Per cui i 3.000 di Kirsanov non avrebbero potuto che spostarsi a scaglioni e su treni diversi. In un regime instabile di rivoluzione e di guerra civile, il remotissimo Oceano Pacifico appariva una impresa folle: sebbene fosse l’unica tentabile.</p>
<p>Dopo rinvii e tentennamenti, i 3.000 cominciarono alla spicciolata il lungo viaggio di ritorno. Riuscirono a mettere insieme un treno composto da carri merci e fecero tutta la Transiberiana, lunga 9.280 km; in ventinove giorni raggiunsero la <strong>Cina</strong>. La Cina significava per tutti gli irredenti la Concessione Italiana di Tien Tsin, cioè buone caserme, vitto abbondante, docce, biancheria, uniformi e soprattutto ambiente nostrano: una specie di Paradiso.</p>
<p>Agli irredenti venne subito fatto “giurare fedeltà al Re e all’Italia”. All’Ambasciata chiesero ad Angelo cosa sapesse fare: “Io – rispose – sono falegname e so suonare il clarino”. Fu subito vestito con la divisa italiana e inquadrato nella banda musicale.</p>
<p>Tutte le delegazioni straniere avevano la propria banda e così Angelo sfilava per le vie della città durante le feste nazionali, politiche e ricorrenze varie. Fu trattato benissimo perché all’Ambasciata c’era da mangiare di tutto; dopo circa sei mesi di permanenza le Autorità italiane organizzarono via mare il rimpatrio. Finalmente il contingente degli irredenti fu imbarcato e piano piano incominciò il lungo viaggio di ritorno.</p>
<p>La navigazione via <strong>Suez </strong>durava dai trentacinque ai quaranta giorni e a bordo delle navi si faceva di tutto, compreso cantare per scacciare la malinconia. Gli irredenti cantavano le solite canzoni triestine quali <em>La bora</em>, <em>Caligo</em>, <em>Ciola, ciola Bepi</em>, <em>I stornei</em>&#8230; Poi furono “invitati” a cantare anche canzoni patriottiche quali <em>O sole mio</em>, <em>Addio mia bella addio</em>, <em>Inno alla Guerra </em>o <em>Inno di Mameli</em>. Queste ultime erano meno sentite e venivano cantate più per convenienza che per sentimento.</p>
<p>Finalmente arrivarono in vista della <strong>Sicilia</strong>, ma mentre Angelo stava ammirando gli alberi di mandarini, un sommergibile tedesco lanciò un siluro contro la loro imbarcazione. Il comandante, con una manovra velocissima, riuscì a mettere la nave di prua evitando così il siluro che passò a pochi metri. La guerra non era ancora terminata. Passato lo Stretto di Messina, finalmente sbarcarono a <strong>Napoli</strong>. Era l’autunno del 1918. Portati in una caserma allestita apposta per i prigionieri, tutti volevano ritornare subito a casa, ma fu detto loro che non potevano farlo, perché la guerra non era ancora definitivamente conclusa e nelle loro terre tutto era distrutto. Angelo entrò nello sconforto più nero: ormai disperava di trovare la moglie e le figlie ancora vive. Non aveva più notizie di loro da quattro anni.</p>
<p>I prigionieri furono caricati su un treno e trasportati a <strong>Torino</strong>, in un centro di “accoglienza” per prigionieri ex austriaci. Angelo fu costretto a restare in città a “purgarsi” politicamente. Gli irredenti, infatti, al ritorno dalla Russia venivano trattenuti in campi appositamente allestiti perché fossero rieducati dal punto di vista politico. Fra le autorità di fede monarchica si era diffuso il timore che in loro fossero attecchite le “idee bolsceviche” per essere rimasti tanto a lungo in contatto con elementi rivoluzionari russi. Angelo dovette subire diversi interrogatori che le autorità politiche ritennero necessari rischiando, se trovato “positivo”, di essere mandato nei campi di rieducazione nell’isola di Lipari, in Sardegna, al Forte Procolo o a Trieste-Prosecco. Senza attendere che la Commissione d’inchiesta gli desse l’attestato formale di buona condotta, Angelo fuggì. Con mezzi di fortuna arrivò a <strong>Turriaco </strong>a guerra ormai finita: era il febbraio del 1919.</p>
<p>Arrivato a casa, trovò la moglie Giovanna e le figlie Caterina e Maria, già grandi e, soprattutto,  vive. Le bambine non conoscevano il loro padre, tanto che la sera Caterina disse a sua sorella: “<em>Maria, chi xe quel’omo che al va a durmir cu la mama?</em>” (Maria, chi è quell’uomo che va a dormire con la mamma?).</p>
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		<title>Eroi della fede senza medaglie</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/eroi-della-fede-senza-medaglie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Vittorio Spanghero]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Nov 2016 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sacerdoti nella Grande Guerra</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Con l’inizio della Grande Guerra, tutte le popolazioni dell’Impero si trovarono coinvolte, sotto varie forme, sul piano ideale e materiale del conflitto. La propaganda diventava lo strumento indispensabile per raggiungere gli scopi per i quali si combatteva. Per conseguire una possibile e più ampia condivisione e convincere le masse, venivano usati tutti i mezzi ritenuti validi, compresi quelli autoritari come la coercizione per l’adempimento di certi obblighi che lo Stato riconosceva necessari per esigenze belliche.</p>
