Donata Vianelli, Magnifica Rettrice dell’Università degli Studi di Trieste
TRIESTE – Dallo scorso mese di agosto guida ufficialmente l’Università degli Studi di Trieste. Un’istituzione con oltre 19mila studenti e 1.500 tra docenti, tecnici amministrativi. Ma soprattutto con oltre un secolo di storia e legami profondi con il tessuto sociale, culturale e imprenditoriale del territorio. Nel quale ricopre un ruolo di primo piano in ottica di sviluppo e formazione.
Rettrice Vianelli, qual è il bilancio di questi primi mesi del suo mandato?
«Un bilancio molto positivo perché siamo riusciti a partire con lo sviluppo del piano strategico che accompagnerà tutto il mio mandato, fino al 2031. Questi primi mesi sono volati ma abbiamo già fatto cose importanti».
Cosa implica ricoprire questo ruolo?
«Portare a compimento l’impegno di tanti anni: non solo come ricercatrice o docente, ma anche nel coinvolgimento nelle attività istituzionali, iniziato con la direzione del Dipartimento di Scienze Economiche, Aziendali, Matematiche e Statistiche e giunto ora al coordinamento delle attività dell’intero Ateneo. Per me vuol dire avere l’opportunità di far crescere ancora di più un’istituzione che ho sempre amato molto e a cui ho dedicato tutta la mia vita. Ricoprire questo ruolo significa condurre un’intera comunità verso determinati obiettivi. Che non sono solo di crescita del numero di studenti o economico-finanziaria, ma soprattutto crescita umana e personale».
Cosa significa per lei essere la prima rettrice donna di questa istituzione?
«Qualcosa di importante. Né uomini né donne devono dare per scontato che lo sviluppo della carriera debba essere correlato a questioni di genere. Essere la prima Rettrice donna vuol dire dare un esempio alle nostre studentesse e non solo: perché vedere un’istituzione così importante guidata da una donna può essere una motivazione ulteriore per impegnarsi nella crescita lavorativa e nella vita personale e famigliare, che va mantenuta centrale a prescindere dell’impegno lavorativo».
Come giudica lo stato di salute dell’Università di Trieste?
«Ottimo. Ma i tempi sono già cambiati: si sta chiudendo il periodo del PNRR e quindi dobbiamo essere molto prudenti. Avremo meno risorse da parte dello Stato rispetto agli ultimi tre anni. Si sta affacciando inoltre l’inverno demografico. Compito della governance sarà quello di mantenere sana questa istituzione, stando attenti a fare scelte che sappiano guardare agli sviluppi futuri, abbinando crescita e attenzione alle esigenze della società. Oltre a formare i giovani per il mondo del lavoro, siamo chiamati a competere con le altre università tradizionali e con quelle telematiche, nonché con gli atenei internazionali, poiché sempre più spesso i nostri giovani decidono di andare a studiare all’estero».
Quali sono i punti di forza dell’Ateneo triestino?
«Dal punto di vista della didattica un’offerta formativa molto ampia e in linea con le richieste del territorio. Così come la capacità di dialogo della nostra università con gli studenti delle scuole superiori di tutta Italia: un’azione di orientamento che aiuta in modo innovativo a fare la scelta giusta. Da tanti anni ospitiamo d’estate un migliaio di studenti per aiutarli a comprendere quali possono essere i corsi più adatti alle loro caratteristiche e alle loro passioni. Facciamo provare loro percorsi di formazione e laboratoriali che anticipano quelli che saranno poi i reali percorsi di studio. In questi contesti gli studenti vengono aiutati a comprendere cosa piace loro fare e, soprattutto, cosa non piace loro fare. Un altro punto forte è la ricerca: siamo un’università molto scientifica, con la fortuna di operare in un territorio in cui ci sono anche altre eccellenze nell’ambito della ricerca con le quali abbiamo instaurato forti sinergie. E poi l’internazionalizzazione: siamo tra gli atenei al top in Italia in questo settore, anche per numero di immatricolazioni dall’estero».
A proposito di ricerca: le università italiane di cosa avrebbero bisogno per potenziarla?
«C’è fortemente bisogno di stabilità nella disponibilità di fondi da destinare alla ricerca. Da quest’anno il Ministero ha elaborato un piano triennale grazie a cui nel prossimo triennio dovremmo avere ben chiaro a quanti fondi potremo attingere. Ciò dovrebbe fornirci la stabilità necessaria che prima non c’era. Ma persiste un problema a livello di sistema: la quantità complessiva di fondi che lo Stato mette a disposizione per la ricerca è molto bassa se rapportata con il resto d’Europa, dove siamo fanalino di coda. Diventiamo così meno competitivi, abbiamo meno ricercatori e infrastrutture che diventano obsolete. In tali condizioni i ricercatori italiani si rivelano molto più bravi rispetto alla media dei colleghi all’estero perché riescono a fare miracoli con fondi di ricerca limitati. In questo contesto, la grande fortuna dell’Università di Trieste è avere alle spalle una Regione Friuli Venezia Giulia che negli ultimi anni si è dimostrata realmente attenta alle esigenze del mondo universitario. Abbiamo avuto grandi investimenti regionali nel sistema universitario con progettualità nate ex novo dal confronto con la Regione. Una cosa non scontata».
