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	<title>Anna Limpido &#8211; imagazine.it</title>
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	<title>Anna Limpido &#8211; imagazine.it</title>
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	<item>
		<title>Disparità di genere da denunciare ovunque</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Anna Limpido]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Jan 2023 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Continua a far discutere la testimonianza di una giovane coppia all'interno di una nota trasmissione tv nazionale</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p> 	Succede che sabato scorso nella nota trasmissione televisiva “<em>C’è posta per te</em>”, condotta da una sempre più paziente Maria de Filippi, è intervenuta una coppia, Valentina e Stefano, che ha fatto molto discutere.</p>
<p> 	La storia è stata presentata come un matrimonio interrotto da un tradimento di lei che, pentita, chiedeva perdono al marito ancora visibilmente arrabbiato e che non perdeva occasione per punirla con parole severe. La stessa conduttrice ha evidenziato che quando lui parlava con lei della moglie era più accondiscendente mentre quando si rivolgeva direttamente alla moglie era sprezzante e distaccato.</p>
<p> 	Arrabbiato dunque e a giusta ragione (il tradimento subito).</p>
<p> 	Per tale motivo, e giustificazione, la tolleranza della conduttrice ha soprasseduto su termini alterati altrimenti impronunciabili.</p>
<p> 	Questa storia però, via via che veniva raccontata, presentava un retrogusto (neppure troppo retro) di marcio ovvero che lui era solito, negli ultimi anni di vita coniugale, offendere la moglie, denigrarla, svilirla sia in privato che davanti ai figli e a terzi. Insomma, non era qualcosa di eccezionale ma di consueto.</p>
<p> 	La conduttrice lo ha richiamato a ragionevolezza: offendere la propria moglie non è meno grave di subire un tradimento ma il marito ha rubricato tutto come “sciocchezze” e così Maria, che è notoriamente tesa a “togliere la busta” nel tracciato del format, ha accantonato le proprie ragioni purché si riconciliassero.</p>
<p> 	Ne è seguito nei giorni successivi un polverone di opinioni che urlano alla tv spazzatura e condannano la conduttrice di aver propinato in prima serata una relazione tossica in salsa “<em>candy candy</em>” dove l’importante è riconciliarsi a qualunque costo anche soprassedendo la gravità della condizione psicologica in cui la moglie ha versato, versava e probabilmente verserà ancora dato che dal marito non c’è stato nessun ravvedimento. Anzi.</p>
<p> 	L’accusa, in pratica, è stata quella di aver “normalizzato” una situazione gravissima che era da centro antiviolenza e non da televisione.</p>
<p> 	Premesso che tutti i casi problematici che la trasmissione “<em>C’è posta per te</em>” racconta, e non solo lei, sono da psicologo più che da televisione (la violenza psicologica su una donna non è meno grave della violenza psicologica su un padre anziano o su un figlio abbandonato), ritengo che la conduttrice abbia fatto bene a raccontare questa storia perché è giusto che si sappia che esistono ancora questi uomini e che non sono vecchi decrepiti figli dell’Ottocento ma sono i figli maschi nostri contemporanei che le famiglie e la società, ancora nel 2000, allatta, cresce e consolida nella loro educazione maschilista e patriarcale.</p>
<p> 	Chi si occupa di difendere le donne sa, infatti, che l’alibi più spesso in malafede impiegato per non portare avanti misure efficaci a tutela del sesso femminile è che il problema non esiste o è diventato marginale col tempo. Niente di più falso: i numeri gravi della disparità di genere, il lessico giornalistico che violenta due volte le vittime se donne, l’ignoranza di chi rubrica chi difende le donne come “femministe bigotte”, dimostra che in giro ci sono migliaia di Stefano simili che ritengono di “valore minore” la moglie perché lavora meno dell’uomo (“solo 4 ore”), perché i figli sono affari della mamma (“li hai voluti tu”) e che è giusto che il marito stanco si butti sul divano mentre la moglie sbrighi le faccende di casa.</p>
<p> 	La differenza, rispetto a questo marito di discutibile spessore che neppure si è accorto della figura barbina fatta, è che l’uomo medio più colto è semplicemente più ipocrita e ritiene che se una donna lavora in <em>part time</em> è perché lei l’ha voluto o che se non esistono donne in politica o in posti di potere è perché loro non vogliono quasi a dire “io sono per la modernità ma è lei che non vuole”.</p>
<p> 	Quindi parliamone, parliamone e parliamone sempre. E bene ha fatto la trasmissione televisiva a non censurare questo racconto. Mostriamoli questi uomini, smascheriamoli, additiamoli perché sono in mezzo a noi, nei letti delle donne, sono i capi in ufficio, i nostri politici.</p>
<p> 	D’altro canto però dobbiamo anche muovere un sentimento benevolente di pena per le parole di una donna, Valentina, giovanissima tra l’altro, cresciuta ad ambire a essere “una donna, moglie e madre perfetta”, una donna che ha assaggiato l’amore libero ed educato solo un mese nella propria vita e ne ha avuto paura e per questo si è colpevolizzata tanto da tornare dal proprio carnefice ignara che d’ora innanzi sarà anche peggio di prima.</p>
<p> 	Quindi va tutto bene quello che è stato trasmesso?</p>
<p> 	No, Maria non doveva spingere sulla conciliazione così come chiunque che riceva denunce di violenza non dovrebbe dare corso al ritrattamento. C’era stato recentemente il caso di un giudice che, nonostante il ripensamento di una donna, punì comunque il suo carnefice intendendola “non capace di proteggere sé stessa” ed è proprio così: chi subisce anni di angherie perde la lucidità. Seppur adulte, maggiorenni e spesso madri, queste donne sono fragili come foglie logore dove vedi oltre per oltre fra i loro filamenti laceri.</p>
<p> 	Bene dunque lo sdegno generale ma che sia indirizzato a quello che deve far davvero sdegnare: non verso chi ha il coraggio di raccontare una brutta storia ma nella tendenza, che abbiamo tutti noi, di non capire appieno la gravità della condizione di donne che chiedono aiuto ma spesso non sapendo quale sia l’aiuto di cui hanno davvero bisogno.</p>
<p> 	 </p>
<p> 	Anna Limpido è Consigliera di parità della Regione Friuli Venezia Giulia</p>
<p> 	 </p>
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			</item>
		<item>
		<title>Alle origini della disparità delle donne</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/alle-origini-della-disparita-delle-donne/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Anna Limpido]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Sep 2022 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Costituzione e diritti</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/49598-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/alle-origini-della-disparita-delle-donne/">Alle origini della disparità delle donne</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p> 	La Costituzione è senza dubbio il più grande atto democratico italiano del XX secolo.</p>
<p> 	Scritta con estremo discernimento dopo un ventennio fascista, due guerre mondiali e la scelta post monarchica, è per tutti gli Italiani la Carta dei diritti, la fonte primaria, la base e il perimetro entro cui è nata e cresciuta la Repubblica Italiana.</p>
<p> 	Leggerla pretende rispetto ma non certo al punto di annichilire quel doveroso interrogarsi sugli strumenti di cui la nostra società dispone per dare risposte a un mondo in continua evoluzione. Guai a congelarne il pensiero critico, l’analisi, la conoscenza.</p>
<p> 	Fra i tanti problemi sociali che meritano priorità per un’indagine normativa che parta dalle origini e quindi dalla Costituzione, se non altro per anzianità di oltre un settantennio, c’è la discriminazione lavorativa e sociale delle donne.</p>
<p> 	Di parità già dibattevano le nostre Madri Costituenti: Maria Federici, Angela Gotelli, Tina Merlin, Teresa Noce e Nilde Jotti, cinque in un’Assemblea di settantacinque componenti.</p>
<p> 	La richiesta di parità nacque proprio dalle donne negli anni del dopoguerra, dopo cioè che si sobbarcarono per anni dei mestieri tradizionalmente compiuti dagli uomini, durante la guerra assenti perché in trincea. Le necessità quotidiane le portarono oltre a quello che tradizionalmente ci si attendeva da loro e fece scoprire, in primis proprio alle donne, che ne erano capaci (sino alla fine del XIX secolo la cultura patriarcale ereditata ancora dall’antica Roma le credeva effettivamente incapaci di sopportare carichi di lavoro pesanti in una società prettamente rurale).</p>
<p> 	Una presa d’atto a cui non vollero più rinunciare.</p>
<p> 	D’altronde se è vero che la donna aveva dimostrato di poter essere anche una “lavoratrice” (era tale infatti solo il lavoro fuori casa, non quello domestico) oltre ovviamente a svolgere la propria funzione domestica, non era vero il contrario: l’uomo, nato per “lavorare duro e sostenere la famiglia”, non sapeva e non voleva avere anche una funzione domestica. Una presa di posizione collettivamente pacifica (a tal proposito, solo qualche tempo prima, sull’infedeltà femminile, questa veniva punita più severamente rispetto a quella del marito proprio perché si riteneva che alla donna fosse attribuita, per natura, una funzione “unificatrice del focolare domestico”, funzione assente nell’uomo).</p>