<p>L’internamento forzato dei civili fu uno dei mezzi messi in atto sia all’inizio sia durante la guerra, non per chi aveva trasgredito la legge, ma come misura preventiva. Questa operazione l’Austria la iniziò già nell’estate del 1914: praticamente nello stesso mese dell’entrata in guerra. La stampa invitava la popolazione a stare in guardia contro gli elementi sovversivi e a collaborare con la polizia per senso di “dovere patriottico”. La sorveglianza dei sospetti, i primi arresti e i primi internamenti vennero fatti fra gli immigrati stranieri, ma anche contro gli stessi cittadini austro-ungarici. Gli internamenti dei cittadini austriaci sospettati per motivi politici avvenivano fra gli irredentisti italiani, ma anche fra gli anarchici e in alcuni casi fra i socialisti o fra persone ritenute pericolose di spionaggio e sabotaggio.</p>
<p>Con l’entrata in guerra dell’Italia e la conseguente occupazione italiana di parte del territorio della Contea di Gorizia e Gradisca, le popolazioni dei territori occupati subirono un trattamento influenzato dalla paura, dal sospetto dello spionaggio e dalle imboscate. Tutti questi elementi minarono, nella fase iniziale del conflitto, i rapporti dei militari con la popolazione. Fin dai primissimi giorni dell’occupazione, la polizia italiana diede inizio alle operazioni di arresto e di internamento. Esso consisteva nell’allontanare le persone giudicate insicure, quali anarchici, filo-austriaci, religiosi; per l’incriminazione era sufficiente sostenere in pubblico le ragioni del nemico o, per quanto riguarda i sacerdoti, aver pregato in chiesa per l’Imperatore. Uno venne internato per aver affermato in pubblico che gli austriaci erano forti, un altro per aver giudicato “fedifraghi” gli italiani. In totale furono 60 i sacerdoti della diocesi di Gorizia internati in Italia con accuse talvolta assurde, come quelle di aver fatto delle segnalazioni agli aerei nemici con candele, lumi e fuochi. E ancora di aver tenuto apparecchi telefonici nascosti nei tabernacoli o sotto i pavimenti delle chiese. All’epoca si era sparsa la voce che don Eugenio, il curato di Turriaco, fosse stato accusato di essere stato sorpreso con un lume a petrolio acceso sotto la gabbana a fare segnali luminosi di notte dal campanile…</p>
<p>Molte persone, fra cui anche sacerdoti, furono arrestate, ammanettate e, a piedi, condotte in catene nei centri di raccolta, lontani decine di chilometri, per essere deportate in luoghi dell’Italia centrale.</p>
<p>L’arresto del <strong>parroco di Staranzano Benedetto Drius </strong>evidenzia, per le barbare modalità in cui  è svolto, il clima di odio di quei momenti. Una pattuglia di militari italiani lo arrestò, gli strapparono il rosario che aveva attorno al collo e al grido di “pretaccio” lo pestarono a sangue. Fu costretto a salire in groppa a un cavallo che lo scaraventò a terra. Poi lo legarono alla coda del cavallo che gli diede un calcio: ciò gli provocò una vistosa ferita alla testa e una al labbro superiore, lasciandogli una cicatrice che sarebbe risultata poi permanente.</p>
<p>Si formavano tristi e meste colonne di arrestati, legati due a due, fra i quali spesso si notavano le tonache nere dei sacerdoti. <strong>Don Martino Chiaruttini </strong>fu visto in mezzo ai soldati mezzo nudo e con la testa fasciata, mentre una signora di Pieris, mossa a compassione, gli procurò una camicia. Nelle stazioni ferroviarie, in territorio italiano, questi malcapitati erano spesso bersaglio di insulti, sputi e percosse da parte di persone ostili che accorrevano incuriosite. Vedendoli ammanettati e non sapendo chi fossero, li credevano dei delinquenti autori di chissà quali infamie e orrendi delitti.</p>
<p>I sacerdoti del Monfalconese internati furono: <strong>Luigi Baroncini</strong>, vicario di Begliano, internato a Zubiena (Piemonte); <strong>Eugenio Brandl</strong>, curato di Turriaco, internato ad Asti; <strong>Benedetto Drius</strong>, curato di Staranzano, internato a Firenze; <strong>Giovanni Kren</strong>, parroco-decano di Monfalcone, internato a Firenze; <strong>Domenico Veliscig</strong>, parroco di San Pier d’Isonzo, internato nella Fortezza del Belvedere a Firenze. I sacerdoti del Cervignanese, del Cormonese e del Gradiscano internati in Italia, dall’Esercito italiano, furono una sessantina circa e ne ricordiamo alcuni: <strong>Francesco Ballaben</strong>, parroco di Villa Vicentina; <strong>Giuseppe Calligaris</strong>, parroco di Aiello; <strong>Giuseppe Camuffo</strong>, parroco-decano di Fiumicello; <strong>Giovanni Meizlik</strong>, arciprete di Aquileia; <strong>Bernardo Mijolin</strong>, guardiano a Barbana; <strong>Enrico Sartori</strong>, parroco di Romans; <strong>Desiderio Spagnul</strong>, beneficiato di Cormons; <strong>Carlo Stacul</strong>, parroco decano di Gradisca; <strong>Sebastiano Tognon</strong>, parroco di Grado; <strong>Giuseppe Viola </strong>parroco di Capriva.</p>
