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	<title>Francesca Ghezzani &#8211; imagazine.it</title>
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	<title>Francesca Ghezzani &#8211; imagazine.it</title>
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		<title>Imparare a rinascere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Ghezzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 May 2021 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“In un battito d’ali”</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p> 	La scrittrice <strong>Giulia Fagiolino</strong>, dopo aver vinto quattro premi letterari internazionali e aver esordito in ambito editoriale con il romanzo “<em>Quel Giorno</em>” (Capponi Editore) nel giugno 2018, è tornata in libreria con l’opera “<em>In un battito d’ali</em>” edito da L’Erudita, Giulio Perrone editore, un romanzo storico e corale che racconta l’intimità, le speranze e le miserie di un pezzo di storia d’Italia in un susseguirsi di eventi ed emozioni.</p>
<p> 	<strong>Giulia, ci fai conoscere da vicino i personaggi a cui hai dato vita?</strong></p>
<p> 	“I personaggi sono molti, è una saga familiare. Spazia da quelli inventati, di fantasia, a quelli realmente esistiti. Sono di fantasia ad esempio Agnese, donna forte e passionale che lotta fino alla fine per cercare di proteggere i propri figli, o Ginevra, figlia di Agnese che rischia la propria vita per amore. Ci sono poi alcuni personaggi realmente esistiti come Dario, il ragazzino catturato nella rappresaglia che era veramente mio nonno o Corrado, un mio prozio che tornò esanime dal campo di concentramento di Mauthausen. Ciascun lettore può immedesimarsi nelle tante storie e vite raccontate”.</p>
<p> 	<strong>Hai scritto un romanzo storico, ma pensi che potremmo anche farlo rientrare in un romanzo di formazione perché, nel corso delle pagine, i tuoi personaggi subiscono una evoluzione?</strong></p>
<p> 	“I miei romanzi li definisco catartici proprio perché fanno capire che i momenti difficili si possono superare, i protagonisti, infatti, subiscono una evoluzione. Da uno stato di paura e di angoscia lottano, non si lasciano andare, non demordono e riescono a rinascere”.</p>
<p> 	<strong>Quali sono i <em>turning points</em> attraverso cui si dipanano e si intrecciano le vicende dei personaggi e gli eventi storici?</strong></p>
<p> 	“Il romanzo, proprio perché ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, è carico di emozioni e momenti adrenalinici.  Il lettore si sente coinvolto nella narrazione e lotta insieme ai protagonisti.  L&#39;intera trama si basa sulla capacità di resistenza dei personaggi e il finale fino alla fine non è scontato, anzi ci saranno anche dei colpi di scena”.</p>
<p> 	<strong>Quale rischio si può correre nel romanzare la Storia per rispetto dei fatti realmente accaduti e dei lettori?</strong></p>
<p> 	“Si deve essere fedeli alla storia, quindi riportare i fatti come realmente avvenuti e seguire di conseguenza il filo logico spazio temporale. In questo contesto bisogna inserire la parte di fantasia ed è l’aspetto più complicato cercare di amalgamare la vita reale con l’immaginazione, non sempre riesce bene”.</p>
<p> 	<strong>Al contrario, quale rischio è dietro l’angolo se di Storia non se ne parla?</strong></p>
<p> 	“Ritengo che la storia sia maestra di vita &#8211; <em>Historia magistra vitae</em> &#8211; perché gli eventi si ripetono negli anni, nei secoli e quindi conoscerla ci aiuta ad affrontare meglio il futuro. Il non parlare di storia è un po&#39; come disconoscere le proprie origini e cancellare il nostro prezioso passato”.</p>
<p> 	<strong>Pensi che l’uomo dimentichi presto il proprio passato?</strong></p>
<p> 	“Mi auguro di no, però noto che purtroppo c&#39;è la tendenza a dimenticare, a guardare il presente con molta approssimazione, con superficialità, senza avere alle spalle il necessario bagaglio culturale che ci aiuta anche nelle piccole cose. Per usare un aforisma direi la società del <em>panta rei, </em>ove tutto scorre come l&#39;acqua, la vita è un continuo divenire, niente si ripete direbbe Eraclito”.</p>
<p> 	<strong>Se tu scrivessi un prossimo romanzo storico, in quale periodo lo ambienteresti?</strong></p>
<p> 	“Devo ancora decidere, potrei ambientarlo nel Medioevo come in pieno Risorgimento”.</p>
<p> 	<strong>Cosa può imparare, infine, il lettore da <em>In un battito d’ali</em>?</strong></p>
<p> 	“Il romanzo, come già detto, emana un messaggio di speranza, quello di riuscire a superare i momenti difficili. Poi è importante anche ricordarsi della storia, del nostro passato che ci guida nell’affrontare il presente e nel riscoprire quindi anche l&#39;importanza delle proprie origini. In ultimo, il romanzo, puntando molto sugli stati d&#39;animo e le emozioni, ci insegna a immedesimarsi nelle varie situazioni e a non dimenticarci del lato umano dentro di noi”.</p>
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		<title>Una scintilla per i giovani lettori</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/una-scintilla-per-i-giovani-lettori/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Ghezzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Mar 2021 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Francesca Di Martino</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/38764-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/una-scintilla-per-i-giovani-lettori/">Una scintilla per i giovani lettori</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> 	“E va bene, lo confessiamo, siamo pazzi della letteratura distopica, e speriamo che possa essere amata e conosciuta sempre di più”. È con queste parole che l’editrice <strong>Francesca Di Martino</strong> conclude questa intervista e ci fa conoscere la collana {I Codici} di Edizioni Piuma, raccontandoci la mission editoriale che porta avanti con passione e dedizione.</p>
<p> 	<strong>Come nasce l’idea della collana {I Codici}?</strong></p>
<p> 	“L’idea è nata qualche anno fa. Nel 2018, Edizioni Piuma stava affrontando grandi cambiamenti interni alla casa editrice, e una delle prime necessità è stata quella di intraprendere una nuova direzione per tirare fuori un nuovo piano editoriale. All’epoca, si era già formulata l&#39;ipotesi di cercare autori che scrivessero romanzi fantascientifici, ma con l’input di trovare storie adatte a un pubblico più giovane, cioè quello delle scuole secondarie di primo grado. All’inizio è stato molto difficile individuare storie già scritte che corrispondessero alle nostre esigenze, perché era una richiesta ben precisa”.</p>
<p> 	<strong>In che senso?</strong></p>
<p> 	“Nel senso che cercare romanzi già scritti per ragazzi così giovani che trattassero temi di fantascienza non è stata proprio un’operazione semplice. Il genere, infatti, è ricco di grandi classici della letteratura del Novecento e ha trovato in passato il suo spazio ideale tra i lettori Young Adult e adulti. I cultori di fantascienza amano spaziare, dai libri, alle serie, al cinema e perfino ai game. In pratica, si identificano in comunità di appassionati forti. Da questo spunto e dalla riflessione che l’abbandono della lettura coincida con un target di ragazzi delle Scuole Secondarie, abbiamo pensato di dar vita a questa collana. La domanda che è nata è stata: ma perché non anticipiamo l’incontro tra i ragazzi dai dieci anni con la fantascienza? In fin dei conti i ragazzi hanno bisogno di identificarsi in una comunità, di non essere trattati come dei bambini, anche se non sono ancora completamente adulti. Quindi abbiamo pensato che servissero dei libri scritti bene, ma non per questo semplificati. Con questa idea ci siamo affidati a un editor, Virginia Villa, che andasse in giro a scovare talenti che scrivessero nuove storie”.</p>
<p> 	<strong>Perché non avete iniziato pubblicando dei classici? Molte case editrici fanno riscoprire testi scritti molti anni fa, un caso per tutti la Atwood, con “Il racconto dell’Ancella” scritto negli anni Ottanta è riscoperto solo oggi.</strong></p>