<p> 	Una società che si muoveva, tra l’altro, sullo sfondo di una pressante cultura cattolica (risale solo al 1984 la riforma del Concordato con cui la religione Cattolica è stata dichiarata non più religione dello Stato).</p>
<p> 	Con queste chiavi di lettura (privi di giudizio a posteriori della storia), è interessante leggere alcuni passaggi delle conversazioni dei Costituenti che, con lavoro certosino durato mesi, scrissero l’articolo 37 così come oggi lo conosciamo (uno dei pochi articoli ascrivibili alla parità di genere): <em>“La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”</em>:</p>
<p> 	<strong>così l’on. Lucifero:</strong><em> “poiché effettivamente la funzione della donna, fin quando esisterà la famiglia, è prevalentemente nell&#39;ambito di questa. Il lavoro e le funzioni che la donna deve esercitare come madre e come sposa prevalgono su quelli che essa può esercitare come lavoratrice. Per questo ritiene che tali funzioni debbano essere sottolineate in questa sede dove si parla della donna lavoratrice”.</em></p>
<p> 	<strong>L’on. La Pira</strong><em> “fa presente che la vita di una madre di famiglia è interiorizzata nella casa e non può essere espletata dall&#39;uomo. In questo senso si dice che la missione della donna è essenzialmente familiare. La essenzialità dell&#39;uomo nella famiglia ha un altro carattere”.</em></p>
<p> 	C’è da chiedersi se il riconoscimento del nuovo status paritario di donna “lavoratrice”, nato proprio con la Costituzione, sia stato legato al requisito di “consentire l’essenziale funzione familiare” come condizione (ti consento di lavorare purché tu garantisca comunque l’assolvimento dei tuoi compiti domestici) o come mera tutela (da lavoratrice ti tutelo quando sarai madre).</p>
<p> 	I costituzionalisti propendono per questa seconda lettura, gli storici (anche) per la prima: la società cattolica di allora, ben rappresentata anche in Parlamento da una prevalenza di politici della Democrazia Cristiana (seguiti dai Socialisti, anch’essi spesso privatamente cattolici, e Comunisti), non faceva certo segreto che la missione prevalente e speciale della donna fosse fare figli. Un onere biologico e morale, tra l’altro, non privato ma pubblico (così Merlin: “il riconoscimento della funzione sociale della maternità non interessa solo la donna, o l&#39;uomo, o la famiglia; interessa tutta la società”).</p>
<p> 	La famiglia generativa, dunque, era dichiaratamente un affare nazionale e le donne che si sottraevano a questo erano criticate, considerate incomplete e incompiute.</p>
<p> 	Di pari interesse, poi, è il primo capoverso dell’articolo 37 dove si precisa che la parità di diritti dev’esserci ma “a parità di lavoro”.</p>
<p> 	I Costituenti invero ritenevano unanimemente che la parità fosse possibile solo a condizione dell’effettiva uguale “produttività” con il lavoro degli uomini, un cruccio probabilmente ereditato del passato ove, come si è detto, le donne non riuscivano a svolgere gli stessi compiti agricoli per diversa e più fragile costituzione fisica. Una precisazione prudente, volta a non garantirne un vantaggio ingiustificato, una tutela paritaria per i (veri) lavoratori (maschi) non dando mai per scontato tale capacità femminile.</p>
<p> 	<strong>Così l’on. Tupini</strong>: “se non c&#39;è uguale rendimento, non si può pretendere uguale salario”.</p>
<p> 	In contrappasso con tali e tanti contributi tradizionalisti, si è distinta una certa minoritaria ma importante visione, più moderna e progressista, dei Costituenti, una su tutte <strong>quella dell’on. Aldo Moro</strong> che, tra le altre: “<em>la donna deve appartenere alla vita sociale e politica e deve svolgere un&#39;attività lavorativa specifica</em>” (ma anche ad esempio l’<strong>on. Basso</strong> <em>“dichiara di non approvare l&#39;aggettivo «essenziale» perché ritiene che la missione dell&#39;uomo nella famiglia sia altrettanto essenziale quanto quella della donna”</em>).</p>
<p> 	È anche e soprattutto grazie a questa se l’obbligo domestico è stato alleggerito dal termine “missione” a “funzione”, da “prevalente” a “essenziale”. Una visione, seppur quasi integralmente rimasta solo nei lavori preparatori dell’articolo, forte e fiduciosa dello sviluppo della figura della donna.</p>
<p> 	Pare evidente che l’articolo 37, così come ieri fu scritto e oggi lo conosciamo, di più non è riuscito a spiccare il volo (e già così era da considerarsi tantissimo per l’epoca). Chi si occupa di parità di genere deve riconoscere che nel ’48 (il primo gennaio di quell’anno entrò in vigore la Costituzione Italiana) sono state messe sì le basi per la tutela del lavoro delle donne ma le troppe zavorre culturali e sociali ne hanno effettivamente pregiudicato la reale bontà del messaggio.</p>
<p> 	 </p>
<p> 	<em>Anna Limpido è Consigliera di parità della Regione Friuli Venezia Giulia</em></p>
<p> 	 </p>
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			</item>
		<item>
		<title>Guardare a chi ha bisogno di aiuto</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/guardare-a-chi-ha-bisogno-di-aiuto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Anna Limpido]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Jul 2022 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=44287</guid>

					<description><![CDATA[<p>Dopo la morte della piccola Diana</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> 	È almeno la quarta volta che scrivo e poi cestino un pezzo dedicato alla vicenda della piccola Diana, morta per abbandono della propria madre. Ogni volta alla rilettura trovo considerazioni sì giuste ma mai più urgenti rispetto al profondo lutto che tutta la nostra società dovrebbe riservare a questa tragedia umana.</p>
<p> 	Fatti come questi, infatti, non possono essere rubricati come singole sfortune o disgrazie ma debbono necessariamente portarci a riflettere su quale società stiamo costruendo noi tutti, con quali priorità e quali voci invece stiamo mettendo al secondo se non terzo o quarto posto.</p>
<p> 	Di sicuro, in fondo alla lista, stanno andando i più fragili che anni di impoverimento della sanità pubblica e del welfare ghettizzano di fatto in un mondo parallelo formato da disagi familiari, povertà educativa ed economica, pericolosi e spesso violenti riscatti ed effimeri disincanti.</p>
<p> 	Ho letto che della piccola Diana esistono poche foto, nessuna (né la sciagurata madre né evidentemente la sua famiglia) la festeggiava, la coccolava, desiderava un ricordo della sua esistenza e della sua crescita. Una gravidanza scoperta mal volentieri e vissuta come un peso dopo, un ostacolo alla vita normale di una donna più “sola” che “single”.</p>
<p> 	Non oso immaginare in quei 18 mesi di vita quali episodi atroci siano accaduti in quelle quattro mura (di cui temo che quello che ha portato alla morte sia stato solo l’apice) e non oso immaginare quale sia stata l’incuria e la disattenzione della famiglia della madre che, dopo la morte, ha candidamente dichiarato “non ci siamo mai accorti di nulla”. E come loro, i vicini di casa, quelli che se accendi la lavatrice di notte ti segnalano subito all’amministratore, in quel condominio per un anno e mezzo non hanno mai sentito nulla, non urla, non rumori sordi, né stranezze inconciliabili con la vita di una giovane madre.</p>
<p> 	Non c’è giudizio nelle mie parole ma profonda pena per persone che evidentemente vivono situazioni di disagi familiari così gravi da non accorgersi uno dell’altro, non solo della madre verso la propria figlia, ma anche della madre della madre, di tutta la famiglia assente, della vicina di casa che non ha scorto nulla o, se sì, non lo ha segnalato agli assistenti sociali.</p>
<p> 	Avevo scritto della fatica di fare la madre che è un impegno difficile tutt’altro che “naturale” in una società poi dove le separazioni prolificano e le madri restano spesso sole e unico punto fermo a cui si aggrappano i propri figli.</p>
<p> 	Avevo scritto della figura della “madre della madre” che, tradizionalmente giaciglio saggio di cura, sta scomparendo sotto i colpi di una società che le costringe al lavoro fino a tarda età o, se in pensione, sempre più spesso all’egoismo di una propria nuova vita.</p>
<p> 	Avevo scritto della pressione che grava su una giovane madre che pare non potersi più concedere il lusso di vivere la propria maternità senza la critica generale che impone asettici diktat su “come deve essere una madre” (ovviamente bella, magra, radiosa e abnegata silenziosamente alle proprie fatiche).</p>
<p> 	Avevo scritto sui mainstream più comuni che hanno spostato l’attenzione generale ai nuovi poveri (di diritti) da quelli reali, oggi dimenticati da tutti e dove invece prolificano i germi delle derive umane.</p>
<p> 	Avevo scritto sul fatto che i nostri piccoli (bambini, ragazzi, giovani) non sono più al centro di nessuna agenda politica e che nessuno se ne occupa più come priorità. Il loro bene arriva dopo il bene di una madre e di un padre che “hanno diritto di rifarsi una vita”, delle nuove lobby che “hanno diritto ad avere tutela”, dell’economia e del lavoro che li snobba sino all’età matura perché c’è qualcun altro che ha sempre più diritti di loro.</p>