Dall’Università di Udine alla SISSA, com’è il rapporto con gli altri enti del sapere in Friuli Venezia Giulia?
«A mio avviso dovremo gestire al meglio questa sinergia soprattutto nella progettualità della ricerca, nell’innovazione e nel coordinamento delle iniziative. Due esempi: il primo è la collaborazione delle tre università nell’ambito dell’Intelligenza artificiale, trovando una complementarietà pur nelle specificità di ciascuna realtà. Il secondo è l’Ecosistema dell’innovazione del Nordest che ci ha visto collaborare con tutte le università di quest’area. Le sinergie sono fondamentali, così come le specificità di ciascuna università per valorizzare i propri punti di forza. Nel nostro caso il mondo della blue economy, l’economia del mare».
L’Università di Trieste quest’anno ha superato il proprio record di immatricolati. Che significato attribuisce a questo dato?
«Punto di forza dell’Università di Trieste è l’offerta formativa molto attrattiva, anche per studenti stranieri grazie ai numerosi insegnamenti in inglese. Inoltre gli investimenti fatti in passato stanno ora dando il loro frutto. Lavoriamo tanto con la comunicazione per far conoscere i nostri risultati e la nostra offerta. La risposta del mondo del lavoro è molto positiva e superiore alla media italiana per quanto riguarda l’immediato inserimento dei laureati. Abbiamo settori con 100% di occupazione dei nostri studenti entro un anno dalla laurea. Ma c’è un altro aspetto fondamentale: oltre alla qualità delle sedi e dei corsi, la scelta dell’università è legata molto anche all’attrattività del territorio e della città in cui l’università si trova. E Trieste è una città altamente attrattiva, sempre più visitata e apprezzata, una città bella da vivere che ha impattato positivamente sul nostro Ateneo».

L’evoluzione del mondo del lavoro è costante e spesso difficilmente prevedibile: a suo avviso quali sono i corsi di laurea destinati ad avere maggiori sbocchi occupazionali nei prossimi anni?
«Impossibile definirlo ora. Tuttavia l’aiuto che diamo agli studenti nella fase di orientamento e la preparazione che forniamo loro durante il percorso universitario, anche in termini di competenze personali, li aiutano a trovare uno sbocco lavorativo o imprenditoriale. Se da un lato la domanda per laureati in ambito ingegneristico ed economico risulta sempre elevata, abbiamo altrettante richieste anche in ambito umanistico, nell’area dei servizi sociali… Tutti i ragazzi che portano a termine il loro percorso universitario in qualsiasi facoltà hanno ottime chance occupazionali. Consiglio sempre agli studenti di non scegliere il corso di laurea in base alle prospettive occupazionali di oggi, ma in base alle proprie passioni e capacità. Perché le aziende chiedono persone solide dal punto di vista tecnico, dell’analisi critica, del sacrificio. Quando poi entreranno nel mondo del lavoro devono essere pronti a una formazione continua per tutta la vita, perché l’innovazione li porterà alla necessità di aggiornamenti costanti, come avviene per ciascuno di noi. La stessa intelligenza artificiale abbraccerà tutti i settori: non serviranno solo informatici ma anche laureati in campo umanistico. Per questo è fondamentale fare la propria scelta dove c’è gusto per l’impegno. Essere aperti e curiosi a interessarsi anche in settori non direttamente propri ma in cui dare un contributo con il proprio background personale».
Quando nel 2031 lascerà l’incarico di Rettrice per cosa le piacerebbe essere ricordata?
«Come una Rettrice che ha innovato senza perdere di vista la centralità della persona. Nonché per aver cercato di semplificare il lavoro organizzativo di tutti all’interno dell’Università. Infine vorrei essere ricordata per essere riuscita a far crescere l’Università sia nella didattica che nella ricerca, seppur in anni di maggiori ristrettezze economiche. Perché la ricerca è la base della qualità che noi possiamo offrire agli studenti ed è la base dell’innovazione e dell’impegno pubblico e sociale che l’università deve avere nel contesto del proprio territorio. Ma l’aspetto più importante è un altro».
Quale?
«Vorrei che tutti si sentissero valorizzati in qualità di persone che ogni giorno operano per rendere migliore questa Università. Il nostro è un lavoro bellissimo, perché ci mette al servizio dei giovani e della ricerca: è un lavoro che guarda al futuro. E nel futuro connotato da tecnologia ed economia, bisogna dare centralità al benessere interno della comunità».