<p> 	“Il filone della fantascienza e della distopia hanno avuto esempi altissimi in passato, Verne, Orwel, Branderbury, Wells, per citarne alcuni sono stati i padri della fantascienza. Per la casa editrice non aveva senso riproporre i classici, sono già stati pubblicati in Italia, e non aggiungeremmo nulla di più negli scaffali delle librerie. Piuttosto si è sentita l’esigenza di approfondire la scrittura contemporanea in cerca di nuove storie, una strada più faticosa e complicata per penetrare il pubblico. Ma credo anche che provare strade diverse possa essere sempre un buon allenamento per farsi riconoscere e apprezzare. Il cuore dell’idea dei {I Codici} è quello di accendere scintille, se poi un lettore scoprirà di amare il genere potrà farlo con calma e con i grandi classici”.</p>
<p> 	<strong>Un’ultima domanda: i {I Codici} è quindi una collana concepita soltanto per gli Under quattordici?</strong></p>
<p> 	“Per partire abbiamo definito questo target, ma sappiamo bene che le buone storie possono essere lette a qualunque età. Con le prime uscite, “Il disegnatore di nuvole” di Giorgia Simoncelli e “Dastan verso il mare” di Laura Scaramozzino, abbiamo piantato i semi della collana. Oggi, compatibilmente con le nostre forze, stiamo procedendo allo scouting di altri autori. Ma ci saranno ampliamenti con i {I Codici XL} con storie Young Adult, che affronteranno tematiche più forti. Ad esempio ad Aprile uscirà “Everlasting” di Juliette Pierce. Il romanzo è scritto in un modo particolare, come fosse scaturito direttamente da un diario in chat. “Everlasting” ci catapulta nella storia con la voce della protagonista in prima persona, narratore ansioso che riflette su problematiche sentimentali legate alla ricerca dell’anima gemella”. </p>
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			</item>
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		<title>Dalla poesia alla&#8230; pizza</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/dalla-poesia-alla-pizza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Ghezzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Jan 2021 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tiziano Papagni</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/38103-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/dalla-poesia-alla-pizza/">Dalla poesia alla&#8230; pizza</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Per lo scrittore <strong>Tiziano Papagni</strong> è stata la poesia a fargli da madrina di battesimo e ad accoglierlo nel mondo editoriale con la pubblicazione della silloge “L’angelo dalle ali spezzate”, ma poi il periodo cupo che stiamo affrontando a seguito della pandemia gli ha fatto avvertire la necessità di dar vita a un secondo libro completamente differente, seppure ancora una volta pubblicato in sinergia con la casa editrice LFA Publisher, dal titolo “&#39;A PIZZA Storia del cibo più amato al mondo”.</p>
<p><strong>Per te, Tiziano, la scrittura è salvifica, ma ammetterai di aver stupito non poco i tuoi lettori con questo sostanziale</strong> <strong>cambiamento di rotta…</strong></p>
<p><em>L’angelo dalle ali spezzate</em> è una silloge che descrive una donna triste. Ho voluto però dare un tocco di brillantezza alle mie opere. Così mi è balenata l&#39;idea di scrivere di un piatto italiano: la pizza. L&#39;ho scritto non solo a livello personale, ma anche nazionale. Vi domanderete perché. Giustamente, dopo una domanda si erge una risposta. Abbiamo attraversato un periodo infausto, tutta l’Italia divisa, sofferente… Quindi che cibo fa abbracciare gli italiani da nord a sud? La pizza!</p>
<p><strong>Parlando sempre delle tue poesie: che messaggio ci vogliono dare? </strong></p>
<p>Le mie poesie narrano sentimenti che fanno riaffiorare ricordi passati nei luoghi in cui si è in quel dato momento. Oppure, stati d&#39;animo attuali&#8230; prendo carta e penna e via! Scrivo. Amori sfuggiti, &#8220;amicizie&#8221; di comodo, filastrocche&#8230; Vorrei che tutti percepiste quello che l&#39;uomo è veramente e non quello che vuole far apparire.</p>
<p><strong>Tornando, invece, alla tua seconda opera, si tratta di 46 pagine ricche di bellissime immagini e che stanno riscuotendo un gran successo. Te lo aspettavi tanto riscontro?</strong></p>
<p>Devo essere sincero, ho dato tutto il meglio su questo mio nuovo lavoro, speravo piacesse, ma fino a questo punto no. Ovviamente sono felicissimo. Le immagini le ho scelte per ogni articolo e la mia casa editrice Lfa Publisher ha dato il tocco magico, creando anche una cover che amo particolarmente.   </p>
<p><a href="http://imagazinevideotruck.it/outlet/relink_euro.html" target="_top" rel="noopener"><img fetchpriority="high" decoding="async" align="LEFT" height="250" src="http://imagazinevideotruck.it/outlet/euromobili_banner_art.jpg" width="300" alt="euromobili banner art" title="Dalla poesia alla... pizza 1"></a></p>
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<p><strong>Di libri che parlano di cucina e di piatti tipici ne sono pieni gli scaffali delle librerie. Secondo te qual è l’ingrediente della tua opera che le conferisce un valore aggiunto rispetto a tanti altri dello stesso genere?</strong></p>
<p>Semplice. Risposta concisa e pragmatica: la data delle origini, i falsi miti e (forse) il tipo di farina che si dovrebbe impiegare.</p>
<p><strong>Infine, tu, in veste di lettore, su quali libri fai ricadere le tue scelte letterarie?</strong></p>
<p>Sono un incredibile romantico, la mia vena poetica non si addormenta mai, quindi, scelgo prevalentemente sillogi.  Posso però anche leggere un saggio. Magari che parli di storia oppure di inchieste.</p>
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		<title>Tutta una questione di algoritmo</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/tutta-una-questione-di-algoritmo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Ghezzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Jan 2021 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il nuovo libro di Luca Bovino</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/37831-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/tutta-una-questione-di-algoritmo/">Tutta una questione di algoritmo</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Si respira una piacevole e arricchente ventata di cultura dialogando con <strong>Luca Bovino</strong>, autore del romanzo “Tutta una questione di algoritmo” (Brè Edizioni) che racconta la storia di un viaggio di lavoro nel quale il protagonista finisce per trovarsi in una serie di situazioni paradossali da cui trae esperienze angosciose, e finisce per smarrire ogni rapporto coerente con la realtà, e con sé stesso.</p>
<p>Nelle nebbie del suo delirio onirico, il malcapitato eroe realizza che ogni programma razionale è ormai infranto, e non gli resta altro che contemplare le falle del proprio algoritmo esistenziale.</p>
<p><strong>Luca, una domanda che ti faranno sicuramente tutti: cosa vuol dire che è tutta una questione di algoritmo?</strong></p>
<p>«Il titolo è un’antifrasi, cioè un espediente retorico per dire una cosa esprimendo il suo contrario. Naturalmente, perché possa essere apprezzato occorrerebbe trasmettere insieme al testo un contenuto aggiuntivo che funga da spia del fatto che l’intenzione del mittente è, appunto, retorica. Un po’ come se dicessi, “certo che il 2020 è stato proprio un bell’anno…”; a chiunque abbia vissuto quest’anno così turbolento non potrà sfuggire il significato antifrastico del messaggio. Ecco, la cosa particolare di questo meccanismo linguistico è che può essere difficilmente codificato attraverso un algoritmo. Come aveva dimostrato Umberto Eco nei suoi studi di filosofia del linguaggio, è molto complicato, se non proprio impossibile individuare un software per insegnare a un computer le metafore. Altrettanto inconcepibile, poi, sarà decodificare un’antifrasi. E quindi ho scelto questo titolo perché mi piaceva l’idea di una frase che fosse autocontraddittoria, che celebrasse apparentemente la razionalità, per poi, concretamente, beffeggiarla. Mi sembrava congeniale al mio racconto questa sua natura anfibia: icastica ed iconoclasta allo stesso tempo verso il paradigma dei nostri tempi, che è appunto l’algoritmo».</p>
<p><strong>Cito una tua frase che mi ha colpito molto leggendo un’altra intervista: “Ogni romanzo è la storia di una quiete infranta, che un protagonista dovrà ripristinare”. Il tuo protagonista in qualche modo ci riesce?</strong></p>