<p> 	Il nostro sguardo caritatevole sta diventando selettivo e ognuno sceglie (vuoi anche in base alle mode del momento) a chi riservare la sua clemenza umana: chi ai cani, chi a questo e chi a quello, perché incapaci di allargare lo sguardo oltre le classificazioni verso chi, semplicemente, ha bisogno di aiuto.</p>
<p> 	 </p>
<p> 	<em>Anna Limpido è Consigliera di Parità della Regione Friuli Venezia Giulia</em></p>
<p> 	 </p>
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		<item>
		<title>Oltre l&#8217;amore</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/oltre-lamore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Anna Limpido]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 May 2022 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mercedes Gerometta Zollia</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> 	Se il vostro vicino di casa fosse il proprietario del noto prosciuttificio “Ferrarini” o della <em>maison </em>di alta moda “Luisa Spagnoli”, voi credereste di saperlo? Sbagliato: seppur la città di <strong>Gorizia </strong>conti oramai meno di 35.000 anime, qui effettivamente vive un imprenditore di tale caratura industriale nell’inconsapevolezza dei più dei suoi concittadini.</p>
<p> 	Sto parlando di <strong>Benito Zollia</strong>, presidente della Brovedani Group Spa, leader a livello mondiale nella produzione di componenti meccaniche. Goriziano di origine, classe ’36, emigrato a Milano e poi rientrato nella terra natia per far crescere la sua numerosa famiglia in una preziosa casa del centro.</p>
<p> 	Regina di questa casa è la signora <strong>Mercedes</strong>, una bella donna a cui neppure i segni del tempo sono riusciti a confondere quel fascino che evidentemente esercitava quando, da giovanissima, riporto letteralmente le parole del marito Benito, “come un colpo di fulmine” rapì il suo cuore (e secondo me non solo il suo), lui che era un giovane intraprendente ed emancipato, nonché un corteggiatissimo sportivo.</p>
<p> 	Lei era a cavalcioni di una <em>Harley Davidson </em>gialla a San Floriano del Collio dove era stata accompagnata per ristorarsi dal caldo estivo con un buon bicchiere di pesche col vino. Foulard al collo, fisico minuto e proporzionato, occhi chiari e vispi. Lui la vide e se ne invaghì così come sa essere travolgente l’amore di un ventenne pieno di sogni.</p>
<p> 	Ho fortemente voluto la signora Mercedes per tante ragioni: perché musa di un industriale goriziano così affermato (lui le ha dedicato anche il libro autobiografico “<em>Time Out</em>”), perché sintesi di grande forza e pacatezza, perché pittrice in una Gorizia che negli anni ottanta tentava di far capolino nel mercato artistico ma anche per l’amore celebrativo di uno dei figli.</p>
<p> 	E poi per guardare oltre le apparenze di una donna che dietro la sua riservatezza ha molto da raccontare, in primis la responsabilità, il peso e l’onore di essere “<em>la moglie di</em>”.</p>
<p> 	<strong>Mercedes, immagino che lei sia abituata ad avere tanta attenzione addosso e chissà quante interviste avrà rilasciato… </strong></p>
<p> 	«In realtà questa è la seconda in tutta la mia vita. La prima me la fece <em>Il Piccolo </em>nell’’82 (mi allunga l’articolo di giornale ritagliato, <em>ndr</em>) dal titolo “<em>Me ne vado in soffitta e dipingo un’altra vita</em>”. D’altronde quando iniziai a lavorare, non avevo neppure vent’anni, facevo l’inserviente presso l’allora Manicomio Basaglia di Gorizia dove durai poco: mio marito mi portò via con lui a Milano e io smisi totalmente di lavorare perché a lui non piaceva il lavoro che facevo».</p>
<p> 	<strong>Le è dispiaciuto lasciare il suo lavoro?</strong></p>
<p> 	«No e poi mi eccitava l’idea di seguirlo e dedicarmi esclusivamente alla famiglia che entrambi desideravamo. Abbiamo presto avuto tre figli e io, a Milano senza i miei genitori ma aiutata dalle tate, certo non fremevo di tornare a lavorare».</p>
<p> 	<strong>Lei racconta questo passaggio sapendo dei successi conseguiti negli anni da suo marito. Ma all’inizio eravate due giovani di belle speranze e lei non poteva immaginare il futuro che vi aspettava. Milano poteva essere anche una débâcle e lei sarebbe rimasta sola con tre bambini piccoli in una grande città a fare i conti per pagare le bollette. Fu un salto nel buio il suo, una scommessa. Vinta, ma all’inizio non poteva saperlo&#8230;</strong></p>
<p> 	«Sì, è vero, all’inizio la nostra vita di coppia comportava il far tornare i conti dei nostri bisogni col suo unico stipendio da impiegato ma è anche vero che quelli erano gli anni in cui era normale fare così e per una donna stare in casa, abnegarsi all’ombra del proprio marito, dedicarsi unicamente ai figli».</p>
<p> 	<strong>Non le ha mai dato fastidio essere riconosciuta solo come moglie dell’imprenditore Zollia?</strong></p>
<p> 	«Mai, perché era la verità, rinunciando a me io sceglievo consapevolmente una nuova vita nei panni di moglie. Alle battutine e alle cattiverie poi non ho mai dato troppo peso, d’altronde già prima dei vent’anni ero diversa dalle mie amiche, più brillante, mi piaceva apparire, avere la <em>spider cabriolet</em>, non facevo nulla per passare inosservata. Era il mio istinto naturale, non una ricerca ostentata di attenzione».</p>
<p> 	<strong>Come si spiega che a Gorizia pochi sanno della vostra storia imprenditoriale?</strong></p>
<p> 	«Credo perché non ostentiamo ricchezza e poi io non parlo mai del mio quotidiano, condivido il meno possibile, non ho amiche. Mi ritengo una persona molto riservata».</p>
<p> 	<strong>Suo marito l’ha dichiaratamente nominata la sua musa, ma oltre a ispirarlo idealmente, lei lo consigliava sul lavoro?</strong></p>
<p> 	«No, lui non voleva intromissioni. Solo una volta mi ha anticipato quello che avrebbe fatto: una sera a cena mi disse che il giorno dopo si sarebbe licenziato».</p>
<p> 	<strong>Cioè, lei sola a Milano con tre figli e suo marito unica risorsa: si sarà arrabbiata o comunque avrà preteso spiegazioni? </strong></p>
<p> 	«No, non mi opposi, dissi che mi affidavo a lui».</p>
<p> 	<strong>Il suo secondo salto nel buio.</strong></p>
<p> 	«Sì e nemmeno il peggiore. Il più grande l’ho fatto anni dopo, quando lui – che nel frattempo aveva iniziato a fare il consulente vendendo fondi di investimento – una mattina uscì di casa per cercare di fidelizzare un imprenditore, un tale Brovedani con un’azienda di lavorazioni meccaniche che portava il suo stesso cognome. Quando Benito tornò a casa, gli chiesi se fosse riuscito a vendere qualcosa e lui mi rispose che no, non aveva venduto nulla ma in compenso si era comprato la ditta: la Brovedani».</p>
<p> 	<strong>E lei? </strong></p>
<p> 	«Niente. Sorrisi, mi fidavo. Una fiducia che comunque ci costò per il debito cospicuo che contrasse e poi, da lì a poco, anche per sostenere l’acquisto di un’altra azienda, questa volta agricola. Mio marito era fatto così, lo sarebbe ancora se l’età non l’avesse cambiato».</p>
<p> 	<strong>La sua fiducia era sorretta dal fatto che economicamente stavate bene o era cieca e incosciente?</strong></p>
<p> 	«Io ho sposato un uomo eclettico, dai continui guizzi, dagli alti e bassi, imprevedibile. Ne ero consapevole e ho assecondato la sua natura. Non ero preoccupata, nemmeno quando era un impiegato alle prime armi, sentivo che saremmo stati bene».</p>
<p> 	<strong>Mi sveli come si fa ad affidarsi ad una persona così totalmente senza aver paura di restare con un pugno di mosche.</strong></p>
<p> 	«Il segreto si chiama amore».</p>
<p> 	<em>(Mi commuovo e lascio che qualche minuto di silenzio sottolinei la risposta meravigliosa che mi ha appena dato, l’unica che sinora l’abbia intenerita in un racconto ripercorso con distacco e senza fronzoli).</em></p>
<p> 	<strong>Eppure mi ha detto che quando lo conobbe per lei l’amore non fu deflagrante come per lui…</strong></p>
<p> 	«No, per niente. Benito parlava sempre, sempre. All’inizio io mal sopportavo, era strano, confusionario, vulcanico, però questo suo modo di essere differente dal solito fece breccia e in qualche maniera mi colpì. Un DNA che poi si è tramandato, seppur in maniera differente, nei nostri tre figli Alessandro, Valentina e Massimiliano».</p>
<p> 	<strong>E di lei cosa c’è?</strong></p>
<p> 	«Ovviamente ci sono anch’io in tutti e tre, forse di più nel figlio minore, Massimiliano, anche lui amante dell’arte, della fotografia, della lettura, sicuramente dotato di una grande carica di sensibilità».</p>
<p> 	<strong>Parla dei figli e mi mostra il suo braccio pieno di brividi, perché?</strong></p>
<p> 	«Perché ho vissuto con loro la difficoltà di relazionarsi con un padre così severo e spigoloso e la mia impotenza nel non riuscire a mediare: in tanti anni non si sono proprio capiti e solo ora, che oramai sono tutti e tre adulti e Benito, invecchiando, si è ammorbidito, si sono riavvicinati. Nonostante la sofferenza, i miei figli oggi sono capaci di un atto di cura verso il padre. Riconoscere e testimoniare questa risposta d’amore la ritengo la mia più grande fortuna».</p>