<p>Queste persone venivano arrestate, schedate e portate in luoghi dell’interno dello Stato lontani dalle zone di guerra, dove il controllo da parte delle autorità era ritenuto più facile e sicuro. L’Italia aveva organizzato il controllo degli internati disperdendoli in gruppi dal numero limitato sull’intero territorio, per lo più in Sardegna e Sicilia, ma anche in piccole isole come Ustica, Lipari, Ventotene e in molte altre località della penisola. Decine di religiosi, ritenuti sostanzialmente contrari all’occupazione, furono internati a Firenze, Avellino, Lucca, Cremona, Napoli, Caserta, ma anche a Potenza, Pesaro, Ascoli Piceno, Caltanissetta, Marsala, Teramo.</p>
<p>Ma è giusto ricordare anche quei sacerdoti isontini, della Diocesi di Gorizia, che nel 1915 furono allontanati dalle loro sedi per un provvedimento delle autorità austriache, perché ritenuti ex regnicoli o regnicoli o di origine slovena di sentimenti russofili o antiasburgici. Da ricerche fatte sembra che il loro numero fosse soltanto di otto; tra gli altri ricordiamo <strong>Giovanni Bressa</strong>, beneficiario di Aquileia; <strong>Beniamino Bianche</strong>, vicario di Pieris; <strong>Luigi Pavlin</strong>, vicario di Malchina e <strong>Giovanni Scaparone</strong>, del convitto San Luigi di Gorizia.</p>
<p>Dalla parte italiana la decisione dell’internamento di una persona era di competenza esclusiva del Comando Supremo, che delegava ai comandi inferiori il compito di autorizzare e organizzare il fermo. L’esecuzione del provvedimento spettava invece ai Regi Carabinieri su ordine dei  Commissariati Civili istituiti appositamente nei territori occupati.</p>
<p>In conclusione, ricordiamo che quasi tutti i sacerdoti internati in Italia e in Austria fecero ritorno alle proprie parrocchie d’origine già nei primi mesi del 1919. Ma come ebbe a dire il <strong>vescovo Pietro Cocolin</strong>, “Ciò che conta maggiormente in tutte queste storie, sono state le qualità morali che i nostri preti seppero dimostrare in quelle tristi circostanze”.</p>
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		<title>Libri e propaganda</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/libri-e-propaganda/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Vittorio Spanghero]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Dec 2015 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La scuola e la guerra</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Con lo scoppio della guerra contro la Serbia le scuole della Contea di Gorizia e Gradisca terminarono anzitempo l’anno scolastico 1913-14. Uno dei motivi che spinse il Consiglio Distrettuale a prendere tale provvedimento fu il fatto che molti maestri furono chiamati sotto le armi già alla fine di luglio.</p>
</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Poi arrivò lo sventurato 1915. La scuola non ebbe corso regolare, in quanto il 24 maggio l’Italia dichiarò guerra all’Austria e pochi giorni dopo tutto il Cervignanese e il Monfalconese furono occupati dall’Esercito italiano. Una volta stabilito il controllo militare, il Comando Supremo italiano provvide alla sostituzione dell’amministrazione austriaca con la propria, appositamente creata per le zone di guerra. Nell’ambito di questa struttura per la gestione degli affari civili fu istituita, con funzione autonoma dal suddetto Comando, una sezione denominata <strong>Segretariato generale per gli Affari Civili</strong>. Tale struttura politico-militare avrebbe dovuto seguire nell’avanzata, dove possibile, l’esercito con il compito di occuparsi della gestione dell’amministrazione pubblica. L’intenzione politica fu quella di ingenerare nelle popolazioni, una volta annesse all’Italia, l’idea che l’esercito non fosse ritenuto occupante, ma liberatore. Tale organo, che godeva di amplissimi poteri, fu costituito il 29 maggio 1915 e sostituiva tutte le competenze che in tempo di pace sarebbero state attribuite agli organi preposti dallo Stato italiano.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Furono pertanto aboliti tutti i Consigli scolastici distrettuali di concezione austriaca e sostituiti da Commissari civili italiani con la conseguente rimozione di tutti gli insegnanti.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Un problema di non poco conto fu quello di adattare la scolaresca al cambiamento dei programmi, passando da quelli austriaci a quelli italiani. L’inno austriaco “Serbi Dio” fu sostituito da quello nazionale italiano: la “Marcia Reale”. La storia fu incentrata su quella tipica della retorica risorgimentale, mentre la geografi a subì delle modificazioni radicali e la capitale dello stato non fu più Vienna, ma Roma. Furono introdotti programmi educativi con corsi invernali ed estivi aggiungendo la celebrazione di anniversari e ricorrenze della storia patria italiana d’impronta nazional-irredentista.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Tutto questo apparato organizzativo non riuscì a trovare piena applicazione pratica nel territorio di Monfalcone. Infatti, lungo la fascia del fronte che costituiva la prima linea fu praticamente impossibile rendere stabile e sicura una qualunque forma di organizzazione scolastica e non solo. Pertanto tutti i paesi della Bisiacaria seguirono per proprio conto e in maniera saltuaria quella definita: “Scuola nel periodo di guerra in presenza del nemico”.</p>