<p>«A dir la verità la frase è presente anche nell’ultimo capitolo del mio libro, dove fingo di affermare che ogni romanzo è un sempre periplo intorno ad Itaca. Nell’ultima parte del mio libro, quella più metaletteraria, si avverte il debito con le letture di Propp, e dei suoi esegeti, sulla morfologia delle fiabe di magia Russe, i cui contenuti anticipavano di quasi trent’anni gli studi degli strutturalisti francesi. Ogni romanzo è caratterizzato da una doppia storia, la storia individuale dell’eroe, e da quella collettiva del contesto in cui si trova. Entrambe possono trovarsi inizialmente in quiete, oppure già in crisi, e possono concludersi in quiete (allora si parla di romanzo consolatorio, o circolare), oppure in crisi (e allora si può parlare di romanzo nero, o finale aperto). Il romanzo è caratterizzato, però, sempre dalla tensione del protagonista verso il tentativo di ripristinare la quiete infranta nella vicenda collettiva, e nella propria (per esempio, la vendetta per la morte di un amico, o la conquista del cuore dell’innamorata, o la realizzazione di un sogno paterno, ecc.). Nelle favole tradizionali questi elementi erano ben visualizzabili attraverso le figure archetipiche dell’eroe, e del malvagio che minaccia la città. Il protagonista sconfigge il malvagio, salva la città e ne diventa l’eroe, e magari sposa la regina e cambia il proprio <em>status</em> sociale. Nel romanzo moderno sono cambiati i nomi e gli interlocutori, magari il protagonista è un professore di semiologia, il cattivo è una società occulta e il regno è un’eroina che sembra l’erede di Maria Maddalena (in questo caso, avremmo la struttura del <em>Codice Da Vinci</em>. Ma potremmo divertirci a decrittare secondo questa griglia qualsiasi romanzo). Sono cambiati i nomi, e i personaggi, ma sono rimaste identiche le funzioni. Posso dirti un’altra cosa. Puoi sostituire alle nozioni di <em>quiete</em> e <em>crisi</em> (intesa come infrazione della quiete) due numeri, come 0 e 1; allora puoi leggere la struttura di un romanzo come uno spostamento periodico di due, o più incognite, per esempio: <em>a </em>(la storia individuale) o <em>b </em>(la storia collettiva), o magari <em>c</em> (più storie individuali o collettive intrecciate tra loro) rispetto alle posizioni 0 o 1, cioè di quiete o crisi. In tal modo potrai vedere come possano combinarsi queste incognite cambiando nel corso del romanzo dall’uno all’altro dei due valori assegnati. L’algoritmo di un romanzo, in fondo è tutto qui: è un calcolo fattoriale».</p>
<p><strong>Quanto peso dai alle parole, scritte e verbali che siano?</strong></p>
<p>«La domanda è molto complicata e compromettente. La parola è una frazione di un fenomeno molto più complesso che è la comunicazione. Albert Mehrabian ha dimostrato come solo il 7% della comunicazione sia affidata alle parole, cioè alla comunicazione verbale. Il 38% ai contenuti paraverbali (tono, timbro e ritmo della voce), mentre il 55% è affidato al linguaggio non verbale (mimica, postura, gestualità facciale). È facile capire da queste percentuali come sia facile fraintendere una comunicazione affidandosi soltanto alle parole, e come sia invece molto più efficace un messaggio affidato al timbro vocale, o alla mimica facciale, o alla combinatoria di tutti questi elementi. La parola è polisemica, e questa è la sua forza e al contempo la sua debolezza. La parola può esprimere uno stato del mondo, ma non può sostituirlo. Può creare mondi, ma non può porsi in luogo dei mondi che esistono. Questa pipa non sarà mai una pipa. Dicono che sia stato questo il motivo che abbia spinto Pasolini ad abbandonare la scrittura per dedicarsi al cinema, per uscire dalle paludi della polisemia verbale. In tal caso, però, non è riuscito a sottrarsi al rischio della polisemia iconografica, del resto ogni scelta fatta per evitare un rischio ne contempla necessariamente qualche altro, spesso più grave del rischio che si voleva inizialmente evitare. La parola è il vero protagonista del mio libro. È la cerniera che unisce il mondo interiore con quello esteriore, la cultura con la natura, la realtà e il pensiero. È l’unione di due contenuti differenti: il senso e il suono. Ma tra i due quello più importante per comunicare un messaggio è il suono, più che il senso. E quindi, per agevolare ed enfatizzare l’elemento paraverbale del mio testo mi sono affidato in grande misura all’uso di figure retoriche di suono: alessandrini ed endecasillabi nascosti, persino qualche haiku. Per avere l’illusione di poter catturare un frammento di realtà, o quantomeno di poterla trasferire al lettore. E poi perché è quasi un gioco: caccia al metro».</p>
<p><strong>Se tu dovessi descrivere, quindi, il tuo stile narrativo con una figura retorica, quale useresti?</strong></p>
<p>«Come figura retorica di suono mi ha sempre colpito la paronomasia, e, sia pure con la dovuta parsimonia, ho cercato di privilegiare spesso i rapporti paranomastici che si creavano con la nostra lingua, perché sono quelli che sollecitano maggiormente le associazioni di immagini e di idee nel nostro emisfero destro. Se dici <em>calore</em> ti viene subito in mente anche <em>colore, </em>se dici <em>filologia </em>non puoi fare a meno di pensare anche ad un <em>filo </em>(ed è quello che succcede, infatti, in un punto particolare del mio romanzo)<em>.</em> Le figure di suono mi colpiscono perché sono immediate, incontrollabili e spesso inevitabili. Come si fa a dire a qualcuno di evitare di pensare agli elefanti rosa? La negazione implica necessariamente il contenuto, ed è impossibile bloccare l’evoluzione alogica di una serie di idee, la cui presenza è stimolata da altre idee. Per questo, pensando a figure retoriche di senso, invece, mi sento di essere a casa nel territorio della metonimia, cioè in quei meccanismi di associazione indiretta di più concetti, attraverso dei salti che non necessariamente seguono leggi prefissate, ma spesso usano il contenuto per il contenitore, o il genere per la specie, o qualcosa che stia a qualcos’altro in qualche modo per qualcuno. Se dico “il signor Portobello” sto pensando a Enzo Tortora (cosa che accade nel mio romanzo). Però il collegamento che c’è tra un’espressione e il suo contenuto, tra il testo e il referente, non è esplicito; lo ricostruisce il lettore attraverso il proprio bagaglio di esperienze, ma è una specie di patto segreto, di frase in codice tra spie, di smorfia occulta che consente di creare un legame speciale con il destinatario del mio testo».</p>
<p><strong>La Menzione Speciale al Premio Bukowski 2020, arrivando finalista nella cinquina del I concorso internazionale Montag 2020, è un punto di arrivo già conquistato all’esordio o rappresenta per te lo sprone giusto per una seconda opera?</strong></p>
<p>«C’era un divertentissimo racconto di Achille Campanile a proposito di un maestro che insegnava l’oratoria ai propri allievi, e diceva loro: ricordate, qualsiasi discorso efficace rivolto al pubblico è fatto da due soli concetti: questo ci fa sperare bene per l’avvenire; questo è soltanto un punto di partenza e non di arrivo. Nel racconto dimostrava come questa regola fosse adattabile a qualsiasi tipo di discorso fatto in qualsiasi contesto, dal matrimonio, al funerale, al premio accademico, alla lezione scolastica. Non ho mai capito bene, però, cosa ci fosse da ridere. Ad ogni modo, con questa citazione dovrei aver risposto alla domanda. Tornando ai premi letterari, certo sono state delle iniezioni di autostima, sempre molto graditi, specialmente per un esordiente. I premi letterari ti danno la garanzia di avere almeno un lettore: il giurato. E non è poco, se pensi che Manzoni stesso sosteneva che per ogni scrittore esistono soltanto venticinque lettori, e gli altri sono soltanto acquirenti. Però credo che i premi siano un po’ come la scala di Wittgenstein, ti servono per arrivare a raggiungere una consapevolezza di te, ma poi vanno gettati via».</p>
<p><strong>Infine, guardandoti dalla prospettiva del lettore, quale libro sorprenderebbe i tuoi amici se lo trovassero nella tua biblioteca?</strong></p>