<p> 	<strong>In una vita dove si è sempre occupata degli altri, c’è stato un momento che ha dedicato esclusivamente a sé?</strong></p>
<p> 	«Sì, durò dal 1978 al 2005: a Cordenons conobbi un gruppo di artisti e da lì iniziai a dipingere, a fare la ritrattista. Feci cinque mostre e trovavo meraviglioso esprimermi, coltivare quelle relazioni era adrenalinico. Mi firmavo con il mio nome Mercedes, perché era qualcosa di veramente mio, esclusivamente mio: una passione che con gli anni crebbe e mi regalava sempre più soddisfazioni. Peccato però che incomprensioni, fuori e dentro casa, mi portarono poi a rinunciarvi e ad archiviare questa mia parentesi in soffitta».</p>
<p> 	<strong>Se tornasse indietro rifarebbe la stessa scelta di darsi totalmente alla sua famiglia rinunciando così completamente a sé stessa?</strong></p>
<p> 	«Avrei dovuto avere un uomo differente al mio fianco: io ero consapevole, mio marito l’ho sposato consapevole di come fosse. Le mie non sono state rinunce o sacrifici, sono state scelte. Non mi interessava lottare per continuare a dipingere, né per me stessa, l’unica lotta che ho sempre fatto, ieri in maniera silente e oggi necessitata, è solo per i miei figli. Altro non temo, oggi come ieri tutto mi scivola addosso, ma il benessere dei miei figli, che si sono ritrovati a tenere ben salda la barra del timone dell’impresa scossa dalle acque agitate dopo l’inevitabile ritiro del suo capitano, è l’unica mia priorità».</p>
<p> 	 </p>
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		<item>
		<title>Lavoro, una &#8220;gavetta&#8221; è per sempre</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/lavoro-una-gavetta-e-per-sempre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Anna Limpido]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 May 2022 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La fine del Patto sociale</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> 	Tutti noi da giovani abbiamo lavorato sottopagati: ci veniva ricordato che all’inizio si è un “peso” e che, dovendo appena imparare un mestiere e non producendo alcunché, si grava sul datore di lavoro che deve provvedere alla nostra formazione.</p>
<p> 	Se di fatto questo è vero, è anche vero che la fase dell’apprendimento è sempre un momento di fatica, dedizione ed esclusiva che, seppur ancora acerbo, è funzionale alla successiva produttività di un bene o di un servizio.</p>
<p> 	In ogni caso, fino a un ventennio fa, di ciò generalmente nessuno obiettava perché di base c’era comunque un sottinteso Patto sociale, anche detto “gavetta”, che in buona sostanza diceva: “accetta queste sub-condizioni, investi, perché il tuo futuro sarà migliore”. Ed effettivamente andava così: nessuno nel tempo restava ai livelli della gavetta, c’era comunque un crescere nel proprio mestiere e con le proprie declinazioni.</p>
<p> 	Questo Patto sociale ha sorretto per anni la staffetta fra generazioni in un susseguirsi fiducioso dove i padri potevano con certezza ambire che i propri figli, accedendo a studi più alti, potessero approdare a condizioni di vita migliori.</p>
<p> 	Poi qualcosa è andato storto, incrinandosi fino a spezzarsi definitivamente: il mondo economico ha iniziato a tirare il fiato e con esso ogni categoria e generazione ha innalzato barricate per proteggere i privilegi sino a quel momento acquisiti. Il mondo sociale ha perso le proprie certezze corrompendone le parole e tradendo gli accordi ove il coltello dalla parte del manico era tenuto dal “mondo adulto” sui giovani.</p>
<p> 	Anche la tipologia dei contratti di lavoro ha visto un progressivo declassamento con l’invasione di forme contrattuali nuove, chiamate in modo fraudolento “flessibili”, che, come l’erbaccia, andavano a infestare le contrattazioni: lì dove questi contratti erano nati per offrire facilitazioni, nel tempo il loro abuso (che di fatto ne ha eluso lo scopo) li ha trasformati in trappole in cui tanti, troppi, restavano imbrigliati per anni (tra co.co.co, co.co.pro, etc.).</p>
<p> 	Addirittura la Pubblica Amministrazione, che è naturalmente vocata al lavoro stabile, ne ha fatto incetta a volte anche appaltando totalmente all’esterno, con condizioni peggiorative, funzioni che prima erano ordinariamente interne.</p>
<p> 	Se questo è stato il buongiorno dei primi anni 2000, il ventennio successivo è stato anche peggiore perché quel famoso Patto sociale, oramai già rotto, è diventato sempre più un lontano ricordo e non sostituito da altro: un vuoto etico e solidale in cui i nuovi precari, i sottopagati, gli espulsi dal sistema, quelli costretti a fare due lavori per vivere, ne sono restati lì parcheggiati con le loro sub condizioni senza sapere quando ne sarebbero venuti fuori e se ne sarebbero venuti fuori, senza alcuna proiezione futura.</p>
<p> 	In questa macro situazione generale (madre di ogni nichilismo attuale ovvero di quel pensiero che non crede più a nulla), c’è poi quella micro costituita dai lavoratori stagionali, quelli che, a differenza degli altri che hanno sub condizioni perché giovani, perché nuovi, perché “un altro come te lo trovo subito”, loro le hanno perché lavorano con il mare o il solleone come sfondo.</p>
<p> 	La loro è una categoria molto eterogenea ma qui sintetizzabile in due tipi: quelli che pianificano ciclicamente il lavoro stagionale con il sussidio di disoccupazione (tema che meriterebbe un’attenzione a sé) e quelli, solitamente giovani, che vogliono affrancarsi con dei soldini facendo qualche lavoretto. Non sono ovviamente spariti quelli del primo tipo, ma i secondi sì. Introvabili tra la sazietà data da opinabili sussidi e l’apatia di sogni spenti, i giovani preferiscono le poche rassicuranti certezze familiari e domestiche, girando e rigirando nel porto senza fare capolino in mare aperto, rinviando a “dopo” (locuzione temporale imprecisa) l’entrata nel mondo adulto.</p>
<p> 	Disorientati e confusi dalle poche e ingannevoli certezze (tra l’altro l’Italia vanta anche il minor numero di laureati rispetto all’intera Europa), pochi si distinguono inseguendo qualche chimera all’estero, qualche ferma passione o il solco tassativo precettato dall’indotto familiare: non rappresentati nella vita sociale, muti e spesso sordi in una dimensione parallela fatta dai social e dalle distanze imposte dalla messaggistica, entrano nei discorsi mediatici solo come pungiball per essere bistrattati, etichettati come nullafacenti e fannulloni.</p>
<p> 	E in questo, c’è la mala fede generale di essere stati tutti noi conniventi in questi anni con il peggioramento del mondo del lavoro, accettando per noi e per gli altri condizioni che andavano via via diminuendo e che oggi, anche con l’aumento dell’inflazione, sono ai minimi dell’offerta lavorativa. Tutto il mondo adulto ha accettato in silenzio l’imbruttimento delle professioni: direttori di banca che sono diventati semplici esecutori, avvocati impiegati, steward camerieri, dove poi questa accettazione è stata pagata con l’unico compromesso di non perdere i propri benefici a discapito dei giovani che oggi sono pagati la metà dei propri predecessori.</p>
<p> 	Scendiamo quindi tutti dal pulpito del giudizio e torniamo all’ascolto.</p>
<p> 	 </p>
<p> 	<em>Anna Limpido è Consigliera di Parità della Regione Friuli Venezia Giulia</em></p>
<p> 	 </p>
<p> 	 </p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La forza delle donne</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/la-forza-delle-donne/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Anna Limpido]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 May 2022 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=43616</guid>

					<description><![CDATA[<p>Anita Kravos</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/47543-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/la-forza-delle-donne/">La forza delle donne</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><span style="font-size: 10pt;">Anita Kravos (ph. Gianmarco Chieregato)</span></em></p>
<p>La Campagna di sensibilizzazione “<em>Pillole di Parità</em>” nasce dalla condivisione tra tutti i Consiglieri di parità dell’Asse Triveneto della necessità di parlare di parità di genere in modo innovativo, non più solo per “denunciare” le evidenti disparità ma per incoraggiare un linguaggio visivo inclusivo che porti alla riflessione di quanto dalla parità abbiamo tutti da guadagnarci o, all’opposto, tutti da perderci.</p>
<p>Tra le testimonial di questa campagna, spicca il nome dell’attrice goriziana <strong>Anita Kravos</strong>.</p>
<p>«#PillolediParita con il <em>claim </em>“la parità di genere può cambiare la storia” – racconta in questa intervista – è una campagna di sensibilizzazione per la parità di genere promossa dalla Consigliera di Parità della Regione Friuli Venezia Giulia, Anna Limpido, condivisa con tutti i consiglieri di Parità del Triveneto e patrocinata dalle Regioni, dal Ministero del Lavoro e dal Ministero per le Pari Opportunità. Quando Anna Limpido me ne ha parlato, ho aderito con grande entusiasmo all’iniziativa: c’è bisogno, urgente, di più donne in posizioni apicali. Se ci fossero più donne in posizioni strategiche, nei ruoli di vertice, ci sarebbero meno guerre. La disparità di genere appartiene a un sistema sociale, quello patriarcale, non più contemporaneo. Nella disparità di genere si nascondono fenomeni di prevaricazione e violenza e sarebbe tempo di cambiarla, questa storia».</p>