</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Il corpo insegnante fu scelto fra maestri militari volontari e non fra esponenti di quell’irredentismo locale paventati all’inizio dell’occupazione. Questa scelta fu un bene per gli scolari bisiachi e friulani perché l’irredentismo giuliano, fra le altre innovazioni da apportare ai programmi scolastici, intendeva, come prima cosa, negare ed eliminare il rispetto e la tutela delle tradizioni locali. Riassumendo, nel Distretto Politico di Monfalcone per l’anno scolastico 1916-17 si ebbero in totale 22 scuole popolari con 81 classi e 75 insegnanti, per un totale di 5.715 alunni; 5 asili con 7 insegnanti, per un totale di 483 bambini; 24 ricreatori con 18 insegnanti per 859 alunni. Educatori estivi 24, con 61 insegnanti per 3.340 alunni. A questi dati vanno sommati quelli dei distretti di Gradisca (con 21 scuole, 45 classi, 34 insegnati e 2.605 alunni) e quelli del distretto di Gorizia (con 2 scuole, 7 classi e 253 alunni).</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Nel territorio di Monfalcone a causa dei pericoli derivanti dai continui bombardamenti non fu possibile praticare nessuna attività scolastica a corso regolare. Gli unici paesi dove fu possibile una organizzazione scolastica di tipo saltuario, della quale ci è giunta documentazione, furono <strong>Turriaco</strong>, <strong>Pieris </strong>e per brevi periodi anche <strong>San Pier d’Isonzo</strong>.</p>
</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Di pari passo si dette alla scuola nel suo indirizzo generale una fisionomia prettamente italiana, di quella italianità eroica, disciplinata senza coercizioni, assetata d’ideali, che naturalmente vibrava, così pensavano le autorità italiane, oltre i vecchi confini delle terre conquistate. Quasi tutti gli edifici scolastici furono occupati dall’esercito italiano e trasformati in sedi di comando, ospedali o ricoveri per ammalati. Molte scuole e molte aule furono sostituite con baraccamenti improvvisati o con adattamenti d’altri locali come stalle, granai, rifugi e trincee. Non mancavano, con il bel tempo, le lezioni all’aperto.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Andando oltre a queste considerazioni, diremo che i maestri militari italiani, tutto sommato, si comportarono ottimamente con i nostri bambini e i loro genitori. Questi insegnanti dopo un breve corso di adattamento-aggiornamento furono separati dalle loro unità militari e assegnati alle Autorità scolastiche del luogo.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Il primo incontro di un maestro italiano con una classe di alunni turriachesi per verificarne il grado d’istruzione si svolse nella maniera che qui riportiamo: <em>“Erisi stadi messi in riga ta’l curtio de le scole un tacà de quel’altro e al mestro Perazzotti Torquato, un meridional, al ne dise a vose alta </em>(Eravamo stati messi in riga nel cortile delle scuole, uno attaccato all’altro, e il maestro Perazzotti Torquato ci dice a voce alta)<em>: “I bambini che sanno leggere e scrivere facciano un passo avanti!” Lu l’era cunvint che a lezar e scrivar fusse stadi solche un do, tre putei. Lora noi tuti vemo fat un pas in avanti e lui, alzando la vose ancora de più al ne zigà </em>(Lui era convinto che a saper leggere e scrivere saremmo stati un paio di bambini. Allora tutti facemmo un passo in avanti e lui, alzando ancora di più la voce, gridò)<em>: “Capoccioni che non siete altro, io ho detto di fare un passo avanti a quelli che sanno leggere e scrivere e non a quelli che non sanno leggere e scrivere, avete capito? Riproviamo!” E lora noi al so segnal vemo fat de nou tuti insieme un pas avanti. Al mestro al xe restà de stuc quasi mal e sorpreso a bassa vose al ne dise a pian </em>(Allora al suo segnale facemmo di nuovo tutti un passo avanti. Il maestro restò di stucco e, sorpreso, sussurrò a bassa voce)<em>: “Non mi direte che sapete tutti leggere e scrivere?” “Si signor maestro!” xe stada la nostra risposta in coro </em>(fu la nostra risposta in coro)<em>. </em></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Inchiostro, penne, matite e quaderni venivano forniti dalla sussistenza militare alla scuola. Non di secondaria importanza, oltre alle modifiche sostanziali dei programmi scolastici, fu la strategia di propaganda politica adottata per la diffusione dello  “spirito nazionale”, riferito a quello italiano, ben s’intende.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Per questi fini fu prestata particolare cura nella scelta e nella diffusione di libri scolastici provenienti dalla scuola italiana. Per far sì che tutto ciò potesse venir accettato anche dalle famiglie degli allievi, l’impegno del Segretariato fu quello di istituire, inteso come veicolo primario di persuasione, una refezione scolastica gratuita. Ai ragazzi infatti, fin dall’inizio venne distribuita ogni giorno una merendina di pane e formaggio e, all’ora di pranzo, venivano distribuiti gli avanzi del “rancio”.</p>