<p>«Sto dando un’occhiata alla pila di libri amorevolmente parcheggiati sulla mia scrivania. C’è Saramago, c’è Amado, Tolstoj, Foster Wallace, Calvino, Woody Allen… ecco, forse un libro intervista di Augias sulla nascita della religione cattolica. Sì, probabilmente questo potrebbe sembrare estraneo, o eccentrico rispetto al mio Pantheon, ma ho le giuste attenuanti. Diceva Borges nella premessa al <em>Libro del cielo e dell’inferno </em>che trovava sempre strano il fatto che i credenti si interessassero così poco della forma che dovrebbe avere il paradiso, mentre lui ne era così follemente interessato, pur essendo ateo. Ecco, forse potrei trovare la sua stessa motivazione, non pongo limiti alla mia curiosità, e mi tengo stretto le mie letture, anche quelle più eccentriche, estemporanee ed eretiche».</p>
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		<title>Avrei voluto portarti sulla luna, ma ho trovato posto solo al lago</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/avrei-voluto-portarti-sulla-luna-ma-ho-trovato-posto-solo-al-lago/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Ghezzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Sep 2020 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'esordio letterario di Anita</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Avrei voluto portarti sulla luna, ma ho trovato posto solo al lago</em> è l’esordio letterario dell’autrice genovese Anita, pubblicato con l’Editore Gruppo Albatros Il Filo.</p>
<p>Potremmo usare tre aggettivi per descrivere questa opera prima: profonda, ricca di pathos e catartica.</p>
<p>Le pagine di Anita sono intrise di passione, tenerezza, gioia nonostante con coraggio la scrittrice affronti e attraversi a gamba tesa il dolore e la perdita raccontando la storia di Anita e Agostino, una giovane donna e un giovane uomo uniti da un destino che li dividerà, forse invidioso di un sentimento così travolgente e peccaminoso da scatenare contro di loro una morte prematura.</p>
<p><strong>Per prima cosa, Anita, perché la scelta di utilizzare uno pseudonimo al posto del tuo vero nome? </strong></p>
<p>“Mi terrorizzava l’idea di espormi, di essere giudicata. Lo pseudonimo mi ha permesso di affrontare questa esperienza con più serenità, è stato fondamentale”.</p>
<p><strong>Che cosa rappresenta per te la scrittura? Potresti ormai farne a meno?</strong></p>
<p>“È l’unico modo che mi permette di affrontare gli avvenimenti che accadono nella mia vita o quello che succede intorno a me, ho sempre usato questo strumento per poter analizzare me stessa o, per lo meno, provo a farlo, posso plasmare fantasia e realtà a mio piacimento, cambiare il percorso delle cose, realizzare sogni e vivere vite diverse ogni volta che voglio. Non potrei mai rinunciare alla scrittura, mi sentirei sola e disarmata”.</p>
<p><strong>Parliamo invece del titolo, che ho scoperto incuriosire molto sia potenziali lettori sia addetti ai lavori. La scelta è stata tua o della casa editrice? Anticipa in qualche modo la storia che racconti?</strong></p>
<p>“La scelta è stata esclusivamente mia, la casa editrice lo ha accettato senza problemi. Il titolo nasce da una frase estratta dal romanzo, racchiude tutti i sentimenti che troviamo all’interno della storia e descrive l’amore dei due protagonisti, una frase semplice, che ci permette di sognare a occhi aperti”.</p>
<p><strong>Ho letto in un’altra tua intervista che hai pianto durante la stesura, perché? Cosa ti ha dato questo libro e cosa hai provato quando hai scritto la parola fine?</strong></p>
<p>“Esprimo ogni emozione forte con il pianto, che sia gioia, dolore o rabbia, una caratteristica considerata da molti infantile e assai fastidiosa, oserei dire intollerabile, per me invece fondamentale fisiologicamente per esteriorizzare quello che sento, così ho fatto durante la stesura del libro, ho davvero cercato di provare a capire cosa stesse succedendo ad Anita e Agostino, arrivando al punto di piangere per l’intensità dei pensieri e delle parole che mi ritrovavo a scrivere. Questo libro mi ha dato tutto, amo follemente il mio romanzo, mi ha regalato emozioni straordinarie. Ho dimostrato a me stessa di essere riuscita a fare tutto questo da sola. Mi sono sentita così orgogliosa. Nel momento esatto in cui ho finito di scrivere l’ultima parola, sono stata pervasa da due emozioni contrastanti, la prima di leggerezza e sollievo, la seconda di smarrimento e malinconia per aver detto addio ad Anita e Agostino. Quando finisce una storia d’amore si è sempre un po&#39; tristi”.</p>
<p><strong>Nella veste di lettrice ricerchi, analogamente, una sorta di catarsi?</strong></p>
<p>“Non sempre, ci sono periodi dove siamo predisposti ad affrontare i nostri conflitti interiori o i nostri traumi, altri periodi invece vogliamo metterci a riparo e sospendere tutto quello che ci crea dolore, in base a questo scelgo se voglio rifugiarmi in un libro o voglio essere aiutata da un libro”.</p>
<p><strong>Infine, ci sono già in cantiere altre storie e, se sì, rifarai la stessa scelta di ricorrere a uno pseudonimo anche per il prossimo libro?</strong></p>
<p>“Sì, ho iniziato a scrivere una nuova storia, sono entusiasta e molto motivata per questo nuovo progetto, ma devo essere molto sincera: non lo so ancora, sono legata emotivamente ad Anita, è stata la spinta da dove è partito tutto. Non sono certa di essere pronta a lasciarla andare, però bisogna impegnarsi e migliorarsi, affrontando quello che più ci spaventa, potrebbe essere un passo importante per la mia crescita decidere di pubblicare il prossimo libro con il mio nome. Vedremo come si svolgeranno le cose”.</p>
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		<title>Antonio Scalonesi: memoriale di un anomalo omicida seriale</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/antonio-scalonesi-memoriale-di-un-anomalo-omicida-seriale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Ghezzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Sep 2020 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=34442</guid>

					<description><![CDATA[<p>Intervista con Davide Buzzi</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/35924-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/antonio-scalonesi-memoriale-di-un-anomalo-omicida-seriale/">Antonio Scalonesi: memoriale di un anomalo omicida seriale</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Intervistare <strong>Davide Buzzi </strong>significa avere le possibilità di confrontarsi con un artista a tutto tondo, non solo scrittore, classe 1968, nato ad Acquarossa (Svizzera).</p>
<p>Nel 2013 approda al mondo letterario con il libro di racconti dal titolo &#8220;Il mio nome è Leponte… Johnny Leponte&#8221;, illustrato della pittrice Milvia Quadrio, ristampato poi nel 2017 da 96, Rue de-La-Fontaine Edizioni di Follonica in una seconda edizione aggiornata. Sempre nel 2017, per ANA Edizioni / Collettivo ARBOK, pubblica il racconto breve “La multa”. A distanza di tre anni, lo scorso febbraio torna sul mercato editoriale con il thriller noir “Antonio Scalonesi: memoriale di un anomalo omicida seriale”, la storia autobiografica di Antonio Scalonesi, ma nel frattempo è anche cantautore, fotografo, giornalista, ex poliziotto.</p>
<p><strong>Davide, pensi che la musica, la fotografia, il giornalismo come background concorrano tutte parimenti alla stesura dei tuoi romanzi? </strong></p>
<p>“È naturale e quasi involontario. Certo, succede senza che io me ne accorga. Il mio istinto mi spinge a scrivere pensando a ciò che ho visto, o magari fotografato, in un altro momento della mia vita, sempre però in un’immagine diversa e spesso fantasiosa. Il giornalismo serve per documentarsi e imparare a conoscere i limiti entro i quali muoversi, la musica a filtrare il dolore per ottenerne positività, gioia e voglia di ricominciare”.</p>
<p><strong>Anche la professione di agente di polizia, che hai svolto in passato, si è però rivelata utile ai fini della creazione del thriller noir “Antonio Scalonesi: memoriale di un anomalo omicida seriale”, perché?</strong></p>