<p><strong>Anita, in tema di parità di genere a suo avviso qual è lo stato dell’arte in Italia?</strong></p>
<p>«C’è ancora molto lavoro da fare. Si contano sulle dita di una mano le direttrici di teatro, produttrici, responsabili in posizioni decisionali. Porto un esempio. Nella storia della Repubblica Italiana, Pamela Villoresi è la sesta donna direttrice di un teatro stabile tra centinaia di direttori uomini. In più di 70 anni di Repubblica Italiana, quindi, abbiamo sostanzialmente disatteso l’affermazione del principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione. Oltre a essere la sesta donna, Pamela Villoresi è anche la prima attrice a essere stata nominata direttrice di un teatro stabile: le precedenti donne erano organizzatrici e una regista. Ed è anche il primo attore (uomo o donna che sia) a essere nel direttivo dei Teatri Nazionali e TRIC (teatri di rilevante interesse culturale). È senz’altro un grande esempio per tutti noi, oltre a essere una persona squisita: l’ho conosciuta sul set de “<em>La Grande Bellezza</em>” e di “<em>Romanzo Famigliare</em>” di Francesca Archibugi».</p>
<p><strong>Lei è una attrice di successo: nella sua carriera ha dovuto faticare più dei colleghi uomini per arrivare dov’è giunta?</strong></p>
<p>«Sì. Sicuramente ci sono più ruoli maschili scritti sia per la tv che per il cinema, sia secondari che principali. E in generale, nell’industria cinematografica la maggior parte delle donne viene pagata di meno e non ricopre ruoli apicali con poteri decisionali: spesso le donne sono impiegate nel reparto costumi, trucco, acconciature. Mentre rimangono maschili ruoli come regista, direttore della fotografia, musicista, produttore: i ruoli dove si guadagna di più e vengono prese le decisioni. Nel teatro l’occupazione femminile si attesta al 45%: percentuale che scende vertiginosamente nelle posizioni apicali. Nella regia non si supera il 20%. Per quanto riguarda, invece, la direzione la situazione è quella che ho descritto sopra».</p>
<p><strong>Quando in famiglia comunicò l’intenzione di dedicarsi alla recitazione che reazioni ci furono?</strong></p>
<p>«In realtà non ci fu una comunicazione ufficiale: ho studiato contemporaneamente sia recitazione sia lingue, e le due strade si sono intrecciate sempre più. Ho cercato di portare avanti più scenari possibili. Ancora oggi sono convinta di aver fatto bene, perché tutto ciò che si fa per essere un buon attore non basta mai. Un grande attore è innanzi tutto un grande essere umano».</p>
<p><strong>A suo avviso nel mondo dello spettacolo la parità di genere esiste o lo stereotipo delle donne innanzitutto belle e avvenenti (e solo in secondo luogo brave e competenti) continua a essere presente? </strong></p>
<p>«Nello specifico del mestiere dell’attrice c’è sempre una considerazione della donna come oggetto, con la quale bisogna avere a che fare. Un’attrice bella deve dimostrare di essere brava, un’attrice brava deve dimostrare di essere bella. Per un attore la questione di essere oggettivato non c’è. Dopo i 35 anni i ruoli femminili scarseggiano. I media propongono spesso un’immagine stereotipata della donna plasmata più su quello che la società si aspetta tradizionalmente da loro. I prodotti audiovisivi che contengono ruoli femminili a tutto tondo, lontano dagli stereotipi, sono troppo pochi. Prendiamo l’esempio di Marilyn Monroe: il prototipo di donna bella e avvenente, apprezzata per le sue qualità esteriori. In realtà lei era ben altro: basta leggere i suoi scritti per scoprire una donna sensibile e intelligente, ben al di là dello stereotipo in cui è stata incasellata».</p>
<p><strong>Sempre in tema di parità di genere nel mondo dello spettacolo, a suo avviso com’è stata l’evoluzione dagli anni in cui lei ha iniziato fino a oggi?</strong></p>
<p>«Proprio negli ultimi anni qualcosa a proposito di parità di genere inizia a muoversi, soprattutto grazie agli incentivi per le pari opportunità nella Legge Cinema e Audiovisivo. Rimane eclatante il dato di <em>Women in Film TV and Media Italia</em>, secondo cui tra il 2008 e il 2018 in Italia solo il 15% di film sono stati girati con uno sguardo femminile. Nell’intrattenimento lavorano moltissime donne, ma solo uno sparuto numero riesce a raggiungere gli stessi livelli salariali e di carriera dei colleghi uomini. Fra gli obiettivi dell’Agenda 2030, al quinto posto c’è il raggiungimento della parità di genere e questo sta dando un forte impulso al percorso. Anche con #metoo è stato fatto un passo in avanti. Un piccolo passo per la donna, un grande passo per l’umanità».</p>
<p><strong>Tra i film in cui ha recitato quale a suo avviso è più vicino al messaggio della parità di genere?</strong></p>
<p>«Senz’altro il film di Marco Tullio Giordana “<em>Nome di Donna</em>” del 2018, con protagonista Cristiana Capotondi, dove ho interpretato una sua collega di lavoro. Ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto, denuncia il tema della molestia sessuale come cultura sul posto di lavoro. La parità di genere è un obiettivo sempre più inseguito anche dagli uomini e dagli artisti in generale, ma il cambiamento definitivo è ancora di là da venire».</p>
<p><strong>Quella per la parità di genere è in primis una sfida culturale: a suo avviso quali sono i passi necessari da compiere per poterla vincere? </strong></p>
<p>«L’educazione innanzi tutto. L’educazione alla pari dignità e al rispetto dell’altro. Se non riusciamo a riconoscere una nostra compagna di scuola, una nostra collega come nostra pari e uguale, come faremo ad affrontare tutte le altre forme di discriminazione?»</p>
<p><strong>Anita Kravos nella sua quotidianità quali passi compie per valorizzare la parità di genere?</strong></p>
<p>«Insegno al Laboratorio Arte Cinematografica a Roma, dove, come all’Accademia a Mosca (GITIS), in cui ho studiato, allievi attori studiano assieme ad allievi registi. Giovani studenti, uomini e donne, si preparano per diventare attori, registi, ma anche a ricoprire ruoli che storicamente sono maschili, come appunto direttori della fotografia, sceneggiatori, montatori, montatori del suono, fonici. Il mio compito come docente è saper riconoscere il talento. Quando una ragazza di venti anni si orienta al corso di fotografia o di regia, la incoraggio a mettersi in gioco da subito e a iniziare a faticare di più dei colleghi uomini: prendere in mano la RED (la macchina da presa), fare subito esperienza di set. Purtroppo a tutt’oggi in questi reparti è difficile acquisire credibilità in quanto donna».</p>
<p><strong>Nella campagna “Pillole di Parità” c’è un gioco del paradosso in cui personaggi iconografici maschili appaiono col viso da donna. Ribaltiamo la prospettiva: qual è la figura di uomo che Anita Kravos maggiormente apprezza o da cui trae ispirazione?</strong></p>
<p>«È molto semplice, anche perché da sempre rappresento lui, in giro per il mondo, ma senza baffi: mio padre. Guardo lui e vedo me col baffo: stesso naso, stessi occhi, stessa postura. Traggo ispirazione da lui quotidianamente. Ai nostri genitori dobbiamo tutto. E quest’anno ho sentito affermare la stessa cosa anche da un regista che, scherzando, mi ha detto che sì, dobbiamo tutto ai nostri genitori e che io Anita, per tutto il resto lo devo a lui. Il regista è Paolo Sorrentino e il film dedicato ai genitori è “<em>È stata la mano di Dio</em>”».</p>
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		<title>Conciliazione casa-lavoro, l&#8217;eredità della pandemia</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/conciliazione-casa-lavoro-leredita-della-pandemia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Anna Limpido]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Apr 2022 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nuovi scenari occupazionali</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> 	Il 12 aprile con amici autorevoli (tra cui il presidente nazionale dell’Osservatorio Violenza e Suicidio, <strong>Stefano Callipo</strong>, il presidente ManagerItalia Fvg, <strong>Stefano De Martin</strong>, la responsabile dei punti di ascolto Antimobbing delle provincie di Udine e di Gorizia, <strong>Teresa Dennetta</strong>, e tanti altri a cui rimando al video) abbiamo esplorato gli effetti psicologici sui lavoratori di questo periodo pandemico.</p>
<p> 	Scevri da pregiudizi o preferenze in merito a una forma di lavoro (in presenza) piuttosto che a un’altra (smart work), abbiamo messo al centro della nostra attenzione il benessere mentale per capire come questo abbia patito le incertezze del periodo e le nuove collettive riorganizzazioni.</p>
<p> 	Ne è uscito un disegno molto interessante che, nel bocciare unanimemente i poli estremi della discussione (propendere esclusivamente per una forma lavorativa piuttosto che un’altra), si è concentrato nella ricerca di un nuovo equilibrio mediano che vorrebbe trarre il meglio dall’esperienza senza relegare i lavoratori in anacronistiche forme lavorative.</p>