</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Il successo della propaganda di redenzione filoitaliana nei confronti delle scolaresche lo si può riscontrare in due scenette scolastiche molto significative, che dimostrano il livello di “persuasione” raggiunto dopo quasi due anni di scuola. La prima scenetta evidenzia che l’antipatia verso l’esercito italiano non era scemata, anzi, e che le lezioni incentrate sulla storia patria altro non fecero che inasprire i sentimenti di avversione verso l’Italia.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Quella che segue è tratta dal diario di guerra di <strong>Benito Mussolini</strong>, una scenetta avvenuta tra lui e una orgogliosa e sprezzante bambina pierissina: <em>19 gennaio (1917) (…) ripasso l’Isonzo. Emozione. Grande fiume ceruleo. Sulle rive del Tevere è nata l’Italia, sulle vie dell’Isonzo è rinata. Pieris. Ancora popolata da donne e bambini. Nella piazzetta c’è una statua rappresentante una donna in piedi con un libro in mano. La legenda dice: </em>All’Imperatrice Elisabetta. Il popolo di Pieris<em>. Il paese è intatto. Soltanto qua e là, nei muri delle case abbandonate, l’occhio di una granata. Nel cortile del nostro accantonamento alcuni soldati di sanità hanno impiantato una scuola, frequentata da un centinaio fra maschi e femmine. Domando a una bambina:</em></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<em>&#8211; “Che cosa hai imparato oggi a scuola?”</em></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<em>&#8211; “Gnente”. </em>(Niente)</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<em>&#8211; “Vuoi un poco di pagnotta?”</em></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<em>&#8211; “Màgnetela”. </em>(Mangiatela)</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	La seconda scenetta ci porta nelle vicinanze di una cucina militare dove un carabiniere sta distribuendo avanzi di rancio a un gruppo di fanciulli in fila che attendono il proprio turno, con un recipiente in mano. Quando tocca a uno, l’altro dietro, rivolto al carabiniere con un fare da spia, dice:</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<em>“No la ghe staghe dar a lui che’l xe austriacante!” </em>(Non dia a lui perché è austriacante)</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<em>“Ah, è austriacante &#8211; dice il carabiniere &#8211; ora vediamo”, e al ragazzo in attesa, intima: “Se vuoi il rancio devi gridare: Viva l’Italia!”</em></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<em>Il bambino si mette sull’attenti e facendo il saluto grida: “Viva l’Austria!” E scappa via.</em></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<em>Un ufficiale italiano che aveva assistito al fatto, riprendendo il carabiniere gli dice: “Rincorrilo e dagli la sua razione di rancio e impara da lui come si ama la propria patria!”</em></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Per ingenerare nella mente degli scolari un senso di avversione e odio verso l’Impero e il suo esercito veniva praticato il cosiddetto “lavaggio del cervello”. Nulla veniva tralasciato e perfino il sacerdote Mattia Michelizza, durante la Messa, invitava i presenti a pregare solo per l’Esercito italiano. Il maestro a ogni inizio lezione invitava tutti a stare in piedi e a dire una preghiera per i sovrani (Vittorio Emanuele III e la Regina Elena), per la patria (l’Italia) e per i soldati che combattevano sul fronte (quelli italiani) e a cantare un qualche inno patriottico italiano.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Tutti i ragazzi ci tenevano a precisare che loro pregavano solo per l’imperatore e per i propri fratelli austriaci al fronte e non per quelli italiani. Lo dicevano apertamente pure ai carabinieri. Per rafforzare il sentimento antiaustriaco non mancavano le visite quotidiane al cimitero militare, dove erano sepolti solo i caduti italiani, sulle tombe dei quali i bambini dovevano porre dei fiori e dire una preghiera. Inoltre il maestro diceva che quei caduti erano stati uccisi dai cattivi soldati austriaci, mentre loro erano morti da eroi. Il discorso continuava poi con gli orfani, le povere donne rimaste vedove e le madri che avevano perso il proprio figlio.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	I bambini di Turriaco si erano dati una grande meraviglia nel constatare che la metà dei soldati italiani non sapeva né leggere né scrivere. Molti di loro venivano sorpresi con il giornale sotto sopra. Le nonne avevano un bel daffare a scrivere lettere per loro e non di rado si vedeva un militare accanto a un bambino che gli stava leggendo il giornale o una lettera.