<p>“Io facevo parte del corpo delle Guardie di confine svizzere (In Italia sarebbe la guardia di finanza) e ovviamente, nel periodo nel quale ho svolto quella professione, ne ho viste di tutti i colori.<br /> L’idea di scrivere un racconto che parli di un criminale ha cominciato a svilupparsi in quegli anni, quando in occasione di diversi arresti effettuati, ho avuto l’occasione di entrare in contatto con diversi delinquenti. Infatti i tratti iniziali e il modo di esprimersi del protagonista del mio racconto rispecchiano molto quelli dei personaggi che avevo arrestato, ma poi nel prosieguo della scrittura Scalonesi ha assunto una sua personalità ben definita, spesso entrando anche in contrasto con il sottoscritto, soprattutto quando racconta certi particolari dei suoi delitti o quando manifesta tutto il suo odio per le forze dell’ordine”.</p>
<p><strong>Te lo avranno chiesto decine e decine di volte, ma ci vuoi spiegare il genere Spoof poco praticato in Italia? </strong></p>
<p>“In poche parole, si tratta di un racconto che mescola realtà e finzione fino a trasformare il tutto in una nuova verità. In questo caso si tratta di una vera e propria (auto)biografia, che racconta le gesta di uno spietato serial killer, combinando fatti realmente accaduti con altri completamente inventati.</p>
<p>Una grande bugia ma talmente reale da apparire vera in tutto e per tutto. Lo spoofing è un genere letterario, ma non solo (esistono anche film documentari realizzati con questa forma), spesso anche la politica ha creato e diffuso delle notizie spoof con l’intento di distruggere avversari di partito e anche i servizi segreti di ogni nazione del mondo creano ogni giorno delle notizie spoof, magari per provocare la caduta di qualche governo in modo più o meno drammatico. Tornando al mio romanzo, per far sì che tutta la costruzione potesse funzionare, è stato fondamentale il contributo di diversi specialisti, fra i quali l’ex capo della polizia scientifica del Cantone Ticino Emilio Scossa Baggi, , lo psichiatra Orlando Del Don, gli avvocati Amanda Rueckert e Giovanni Martines (già difensore di Bernardo Provenzano durante il <em>processo</em> per l&#39;omicidio di <em>Mario Francese), </em>un armaiolo, giornalisti, ecc”.</p>
<p><strong>Che differenze trovi tra il mercato editoriale svizzero e quello italiano?</strong></p>
<p>“È principalmente un problema linguistico. Nel nostro paese le lingue ufficiali sono quattro e l’italiano è parlato sì e no da circa 400.000 persone. Un romanzo in lingua italiana in Svizzera difficilmente può riuscire a superare il San Gottardo, basta pensare che anche gli italiani immigrati in Svizzera e che vivono in Romandia o nella Svizzera Tedesca leggono prevalentemente nell’idioma della regione che li ospita. Stessa cosa si può dire per i libri realizzati nelle altre parti della Svizzera, che difficilmente possono arrivare fino da noi. Il mercato letterario è piuttosto regionale e ridotto e le opere deli autori locali difficilmente vengono tradotte nelle altre lingue della confederazione. In Italia, invece, la lingua ufficiale è una sola e questo naturalmente comporta un maggior potenziale del mercato. Poi il problema sta piuttosto nel fatto che oggi tutti scrivono e che ormai esistono un sacco di case editoriali pronte a diffondere di tutto e di più, spesso magari anche con mezzi poco etici, e questo ha provocato un certo intasamento nell’editoria di ogni parte del globo”.<br /> <strong>Qual è, in una intervista, la domanda che ti dato maggiore soddisfazione o che, al contrario, ti ha messo maggiormente in difficoltà nel rispondere?</strong></p>
<p>“Qualche volta mi è stato chiesto se non pensassi che il fatto di aver scritto un romanzo che racconta di un omicida senza scrupoli non fosse segno di una presenza concreta della violenza nel mio essere interiore, o magari se in realtà Antonio Scalonesi non fosse una specie di mio alter ego.<br /> Sono domande che sconcertano sempre, perché denotano una sorta di paura nascosta e forse anche una mancanza di conoscenza dell’animo umano. Comunque in generale i giallisti sono persone come tutti gli altri, ci sono i buoni e i meno buoni, e non credo che il fatto di scrivere delle storie impregnate di violenza possa essere un sintomo di malessere o pericolosità. Di solito le persone davvero pericolose sono anche piuttosto discrete e non hanno l’abitudine di parlare o scrivere delle loro manie”.</p>
<p><strong>Hai due bellissime figlie: vorresti che anche loro un giorno scrivessero un libro? </strong></p>
<p>“L’arte del raccontare è una cosa che te la devi portare dentro. Se Karien o LeAnn un giorno avranno una bella storia che penseranno debba essere scritta, allora forse lo faranno e certamente io sarò il loro primo lettore. In ogni caso non deve essere una sorta di impegno nei miei confronti, si può vivere benissimo anche senza scrivere libri”.</p>
<p><strong>Per quanto riguarda i tuoi progetti futuri, invece, cosa dobbiamo aspettarci? </strong></p>
<p>“Nel cassetto ho un nuovo romanzo pronto per essere pubblicato. Ma è molto diverso dal <em>Memoriale</em>. Non si tratta di un thriller e non ci sono morti sulle quali indagare. È una bella storia di paese, molto divertente e ricca di colpi di scena. Vedremo se qualche casa editrice deciderà di farsi carico di quest’opera. Inoltre sto scrivendo un ulteriore romanzo molto particolare e spero di riuscire a pubblicare nei prossimi mesi il mio nuovo album discografico, “Radiazioni Sonore Artificiali Non Coerenti”, che da un paio di anni è pronto per l’uscita ma che al momento è ancora fermo a causa degli altri impegni nei quali sono immerso”.</p>
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		<title>Il giallo al femminile</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/il-giallo-al-femminile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Ghezzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jul 2020 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=34129</guid>

					<description><![CDATA[<p>Tiziana Elsa Prina</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando la passione per il crime incontra l’esperienza maturata da anni nel mondo editoriale nasce una casa editrice, Le Assassine, che vuole dare voce alla letteratura gialla proponendola nelle sue svariate sfaccettature – giallo a suspence, deduttivo, hard boiled, psicologico, noir –, negli stili più diversi – fantasiosi, essenziali, sofisticati, semplici, d’antan – e nei contesti geografici più vari – Marocco, Malesia, Canada, ma anche Germania, Francia…</p>
<p>L’idea è della fondatrice <strong>Tiziana Elsa Prina</strong>, che come un piccione viaggiatore ha deciso di scovare ai quattro angoli del globo penne che siano solo straniere e solo al femminile, tanto del passato con la collana Vintage quanto del presente con quella Oltreconfine.</p>
<p><strong>Tiziana, perché hai deciso di dar vita a una casa editrice così particolare? </strong></p>
<p>“La decisione di fondare una casa editrice come Edizioni Le Assassine è nata con il desiderio di chiudere un po’ il cerchio delle mie esperienze di vita e di lavoro. Sono laureata in lingue e letterature moderne, ho lavorato come accompagnatrice turistica in giro per il mondo, ho vissuto tre anni all’estero, ho tradotto una cinquantina di libri e più, ho lavorato come redattrice di una rivista accademica, ho curato per cinque anni una rassegna stampa per la Ue monitorando eventi in cinque Paesi dell’Unione europea e infine ho fatto scouting editoriale per alcune case editrici che hanno portato alla pubblicazione in Italia di alcuni libri. Dopo tutto questo mi sono detta: e se adesso mettessi insieme tutto quello che ho appreso e pubblicassi io i libri che mi piacciono? E così è stato”.</p>
<p><strong>Quali gli oneri e quali gli onori che ti sei trovata di fronte?</strong></p>
<p>“Oneri parecchi, soprattutto se sei un piccolo editore, praticamente sono uguali a quelli dei grandi senza i mezzi di diffusione e di distribuzione che loro si possono permettere. Onori? La soddisfazione personale di non aver mai ricevuto finora una recensione o una critica negativa dei libri pubblicati, e ti assicuro che questo vuol dire moltissimo e ti spinge a continuare, nonostante la difficoltà del mercato”.</p>
<p><strong>La ricerca delle opere che porti in Italia, per entrambe le collane, non si circoscrive alla trama tipica di un giallo in cui avviene chiaramente un omicidio a cui seguono poi le relative indagini e, infine, la scoperta del colpevole… C’è molto di più. Vuoi spiegarci cosa?</strong></p>
