Attraversando il cielo

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Livio Nonis

4 Agosto 2022
Reading Time: 4 minutes

Massimiliano Zonta

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Lo staranzanese Massimiliano Zonta, paracadutista, è stato per 8 anni nell’Aviazione dell’Esercito, frequentando corsi di pilotaggio e specialista di volo. Ha successivamente lasciato il Servizio Permanente per passare a impiego civile e laurearsi. Nel corso della sua attività professionale presso vari Enti pubblici è stato anche Docente per la Sicurezza e salute nei luoghi di lavoro e ambiente, nonché tutor universitario. Ha partecipato, come riservista, all’operazione Joint Forge nell’ambito della SFOR in Bosnia Erzegovina (6 novembre 2001 – 21 marzo 2002). Cultore di varie arti marziali, è consigliere nazionale e delegato per il Friuli Venezia Giulia della Federazione Italiana Krav Maga.

Attualmente, con il grado di Tenente, è Ufficiale della Riserva.

Massimiliano Zonta, chi è un paracadutista?

«È una persona che, sotto uno spirito goliardico, nasconde un professionista serio e preparato, pronto ad affrontare la sfida con se stesso e gli eventi della vita».

Cosa l’ha portata a diventare paracadutista?

«Il fascino per l’immenso e l’amore per le sfide sono sentimenti innati; il connubio di questi elementi è stato la motivazione che mi ha fatto arrivare alla porta di un aereo».

Come ci si prepara al primo lancio?

«Per giungere al lancio ho dovuto superare una fase addestrativa comprendente prove fisiche e di volontà non indifferenti. Di fronte alle crescenti difficoltà vari allievi vengono dimessi o preferiscono lasciare. Sono molte le persone che, inizialmente, tendono a sopravvalutarsi: sono quelle che faranno parte dei rinunciatari. Anche in questo il paracadutismo è scuola di vita».

In cosa consiste l’addestramento?

«Il corso comprende esercizi tesi a rinforzare la muscolatura, la corsa, esercizi di incremento dell’agilità, lanci sul telo. Vengono inoltre insegnati, in modo da venir acquisiti in maniera automatica, i vari tipi di capovolte necessarie ad effettuare l’atterraggio in ogni condizione possibile, la gestione delle emergenze, la conoscenza dei paracadute, dell’aeromobile e del comportamento nelle varie fasi dall’arrivo in aeroporto fino al termine dell’attività. L’ultimo esame pre lancio viene effettuato dagli Istruttori dell’allora SMIPAR di Pisa (ora CAPAR)».

Cosa ricorda del suo primo lancio?

«Sto salendo sul C119, battezzato Vagone volante per la forma della fusoliera; siamo 40 tra allievi e paracadutisti, il velivolo si stacca dalla pista mentre le emozioni si rincorrono, il rombo assordante accompagna i segnali del direttore di lancio, che eseguo meccanicamente. Aggancio la fune di vincolo e inizio a seguire chi mi sta davanti, guardo fuori dall’oblò e decido di iniziare a fissare l’elmetto, arrivo alla porta e chiudo gli occhi. Passa qualche secondo, sento un forte strappo e mi ritrovo a vedere una calotta candida in un cielo di un azzurro intenso. Sono emozioni che mi accompagneranno per sempre. Il primo lancio è quello della decisione, da quello capirai se vorrai riprovare la forte emozione che ti dona, non solo il superare quella porta, ma anche te stesso. Dopo il primo lancio sarai una persona diversa. Senza rischio di esagerare posso dire che, se sono riuscito ad avere il distacco e la freddezza per superare le prove impegnative che la vita mi ha presentato, è anche grazie all’esperienza di paracadutista».

Fatto il primo lancio, quelli successivi come sono andati?

«Ho scoperto di amare quel senso indefinibile che provi nel lanciarti, quindi diventa naturale continuare la progressione per arrivare ai lanci ad apertura comandata che mi hanno donato altre sensazioni forti. Forse il lancio più bello è stato quando, primo alla porta del C119, ho potuto osservare sfilacci di nuvole che passavano tra i miei occhi e il trave di coda dell’aereo, vedere passare sotto di me strade e varie costruzioni come fossero su una tavoletta topografica. I colori diversi dei campi, i particolari minimi che ho osservato sul terreno danno la sensazione dell’intensità di quei pochi momenti che trascorri nel cielo. Un altro lancio, effettuato in inverno con una temperatura di -10° C e un’atmosfera tersa, mi ha regalato la sensazione di trovarmi nel cristallo».

Dalle emozioni alla realtà: quanto è pericoloso lanciarsi con il paracadute?

«La preparazione impartita dagli istruttori rende il rischio nell’attività aviolancistica realmente minimo, soprattutto confrontandolo con altre attività».

Ha mai avuto problemi durante un lancio?

«L’unico malfunzionamento che ricordo è stato il fenomeno della “maniglia dura” durante un lancio ad apertura comandata, problema risolto senza l’impiego del paracadute ausiliario (il ventrale). Raramente dei miei amici lo hanno dovuto impiegare. Una volta, a causa del vento che, vicino al suolo aveva cambiato direzione, sono atterrato sull’asfalto al centro pista senza problemi. Anche il trascinamento si è risolto senza alcun danno».

Conclusa l’esperienza con il paracadutismo, la sua attività nei cieli è comunque proseguita.

«Successivamente è iniziata la mia storia come aviatore dell’Esercito, inizialmente come pilota su aerei, poi come specialista di volo su aerei ed elicotteri presso vari reparti. Con i nuovi importanti impegni l’attività aviolancistica è proseguita in modo sporadico, ma il ricordo di quegli attimi lo porto sempre inciso nel mio animo. Quando mi viene chiesto della mia esperienza come paracadutista mi accorgo, nel corso del racconto, di sorridere con gioia ai miei ricordi. Lo spirito del paracadutista italiano, storicamente, deriva dal mito dei ragazzi della Folgore, sacrificatisi per amor di patria nel corso del secondo conflitto mondiale. Mi onoro di averne conosciuti alcuni e di aver ricevuto il Basco Amaranto dal paracadutista Emilio Camozzi, uno dei Leoni di El Alamein».

 

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