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Il 26 ottobre 1917 l’impianto scolastico militare italiano cessò bruscamente la propria attività e i maestri militari italiani dovettero fuggire precipitosamente all’interno del Regno, seguendo l’esercito nella ritirata di Caporetto. Le immagini del re Vittorio e della regina Elena furono immediatamente sostituite da quelle della casa reale d’Austria. L’anno scolastico 1918-19 non proseguì il suo corso regolarmente, causa l’impoverimento delle condizioni esistenziali, la mancanza di insegnanti e l’estrema carenza alimentare: fattori di degrado che si rifletterono direttamente sulla salute della popolazione.</p>
</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Crebbero infatti le malattie infettive come la micidiale influenza “spagnola”, scoppiata nell’autunno del ’18 e la mortalità infantile ebbe picchi preoccupanti per “debolezza congenita, consunzione, anemia, catarro, spasmo”.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Nel novembre dello stesso anno l’Impero asburgico si disciolse come neve al sole e con lui la scuola popolare austriaca che, in poco più di cento anni, era riuscita a portare l’alfabetizzazione delle classi rurali al 99%, percentuale che l’Italia repubblicana oggi, nei primi decenni del terzo millennio deve ancora raggiungere. I protagonisti della “scuola elementare in tempo di guerra” sono ormai tutti deceduti e di loro sono rimaste soltanto alcune foto e un paio di interviste fatte negli anni Ottanta e Novanta dal sottoscritto.</p>
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		<title>Sassi nello stagno della Grande Guerra</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/sassi-nello-stagno-della-grande-guerra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Vittorio Spanghero]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Nov 2015 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Donne in prima linea</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/11716-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/sassi-nello-stagno-della-grande-guerra/">Sassi nello stagno della Grande Guerra</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	In una guerra ci sono tanti soldati galantuomini, magari eroi, ma anche tantissimi mascalzoni, sicuramente vili. Le guerre spesso portano con sé tutto quello che di male un popolo produce. Oltre a malattie, prigionia, fame, morte e malanni di ogni genere, una ignominia delle più odiose, assommata alle altre, è quella della violenza sulle donne.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Le conseguenze in moltissimi casi risultano facilmente immaginabili: la nascita di figli non voluti, frutto non di amore, ma di sopraffazione. La propaganda nella Prima guerra mondiale, sui vari fronti in lotta, assunse toni talmente aspri da legittimare l’infanticidio.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	La stessa cosa, ma con toni diversi, avvenne nel periodo dell’occupazione italiana del 1915, ‘16 e ‘17 nei paesi di San Canzian, Pieris, Turriaco, Cassegliano, San Pier d’Isonzo e, seppur in tono minore, a Fogliano, Sagrado, Ronchi, Monfalcone e Staranzano solo per il fatto che erano stati del tutto o in parte evacuati.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Risultarono pure casi in cui le donne furono consenzienti e seppero in seguito assumersi dignitosamente la propria responsabilità sia verso la famiglia sia verso i mariti lontani. Fu una specie di prezzo/umiliazione che la popolazione civile bisiaca dovette pagare/subire in quanto si era considerata occupata e non liberata dall’Esercito italiano. Questo i soldati italiani lo capirono fi n dal primo giorno, quando videro che la popolazione locale non salutò festosamente il loro arrivo. Ciò avvenne in alcuni casi, che da storici di parte o in malafede, sono stati definiti come il naturale trasporto del “lasciarsi prendere”. Le giovani bisiache non avrebbero aspettato altro che questo per donarsi con amore agli agognati liberatori.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Questa impietosa rappresentazione dei soldati italiani si è venuta a formare in seguito a fatti poco conosciuti e ancora meno divulgati proprio per il timore di far nascere, a distanza di anni, il risentimento e la vergogna dei parenti, i quali li hanno sempre tenuti nascosti. Un signora di <strong>Turriaco</strong>, di cui omettiamo il nome, ha raccontato in un’intervista che una notte durante la guerra, alcuni soldati italiani cercarono di forzare la porta della camera dove lei, la sorella e la madre dormivano da sole, perché il padre era lontano per il servizio militare austro-ungarico. Presero tanta paura che dovettero rifugiarsi presso la famiglia di un loro zio.