<p>“Ho sempre amato la letteratura gialla – sottolineo la parola letteratura, perché non siamo di fronte a un genere di serie B: infatti a mio avviso, la distinzione va fatta tra bravi e cattivi scrittori, poi il giallo è solo una struttura per renderlo riconoscibile tra mille filoni. Dicevo che amo il genere giallo, ma sinceramente mi piace che la storia narrata abbia degli elementi in più rispetto alla sequenza: delitto &#8211; indagine da parte di un detective &#8211; scoperta del colpevole. Nella collana Oltreconfine, dedicata alle scrittrici contemporanee, cerco anche di narrare quel pezzo di mondo in cui le autrici vivono, e per questo loro provengono dal Botswana, dalla Malesia, dal Marocco, ecc., luoghi un po’ distanti dal modo di vedere e pensare a cui siamo abituati. Tuttavia non mancano una scrittrice francese, una tedesca e una canadese che, pur essendo più vicine a noi come cultura, hanno scritto storie davvero originali. Del resto molte delle nostre scrittrici possono vantare diversi riconoscimenti e premi nei propri Paesi, e il nostro intento è far conoscere il loro valore e la loro originalità anche qui, tra i lettori italiani. Diverso il discorso nella collana Vintage, dove c’è sì una trama classica, ma dove possiamo fare un tuffo nel passato, riscoprendo un mondo che non esiste più”.</p>
<p><strong>La letteratura gialla e il suo pubblico sono in continuo divenire o, dall’alto della tua esperienza, le correnti e i gusti sono di fatto sempre gli stessi?</strong></p>
<p>“Non so se faccio un’affermazione semplicistica, ma a mio avviso esistono due tipi di lettori e da qui la nostra idea di due collane: nella collana Vintage, quella per intenderci del giallo deduttivo del passato, il lettore cerca, diciamo, una rassicurazione e una piacevole lettura in cui si sente coinvolto per risolvere il caso. Gli omicidi non sono mai efferati e la giustizia trionfa sempre, per cui dal caos che implica il delitto si ritorna a una condizione in cui tutto è nuovamente sotto controllo, grazie all’abilità dell’ispettore di turno. Nella collana Oltreconfine, dedicata alle autrici contemporanee, il lettore cerca di più la suspence e quel brivido che un romanzo vero page-turner conserva fino all’ultimo. Non esagero nel dire che vi è la ricerca di una condizione adrenalinica che si scioglie, o perlomeno dovrebbe sciogliersi, alla fine del romanzo, una sorta di catarsi moderna”.</p>
<p><strong>Trovi che le trasposizioni cinematografiche dei libri gialli di una volta e di quelli odierni conferiscano un valore aggiunto alle opere o vadano, in qualche modo, a sminuire alcune sfumature presenti sulla carta?</strong></p>
<p>“Direi che la risposta non può essere univoca, perché dipende molto dal valore del libro e della trasposizione cinematografica. Ho però notato che i libri vintage fin qui pubblicati hanno spesso attratto i registi che ne hanno fatto una trasposizione cinematografica davvero interessante, resa affascinante dalla patina del tempo. Ora poi stiamo per pubblicare un libro che uscirà come film in Italia e la cui protagonista principale è Isabelle Huppert. Ti saprò dire qual è il risultato, anzi mi auguro che i lettori ci offrano il loro feedback”.</p>
<p><strong>Infine, ci vuoi parlare del vostro ultimo libro da poco uscito per la collana Vintage, “Il divorzio non si addice a Enid Balfame” scritto da Gertrude Atherton?</strong></p>
<p>“Si tratta di un vintage del 1916, che appunto ha visto una versione cinematografica nel 1917. A parte il delitto, che troverà la soluzione solo nelle ultime pagine, il romanzo è molto intrigante perché oltre a descrivere la vita di una cittadina di provincia americana, abitata da wasp, ovvero dai bianchi puritani, agli inizi del secolo scorso, sa ridare lo spirito con cui venivano affrontati temi come l’emancipazione femminile nelle professioni, la gestione della giustizia nelle aule di tribunale (un assaggio di quello che sarà anni dopo Perry Mason), il ruolo fondamentale della carta stampata nel manipolare l’opinione pubblica (tema ancora attualissimo). A questi si aggiungono i personaggi che animano la storia e che Gertrude Atherton sa tratteggiare in modo accurato e non privo di ironia. In primis la protagonista che risulta essere un miscuglio di perbenismo, astuzia, freddezza e, nello stesso tempo, spirito tumultuoso”. </p>
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		<title>Narratrice di storie</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/narratrice-di-storie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Ghezzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 May 2020 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=33618</guid>

					<description><![CDATA[<p>Manuela Chiarottino</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Manuela Chiarottino</strong> potrebbe essere definita come “la scrittrice che ama il genere rosa ma che sta conquistando anche l’universo maschile” per i messaggi universali e gli spunti di riflessione che regala con i suoi libri.</p>
<p>Vincitrice del concorso <em>Verbania for Women 2019</em> e del premio Fondazione Marazza per la narrativa per l&#39;infanzia, dimostra di saper saltare da un genere all’altro senza difficoltà, tanto da aver pubblicato nell’arco di poco più di due mesi ben tre opere.</p>
<p><strong>Manuela, lascio a te l’onore di svelarne i titoli e accennarcene, rispettivamente, la storia.</strong></p>
<p>“Sono tre storie che a loro modo parlano di sentimenti, ma completamente diverse tra loro. <em>Fiori di loto</em> affronta il tema del dolore e della resilienza, attraverso la storia di due donne, ma lasciando un messaggio di speranza rivolto a tutti. <em>Tesoro d’Irlanda</em> è un romanzo di evasione, che parla d’amore e vi trasporterà nella verde isola. Un viaggio non solo fisico per Eileen, la protagonista, ma anche un percorso a ritroso nel proprio passato, per riappropriarsi delle proprie origini e chiudere vecchie ferite. Scoprirete la magia del piccolo popolo e le sue suggestioni. <em>La nostra isola</em> invece si basa su un fatto storico, il confino inflitto agli omosessuali nell’isola di San Domino poco prima dello scoppio in Italia della Seconda guerra mondiale. Una storia d’amore, ma soprattutto una storia per far riflettere sul valore della tolleranza e della libertà”.</p>
<p><strong>Come si fa a livello mentale e stilistico a cambiare così frequentemente genere?</strong></p>
<p>“Io mi sento una raccontatrice di storie e le storie possono essere molto diverse tra loro. Per ora ho sempre seguito l’urgenza che nasce dentro di me, senza preoccuparmi del genere. Sicuramente in ogni mia storia ci sono sempre gli stessi valori, come la verità, l’amore, la speranza”.</p>
<p><strong>C’è un minimo comune denominatore tra i tre libri o sono del tutto a sé stanti?</strong></p>
<p>“In tutti e tre i romanzi i protagonisti fanno un percorso interiore dove acquistano una nuova consapevolezza di sé e dei propri sentimenti”.</p>
<p><strong>I messaggi universali al lettore di cui ho parlato nella premessa quali sono in queste opere?</strong></p>
<p>“In <em>Fiori di loto</em> prevale l’idea che ognuno di noi possa trovare la forza dentro di sé e porta un messaggio di speranza e di riflessione sul condizionamento del corpo femminile. <em>Tesoro d’Irlanda</em> parla d’amore ma anche dell’importanza delle proprie origini e di come bisogna far pace col proprio passato. <em>La nostra isola</em> parla di libertà”.</p>
<p><strong>Riesci a calarti più facilmente nei panni dei personaggi femminili o in quelli maschili?</strong></p>
<p>“Credo di calarmi meglio in quelle femminili, per ovvi motivi, ma mi piace scrivere anche al maschile. La prima volta ero dubbiosa, ma il curatore della collana, uomo, lesse la mia storia e mi disse che si era immedesimato nel protagonista e dopo di lui ho avuto dei lettori uomini che mi hanno scritto di essersi rispecchiati nelle mie storie, dandomi la fiducia di poter continuare”.</p>
<p><strong>I libri, come i figli, sono creature che dovrebbero essere amate tutte allo stesso modo e in egual misura o, in cuor tuo, c’è un’opera che ti è particolarmente cara? </strong></p>