<p> 	Se da un lato infatti la corsa alla “quantità” a scapito della “qualità” pare finita (e in tal senso, uno su tutti, l’esemplare fenomeno della “<em>Great Reason</em>”, le dimissioni di massa: ingenti numeri di lavoratori che, avendo riscoperto una dimensione quotidiana più a misura d’uomo, cercano forme di lavoro più vivibili), dall’altro lo smart working (oggi così deregolato) pare essersi acclarato come trappola per uomini e donne: una deriva sterile di creatività che, seppur all’inizio incentivata da ritmi più comodi, ha poi di fatto generato stress mentale, sovrappeso, disinteresse ed esclusione.</p>
<p> 	Sul fronte squisitamente psicologico gli stati d’animi assistiti più sofferti sono stati la rabbia e la tristezza: la prima in caso di non riconoscimento delle qualità e la seconda per la perdita di uno status lavorativo (vero o percepito) migliore. In ogni caso stati d’animi trasversali e patiti anche dai vertici della piramide lavorativa (manager, dirigenti, ceo), vittime anch’esse di un sistema che non è quindi soggettivo o individuale, ma sistematico e ciclico.</p>
<p> 	Peccato allora che il dibattito pubblico, soprattutto sul lavoro nelle pubbliche amministrazioni, cammini con la testa rivolta all’indietro: ancora incagliato nello stereotipo “pubblico nulla-facente” si perde la fertilità di una riflessione che ha già superato la dicotomia tra il lavoro in presenza o da casa, essendo approdata a un livello 2.0 di riflessione con la ricerca di un punto di equilibrio: come l’alternanza del lavoro in presenza e agile può migliorare la produttività e la qualità dei lavoratori pubblici?</p>
<p> 	Nel privato sperimentazioni su tale falsa riga sono già in corso (il lavoro in presenza da lunedì al giovedì e il venerdì in smart, forme di orario ridotto, etc.) ed è un segnale non solo da plaudere ma da rincorrere perché la società lavorativa non si spai a due velocità con un privato sempre più efficiente e un pubblico sempre più medievale. O, in altri termini, con un sistema da un lato elastico e ricettivo e dall’altro uno che ripete sé stesso con rigidità e cieca prassi.</p>
<p> 	Spesso però la retorica sterile la fa ancora da padrone ingessando una riflessione che è attualissima e non solo auspicabile ma addirittura perentoria se il “sistema Italia” non vuole restare incagliato nel passato perdendo inedite opportunità di sviluppo derivanti, in primis, (per il tramite degli uffici pubblici, ndr) dal Pnrr. Quando questa retorica si farà da parte potremo finalmente avere un approccio laico alla materia volto a intrecciare il miglioramento prestazionale lavorativo alla qualità di vita dei lavoratori. Un qualcosa che si avvicina anche al concetto di “conciliazione casa-lavoro” appunto, che tanto in passato pareva solo un capriccio di una stretta minoranza e che ora diventa voce nel bilancio della collettiva produttività.</p>
<p> 	 </p>
<p> 	<em>Anna Limpido è Consigliera di parità della Regione Friuli Venezia Giulia</em></p>
<p> 	 </p>
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		<item>
		<title>Che sinfonia la vita</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/che-sinfonia-la-vita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Anna Limpido]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Jan 2022 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Liliana Esposito</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/45609-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/che-sinfonia-la-vita/">Che sinfonia la vita</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> 	Fuori il dente, fuori il dolore: <strong>Liliana Esposito </strong>è mia madre a cui dovevo quest’intervista non per obblighi familiari ma perché la sua è una storia bellissima che merita di essere raccontata in quanto ruota intorno a un’arte sempre più desueta nella corsa tecnologica odierna. Sto parlando della musica e in particolare della musica entro il panorama territoriale locale.</p>
<p> 	La storia artistica di Liliana si intreccia con quella di una donna del sud Italia che negli anni ’80 è stata catapultata a <strong>Gorizia </strong>come tantissime altre donne meridionali che sono arrivate in questa provincia con le loro pesanti valige e il camion dei traslochi al seguito, venendo accolte da usanze, culture e lingue completamente differenti dalla propria; donne che appena potevano, solitamente d’estate, tornavano alle proprie origini con gli allora viaggi notturni in treno dove ci si addormentava la sera a Udine e ci si risvegliava il mattino successivo a Napoli, le più fortunate nei vagoni letto le altre nelle cuccette, tutte strette nell’intento di riuscire a chiudere occhio.</p>
<p> 	<strong>Liliana iniziamo quest’intervista…</strong></p>
<p> 	«Aspetta che mi faccio il segno della croce».</p>
<p> 	<strong>Addirittura? Non stai esagerando?</strong></p>
<p> 	«No, mi aiuta a concentrarmi meglio».</p>
<p> 	<strong>Com’è iniziata la tua lunga storia d’amore con il pianoforte?</strong></p>
<p> 	«Io non provengo da una famiglia di pianisti: mio padre era un maresciallo della Guardia di Finanza e mia madre una casalinga figlia di una famiglia nobile e ricca di grande cultura. Fu proprio lei a notare che quando avevo solo 5 anni, sul tavolino dove era appoggiata una grande e vecchia radio, quando trasmettevano musica sinfonica io battevo le dita delle mie manine quasi a voler simulare le movenze di una pianista: non ne avevo mai vista una fino ad allora eppure quelle azioni mi sembravano istintive e spontanee. Colpiti, i miei genitori mi iscrissero a lezioni di pianoforte da una suora che caso volle fosse la cugina del maestro Galdieri, famosissimo a Napoli perché autore della trasmissione allora molto in voga “<em>Spacca Napoli</em>”».</p>
<p> 	<strong>Come andò?</strong></p>
<p> 	«Fin dall’inizio al pianoforte feci subito faville: ricordo che alla prima audizione ufficiale proprio con il maestro Galdieri lui, dopo già i miei primi tocchi alla tastiera, subito disse: “<em>Questa bambina diventerà una grande pianista</em>”. Ed effettivamente negli anni successivi sbocciò tutto il mio talento: al liceo musicale di Napoli, dove venivo accompagnata per passare gli esami annuali, i miei voti erano sempre altissimi “10, 10, 10…” mentre la media generale era 7, 8, massimo 9. Ero portata in trionfo ovunque con l’orgoglio della mia famiglia. Velocemente si sparse la notizia di questa bambina talentuosa: la voce arrivò non solo a chi mi avrebbe apprezzato ma anche ai miei primi detrattori che, ingelositi, costrinsero la suora a non seguirmi più negli studi costringendomi prima a un iniziale smarrimento – allora ero solo una bambina e come tale sensibile alla perdita della maestra – e poi a essere assegnata a una nuova insegnante. Ma la Provvidenza era dalla mia e passato il dispiacere del cambio, fui ascoltata da una maestra di pianoforte molto conosciuta a Castellammare di Stabia, paese in cui vivevo, che si riservò la scelta se prendermi o meno».</p>
<p> 	<strong>Veramente una maestra privata di pianoforte poteva permettersi il lusso di rifiutare un’allieva?</strong></p>
<p> 	«In generale no, ma lei sì. Era molto in gamba in un panorama di eccellenza della scuola di musica napoletana che sfornava nomi di altissima qualità tra cui, uno fra tanti, il maestro Riccardo Muti. Quindi questa nuova insegnante mi sentì suonare e accettò subito l’incarico».</p>
<p> 	<strong>Studiavi pianoforte sempre, anche 8 ore al giorno, in base ai tuoi impegni scolastici. Come hai conciliato tutto?</strong></p>
<p> 	«Dopo la licenza ginnasiale, a 16 anni, comunicai ai miei genitori la decisione di volermi dedicare esclusivamente agli studi musicali. Allora avevo già superato l’esame di quinto anno di pianoforte e sapevo e senza dubbio alcuno che la mia strada era la musica. Mio padre dapprima non era d’accordo, sperava in una laurea in medicina, ma io non ho mai avuto esitazioni. Mia madre mi sostenne e, a dipanare qualunque incertezza, contribuì l’esito di una importante audizione che feci in quegli anni con uno dei più grandi pianisti della scuola napoletana di concertismo, il maestro Sergio Fiorentino. Lui accolse me, tesissima dall’emozione, i miei genitori e la mia maestra a casa sua dove eseguii tutto il repertorio dovuto. Verso la fine della mia esecuzione, mi si sedette accanto accompagnandomi a quattro mani per suonare il finale insieme per poi, finito il pezzo, girarsi verso la mia maestra ed esclamare “<em>Ma che me l’hai portata a fare questa ragazza! È preparatissima, non ha bisogno dei miei consigli</em>”. Ogni dubbio di mio padre sulle mie scelte professionali fu dipanato».</p>
<p> 	<strong>Dopo tante conferme, quale fu il tuo trampolino di lancio verso la carriera di concertista?</strong></p>