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Ma quante furono le porte forzate che invece cedettero? Difficile dirlo, anche perché non tutto ciò che si sussurrava in giro giungeva agli orecchi otturati dalla vergogna e dalla paura. Era meglio non sapere e far finta di niente: il silenzio, alla fi ne, aiutava a nascondere la propria dignità perduta. Dopo la guerra fu costituita una <strong>Commissione d’inchiesta </strong>dalla quale le violenze carnali in massima parte furono ignorate. Il motivo principale fu che il pudore della gente di campagna, come quella bisiaca, inibì le vittime dal denunciare i fatti. Non si conoscerà mai il numero preciso delle donne ferite dal “fenomeno”, anche perché molte di esse si prostituirono per fame. Ci furono casi in cui alcune donne di Turriaco furono viste stazionare nelle vicinanze di osterie in dubbia attesa. Alcune di loro furono colte sul fatto dai proprietari e cacciate via con la scopa. A lenire gli orrori e placare le voglie che una guerra ingenera, a Turriaco funzionavano trenta osterie, una Casa del soldato e due bordelli legalizzati. Istituiti a scopo ricreativo, questi “casini di guerra” risultavano spesso insufficienti a soddisfare l’enorme richiesta (mediamente a Turriaco stazionavano dai cinque ai seimila soldati, più quelli che venivano da fuori).</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Diverse volte la “<strong>Villa delle vergini</strong>”, così si chiamava il casino di Turriaco, fu presa d’assalto dai soldati che, eccitati e stufi di aspettare il proprio turno, travolsero le guardie, sequestrarono le “signorine” e le portarono a spalla, nude, in giro per il paese, accompagnate da grida di sedizione contro il Governo, l’Esercito e inneggiando alla fine della guerra. Come in tanti altri paesi anche a Turriaco esisteva una “<strong>Casa del soldato</strong>”, istituzione fondata a scopo ricreativo per i soldati al fronte. In queste “case” si organizzavano delle manifestazioni al chiuso come serate teatrali, cinematografiche e numeri di varietà. All’aperto, l’albero della “cuccagna”, gare sportive, il gioco del calcio e quello della tombola. I premi andavano dal materiale per scrivere ai fiaschi di vino agli alcolici vari e al tabacco. Quelli più ambiti erano le marchette per il “casino”.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	A Turriaco le manifestazioni al chiuso si tenevano nel complesso agricolo del Giudice Snidero, oggi proprietà del signor Livio Tonca, ma anche in chiesa. Quelle all’aperto nella zona Sud del complesso Priuli. Turriaco allora contava 1.500 abitanti circa, di cui 750 femmine e, di esse, almeno 300-350 erano in “età”. Se i nati registrati furono 33, di sicuro un’altra decina, e forse più, furono gli aborti e almeno un’altra cinquantina di donne furono violate, anche se la conseguenza non fu quella interessata all’odioso fenomeno dei figli di guerra non voluti.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Da aggiungere a questo gli abusi verso i bambini per un pezzo di cioccolato o un po’ di zucchero. Madri che, all’avvicinarsi di militari, mandavano le proprie figlie, <em>zà regazete </em>(già ragazzette, ndr), ai piani superiori e a chiudersi nelle camere per paura che facessero loro del male.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Provate a pensare all’umiliazione del militare austriaco che ritorna a casa dopo quattro anni di guerra e trova la moglie che ha avuto un figlio dal nemico contro il quale lui aveva combattuto. Alcuni la presero male, anzi malissimo, come un soldato di Turriaco che, per la disperazione, ritornò in prima linea da dove non fece più ritorno. Oppure un altro, sempre di Turriaco che, dato per morto, trovò poi la moglie con un figlio non suo e maritata con un soldato italiano. Ci furono anche situazioni tragicomiche come quelle di una certa Maria che, alle contumelie del marito offeso, rispose “<em>Se capisse lori, i taliani i era zovini e sprafumadi, miga ti che te xe vec’ e che te sa noma de pet!</em>” (traduzione dal bisiaco: “gli italiani erano giovani e profumati, mica come te che sei vecchio e che sai solo di scoreggia”). Un altro tenne la moglie in casa, ma senza mai rivolgerle la parola. Qualcuno ebbe dalla moglie addirittura un altro figlio, ma senza parlare mai con lei. Ci fu chi, ritornato a casa ed espressa la sua rabbia, si prese un sacco di legnate dalla moglie e dai fratelli di lei e fu cacciato da casa. Ma la cosa più triste fu che oltre la metà dei bambini nati da relazioni più o meno consenzienti non superarono l’anno di età. Infatti a Turriaco su 33 “fi gli di guerra” ben 17 morirono di morte “naturale” pochi mesi dopo la nascita. Nel “Liber Defunctorum” della parrocchia di Turriaco,  relativo agli anni 1917 e ’18, le cause di morte dei nati illegittimi, definiti <em>figli della guerra</em>, sono gastroenterite acuta, polmonite e debolezza. Correva voce che i figli delle violenze non potessero che nascere “tarati e pericolosi” per la società.