<p><strong>“</strong>Sicuramente in assoluto il primo romanzo pubblicato con Rizzoli, <em>Ancora prima di incontrarti</em>, perché fu per me un’iniezione di fiducia che mi ha portato a continuare questo percorso. Tra questi ultimi romanzi non riesco a scegliere, sono i piccoli appena nati, ma posso dire che <em>Fiori di loto</em> mi è caro perché aiuta concretamente, devolvendo parte del ricavato al progetto <em>Donne per le donne</em>”.</p>
<p><strong>Infine, nella tua carriera di scrittrice c’è ancora una storia che ti bussa dentro a cui non hai ancora dato vita?</strong></p>
<p>“In effetti sì, ma è una storia a cui sto già lavorando, molto diversa dalle altre, e che spero possa vedere la luce, anche se, proprio per il suo genere particolare, dovrò aspettare la casa editrice giusta”.</p>
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		<title>Uno scrittore deve essere un assiduo lettore</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/uno-scrittore-deve-essere-un-assiduo-lettore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Ghezzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 May 2020 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=33408</guid>

					<description><![CDATA[<p>Intervista a Giovanni Margarone</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/34052-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/uno-scrittore-deve-essere-un-assiduo-lettore/">Uno scrittore deve essere un assiduo lettore</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Classe 1965, alessandrino di nascita ma poi ligure d’adozione fino ai ventuno anni e, dopo, friulano per motivi di lavoro.</p>
<p>La vita lo ha portato quindi ad attraversare tutto il nord Italia, ma non gli ha mai fatto perdere una costante della sua esistenza: l’amore viscerale per la cultura.</p>
<p>Lui è lo scrittore <strong>Giovanni Margarone</strong>, da sempre accanito lettore e appassionato di musica e filosofia, ha iniziato a scrivere molto presto romanzi e racconti brevi che, volutamente, ha riposto nel cassetto. Poi è avvenuto il cambiamento e i suoi scritti più recenti sono diventati libri.</p>
<p><strong>Giovanni, in alcune tue interviste ho letto questa tua frase: “Sono i lettori i destinatari di ciò che si scrive e a loro va il massimo rispetto, sempre”. Vuoi spiegarci meglio che rapporto instauri con chi legge le tue pagine?</strong></p>
<p>“Il rapporto con i lettori è importantissimo, fondamentale e deve essere instaurato in modo tale che nasca un’empatia tra scrittore e lettore, appunto. In questo rapporto sinallagmatico, è essenziale la disponibilità, da parte di entrambi, alla dialettica, nell’ambito sempre di un reciproco rispetto, con particolare riguardo alla critica che deve essere costruttiva e alla quale allo scrittore sia data la possibilità di replicare, pur accettandola. Personalmente, e qui mi riferisco alla frase in domanda, ritengo tuttavia che al lettore vada il massimo rispetto, in quanto egli ha accettato di leggere un mio libro, quindi ha compiuto una scelta verso me; inoltre rispetto il suo giudizio, possa essere anche negativo perché c’è il diritto di opinione, sempre nei limiti del dialogo civile, per mezzo del quale il lettore è libero di fare la sua critica che io devo assolutamente considerare al fine, eventualmente, di migliorare la qualità letteraria dei miei scritti. Lo scrittore deve vincere la presunzione di dire che ciò che scrive è valido, perché alle volte non è così. Certo, al di là della qualità magari buona, c’è il discorso dei gusti: a un lettore può non piacere una trama o il genere stesso del libro. In questo caso egli non entra nel merito qualitativo, ma si limita, appunto, al suo gusto soggettivo; anche in questo caso lo rispetto, perché non tutti abbiamo gli stessi gusti ed è giusto che sia così”.</p>
<p><strong>E tu, invece, che tipo di lettore sei?</strong></p>
<p>“Non macino libri solo per il gusto di dire che leggo tanto e, riferendomi ai gusti come detto prima, scelgo ciò che voglio leggere e cerco letture che mi consentano sempre di crescere, tenuto conto della mia attività letteraria alla quale tengo particolarmente. Lettore assiduo sì, comunque, perché alterno la lettura con la scrittura e siccome scrivo sempre, leggo sempre. Ritengo inconcepibile che uno scrittore non legga, è fuori dai miei canoni. La lettura è maestra. Oltre a leggere narrativa, ho spesso in mano libri di filosofia. La filosofia apre la mente e mi ha dato finora ottimi spunti per i temi dei miei romanzi, così come lo fa la psicologia alla quale sono anche molto interessato”.</p>
<p><strong>Ci sono scrittori che sono per te fonte di ispirazione? Inoltre, c’è qualcuno che a tuo avviso meriterebbe maggiore attenzione da parte del pubblico e della critica?</strong></p>
<p>“Ho sempre avuto una spiccata attenzione verso la letteratura ottocentesca russa, francese e tedesca (in particolare, Dostoevskij, Proust, Goethe, Tolstoj, Prèvost, Balzac per citarne alcuni); senza dimenticare i riferimenti al Novecento italiano, nelle figure, fra gli altri, di Svevo, Cassola, Calvino, Deledda e Cesare Pavese. Sono loro che mi hanno fatto scuola. Riguardo alla seconda domanda, focalizzerei un po’ più di attenzione su Joseph Roth, le cui opere sono magistrali; cito, per esempio, “La cripta dei cappuccini” e “Giobbe. Romanzo di un uomo semplice”, sono libri che mi hanno veramente appassionato”.</p>
<p><strong>“Note fragili” (2018, seconda edizione), “Le ombre delle verità svelate (2018, seconda edizione), “E ascoltai solo me stesso” (2019, seconda edizione) sono i titoli dei tuoi tre romanzi fin qui pubblicati… che cosa ci racconti in merito?</strong></p>
<p>“Aggiungo “Quella notte senza luna” che dovrebbe uscire a fine anno in seconda edizione. Detto questo, tornando al discorso dei gusti, io scrivo narrativa non di genere, perché sono naturalmente portato a scrivere romanzi di formazione e ciò che ho scritto finora, compresi i tre inediti già belli e pronti, riveste questo genere. Trasversalmente, i miei romanzi danno molto spazio alla psicologia dei personaggi. Inoltre, focalizzandomi molto sui personaggi e sulle loro vicende, se pensassi al teatro, potrei definire che sono rappresentazioni senza scene, perché le ambientazioni potrebbero essere ovunque. Ciò non toglie che le ambientazioni scelte siano dovute talvolta a esigenze proprie delle vicende dei personaggi, ma, ripeto, l’ambientazione è relativa. Premesso questo, non è che trascuri le ambientazioni, chi mi avrà letto avrà notato che spesso le descrizioni sono anche accurate: i colori ravvivano un quadro, non c’è dubbio, è un discorso estetico”.</p>
<p><a href="http://imagazinevideotruck.it/outlet/relink.html" target="_top" rel="noopener"><img decoding="async" align="LEFT" height="250" src="http://imagazinevideotruck.it/outlet/outlet30.jpg" width="300" alt="outlet30" title="Uno scrittore deve essere un assiduo lettore 2"></a></p>
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<p><strong>Ritieni che il tuo stile sia cambiato di opera in opera?</strong></p>
<p>“La maturazione stilistica fa parte della crescita dello scrittore, i miglioramenti sono inevitabili in corso d’opera. Tuttavia, sulla base di quanto scrivono i recensori su di me, generalmente ho conservato un certo stile personale dal primo all’ultimo romanzo. Su come è il mio stile, lascio la parola ai lettori, ai recensori, appunto e alle giurie letterarie”.</p>
<p><strong>Sei, altresì, editorialista e recensore in siti letterari: è più facile stare dall’altra parte?</strong></p>
<p>“Tempo fa accennai alla consapevolezza della responsabilità. Lo scrittore è responsabile di ciò che scrive, perché può influenzare la riflessione interiore del lettore. Avverto la stessa responsabilità quando recensisco o scrivo editoriali. Chi ha studiato comunicazione ben sa a cosa mi riferisco. Recensire non si limita al descrivere, per questo ci sono già le quarte di copertina. Recensire significa fare delle considerazioni personali su un libro e delle conclusioni che possono influenzare la scelta o meno del libro, favorendo o precludendo allo scrittore la diffusione della sua opera. Recensendo si fa una critica che leggeranno i potenziali lettori condizionandone le scelte. Ma anche per gli editoriali avverto questa responsabilità. Scrivere un editoriale significa mandare dei messaggi magari solo con 500 parole, quindi è necessario sintetizzare il pensiero che si vuole trattare e rendere l’esposizione efficace. Inoltre dev’essere oculata la scelta dell’argomento, al fine di suscitare l’interesse verso chi legge. La comunicazione condiziona il pensiero, il <em>pensiero condiziona la vita dell’uomo e lo rende consapevole</em>, disse Socrate. Per questo, scrivere editoriali spesso non è facile e bisogna fare delle scelte; tuttavia va bandita la banalità, non bisogna palare alla pancia, ma alla testa delle persone per farle riflettere e con gli editoriali tento di indurre alla meditazione le persone, così come faccio quando scrivo un libro”.</p>