<p> 	«A 19 anni diedi l’esame di ottavo anno: difficilissimo e corposo. Le commissioni di esame erano due e così divisero in due gruppi tutti noi aspiranti pianisti. Nella commissione opposta alla mia c’era il maestro Vincenzo Vitale, un altro nome stimatissimo della scuola napoletana. All’esame io eseguii il Valzer in Re bemolle di Chopin anche chiamato “<em>La coda del cagnolino</em>”. Mi riferirono che il maestro Vitale appena udì la mia musica diffondersi nei corridoi uscì dalla sua aula per ascoltarmi da dietro la porta e quando finii sbottò esterrefatto “<em>Che meraviglia!</em>”. Questo fu lo slancio che mi accompagnò verso l’esame del decimo e ultimo anno. Due anni intensi di preparazione dove ricordo che studiavo sempre e senza alcun rimpianto di dedicare tutta la mia giovinezza alla musica. Mattina, pomeriggio e sera, lì in una stanza della casa che negli anni fu adattata alla mia passione: due pianoforti, uno verticale e un quarto di coda, uno acquistato da me con i miei primi risparmi dalle lezioni private che già impartivo dall’ottavo anno, l’altro regalatomi dai miei genitori. All’esame, che consiste in un vero e proprio concerto, al termine del mio Bach, un maestro in commissione ruppe il silenzio generale e mi disse “<em>Sono vent’anni che io non sentivo un Concerto Italiano di Bach eseguito in questa maniera, brava!</em>”. Mi diplomai ovviamente con il massimo dei voti e non passò molto tempo che fui contattata da tutti i grandi maestri per iniziare la mia carriera concertistica: mi si spalancarono le porte dell’altissimo livello pianistico. Quale più alta soddisfazione per tutte le ore passate al pianoforte?»</p>
<p> 	<strong>Quanti concerti hai poi fatto?</strong></p>
<p> 	«Uno soltanto, a Napoli».</p>
<p> 	<strong>Perché solo uno?</strong></p>
<p> 	«Non era la vita che volevo: fui da subito travolta dalle pressioni legate al concertismo, gli orari, i viaggi. Io amavo follemente la musica ma non la proiezione di quella vita. Mi fu chiaro che non avrei dovuto sposarmi né tantomeno pensare di avere dei figli da seguire. No, io volevo la mia famiglia, volevo realizzarmi come madre, non rinnegavo il mio amore verso il pianoforte ma crescere e diventare donna ha fatto emergere in me nuovi desideri e priorità».</p>
<p> 	<strong>Cosa facesti quindi?</strong></p>
<p> 	«Ci pensai a lungo e ne parlai con i miei genitori e con la mia maestra di pianoforte. Scelsi di ritirarmi dal concertismo e contestualmente preparai il concorso per insegnare musica nelle scuole, che poi vinsi subito. La mia maestra era la più addolorata e mi implorò di non tralasciare gli studi mentre i miei genitori oramai avevano capito che io comunicavo a loro solo sentenze senza appello».</p>
<p> 	<strong>Alla fine hai dato ascolto all’implorazione della tua maestra proseguendo gli studi musicali?</strong></p>
<p> 	«A livello di concertismo no: mi sposai con un ufficiale della Guardia di Finanza che ogni 5 anni si trasferiva di sede, mi ritrovai in giro per l’Italia con due figli piccoli, mobili con le rotelle e un pianoforte traslocato di continuo. Come avrei potuto abbandonare la mia famiglia per arpeggiare ore e ore al pianoforte? Scelsi consapevolmente di non raccogliere le soddisfazioni di una vita da concertista ma questo non mi impedì di acquisirne altre nell’insegnamento. Il mio è stato un cambio di vita senza rimpianti: una scelta che rispondeva all’amore per la mia famiglia e per me stessa, donna e madre».</p>
<p> 	<strong>Nei vari trasferimenti in giro per l’Italia l’ultimo è stato a Gorizia. Come ti ha accolto questa città e come ha accolto la tua musica.</strong></p>
<p> 	«Sono arrivata a Gorizia nell’85, provenendo dai paesini del Golfo del Tigullio in Liguria. Vi arrivavo come insegnante di scuola superiore e media e subito mi affidarono cattedre tra Gorizia, Farra d’Isonzo e Lucinico. Gorizia mi accolse con la tipica prima diffidenza che ho imparato a conoscere nelle persone del nord e che io già avevo affrontato in Piemonte o in Liguria dove, dopo un inizio segnato da profondo distacco da parte di tutto lo staff docente, fui poi salutata con il pianto di tutti che col tempo avevano capito non solo la mia umanità ma anche la mia bravura nel campo professionale. La diffidenza goriziana dunque non mi spaventò. Più che altro in quegli anni c’era una grande curiosità verso chi, come me del sud, veniva a lavorare al nord e soprattutto per chi era sposata e con figli quando tante altre colleghe meridionali raggiungevano le cattedre del nord da single, alla sola ricerca di un posto di lavoro nella scuola a tempo indeterminato. Con il tempo e la mia solarità trovai la sintonia con i colleghi e successivamente tutta la loro solidarietà, la stessa che, proprio a volerne raffrontare, nella mia Napoli mi veniva accordata fin da subito e a prescindere. Ma sono culture differenti e la mia vita, in giro per l’Italia, mi ha insegnato anche a rispettare i tempi altrui».</p>
<p> 	<strong>Quali esperienze di docenza musicale fatte in città ricordi in particolare?</strong></p>
<p> 	«La scuola di musica Lipizer con la professoressa Lipizer, la scuola media D’Attems con don Luigi Pontel, Nostra Signora con Suor Gabriella, le Madri Orsoline con Madre Cristina. E poi l’Istituto di Musica con Perini, la Marussi, Del Zotto, Urdan, Grandi, Liviero, Tortora, Brussolo: tutti maestri incredibili che ho amato moltissimo. Negli anni ’80 e ’90 la musica era molto in auge in città e venivano fatti saggi meravigliosi da parte di tutte le scuole presenti, onorati poi dalla successiva venuta del grande Maestro Mander e del suo ambizioso progetto di fondare l’orchestra sinfonica. Fu un crescere qualitativo enorme che però invece di sbocciare come avrebbe dovuto implose a seguito di dissapori interni e poca lungimiranza e così i tanti ragazzi, anziché trovare una motivazione nel professionismo musicale, si allontanarono prima da queste grandi scuole e poi via via dalla musica stessa. Oggi la cultura musicale in città, nonostante qualche lodevole sforzo di qualche collega, è molto spenta. Peccato: dovrebbero fare molto di più per i giovani».</p>
<p> 	<strong>Ogni lavoro restituisce qualcosa sul piano umano, fare l’insegnante di musica cosa ha ti dato?</strong></p>
<p> 	«Appagamento morale, la grande sensibilità di capire gli altri. Per quanto lo studio della musica sia sempre troppo poco preso in considerazione, aiuta invece la quadratura personale, l’integrazione, la socializzazione, lo sviluppo della maturità emotiva. Pensa al miracolo di mio nipote, tuo figlio, che si siede accanto a me e mi chiede “<em>Nonna suonami Chopin</em>”: lui non ha studiato musica eppure la sua emozione svela la profondità d’animo che possiede e come lui tantissimi bambini che sono diseducati all’ascolto e al contatto con la loro intimità solo perché impegnati nella vita frenetica a imparare nozioni e concetti (computer, inglese, scienze&#8230;) nella speranza dei loro genitori di offrirgli qualche chance lavorativa in più. Quando io suono, invece, la musica rapisce, ipnotizza: c’è qualcosa di magico in questo, non andrebbe trascurato o sottovalutato».</p>
<p> 	<strong>Parli di aver acquisito maggiore sensibilità, perché?</strong></p>
<p> 	«Perché un pianista, o un artista in genere, cerca la perfezione in quello che fa e suonando tutti i grandi (Beethoven, Mozart e altri) si impara a conoscerli, compenetri nel loro animo, li capisci bene sforzandoti di rendere esattamente quello che volevano loro. È un esercizio costante di sensibilità e di immedesimazione nell’animo altrui».</p>
<p> 	<strong>Pensi che la musica sinfonica dovrebbe essere insegnata a tutti e che, quindi, sia alla portata di tutti?</strong></p>
<p> 	«Certamente, anche tu l’hai studiata ed eri bravissima».</p>
<p> 	<strong>No, io ero una capra.</strong></p>
<p> 	«Non è vero».</p>
<p> 	<strong>Sì, invece.</strong></p>
<p> 	«Potevi applicarti meglio».</p>
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		<item>
		<title>L&#8217;illusione della parità di genere</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/lillusione-della-parita-di-genere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Anna Limpido]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Dec 2021 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=41263</guid>

					<description><![CDATA[<p>L'oggettività dei dati</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> 	Il 2021 sta per volgere al termine e il fronte della parità di genere si chiude con un divario tra gli inediti auspici normativi (tanti) e la realtà (negativa): se da un lato infatti si affacciano le novità introdotte dalla Legge 162/2021 (in primis le certificazioni di genere che dal 2022 interesseranno le Imprese) e ampi spazi sui testi principali (Pnrr e Agenda 2030), dall’altro vi è lo stato di fatto della Regione Friuli Venezia Giulia (fotografato in sinergia con l’Ispettorato Interregionale del Lavoro <u><a href="http://www.regione.fvg/Consiglieradiparita" target="_blank" rel="noopener"><span style="color:#0000cd;">nell’ultimo “Rapporto sull’occupazione in Regione – anno 2021</span></a></u>”) che, seppur in linea con il resto del Paese, mostra la permanenza di gravi trend problematici quali, ad esempio, i cosiddetti “soffitti di cristallo”, il “<em>gender pay gap</em>”, il poco investimento formativo femminile, in altre parole il grave disequilibrio fra uomini e donne nei posti di comando.</p>
<p> 	Se a questi dati poi sommiamo quelli provenienti dall’ultima tornata delle Amministrative in Regione, ove le candidature a sindaco sono rimaste appannaggio prevalente dei maschi, e la voce delle imprenditrici provenienti dall’evento di Confindustria “<em>TOP 100 La Forza delle Donne</em>” volte a esortare misure per superare tali ostacoli, comprendiamo che siamo di fronte a un problema non più procrastinabile né tollerabile.</p>