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Da testimonianze raccolte negli anni Ottanta del 1900, si ricordava ancora, senza fare i nomi, che i figli degli italiani venivano lasciati scoperti durante l’inverno, nutriti con pastasciutta anzi tempo o semplicemente denutriti. Insomma non bisognava accettare i figli del nemico: erano solo “<em>roba di talians laris, bausars e sporcaciòns</em>” (traduzione dal friulano “roba di italiani ladri, bugiardi e sporcaccioni”).</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Due casi ebbero un “lieto fine”: il padre ritornato dalla guerra dette il proprio cognome al figlio della sola moglie, togliendogli l’aggettivo di illegittimo. I nomi di quei nati sono inusuali nel nostro paese e riflettono la situazione del momento, come Italia, Innocente, Italia Maria, Redenta Italia, Cirino, Italo, Concetta o semplicemente “talian”.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Poi c’erano delle donne che, per non lasciar traccia della nascita nel registro parrocchiale di Turriaco, andarono a partorire in paesi dell’interno. Una andò addirittura a partorire a Udine, dove lasciò le due gemelle avute in un orfanotrofio, quelli con la “ruota della carità”, e fece ritorno senza niente, <em>a man spacolando </em>(traduzione dal bisiaco: a mani vuote). Nella <strong>villa Mangilli </strong>di Turriaco, sede del Comando del XIII Corpo d’Armata, funzionava ottimamente un salotto dove si teneva la conta delle donne turriachesi ingravidate dai soldati italiani. A tener aggiornati i tempi di gestazione, del parto e dei nomi degli illegittimi, ci pensavano le donne addette al lavaggio della biancheria e alla mensa ufficiali, che quotidianamente si aggiravano nei paraggi. Alla nascita di ogni figlio “italiano”, i militari gridavano: ”Evviva!”, come se fosse stata conquistata un’importante “quota” carsica. Le donne che avevano partorito figli legittimi si diceva che <em>le véa vù </em>mentre quelle che avevano partorito figli illegittimi si diceva che <em>le véa bù</em>. Tra il vù e il bù, spesso, si celava la differenza che c’è fra il sentimento della gioia e quello del dramma familiare.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Poi con l’arrivo dell’Italia tutto ciò fu messo a tacere e fu coperto da un muro di omertà, attuato dalle autorità con la propaganda dei vincitori. Va da sé che la storiografia, quella degli studiosi di comodo, accentuò solo gli esecrabili misfatti e aberrazioni del sesso compiute dalle truppe tedesche, austriache, ungheresi, croate, bosniache e boeme quando occuparono una buona porzione di territorio italiano a seguito della rotta di Caporetto del 1917.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Di ciò che fecero i soldati italiani non troverete nessuna traccia. La memoria diretta non esiste più perché i figli della guerra sono ormai tutti morti. Sono rimasti soltanto i registri parrocchiali dei battezzati e dei defunti a testimoniare l’umiliazione che tante madri bisiache e “furlane” dovettero subire cent’anni fa.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	La cosa vista dalla parte degli occupanti naturalmente prende una connotazione del tutto diversa: <strong>Ugo Ojetti</strong>, giornalista incaricato di rastrellare i tesori artistici nel territorio del Friuli austriaco conquistato, in alcune lettere alla moglie vantava il fatto che nel Monfalconese e nel Cervignanese un congruo numero di mogli di combattenti austro-ungarici fossero state ingravidate dai suoi “baldi soldati”.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Terminata la guerra, sappiamo tutti come è andata a finire: le province del Friuli austriaco passarono all’Italia. Nel luglio del 1919, quel buon uomo che fu monsignor <strong>Celso Costantini </strong>pensò bene di istituire a Portogruaro un Ospizio per i figli della guerra, per ricoverare, mantenere ed educare i bambini nati da donne maritate, mentre il loro marito, per le vicende del conflitto, era stato assente. Monsignor Costantini aveva preso gli opportuni accordi con le superiori autorità civili ed ecclesiastiche con l’intenzione di accogliere nello stesso Istituto anche i figli della guerra esistenti nel territorio di Monfalcone. Egli chiese a tutti i sacerdoti della Bisiacaria e della Bassa friulana di preparare un elenco per facilitare la ricomposizione e la pace delle famiglie. Monsignor Costantini ebbe poi l’intenzione di trasportare l’Istituto, o una filiale di esso, in uno dei nostri paesi, insediandolo in una villa, meglio se con campagna adiacente. Probabilmente pensava a <strong>villa Fabris di Begliano</strong>, che si prestava benissimo allo scopo. Pertanto invitò tutti i sacerdoti a inviare al più presto i dati dei figli in questione.</p>
<p style="text-align: justify;" class="ui-droppable"> 	Non sappiamo che fine abbia fatto questa idea e se i nostri sacerdoti si premurarono d’inviare la lista dei figli dei “taliani” della loro parrocchia. Personalmente dalle ricerche fatte e soprattutto dalla memoria orale tramandata da alcune persone interessate ai fatti, penso di no.</p>
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