<p><strong>Ormai abbiamo perso il conto di quanti riconoscimenti hai ottenuto in tutta Italia partecipando a premi letterari anche internazionali. Cosa si prova nel momento in cui si apprende di essere nella rosa dei vincitori? </strong></p>
<p>“Emozione e commozione, perché è il riconoscimento a tanto tempo trascorso a scrivere. In un concorso, un autore si mette a nudo davanti a una giuria, poiché da essa viene giudicato e se questa ti attenziona, tra centinaia di candidati, come non si può essere emozionati per il riconoscimento di un qualcosa che fai con amore e passione?”</p>
<p><strong>Infine, secondo te quale scenario editoriale si aprirà dopo l’emergenza Covid-19 e quali progetti ti vedranno direttamente protagonista?</strong></p>
<p>“L’emergenza ha portato grande nocumento a tutta l’attività culturale in generale, basti pensare ai teatri. L’editoria ha subito un grave contraccolpo: migliaia di nuove uscite bloccate perché non è possibile fare presentazioni dal vivo, firmacopie in libreria, spostarsi per rilasciare interviste e io ne so qualcosa. Tuttavia un plauso va alle migliaia di editor, collaboratori editoriali, agenti letterari e uffici stampa che, lavorando in smart-working, non si sono fermati permettendo all’editoria di non affondare, non tutto è stato compromesso e questo è l’humus che consentirà alla grande macchina editoriale di ripartire, magari lentamente, ma di ripartire. Essendo anch’io parte in causa, ho sentito il contraccolpo: ci saranno inevitabili ritardi nell’uscita dei due prossimi romanzi, del loro lancio e promozione. Ma il covid-19 non mi ha impaurito, né fermato. Sono riuscito a mandare avanti la mia attività continuando a scrivere (finendo la revisione del 6° romanzo e la stesura del 7°, non posso negare che questo periodo sia stata un’opportunità per immergermi full-time nella mia attività), nonché scrivere editoriali e recensioni. Come ho detto, la ripartenza sarà inevitabilmente lenta con prospettive per fine 2020 e 2021, ma ci sarà e tutti torneremo a pieno regime prima o poi, dobbiamo essere ottimisti”.</p>
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		<title>Scrivere è entrare nei mondi degli altri in punta di piedi</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/scrivere-e-entrare-nei-mondi-degli-altri-in-punta-di-piedi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Ghezzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2020 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=33262</guid>

					<description><![CDATA[<p>Intervista a Gianluca Stival</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/33801-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/scrivere-e-entrare-nei-mondi-degli-altri-in-punta-di-piedi/">Scrivere è entrare nei mondi degli altri in punta di piedi</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Uno scrittore giovane, classe 1996, ma dai valori profondi e dalla penna fluida.</p>
<p>Queste poche parole potrebbero condensare <u><a href="https://www.gianlucastival.com/" target="_blank" rel="noopener">la vera essenza di <strong>Gianluca Stival</strong></a></u>, che a soli ventitré anni viene annoverato a pieno titolo nel mondo della letteratura con pubblicazioni online e cartacee di suoi componimenti, valutate positivamente da esperti, critici e personaggi famosi.</p>
<p>Ha presentato poesie in lingua italiana, francese, inglese, spagnola e portoghese brasiliana, apprezzate e commentate da blog di poesia internazionali. Nel 2017 viene inserito all’interno de “Enciclopedia dei Poeti Italiani Contemporanei”, edita da Aletti Editore, e pubblica il primo libro per la grande distribuzione dal titolo “Meriti del mondo ogni sua bellezza”, recensito da testate giornalistiche italiane e da blog internazionali. Nel 2018 rilascia una nuova raccolta di poesie dal titolo &#8220;AWARE &#8211; Tutte le poesie&#8221; (tradotta in francese e portoghese brasiliano) e porta a teatro il suo monologo sulla libertà dal titolo “Meriti di essere libero”. Nel 2019 continua con progetti letterari in Italia, Francia e Brasile e pubblica il terzo libro dal titolo “Scriverò di te”, edito da Editrice Veneta.</p>
<p><strong>Gianluca, sembra quasi che la prosa e la poesia ti contendano… è davvero così?</strong></p>
<p>“In questo momento mi sento in mezzo a questi due mondi meravigliosi: da un lato rimango saldo alla poesia perché mi ha dato la possibilità di riscoprirmi e di agganciarmi all’anima di molte persone, mentre dall’altro lato c’è la prosa che ha un fascino intramontabile e che apre molti orizzonti. Sono combattuto, anche se sono certo che il mio cuore, qualora dovessi approfondire la prosa in futuro, rimarrebbe sempre appartenente alla poesia”.</p>
<p><strong>Per “Scriverò di te” era necessario affidarsi alla prosa e al racconto per narrare del tanto amato nonno Mario e della sua vita. Vuoi parlarci di come è nata l’idea di dar vita a questa raccolta?</strong></p>
<p>“La storia di come è nato questo progetto è molto curiosa: quasi due anni fa mio nonno organizzò un pranzo con alcuni amici e colleghi di lavoro. Durante il pranzo, uno dei presenti gli chiese: “Perché non raccogli tutti gli episodi più importanti della tua vita in un libro?”. Da lì partì tutto, mio nonno mi chiese se avessi voglia di cimentarmi e aiutarlo: iniziai così a registrarlo, raccolsi i suoi appunti e mi misi a trovare le sue foto più belle. Dopo una quindicina di ore di registrazioni, iniziai trascrivere tutti gli episodi in cui mi raccontava del suo lavoro tra Treviso e Pordenone, dei suoi viaggi, dei numerosissimi amori in gioventù e dei pensieri su vari temi attuali”.</p>
<p><strong>Potresti fare a meno della scrittura?</strong></p>
<p>“Credo proprio di no. Quando, cinque anni fa, iniziai a scrivere le prime poesie in lingua straniera, mi resi conto che attraverso quelle parole ero in grado di analizzarmi e scavarmi dentro. Non era solo questione di “mettere in ordine i pensieri”, ciò che mi affascinava di più era l’impatto con gli altri: scoprii che molte cose che provavo erano le stesse per altre persone e attraverso la scrittura era come se arrivassimo a conoscerci. La scrittura è uno scambio e permette di entrare nei mondi degli altri in punta di piedi”.</p>
<p><strong>Come lettore, invece, con quali aggettivi ti descriveresti?</strong></p>
<p>“Mi ricordo che Herman Hesse identificava i lettori in tre categorie: il lettore ingenuo, immaginativo e quello che non legge più. Io mi identificherei come lettore immaginativo, mi piace viaggiare con la mente quando leggo e mi lascio trasportare”.</p>
<p><strong>Ti sei occupato anche di opere teatrali, hai qualche nuovo progetto in merito, magari nato da questo delicato periodo di quarantena?</strong></p>
<p>“Per ora non ho progetti legati al teatro, ma spesso mi è capitato di pensare a come potrebbe essere la trasposizione teatrale di “Scriverò di te”. Me la immaginerei come un monologo recitato al tramonto in mezzo a uno di quei bellissimi parchi in Friuli. Basterebbero microfono e leggio”.</p>
<p><strong>Abbiamo parlato di letteratura, di arte teatrale, di valori: Gianluca Stival sa già cosa farà “da grande”?</strong></p>
<p>“Questa è la domanda da un milione di dollari. In realtà ho diversi progetti per il futuro: mi piacerebbe seguire la mia passione per le lingue e cimentarmi in un lavoro che le veda protagoniste e al contempo continuerei sicuramente a scrivere. Ho già alcune idee in mente, è tutto ancora in divenire ma inizierò a delinearne almeno i punti principali”.</p>
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