<p> 	A oggi tante sono e sono state le iniziative per arginare tale deriva, in primis promosse dalla Rete delle Consigliere di Parità all’unisono con gli Assessorati competenti, le Commissioni per le Pari Opportunità, il mondo tutto dell’associazionismo e qualunque altra organizzazione sensibile al problema ma ciò nonostante i numeri sono <em>tranchant</em>: se non fosse per la Legge 120/2011 (la cosiddetta Golfo-Mosca che ha imposto le quote rosa) l’Italia si vedrebbe declassata agli ultimi posti per parità di genere in Europa.</p>
<p> 	Alla base del nostro mediano posizionamento non v’è dunque un’attestazione culturale generale, ma una legge che ha imposto una quota minima: amara presa d’atto che comunque ha il pregio di rispondere a coloro che criticano pure questa percentuale di riserva.</p>
<p> 	Vi è da chiedersi dunque dove stiamo sbagliando, o meglio, dove stiamo perseverando visto che è da oltre un decennio che si susseguono tali iniziative: forse non è stato fatto abbastanza? Forse investiamo troppo poco in promozione della parità o forse senza quello fatto saremmo stati addirittura peggio?</p>
<p> 	Cercare una risposta è operazione complessa perché non solo richiederebbe il coinvolgimento di differenti sapienze (sociali e giuslavoriste) ma l’indagine si intricherebbe probabilmente nella natura eterogenea del problema che non si può accontentare di essere studiato “di per sé” (con risposte banali o non strutturate) ma dovrebbe essere calato nelle esperienze del tempo e dello spazio (il cosiddetto studio fenomenologico, E. Husserl).</p>
<p> 	Nonostante non vi sia cura senza diagnosi precisa, oggi nuovamente il Legislatore prende le redini del problema imponendo un 2022 di novità e obiettivi che, così come già accaduto nel 2011, non cureranno ma almeno aiuteranno a colmare il divario.</p>
<p> 	Tentando in ogni caso di esplorare il problema, si può partire dal presupposto univoco che il nemico della parità non è il genere maschile dato che anche lui dall’assenza di parità ha da perderci per l’arretratezza del sistema che nuoce anche ai padri e per quelle competenze inespresse che invece andrebbero a favore di tutti.</p>
<p> 	Il genere maschile non solo non è la controparte ma è anzi la via, il percorso che, insieme al genere femminile, può e deve ricostruire le regole del lavoro perché certe dinamiche di vita (la maternità ad esempio) non siano più considerate un peso o un limite, ma un investimento, un arricchimento singolo e sociale.</p>
<p> 	Se le donne infatti (nelle riunioni fra donne a parlare di donne) lamentano la propria marginalità non è credibile che gli uomini (negli incontri di vertice fra uomini alla presenza di soli uomini) non si accorgano che c’è qualcosa che non va, che c’è stata una morìa di professionalità femminili tutt’intorno a loro.</p>
<p> 	Allora la mancanza di parità di genere diventerà uno dei più importanti campanelli d’allarme di un ambiente di lavoro malato, viziato da ostacoli (mentali, culturali e con fatica arginati dal diritto) che pregiudicano la qualità del lavoro stesso.</p>
<p> 	 </p>
<p> 	<em>L&#39;avvocata Anna Limpido è Consigliera di Parità della Regione Friuli Venezia Giulia</em></p>
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		<title>La fine dell&#8217;età della tecnica</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/la-fine-delleta-della-tecnica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Anna Limpido]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Dec 2021 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Rapporto sull'occupazione in FVG</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/45069-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/la-fine-delleta-della-tecnica/">La fine dell&#8217;età della tecnica</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> 	Dopo anni di estenuanti campagne volte a sensibilizzare l’importanza della partecipazione femminile nel mondo del lavoro, finalmente sembrano cogliersi i primi frutti di una nuova consapevolezza etica e sociale la cui attuazione pare adesso urgente e improcrastinabile.</p>
<p> 	Che un’inversione di tendenza sia in atto, lo si coglie osservando <u><a href="https://www.regione.fvg.it/rafvg/export/sites/default/RAFVG/formazione-lavoro/lavoro/pari-opportunita-qualita-lavoro/FOGLIA18/allegati/2021_11_24_RAPPORTO_BIENNALE_OCCUPAZIONALE_FVG_2021.pdf" target="_blank" rel="noopener"><span style="color:#0000cd;">alcuni dati provenienti dalla Regione Friuli Venezia Giulia</span></a></u> (dove è in vigore, su tutte, la L.R. 18/05 che prevede interventi a favore della parità di genere e di soluzioni welfare per favorire la conciliazione tra lavoro e famiglia)  a proposito della condivisione dei ruoli genitoriali tra lavoratori e lavoratrici (che segnano per la prima volta la crescita, seppur minima, della presenza dei padri rispetto agli anni precedenti), ma soprattutto dall’inedita attenzione del Legislatore Nazionale con il G20 del 26 agosto scorso incentrato sulla parità, l’approvazione della “Strategia Nazionale per la Parità di Genere”, il “Piano Nazionale di Resistenza e Resilienza” e ancora l’impegno dell’ONU con gli obiettivi dell’ “Agenda 2030”.</p>
<p> 	Una consapevolezza istituzionale nuova adesso possibile grazie ad una maturità sociale che inizia a pervadere ogni ambito umano: dall’ambiente ai diritti va consolidandosi un’attenzione diffusa volta alla qualità delle azioni e non solo alla quantità, all’umanesimo e non più alla tecnica, al benessere della vita e non solo alla frenesia del vivere.</p>
<p> 	Dal boom economico industriale a oggi ha imperato quella che i più definiscono “l’età della tecnica” ben descritta e anticipata dal filosofo, accademico e poeta tedesco Hegel (“<em>l’aumento quantitativo di un fenomeno corrisponde ad un mutamento qualitativo dello stesso con un capovolgimento tra mezzo e fine, tra soggetto ed oggetto: se la tecnica diventa la condizione universale per realizzare qualsiasi scopo, allora la tecnica smette di essere mezzo e diventa fine</em>”).</p>
<p> 	In tale enorme lasso di tempo i lavoratori sono andati via via assomigliando sempre di più a macchine: non assentarsi, non ammalarsi, non distrarsi, una graduale eclissi delle ragioni umane in favore di altre priorità. Progresso e consumismo.</p>
<p> 	“<em>Con la tecnica il pensiero si fa aggressivo perché rende ogni presenza, incluso l’uomo, un oggetto da manipolare. Ogni cosa è così immediatamente pronta all’uso e ha valore fintantochè è utilizzabile, la cosa in quanto cosa (o l’uomo in quanto uomo) è completamente ignorata e nascosta</em>” (Heidegger, 1953).</p>
<p> 	Con tale visione, nel tempo sempre più esasperata, chi non è riuscito a stare al passo ne è stato penalizzato “<em>perché ciò che fuoriesce dalla logica della tecnica diventa elemento di disturbo seppur l’uomo non sia solo razionalità, è anche irrazionalità, fantasia, immaginazione, desiderio, sentimento, sogno</em>” (Galimberti “L’uomo nell’età della tecnica”, 2011): chi è rimasto portatore di altre ragioni o di altri bisogni è stato considerato sacrificabile dal sistema che correva verso la produttività.</p>
<p> 	In questo contesto a pagare il prezzo più caro sono state le donne e i giovani, coloro cioè che, rispettivamente, ancora portano avanti le conseguenze culturali dei carichi familiari (in primis l’insostituibile assenza per maternità), di una certa diffidenza pregiudizievole dalle “stanze dei bottoni”, o che pagano il pegno della continua mancata emancipazione della loro esperienza: in entrambi i casi ragioni extra lavorative a cui il sistema, fin’ora, non ha avuto tempo di occuparsene.</p>
<p> 	Quanto alle donne, questi i dati preoccupanti delle loro assenze (di ruolo, di fatto, di salario) degli anni 2019/2020 in regione: segregazione verticale (l’incidenza femminile nella classe dirigente privata risulta pari solo all’11,4%), uso del part time (lavoratrici a tempo ridotto pari al 50,9% rispetto al 9,5% degli uomini), differenza salariale (il divario si attesta al 26,5% in meno per le donne), dati su cui successivamente si è innestata anche la crisi pandemica del biennio 2020/2021.</p>
<p> 	In un contesto così gravemente oggettivizzato, è ora diventato urgente riscoprire il valore umano (così come già nel 1970 sosteneva Sartre “il soggetto come categoria etica irrinunciabile”), di rielaborare un pensiero alternativo che costruisca nuovi spazi e nuovi valori per il futuro che veda anche le donne lavoratrici coprotagoniste e beneficiarie di questo processo in attuazione anche dei principi della nostra Carta Costituente (“<em>È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese</em>” art. 3).</p>
<p> 	Un’inversione di tendenza, ora concretamente auspicata, che, riponendo l’uomo e le sue necessità al centro, riscopre la correlazione e compartecipazione delle responsabilità a tale costruzione perché ormai è chiaro che la sola tecnica non ha fini, non libera e non salva: la tecnica funziona e basta e cinicamente ha lasciato indietro tutte le sfumature umane di cui gli uomini sono composti e di cui, in particolare, le donne sono portatrici attive.</p>
<p> 	 </p>
<p> 	<em>Anna Limpido è Consigliera di Parità della Regione Friuli Venezia Giulia</em></p>
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